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Nanni

Schiavo d'amore

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Tutto cominciò con un innocuo messaggio comparso sul mio computer alle otto di una brumosa mattina di Dicembre, mi chiedeva se volessi aggiornare un programma che non sospettavo nemmeno di avere. Confuso dal troppo recente risveglio dissi di sì. Si vide la consueta barretta di avanzamento muoversi rapida e, in meno di un minuto, il procedimento si completò. Poi si sentì un suono sgradevole, come di una derisoria pernacchia, il computer si spense, poi si riaccese. La musichetta dell’apertura di windows suonò come una marcia sinistra e stonata, l’antivirus mi disse che ero stato contaminato ed un Cavallo di Troia pascolava nei prati del mio disco rigido.

Gli chiesi cosa dovessi fare e mi suggerì l’eutanasia, o forse il suicidio, non capii bene perché il programma di sicurezza appariva confuso ed usava il plurale maiestatis. Poi mi augurò buona fortuna, ma in maniera piuttosto scettica. Nulla pareva funzionare più come prima, in particolare la posta elettronica: al posto delle chioccioline comparvero dei lumaconi senza guscio dall’aspetto schifoso, dagli altoparlanti usciva un fischiettio ondivago e fastidioso. Cercai di spegnere il computer ma questo si riaccese con una rapidità che non aveva mai manifestato prima dall’ora, persino staccare la spina si rivelò al di là delle mie capacità: appariva fusa con la presa di corrente. Allora tolsi l’elettricità all’intero appartamento.

I pochi momenti che seguirono li avrei ricordati come gli ultimi di pace. Però volevo un caffè, e la macchinetta elettrica non funzionava, così ridiedi corrente. Sullo schermo un piccolo riquadro strisciava qua e là lasciando una scia di bava. Era di un servizio segreto americano. “Ti teniamo d’occhio -diceva- Non abbandonare la Nazione” Si, con la maiuscola. Non avevo intenzione di farlo, per il momento. Presto avrei cambiato idea.

Il citofono suonò ed una voce mi disse che la mietitrebbia da quaranta tonnellate che avevo ordinato era arrivata. Risposi che non volevo nessuna mietitrebbia ma c’erano delle interferenze, una voce si sovrapponeva alla mia parlando una lingua sconosciuta ed il trasportatore pareva capirla meglio di quanto non capisse me.

Scesi di corsa. Si trattava di una mietitrebbia piuttosto piccola, per il genere, tutta cromata e, a modo suo, elegante. Nel tentativo di spingerla per le scale stavano buttando giù i muri dell’androne. Il portiere protestò e disse che avrei dovuto pagare i danni, gli proposi di prendere la mietitrebbia in conto spese e parve interessato, ma un rumore violento proveniente da casa mia, come di cose che cadono e si frantumano, mi costrinse a risalire.

Pensai che il cavallo stesse galoppando per le stanze. Non trovai nessun cavallo. Pareva che tutto fosse passabilmente in ordine, a parte una ributtante carta da parati viola e gialla nella stanza da letto e il frigorifero che aveva smesso di rinfrescare le vivande ed ora le stava scaldando. Le vaschette di gelato avanzato dall’estate sobbollivano piacevolmente nel congelatore. In compenso, come dovevo aspettarmi, la macchina per il caffè mi stava preparando una granita. Non avevo panna, però, e me ne dispiacqui.

Scesi nuovamente le scale, non c’era più nessuno, nemmeno il portiere. La mietitrebbia era incastrata all’imbocco delle scale e rendeva impossibile il passaggio. Con un pezzo di nastro adesivo vi era incollata una ricevuta dai troppi zeri, il pagamento, diceva, sarebbe stato prelevato direttamente dal mio conto, di cui erano indicati gli estremi. Il resto del materiale sarebbe arrivato in seguito.

