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Silverwillow

Parole in via d'estinzione

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Di recente mi è capitato di leggere diversi articoli sul fatto che ci sono più di 3000 parole italiane che vengono usate sempre meno. Il linguaggio diventa sempre più povero, si tende a privilegiare sempre le stesse parole, anche perché spesso non si conoscono tutti i sinonimi, o le diverse sfumature di significato.

A questo proposito si sono messe in moto diverse iniziative molto carine in tutta Italia. Per esempio ho letto di una ditta di abbigliamento che a Milano vende magliette con parole come "impavido"  o "radioso", con sotto la definizione. La Zanichelli invece ha pensato prima di fare dei graffiti lavabili, poi di mettere in alcune piazze italiane un dizionario gigante interattivo, con tutte le "parole-panda" che rischiano di estinguersi. Queste parole, sul nuovo dizionario, verranno segnalate con un fiorellino a fianco. Lo scopo è riassunto bene in questo estratto:

«L'impoverimento del linguaggio - spiegano i virtuosi «zingarelliani» - comporta spesso un impoverimento del pensiero, del ragionamento e della capacità di comunicare, quindi di essere in relazione con l'altro. Ampliare il proprio lessico non significa pavoneggiarsi o peggio assumere toni snobistici, ma significa arricchire gli strumenti a disposizione per sviluppare la propria personalità e migliorare la propria capacità di comprensione». 

Se ne parla in questo articolo, dove si spiega anche come "adottare" una parola su facebookxD :

https://www.greenme.it/vivere/arte-e-cultura/vocabolario-piazze-italiane/

Il discorso mi interessa molto, perché io sono una di quei dinosauri che adopera spesso e volentieri termini "desueti", non per darmi delle arie, ma perché a volte hanno l'esatto significato che voglio esprimere. In realtà termini come alterco, boria o solerte per me sono del tutto normali, ma pare invece che, specie i giovani, le usino sempre meno. Secondo me le parole sono importanti, ognuna è nata per un motivo ben preciso, spesso legato alle nostre radici storiche e sociali, quindi dimenticarle o perderle sarebbe davvero come perdere parte della nostra cultura. 

 

Voi cosa ne pensate? Usate parole poco comuni, o adattate la vostra scrittura la vostra scrittura alla comprensione del pubblico?

È una buona cosa continuare a usare questi termini, di modo che anche chi non li conosce li impari? O è una causa persa in partenza?

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21 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

Di recente mi è capitato di leggere diversi articoli sul fatto che ci sono più di 3000 parole italiane che vengono usate sempre meno. Il linguaggio diventa sempre più povero, si tende a privilegiare sempre le stesse parole, anche perché spesso non si conoscono tutti i sinonimi, o le diverse sfumature di significato.

A questo proposito si sono messe in moto diverse iniziative molto carine in tutta Italia. Per esempio ho letto di una ditta di abbigliamento che a Milano vende magliette con parole come "impavido"  o "radioso", con sotto la definizione. La Zanichelli invece ha pensato prima di fare dei graffiti lavabili, poi di mettere in alcune piazze italiane un dizionario gigante interattivo, con tutte le "parole-panda" che rischiano di estinguersi. Queste parole, sul nuovo dizionario, verranno segnalate con un fiorellino a fianco. Lo scopo è riassunto bene in questo estratto:

«L'impoverimento del linguaggio - spiegano i virtuosi «zingarelliani» - comporta spesso un impoverimento del pensiero, del ragionamento e della capacità di comunicare, quindi di essere in relazione con l'altro. Ampliare il proprio lessico non significa pavoneggiarsi o peggio assumere toni snobistici, ma significa arricchire gli strumenti a disposizione per sviluppare la propria personalità e migliorare la propria capacità di comprensione». 

Se ne parla in questo articolo, dove si spiega anche come "adottare" una parola su facebookxD :

https://www.greenme.it/vivere/arte-e-cultura/vocabolario-piazze-italiane/

Il discorso mi interessa molto, perché io sono una di quei dinosauri che adopera spesso e volentieri termini "desueti", non per darmi delle arie, ma perché a volte hanno l'esatto significato che voglio esprimere. In realtà termini come alterco, boria o solerte per me sono del tutto normali, ma pare invece che, specie i giovani, le usino sempre meno. Secondo me le parole sono importanti, ognuna è nata per un motivo ben preciso, spesso legato alle nostre radici storiche e sociali, quindi dimenticarle o perderle sarebbe davvero come perdere parte della nostra cultura. 

 

Concordo perfettamente con te, cara @Silverwillow :)

Ci sono aggettivi desueti che calibrerebbero alla perfezione il significato che si sta cercando, ma si preferisce, al giorno d'oggi, optare per dei sinonimi più conosciuti

ancorché inadatti alla bisogna quanto i primi.

Io, che sono più anziana di tanti qui al WD, ho assorbito l'incisività di questi aggettivi e avverbi (soprattutto) nelle mie prime letture, e i sono rimasti spontaneamente dentro.

Ma mi sono resa conto presto, anche nei racconti che ho scritto qui al WD, che non piacciono, e gentilmente mi si consiglia di cambiarli.

Quindi che fare se non adeguarsi?

 

21 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

 

Voi cosa ne pensate? Usate parole poco comuni, o adattate la vostra scrittura la vostra scrittura alla comprensione del pubblico?

È una buona cosa continuare a usare questi termini, di modo che anche chi non li conosce li impari? O è una causa persa in partenza?

 

Temo che lo sia, una causa persa in partenza. I giovani leggono poco e male (parlo di maggioranza, eh). Se vogliamo offrire un prodotto sul mercato di oggi che non faccia storcere il naso, dobbiamo adattare i nostro lessico al gusto attuale. Sarebbe utopia pensare il contrario (farli imparare loro).

 

Questa è purtroppo la realtà della comunicazione letteraria di oggi. Poi, per essere positiva, aggiungo che la lingua italiana è comunque ricca di suo e , cercando con attenzione tra i sinonimi restanti, si può scrivere ugualmente con proprietà di linguaggio e d espressione (ma scordiamoci il precipuo, il desueto e il pudibondo, per dirne tre). ;)

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La lingua italiana è bella e ricca, anche a me piace che non si perda l'occasione di poter attingere a un Vocabolario vasto e colorito. Mi dispiace sapere che la media dei giovani non usa più certi aggettivi o sostantivi, tant'è che con le mie bimbe mi sforzo di dare nomi appropriati a emozioni e situazioni. I risultati si vedono già perché non solo uso con loro tanto termini ma glieli spiego.

Mia figlia grande, quattro anni, ad esempio, ha stupito dei nostri amici spiegando alla loro figlia di sette anni che i palloncini sono "una cosa effimera" xD. Le ho insegnato questa parola quando giocava le prime volte con le bolle di sapone e scoppiavano prima che lei riuscisse ad afferarle. Le dissi che non doveva dispiaceri se non le scoppiava tutte, infatti le bolle di sapone sono una cosa effimera, cioè che dura poco, e che doveva fare in fretta ad acchiapparle. Quando all'altra bimba scoppiò il palloncino appena acquistato e lei si mise a piangere, mia figlia le ha detto:"Carlotta, non piangere, i palloncini sono una cosa effimera come le bolle di sapone". 

 

Detto questo, per rimarcare che sono favorevole a non ostracizzare termini della lingua italiana meno "popular", va detto anche che ogni lingua parlata è soggetta a cambiamenti dovuti a tanti fattori, ad esempio nuove tecnologie o nuove lingue con cui si viene in contatto. Per cui mi chiedo se davvero i giovani hanno un Vocabolario meno ricco per descrivere il mondo che li circonda o semplicemente fanno uso di neologismi più moderni. 

Se pensiamo a come scriveva no Dante o Petrarca siamo sicuri che la nostra lingua ha perso parole o le ha solo cambiate con le necessità dell'epoca? 

 

Mi ricordo che parlando con una ragazza che studiava lingue africane, lei mi diceva che in molte di esse esistono numerose parole per dire "coltello" che identificano vari tipi di oggetti da taglio a seconda della funzione e dell'uso di tale coltello ma, ovviamente, nemmeno una parola che significa "neve". 

 

Secondo me è fondamentale conoscere a fondo la propria lingua e il significato anche di parole meno comuni, ma non si può fare finta che alcuni termini siano davvero diventati meno utili nella lingua parlata. Un esempio semplice che mi viene perché qualche giorno fa ho trovato questa parola nelle parole crociate: chi usa più la parola "bordone" per indicare un bastone da pellegrini? Al limite in Toscana si dice "avere i bordoni" quando si ha freddo e ci vengono i brividi, ma non credo siano collegate le due parole:eheh:

 

Talia 

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Mah. Personalmente sono un fautore del "scrivi come parli". Non userei mai un termine che non è nel "comune parlato" del momento in cui scrivo.

Così una parola desueta per me è morta (a meno che resusciti).

 

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53 minuti fa, Poeta Zaza ha scritto:

Io, che sono più anziana di tanti qui al WD, ho assorbito l'incisività di questi aggettivi e avverbi (soprattutto) nelle mie prime letture, e i sono rimasti spontaneamente dentro

Sì, anch'io ho assorbito queste parole con le letture. Per questo sarebbe importante continuare a leggere i classici, i romanzi dell'800 o della prima metà del '900, perché il modo migliore per imparare le parole è trovarle in un contesto. Poi nella lingua parlata molte non si usavano più già allora, e proprio per questo non le usavo nemmeno io.

Però secondo me, che si usino o no, conoscerne il significato e poter decidere liberamente quando usarle è qualcosa che ci arricchisce. Un po' come i gioielli più preziosi, magari li usiamo solo in occasioni speciali, però sono lì.

1 ora fa, Poeta Zaza ha scritto:

Ma mi sono resa conto presto, anche nei racconti che ho scritto qui al WD, che non piacciono, e gentilmente mi si consiglia di cambiarli.

Quindi che fare se non adeguarsi?

Purtroppo, proprio perché poco usate, alcune parole finiscono per risaltare molto nella scrittura. Spesso si usano termini come "impavido" soprattutto per dare un tono ironico. Anche qui però, si possono usare con consapevolezza solo se si conoscono.

È vero però che ci sono alcuni contesti dove stonano, specie quando si scrive da un punto di vista giovanile o popolare, questo proprio perché sappiamo (purtroppo) che molti non le usano nel quotidiano. È un circolo vizioso secondo me: non si usano nel parlato, quindi non si capiscono, quindi gli scrittori non le usano più, ecc.

 

25 minuti fa, camparino ha scritto:

Personalmente sono un fautore del "scrivi come parli". Non userei mai un termine che non è nel "comune parlato" del momento in cui scrivo.

Ciao. :)Probabilmente perché le cose che scrivi sono calate nel quotidiano. Se però scrivessi dal punto di vista di un professore di italiano, o di qualcuno vissuto cent'anni fa, magari ti verrebbe spontaneo usare un linguaggio diverso

 

40 minuti fa, Talia ha scritto:

Mia figlia grande, quattro anni, ad esempio, ha stupito dei nostri amici spiegando alla loro figlia di sette anni che i palloncini sono "una cosa effimera" xD.

 :D Bisognerebbe che tutti i genitori fossero come te. "Effimero"  è una delle parole che amo e che adotterei. Tra l'altro dovrei pensarci su molto per trovare un sinonimo...

 

44 minuti fa, Talia ha scritto:

Per cui mi chiedo se davvero i giovani hanno un Vocabolario meno ricco per descrivere il mondo che li circonda o semplicemente fanno uso di neologismi più moderni. 

Sono d'accordo che la lingua è in continua evoluzione, però il nostro cervello non è una chiavetta usb che per aggiungere dati ne devi cancellare altri (pare anzi che usiamo solo una piccola parte della sua capacità di "stoccaggio" informazioni), quindi secondo me possiamo tenerci al passo coi tempi senza per questo rinunciare alla lingua che già abbiamo

 

Per quanto riguarda l'iniziativa di adottare le parole, voi quale adottereste? Io approvo l' "effimero" di Talia, e aggiungo "immantinente". (non so però se sia sulla lista, forse si è anche già estinta:P)

 

 

 

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@Silverwillow

 

Ho dimenticato una cosa.. I grandi classici, tipo Piccole donne della Alcott, in libreria non lo trovi più nella versione originale (e tradotta), ma totalmente riscritta ad uso

e consumo delle nuove generazioni, con un lessico da paura (per me). Fa cadere il messaggio, l'ironia, la vera essenza di quel romanzo che, nei contenuti d'altri tempi, riassumeva però l'essenza, i caratteri, il modo di approcciarsi all'esistenza, gli interrogativi e le paure di sempre, di quattro giovani vite, in cui ogni generazione si poteva riconoscere.

  • Grazie 1

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Certe parole muoiono per effetto di cambiamenti che sono intervenuti nella società e nel modo di vivere e volersi ostinare a tenerle in vita ci esporrebbe al ridicolo, prima ancora che all'incomprensione.

Se io scrivessi oggi in un romanzo:  ... La porta si spalancò di colpo, Giorgino saltò giù dal letto e coprì le sue pudenda... in pochi capirebbero (non lo fa nemmeno il correttore automatico, che me lo segna come errore) e quei pochi si metterebbero a ridere.

È normale: bene o male che sia, nella società odierna non esiste forse più nulla di cui vergognarsi e "pudenda" è una parola morta. Amen.

Detto questo, la ricerca lessicale per me è un elemento fondamentale dello scrivere bene.

Si deve sempre cercare il vocabolo che esprime quella particolare sfumatura di significato (a meno ovviamente che non si stia dando voce a un bambino o a un personaggio del tutto illetterato, sulla cui bocca certi vocaboli risulterebbero  posticci).

Per lavoro edito romanzi pieni di vide, sentì, grosso, bellissimo, qualcosa... che, se usati all'infinito, rendono qualsiasi scritto banale.  

Vedere significa percepire uno stimolo attraverso gli occhi: una persona li apre e vede.  Esistono poi almeno una quindicina di verbi comuni che esprimono il modo in cui vediamo qualcosa: se io vedo un film, vedo dal buco della serratura, vedo un pennacchio di fumo a dieci chilometri di distanza, vedo un insetto microscopico nascosto sotto una foglia, vedo che ci sono della macchie sul tappeto, vedo un bel quadro... ho reso un servizio pessimo alla lingua italiana, a chi mi legge e, almeno in certi casi, anche a chi mi ascolta.

Quindi lo "scrivi come parli" di @camparino non mi troverà mai d'accordo: la lingua parlata ha un registro quasi sempre più semplice ed è figlia dell'ambiente in cui la si parla e delle persone a cui ci si rivolge; la lingua scritta – fatte salve particolari esigenze narrative – deve avere, a mio avviso, una ricchezza maggiore. 

E non parlo soltanto di romanzi, al giorno d'oggi leggo articoli di giornale pieni di errori, anche e soprattutto nella costruzione della frase.

D'altra parte c'è anche chi ostenta – penso a certe recensioni di critici letterari – per fare un inutile, e anzi dannoso, sfoggio di cultura.

Come sempre c'è una misura in tutto.

2 ore fa, Silverwillow ha scritto:

L'impoverimento del linguaggio - spiegano i virtuosi «zingarelliani» - comporta spesso un impoverimento del pensiero, del ragionamento e della capacità di comunicare, quindi di essere in relazione con l'altro.

e questa è una verità assoluta per me.

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1 ora fa, Marcello ha scritto:

e coprì le sue pudenda...

Qual gentil damigella coprirebbe le virginee pudenda?

 

Non ci sto! Mi piacciono le parole antiche nei dialoghi e nei pensieri dei romanzi storici. Magari con la traduzione per gli "ignoranti"... (Pardon!  ignoranti nel senso che ignorano.)

Insomma: un presbitero del medioevo bisogna farlo pregare in latino, e qualche termine desueto, in volgare antico e in corsivo, non nuoce affatto all'atmosfera. Perché non osare? Vogliamo forse appiattirci tutti sul monotono stile angloamericano?

 

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@Fraudolente si parlava della lingua contemporanea: è ovvio che se lo inserisci in un romanzo ambientato in un'epoca storica precedente glielo puoi mettere.

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Suvvia, @Marcello, non essere pudico...  Lo so che gli storici non sono di tuo gradimento, e che ti dimentichi dei nostri problemi!

È d'uopo che  una pulzella argomenti in volgare, come che un contadino ad Santarcanzal del secolo scorso scorra e imprechi in romagnolo...

 

Piuttosto: per caratterizzare un personaggio, sono alla ricerca di un esperto di lingua e cucina calabresi! C’è qualcuno nel forum che può darmi una mano?

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Oggi ho visto in una trasmissione, mi pare su uno dei canali Rai, non ricordo bene, anche perché dopo ho cambiato canale... ho visto un educatore che spiegava al presentatore di come aveva fatto leggere a dei ragazzi di terza media il libro di Pinocchio. Quei ragazzi erano presenti in studio. L'educatore ha  poi rivolto loro una domanda in diretta: spiegare cosa li aveva colpiti della casa di Geppetto in particolare.  Ho visto scene tragiche. Momenti di silenzio, sguardi imbarazzati, risatine nervose... alla fine uno dei ragazzi ha parlato... parlato per modo di dire. Non riusciva a esprimere il concetto, si inceppava in continuazione, vagheggiava con lo sguardo. Su richiesta dell'educatore è intervenuto un altro ragazzo, che dopo un sorriso senza senso ha tentato di spiegare che era daccordo con il suo compagno (su cosa?) e che Geppetto aveva un fuoco dipinto sulla parete di casa sua, ma ha fatto una notevole fatica a dirlo, non era in grado di spiegare il perché, non capiva cosa si intendeva rappresentare con quella raffigurazione... È intervenuto nuovamente l'educatore a spiegare tutte le motivazioni sociali, espressive  e quant'altro del perché del fuoco dipinto, della povertà di Geppetto eccetera...  mentre i ragazzi ascoltavano inebetiti a bocca aperta; penso che non afferrassero il pensiero, penso che Pinocchio li abbia solo annoiati, disinteressati, non abbiano minimamente capito il contesto, non abbiano capito... niente e in ogni caso erano incapaci di spiegarne il motivo o forse sì, chissà, con qualche emoticon. Sembravano drogati in astinenza da cellulare e social... Io vorrei  tanto sperare che avessero solo vergogna, come i ragazzini di una volta quando erano interrogati dagli adulti... sono un patetico nostalgico di sentimenti che non esistono più...

 

Ecco il problema. Una generazione di ragazzi che non conoscono le parole, non solo quelle antiche, che sarebbe comprensibile, per carità, ma nemmeno quelle attuali, ignorano i contesti nei quali le parole sono state usate,  non conoscono  per quale motivo si debba leggere un Pinocchio o qualsiasi altra cosa, quando hanno uno schermo di pappa pronta e preconfezionata. Non capiscono perché debbano parlare,  non diciamo nemmeno scrivere, a mano e in corsivo, che non sono capaci; non sono capaci di esprimere un pensiero critico a livello elementare, dire perché un dato argomento piace o non piace, fare confronti, sempre a livello elementare. La tragedia è che i liceali e gli universitari, solo la maggior parte non tutti, sono come loro.

Non allungherò il discorso per esporre i motivi di questo sfacelo culturale e morale irreversibile, a meno che non capiti un redde rationem  sociale e culturale; li ho esposti tante volte in passato, io appartengo a quella generazione che nelle scuole medie studiava ancora il latino,  ma ho constatato che  ci sono sempre dei  particolari distinguo per tutte le motivazioni e allora  umilmente mi taccio.

 

 

 

 

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16 minuti fa, Alberto T. ha scritto:

io appartengo a quella generazione che nelle scuole medie studiava ancora il latino

e che andrebbe fatto studiare anche oggi, soprattutto a quell'età, perché è la base del ragionamento logico, oltre che la lingua da cui deriva quella che parliamo e scriviamo ogni giorno.

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38 minuti fa, Fraudolente ha scritto:

Lo so che gli storici non sono di tuo gradimento, e che ti dimentichi dei nostri problemi!

:no:

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6 ore fa, Silverwillow ha scritto:

In realtà termini come alterco, boria o solerte per me sono del tutto normali,

 

Anche per me. Una volta dissi "annoverare" e mi risero in faccia. Quand'ero ragazzino, mi prendevano in giro per il mio linguaggio «forbito»: parli come un libro, mi dicevano. Allora dopo un po' smisi e mi adeguai a parole più comuni, come vedere, o al più guardare se l'oggetto è un film o una partita, ma mai scrutare, scorgere, contemplare, esaminare, eccetera: solo vedere.

 

6 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Voi cosa ne pensate? Usate parole poco comuni, o adattate la vostra scrittura la vostra scrittura alla comprensione del pubblico?

 

Ah, parlavi di lingua scritta. Be', in quel caso è differente.

Parole come quelle che ho elencato sopra le uso regolarmente. Più in generale, mi capita di usare parole poco comuni, se sono puntuali semanticamente: non a caso. Una volta scrissi viepiù e valùto (con l'accento sulla U). :) In un libro che sto scrivendo ho messo pioggerellare al posto di piovigginare: quello non lo cambio, dovesse scendere Dio sulla Terra.

Su questo però bisogna intendersi.

Tre anni fa, feci vedere un mio scritto a un editor. Lui mi disse che il testo era fatto bene, ma c'era un errore «gravissimo».

Era — mi rispose — un quantunque. Ebbene sì, lo confesso, ero stato talmente scellerato da scrivere quella parola.

La sua tesi era che quantunque è poco comune e quindi il lettore probabilmente avrebbe interrotto lì la lettura o al più sarebbe andato a consultare un vocabolario. Un lettore che cerca un vocabolario è un lettore perso per sempre. E siccome il primo dovere di uno scrittore è rispettare il lettore, col quantunque non lo avrei rispettato.

Io la penso diversamente, ma siamo d'accordo sul rispetto per il lettore, che per me è sacro. Però io credo di rispettare il lettore col quantunque. Insomma, perché dovrei considerare il lettore come un troglodita ignorante che sa solo usare la clava nella caverna dove vive e non sa che significa quantunque? Se poi davvero il lettore è uno di così infima qualità, che si stupisce quando legge quantunque, ecco, nel mio giardino ci sono alcune erbacce da estirpare e magari gli può dare un'occhiatina :hm:

 

Diciamo che esistono diverse interpretazioni di quello che chiami "comprensione del pubblico", che per me è una dimensione molto più ampia di quello che si crede di solito.

 

Ho letto un articolo sull'Enciclopedia Treccani che diceva che nell'italiano contemporaneo i nessi linguistici sono in via d'estinzione. Oggi tendiamo sempre di più a introdurre le temporali solo con quando e le concessive solo con anche se. La ricchezza linguistica della nostra lingua si sta esaurendo. Un tempo la lingua letteraria era presa a modello di lingua corretta dalla lingua colloquiale, parlata e scritta; oggi invece avviene il processo contrario: la lingua letteraria prende a modello la lingua colloquiale, parlata e scritta.

 

 

7 ore fa, Silverwillow ha scritto:

«L'impoverimento del linguaggio - spiegano i virtuosi «zingarelliani» - comporta spesso un impoverimento del pensiero, del ragionamento e della capacità di comunicare, quindi di essere in relazione con l'altro. Ampliare il proprio lessico non significa pavoneggiarsi o peggio assumere toni snobistici, ma significa arricchire gli strumenti a disposizione per sviluppare la propria personalità e migliorare la propria capacità di comprensione». 

 

Hanno perfettamente ragione. Davvero l'impoverimento del linguaggio comporta spesso un impoverimento del pensiero. Il linguaggio dà forma alla realtà, oltre a descriverla. Mi hanno fatto notare che nella lingua degli Inuit esistono undici termini per indicare la neve. D'altronde, la loro realtà è fatta di neve. Noi ne abbiamo a mala pena due: neve e nevischio (l'ultima, se proprio vogliamo esagerare :)). Impoverire la lingua significa impoverire la realtà. Chi parla male pensa male.

Pavoneggiarsi o meno è questione di misura. Certo, i paroloni per fare sfoggio di cultura non mi sono mai piaciuti.

 

3 ore fa, Alberto T. ha scritto:

forse sì, chissà, con qualche emoticon.

 

Sai che hanno tradotto Pinocchio in emoticon (emoji, per la precisione)?

https://www.linkiesta.it/it/article/2017/11/18/il-pinocchio-di-collodi-tradotto-in-emoji-diventa-un-libro-/36201/

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4 ore fa, Fraudolente ha scritto:
5 ore fa, Marcello ha scritto:

e coprì le sue pudenda...

Qual gentil damigella coprirebbe le virginee pudenda?

 

Mi avete fatto tornare in mente il mio vecchio prof di greco del liceo. Uomo molto pudico. Un giorno stava traducendo un brano dal greco antico. A un certo punto si imbatté in: «… e la ragazza si coprì la… ehm… le… la…». Non gli usciva la parola.

E tutti noi alunni: «Le… le… avanti prof. lo dica!».

Alla fine lui, dopo alcuni minuti di balbettamento, disse: «Le vergogne, ragazzi, le vergogne».

:rofl::rofl:

 

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@dyskolos pensa te, anche a me era venuta in mente la storia della neve (vaghi ricordi dal Senso di Smilla per la neve) e adesso stavo leggendo questo articolo dove si analizza in dettaglio quella che viene definita una "leggenda metropolitana" (ma che tanto leggenda non è).

 

(Comunque il tuo editor aveva uno strano senso del rispetto, se il pubblico deve ritenersi offeso per un "quantunque" :umh: )

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6 ore fa, Poeta Zaza ha scritto:

grandi classici, tipo Piccole donne della Alcott, in libreria non lo trovi più nella versione originale (e tradotta), ma totalmente riscritta ad uso

e consumo delle nuove generazioni, con un lessico da paura (per me)

quella delle traduzioni moderne dei classici è un altro grosso problema, perché se fatte in modo superficiale finiscono per rovinare un romanzo. D'altra parte io di recente ho avuto il problema opposto: cercavo un'edizione italiana del Paradiso perduto libera da copyright, e l'unica che ho trovato era vecchissima e quasi illeggibile, mentre la versione inglese originale, molto precedente, era per me molto più comprensibile. L'ideale sarebbe trovare una via di mezzo tra fedeltà agli originali e scorrevolezza di lettura

 

3 ore fa, Marcello ha scritto:

e che andrebbe fatto studiare anche oggi, soprattutto a quell'età, perché è la base del ragionamento logico, oltre che la lingua da cui deriva quella che parliamo e scriviamo ogni giorno.

sono d'accordo, per me studiare latino (e anche greco) è stato molto utile, e capire da dove derivano i termini che usiamo è una cosa che mi affascinava moltissimo. Non era però così per tutti i miei coetanei, ad alcuni il latino bisognava inculcarlo a forza. Se non c'è la volontà o la passione di imparare, qualsiasi insegnamento diventa inutile

 

1 ora fa, dyskolos ha scritto:

Però io credo di rispettare il lettore col quantunque. Insomma, perché dovrei considerare il lettore come un troglodita ignorante che sa solo usare la clava nella caverna dove vive e non sa che significa quantunque?

la penso allo stesso modo, scegliere un termine più semplice con l'unico motivo che magari il lettore non capisce è come dire che scriviamo per degli idioti. Tra l'altro ormai si fa presto a cercare un termine su google, e magari si impara anche qualcosa di nuovo. Il rispetto per il lettore dovrebbe consistere invece nello scegliere il linguaggio più adatto e preciso possibile. 

1 ora fa, dyskolos ha scritto:

Un tempo la lingua letteraria era presa a modello di lingua corretta dalla lingua colloquiale, parlata e scritta; oggi invece avviene il processo contrario: la lingua letteraria prende a modello la lingua colloquiale, parlata e scritta.

 

Infatti, è proprio questo il problema. Ai tempi di Manzoni o di Svevo non credo che la maggior parte della gente parlasse come i loro libri, neppure loro scrivevano così come si parlava. Invece anche le persone con meno cultura cominciando a leggere libri e giornali aumentavano il loro bagaglio linguistico, anche se poi magari non lo usavano nel quotidiano. Quindi secondo me chi scrive non dovrebbe adeguarsi in tutto per tutto al parlato (a meno che non voglia scrivere un romanzo verista). Poi però arrivano gli editor a lamentarsi, e allora volenti o nolenti ci si adegua...

 

1 ora fa, dyskolos ha scritto:

Sai che hanno tradotto Pinocchio in emoticon (emoji, per la precisione)

Se Collodi potesse vederlo immagino che risponderebbe così:  :facepalm:

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Per non fare la figura del frescone che frigna a ogni post e che si riempe la bocca di fuffa, -anche se poi mi sento un gaglioffo (che poi è un innesto tra gagliardo e goffo), e a volte pure un poco pitocco, uso a essere più cartivoro  che autor di pecionate... 

(e potrei continuare a sfoggiare termini desueti, caro @Marcello, ognuno al posto giusto, per altre venti righe e passa, costringendo il lettore a consultare -finalmente!- il vocabolario o meglio i vocabolari della lingua italiana di oggi e di ieri)- ma qui mi vien da dire che da secoli la Letteratura è scrigno colmo di parole morte ma non ancora putrefatte. 

Che è recente la presupposta pigrizia del lettore moderno che le case editrici assecondano offrendogli oggi narrativa precotta e facilmente digeribile (senza note a piè di pagina).

Che le traduzioni che a iosa abbondano nelle librerie -e sui nostri scaffali, per fortuna o per disgrazia- stanno non solo impoverendo la nostra lingua narrativa dal punto di vista lessicale ma ne stanno anche minando la stessa struttura grammaticale (da cui poi ne consegue a catena o meno la "miseria" di molti nostri testi inediti). 

Che, hai ragione tu, la scuola sta diventando squola e aggiungo io, che non ci sarà nessun marchingegno tecnologico di supporto alle future menti in grado di rimpiazzare la perdita secca, l'estinzione, del pensiero simbolico. 

Che il termine "utile" andrebbe bandito dal nostro vocabolario di autori e lettori sensibili. Perché le parole "morte" -ma come dico io non ancora putrefatte- anche se forse non ci servono più per la comunicazione quotidiana sono e restano pur sempre indispensabili (proprio come il latino e il greco, lingue morte!) per la nostra Storia popolare, famigliare, sociale, personale e soprattutto (scusate la parolaccia) culturale. 

Che la lingua, tutte le lingue, sono lásciati da offrire in eredità. 

Che le parole più sono inutili, desuete, fossili, mummificate, da bacheca, da museo, più rilievo storico-culturale assumono per e dentro la nostra conoscenza e coscienza soggettiva. 

Che il lessico vecchio indica un tempo, una classe, un uomo e una donna, nostri progenitori, il cui sangue antico sgorga proprio da certe parole (si veda il Dizionario storico del lessico erotico italiano, Valter Boggione e Giovanni Casalegno, TEA, 1996).

Che, e termino, per non pastrugnare troppo, la cultura è l'inutilità per eccellenza: è come l'amore, che ce ne facciamo?, è come le emozioni, mica ci riempiono la pancia; è una toccata e fuga di Bach ... che non possiamo presentare alla posta per pagarci le bollette. Così dovrebbe essere il nostro lessico: il più ricco possibile proprio perché zeppo di parole inutili, come i nostri giochi e ricordi d'infanzia...a che ci servono? Eppure e al di là della loro intrinseca inconsistenza, chi saremmo senza?

 

Non perdetevi la lettura (meravigliosa, quindi inutile) di Mario e Francesco Benozzo, Dizionario etimologico-semantico della lingua italiana, Pendragon, 2015,pp. 206, per capire chi siamo  e da dove veniamo: «Il suono di una parola percepito dall'orecchio è evanescente e irreversibile, non lo si può fermare: la parola, insomma, si manifesta sempre mentre scompare. Eppure le parole possono aver una storia lunga anche decine di millenni».  

 

Un cordiale saluto a tutti.      

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La questione delle parole desuete è di lunga data. Questa è una celebre beffa letteraria di Tommaso Landolfi, che trasse in inganno fior di critici. Molte delle parole adoperate furono scambiate per invenzioni o neologismi, invece si trovavano tutte sullo Zingarelli dell'epoca (anni '60).

 

La passeggiata (da Racconti impossibili)

 

La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima … Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l’effetto di un malagma o di un dropace! Meglio uscire, pensai invertudiandomi, farò magari due passi fino alla fodina.
In verità siamo ormai disavvezzi agli spettacoli naturali, ed è perciò da ultimo che siam tutti così magoghi e ci va via il mitidio. Val proprio la pena d’esser uomini di mobole, se poi, non che andarsi a guardare i suoi magolati, non si va neppure a spasso!…
Basta. Uscii dunque, e m’imbattei in uno dei miei contadini, che volle accompagnarmi per un tratto. Ma un vero pigo! In oggi di quegli arfasatti e di quelle ciammengole o manimorce, ve lo so dir io, non se ne trova più a giro; né servon drusce per farli parlare, ma purtroppo hanno perso anche la loro bella e pura lingua di una volta. Recava due lagene.
— Dove le porti?
— