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Poeta Zaza

La prova di coraggio

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commento ad altrui testo

 

 

La prova di coraggio

 

Lo chiamavamo
"il pino basso"
perché il primo ramo
era a un metro da terra
e anche i più piccoli
cominciavano la salita.
Ma era alto,
chi diceva venti
chi trenta metri...
E la prova di coraggio
era arrivare in cima,
dove le fronde si piegavano
sotto il tuo peso.
Nei giorni delle vacanze,
anno dopo anno,
diventare grandi significava
fare più in alto la tacca
sul ramo raggiunto.
Incosciente,
mi spingevo fino a non vedere più
né la terra
né il cielo,
dai gradini naturali dell’albero.

E mi ricordo
e mi sento lassù,
a tu per tu
col sole all’orizzonte
che mi bacia la fronte.
Vincente,
cullata dall’ultima fronda,
sorridente,
anche se...
non mi aveva vista nessuno.

Sugli occhi,
la carezza del vento.

 

 

Spoiler

«Ognuno di noi nella prima giovinezza ha da superare una
"prova di coraggio", anche se nell'incoscienza dell'età.»

 

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Bella!
Mi è sempre piaciuto scalare gli alberi, ma dalle mie parti c'erano molte querce ed io salivo sempre sulla stessa.

Era a metà collina e vi salivo solo per godermi una porzione di mondo e immaginare oltre l'orizzonte i paesi che vedevo sull'atlante di scuola.

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Il 5/10/2019 alle 01:13, AzarRudif ha scritto:

Bella!
Mi è sempre piaciuto scalare gli alberi, ma dalle mie parti c'erano molte querce ed io salivo sempre sulla stessa.

Era a metà collina e vi salivo solo per godermi una porzione di mondo e immaginare oltre l'orizzonte i paesi che vedevo sull'atlante di scuola.

 

Grazie del tuo passaggio dal mio albero, @AzarRudif  :)

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ciao @Poeta Zaza  Questa poesia mi trasmette un senso di nostalgia per i ricordi d'infanzia, il tempo che fu. Viene delineato il ricordo di un gioco fatto in gioventù, metafora della crescita che hai trattato con delicatezza. Il sorriso della protagonista arrivata fino in cima, e quindi cresciuta, anche se non c'è più nessuno ad ammirare la sua impresa, può essere interpretato come il fatto che andando avanti con gli anni, e diventando adulti, molte persone che ci facevano compagnia durante l'infanzia, amici o cari, si perdono... Tuttavia rimane intatto il gusto di quel gioco e della spensieratezza vissuta con loro, come sottolineato dalla chiusa. La carezza del vento sugli occhi conclude con stile morbido una composizione altrettanto morbida. 
Sembra proprio di vederlo, quel pino basso. In tutte le sue fronde. In una giornata col sole che bacia la fronte e la carezza del vento. L'atmosfera è descritta in modo limpido e suggestivo; allo stesso modo le sensazioni della protagonista e l'incoscienza tipica di chi si inoltra piano piano dall'infanzia a un'età più matura.

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1 ora fa, Io che mi manco ha scritto:

ciao @Poeta Zaza  Questa poesia mi trasmette un senso di nostalgia per i ricordi d'infanzia, il tempo che fu. Viene delineato il ricordo di un gioco fatto in gioventù, metafora della crescita che hai trattato con delicatezza. Il sorriso della protagonista arrivata fino in cima, e quindi cresciuta, anche se non c'è più nessuno ad ammirare la sua impresa, può essere interpretato come il fatto che andando avanti con gli anni, e diventando adulti, molte persone che ci facevano compagnia durante l'infanzia, amici o cari, si perdono... Tuttavia rimane intatto il gusto di quel gioco e della spensieratezza vissuta con loro, come sottolineato dalla chiusa. La carezza del vento sugli occhi conclude con stile morbido una composizione altrettanto morbida. 
Sembra proprio di vederlo, quel pino basso. In tutte le sue fronde. In una giornata col sole che bacia la fronte e la carezza del vento. L'atmosfera è descritta in modo limpido e suggestivo; allo stesso modo le sensazioni della protagonista e l'incoscienza tipica di chi si inoltra piano piano dall'infanzia a un'età più matura.

 

Grazie del bel commento, @Io che mi manco :rosa:

 

Benvenuta in Officina! Lieta che tu abbia esordito qui, arrampicandoti con me sul pino basso. Che basso non è... ;)

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Ciao @Poeta Zaza, quando racconti il passato secondo me esce la tua parte migliore. Sei riuscita a descrivere una scena vista chissà quante volte con estrema semplicità, rinunciando agli occhi di un adulto, trasmettendo quel che la giovane età vede nel raggiungere un'altezza, nell'andare in alto. Andare in alto, andare, è quel che un bambino e una bambina vogliono fare, senza grosse spiegazioni, forse perché hanno in sé quel gusto della scoperta, del viaggio, dello scoprire che, poi, in qualche modo releghiamo a angoli specifici. Non è 'l'andare verso' quel che ci trascina avanti, cercando di cogliere un qualsiasi orizzonte, naturale o umano? Ecco, io ci ho visto questo.

Devo, però, dirti anche che secondo me la poesia è perfetta senza la parte finale, la fermerei così, senza cambiare di una virgola il contenuto:

Il 29/9/2019 alle 14:38, Poeta Zaza ha scritto:

Lo chiamavamo
"il pino basso"
perché il primo ramo
era a un metro da terra
e anche i più piccoli
cominciavano la salita.
Ma era alto,
chi diceva venti
chi trenta metri...
E la prova di coraggio
era arrivare in cima,
dove le fronde si piegavano
sotto il tuo peso.
Nei giorni delle vacanze,
anno dopo anno,
diventare grandi significava
fare più in alto la tacca
sul ramo raggiunto.
Incosciente,
mi spingevo fino a non vedere più
né la terra
né il cielo,
dai gradini naturali dell’albero.

Al limite eliminerei i puntini di sospensione. Ma rimuoverei la parte finale (magari la puoi destinare ad altro e farne uscire una seconda poesia, modificando qualcosa). Magari potresti modificare il titolo ne 'la carezza del vento' se vuoi riportare la sensazione espressa nell'ultimo verso, in fondo 'la prova di coraggio' compare già e suona più come una ripetizione (a volte nel titolo si può fare poesia, non credi?).

Molto bella, veramente.

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17 ore fa, Elisa Audino ha scritto:

Ciao @Poeta Zaza, quando racconti il passato secondo me esce la tua parte migliore. Sei riuscita a descrivere una scena vista chissà quante volte con estrema semplicità, rinunciando agli occhi di un adulto, trasmettendo quel che la giovane età vede nel raggiungere un'altezza, nell'andare in alto. Andare in alto, andare, è quel che un bambino e una bambina vogliono fare, senza grosse spiegazioni, forse perché hanno in sé quel gusto della scoperta, del viaggio, dello scoprire che, poi, in qualche modo releghiamo a angoli specifici. Non è 'l'andare verso' quel che ci trascina avanti, cercando di cogliere un qualsiasi orizzonte, naturale o umano? Ecco, io ci ho visto questo.

Devo, però, dirti anche che secondo me la poesia è perfetta senza la parte finale, la fermerei così, senza cambiare di una virgola il contenuto:

Al limite eliminerei i puntini di sospensione. Ma rimuoverei la parte finale (magari la puoi destinare ad altro e farne uscire una seconda poesia, modificando qualcosa).

 

Grazie, @Elisa Audino :rosa:del tuo apprezzato intervento. Sai che ci speravo e ti aspettavo sull'albero?

 

17 ore fa, Elisa Audino ha scritto:

 

Magari potresti modificare il titolo ne 'la carezza del vento' se vuoi riportare la sensazione espressa nell'ultimo verso, in fondo 'la prova di coraggio' compare già e suona più come una ripetizione (a volte nel titolo si può fare poesia, non credi?).

 

Sai che scrivo anche racconti e ce ne sono diversi con un verso per titolo? In un caso, c'è stato anche un haiku!

 

17 ore fa, Elisa Audino ha scritto:

Molto bella, veramente.

 

:)

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Un poema che è ricordo e celebrazione del passato, visto come punto di confronto umano e morale per la vita matura. 

 

Mi piace molto la semplicità con cui hai scelto dei versi che da un punto di vista stilistico potrebbero benissimo essere interpretati come prosa, per poi donargli (nella seconda parte del poeta) un ritmo e una musicalità ammirevoli. 

Quel che mi piace ancor di più è l'idea della prova di coraggio come sfida con se stessi, ovvero come la definizione di un limite interiore e spirituale, che trova la sua scoperta e definizione in un gioco incosciente da bambini. 

 

Fra le poesie 'morali' che hai scritto forse è quella più riuscita, proprio perché è meno evidente la volontà moraleggiante ed è più viva l'emozione del ricorso. 

Brava :)

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Il 29/9/2019 alle 14:38, Poeta Zaza ha scritto:

Lo chiamavamo
"il pino basso"
perché il primo ramo
era a un metro da terra
e anche i più piccoli
cominciavano la salita.
Ma era alto,
chi diceva venti
chi trenta metri...
E la prova di coraggio
era arrivare in cima,
dove le fronde si piegavano
sotto il tuo peso.
Nei giorni delle vacanze,
anno dopo anno,
diventare grandi significava
fare più in alto la tacca
sul ramo raggiunto.
Incosciente,
mi spingevo fino a non vedere più
né la terra
né il cielo,
dai gradini naturali dell’albero.

E mi ricordo
e mi sento lassù,
a tu per tu
col sole all’orizzonte
che mi bacia la fronte.
Vincente,
cullata dall’ultima fronda,
sorridente,
anche se...
non mi aveva vista nessuno.

Sugli occhi,
la carezza del vento

 

E' una poesia che, dal mio punto di vista, va analizzata in toto. E' come una valanga che, alla fine, esprime la sua massima potenza. Nonostante ciò, andiamo ad analizzare pregi e difetti (dal mio punto di vista) del tuo componimento. 

 

Lo chiamavamo
"il pino basso" 
perché il primo ramo
era a un metro da terra
e anche i più piccoli
cominciavano la salita.
Ma era alto,
chi diceva venti
chi trenta metri...
E la prova di coraggio
era arrivare in cima,
dove le fronde si piegavano
sotto il tuo peso.
Nei giorni delle vacanze,
anno dopo anno,
diventare grandi significava
fare più in alto la tacca
sul ramo raggiunto.
Incosciente,
mi spingevo fino a non vedere più
né la terra
né il cielo,
dai gradini naturali dell’albero.

 

Fin qui, un linguaggio colloquiale, semplice, forse addirittura adolescenziale, risulta a tratti piacevole e a tratti banale (ma è questo il suo compito?). La chiarezza espositiva della narrazione permette l'immersione gradevole nella "prova di coraggio adolescenziale". Non ci sono artifici retorici eccessivi, non c'è la pomposità di una poesia autoreferenziale: semplicemente il raccontare la sensazione malinconica di quel che un tempo era un gioco divertente, quasi l'essere lontani dalla quotidianità, dove le prove di coraggio son bene diverse e che, sicuramente, hanno a che fare con ben altre sfumature della natura. Sebbene abbia apprezzato questo aspetto iper-narrativo di questa prima parte, l'altro lato della medaglia è la mancanza di profondità. Alcuni artifici retorici, se utilizzati con cognizione di causa e senza abusi, creano quella verticalità della quale una poesia, nel bene e nel male, ha bisogno. In questo caso, salire su un albero (metafora della crescita, che consiste nello sfidare sé stessi), è un semplice gioco che non scava nella mia persona e che non mi dà alcuna emozione profonda. Ai miei occhi, questa scena, rimane solamente un pezzo di vita descritto in maniera interessante, ma finisce lì. E' una "donna carina"  della quale, però,  non riesco a innamorarmi. Andiamo avanti. 

 

E mi ricordo
e mi sento lassù,
a tu per tu
col sole all’orizzonte
che mi bacia la fronte.
Vincente,
cullata dall’ultima fronda,
sorridente,
anche se...
non mi aveva vista nessuno.

Sugli occhi,
la carezza del vento.

 

La seconda parte conferma la mia iniziale supposizione, ovvero che il componimento è un "malinconico ricordo" di quel tempo in cui sfidare sé stessi e la natura (di sé stessi) è un dolce pensare. Ma anche qui, abbiamo due facce della medaglia. La chiarezza espositiva è mirabile e non vi è alcun arzigogolare per vie insensatamente misteriose. Nonostante ciò, la personificazione del sole che bacia la fronte è, a mio avviso, una rovinosa caduta del componimento, che lo fa diventare eccessivamente "adolescenziale". E' una personificazione assai scontata che avrei evitato o analizzato in maniera differente. La chiusa invece è assai mirabile. Ho sentito il vento scivolarmi sugli occhi, la sensazione di libertà, di vittoria, come se fossi con te sulla punta di quel "pino basso" e potessi sentire la potenza assoluta e pura dell'aver sconfitto sé stessi abbandonandosi nella natura. A rileggerti che, come al solito, è un piacere.  

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