Inorridii all’idea, tornai a casa e sfondai lo schermo del computer, da cui un’enorme occhio mi fissava malevolo. Subito cominciò ad autoripararsi come una ferita non abbastanza suppurante. Alla porta si presentò una ragazza sui venticinque anni. Disse di provenire da non so quale paese dell’Asia centrale e di essere la mia badante. Le domandai come avesse fatto ad oltrepassare la mietitrebbia e mi rispose che c’era un passaggio segreto che attraversava le cantine. Per un attimo mi chiesi come facesse a conoscerlo, ma accantonai il problema: era molto carina, con tutte le curve al loro posto.

La tastai per accertarmi che non fosse un’androide e mi parve di no. Alla peggio era un’imitazione davvero ben riuscita, lei lasciò fare e la cosa mi parve decisamente promettente, ma il computer aveva finito il suo processo di autoriparazione ed ora sibilava frasi minacciose con un pesante accento svizzero-italiano. Decisamente dovevo procurarmi un nuovo antivirus.

La mia badante mi offrì asilo politico nel suo paese ed accettai prontamente. Mi disse che c’erano posti dove non arrivava nemmeno il telefono normale. Là sarei stato al sicuro. Percorremmo uno stretto ed umido passaggio attraverso le cantine e sbucammo da un tombino ad un centinaio di metri dal portone del mio palazzo, dove ora sembrava fervere un’intensa attività e forse una rissa.

Un uomo, in impermeabile avana e pesanti occhiali dotati di antenna ed auricolare, mi intimò di fermarmi e mi chiese dove credessi di andare. Qualcuno gli sparò da una finestra, altri risposero al fuoco ed ebbe inizio un pesante conflitto. Un’autoblindo dotata di cannoncino comparve dal fondo del viale. Fuggimmo mentre risuonavano le prime esplosioni di una battaglia che prometteva di essere sanguinosa ed interminabile. La ragazza appariva imperturbabile, disse che c’era abituata, tanto che le sembrava di essere a casa. Iniziammo di corsa il difficile cammino verso la frontiera, prima che fosse sigillata.

Sapevo che era un errore. Sarei stato certamente derubato di tutti i miei averi e reso schiavo da qualche organizzazione internazionale dedita al riciclaggio di organi ed al contrabbando di giocattoli cinesi contraffatti, perdipiù non avevo ancora del tutto eliminato i dubbi sulla natura organica o sintetica della mia badante, così le tastati il sedere e lei mi dette uno schiaffo. Fu la cosa più gentile che ricevetti quel giorno. Si, sarei stato uno schiavo, ma almeno uno schiavo d’amore.

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Mi ha divertito molto. :-D Un nonsense ai limiti del demenziale, shizofrenico e dal ritmo incalzante. Non ho alcun appunto sintattico o grammaticale da sottoporre, quindi mi limito a questo: Lui termina affermando che sarebbe diventato uno schiavo. Io credevo che la donna lo stesse aiutando a fuggire, non che lo stesse conducendo alla prigionia. Mi rendo conto che chiedere chiarimenti sul senso di una frase in un racconto nonsense non ha senso... XD Impazzirò sicuramente.

Bravo Nanni :-).

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Anche io l'ho trovato molto divertente. L'unica pecca è che a volte usi dei termini che non mi piacciono molto, ad esempio "sobbollivano piacevolmente". Per il resto non ho nulla da aggiungere al commento di Davide Zaccardi.

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Mi unisco ai complimenti, ho trovato questo brano divertente e leggero ma allo stesso tempo con molti spunti di riflessione. E anch'io come kittykat di solito non amo termini particolari come sobbolire, però devo dire che in questo contesto di accettazione passiva della follia, ci stanno bene, danno un tocco di lucidità in più.

Bravo anche da parte mia icon_cheesygrin.gif

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Con che parola mi suggerireste di sostutire sobbollire?

Beh, non importa, vi ringrazio tutti e tre per gli apprezzamenti.

Ps. Voi che antivirus usate?

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Con che parola mi suggerireste di sostutire sobbollire?

Beh, non importa, vi ringrazio tutti e tre per gli apprezzamenti.

Ps. Voi che antivirus usate?

Io userei "ribollivano", oppure osando un po' di più, qualcosa tipo "fremevano" o "tremavano".

Io uso Avira icon_cheesygrin.gif

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E' un pezzo interessante, la voce è decisa e al tempo stesso pacata. Ascoltandola mi sono ricordato di quelle voci narranti dei bei romanzi di Urania di una volta. Sapiente l'uso dell'ironia, come a smorzare o bilanciare l'orrore dei fatti, e qui si apre il punto di domanda: questa vena ironica sottile l'hai usata appunto come contraltare oppure ti è servita per comunicare al lettore che 'massì, è solo un gioco di fantasia, da non prendere sul serio'.

In effetti il tema di fondo mi è parso esso sì importante. Qui si tratta di decidere tra la schiavitù della tecnologia, che seduce ma porta a una inevitabile solitudine ( ne ho rintracciata parecchia nella prima parte del racconto) oppure cedere alle lusinghe di un amore esclusivo e dunque limitante. La sua incarnazione - la badante- entra nel racconto quasi in sordina, mostrando di non stupirsi dell'atmosfera da fine del mondo, e trascina il protagonista

in un mondo che percepisco agreste ma che non vedo perché domani non debba essere uguale.

Le concatenazioni fantastiche sono assortite, tanto che a tratti si percepisce del compiacimento, come si intendesse accentuare una capacità tecnica e elaborativa indubbiamente di spessore. Forse non avrei insistito in tal senso ma, come dire, quando un'immagine tira l'altra che è un piacere, sarebbe un peccato limitare il flusso.

Come, infine, sarebbe intrigante pensare a un romanzo. Il timbro c'è, la predisposizione a volare alto anche, occorre verificare se si conserva un certo equilibrio .

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Non posso che unirmi al coro di consensi! Questo racconto fila via liscio dall'inizio alla fine, senza una virgola fuori posto (e non a caso lo dico proprio a te.. icon_cheesygrin.gif ).

Divertente, piacevole, ricco di immagini vivide ed esilaranti proprio perchè riferite al nostro quotidiano, sconvolgendolo completamente. Non ci ho visto dietro molto di più di quello che c'era, una passeggiata con un amico che ti racconta aneddoti inverosimili. A me ha ricordato i racconti di Stefano Benni, la malinconia è un retrogusto che se vuoi, non senti nemmeno. L'unica immagine che ho faticato ad integrare è quella del protagonista che spinge la mietitrebbia: per quanto di dimensioni ridotte, è pur sempre una macchina agricola imponente, che sfonda addirittura le mura del palazzo. Riguardo al "sobbollire", è risaputo che io sono un pò "retrò": mi è piaciuto tanto anche quello!

Complimenti!

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Pignoleria. Sobbollire, più che nel linguaggio narrativo o parlato si usa nella termodinamica dei processi chimici: sta a significare il riscaldamento prolungato di un liquido al punto di ebollizione con esito di totale evaporazione.

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Qui si tratta di decidere tra la schiavitù della tecnologia, che seduce ma porta a una inevitabile solitudine ( ne ho rintracciata parecchia nella prima parte del racconto) oppure cedere alle lusinghe di un amore esclusivo e dunque limitante.

Una critica alla tecnologia non è quello che avevo in mente, poi, per carità, qualunque interpretazione ci può stare.

Questo racconto fila via liscio dall'inizio alla fine, senza una virgola fuori posto (e non a caso lo dico proprio a te.. icon_cheesygrin.gif ).

Afferro il sottinteso.

L'unica immagine che ho faticato ad integrare è quella del protagonista che spinge la mietitrebbia: per quanto di dimensioni ridotte, è pur sempre una macchina agricola imponente, che sfonda addirittura le mura del palazzo.

Veramente non mi pare che il protagonista spinga la mietitrebbia, sono gli operai che provano a farla entrare nell'androne. Non so con che mezzi.

Sobbollire credo di averlo trovato in libri di cucina o su ricette spurie. Dovrebbe voler dire bollire piano, in modo non tumultuoso. Per esempio, un sugo di pomodoro, se si vuole abbia la consistenza ottimale, non va fatto bollire a fuoco vivo, ma sobbollire a lungo a fuoco basso, in modo che asciughi lentamente.

Per lo meno è così che interpreto la parola. Non vorrei sbagliarmi, però.

Dimenticavo, grazie a tutti.

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Nanni, ho un solo vero commento: ROTFL.

Posso distribuirlo ai miei colleghi? Sai noi con gli antivirus impazziamo allegramente e gli effetti non sono discosti da quelli che descrivi... Se mi autorizzi avrai un successone, ti faccio appendere in bacheca.

Confermo il significato di "sobbollire" è quella cosa che fa il brodo in quelle quattro/otto/mille ore che cuoce piano piano col coperchio appena appena aperto e lui che fa "bulbbulbrul".

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il solito "un'enorme occhio", cui pare faccia caso solo io. un'androide? ma forse esiste anche una androide.

"il cavallo". quale cavallo? non ne hai parlato, prima. quindi forse "un cavallo".

mi pare ci sia una ripetizione circa il famoso passaggo per le cantine. cambierei i termini, la seconda volta.

all'inizio sembrava giocato tutto in ambito software, poi invece comincia a sparare in ogni direzione. mi aspettavo solo una lotta tra te e il pc, prima che fosse dichiarata la guerra globale.

il titolo è molto azzeccato, proprio perché del tutto marginale rispetto al racconto.

godibile. dammi il numero del tuo spacciatore.

ps.: "sobbollire" a me è piaciuto. chiunque cucini sa che hai ragione tu.

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Un'enorme occhio è un(')orribile errore, invece una androide è un'androide. Il cavallo è il cavallo di Troia a cui si accenna all'inizio, forse troppo tempo prima.

Il passaggio per le cantne non mi sembra una ripetizione, la prima volta si dice che, la badante, sia passata attraverso "un passaggio segreto che attraversava le cantine" la seconda che i due percorrono "uno stretto ed umido passaggio attraverso le cantine" Le due frasi dovrebbero essere abbastanza distanti, la ripetizione si avverte lo stesso?

Purtroppo non posso fornirti il nome del mio spacciatore, oramai sono le mie cellule cerebrali che producono endorfine ed endocannabinoidi a volontà e in piena autonomia.

Posso distribuirlo ai miei colleghi? Sai noi con gli antivirus impazziamo allegramente e gli effetti non sono discosti da quelli che descrivi... Se mi autorizzi avrai un successone, ti faccio appendere in bacheca.

Naturalmente si. Ma corregini l'enorme occhio (vergogna...).

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Il passaggio per le cantne non mi sembra una ripetizione, la prima volta si dice che, la badante, sia passata attraverso "un passaggio segreto che attraversava le cantine" la seconda che i due percorrono "uno stretto ed umido passaggio attraverso le cantine" Le due frasi dovrebbero essere abbastanza distanti, la ripetizione si avverte lo stesso?

beh, se il passaggio è lo stesso nelle due occasioni, dovresti cambiare l'articolo, in determinativo. e - sempre se è lo stesso - non occorre descriverlo la seconda volta.

se, d'altra parte, i passaggi sono due, il lettore comincia a formarsi l'idea che 'ste cantine siano una specie di forma di groviera.

non mi freghi: DAMMI il tel dello spacciatore.

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Ah, ho capito, "nello" invece che "in uno".

Si, è giusto.

Per il resto potrei cederti un po' del mio fluido cerebrospinale ma, francamente, non so se ti convenga.

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Il citofono suonò ed una voce mi disse che la mietitrebbia da quaranta tonnellate che avevo ordinato era arrivata. Risposi che non volevo nessuna mietitrebbia ma c’erano delle interferenze, una voce si sovrapponeva alla mia parlando una lingua sconosciuta ed il trasportatore pareva capirla meglio di quanto non capisse me.

Scesi di corsa. Si trattava di una mietitrebbia piuttosto piccola, per il genere, tutta cromata e, a modo suo, elegante. Nel tentativo di spingerla per le scale stavano buttando giù i muri dell’androne.

Ho riletto il passaggio. book6.gif Accenni ad un trasportatore (singolo) e gli operai sono sottintesi con "stavano". Il mio occhio è andato veloce leggendo "stanno". Rileggendolo, però, confermo che forse questo punto va rivisto.

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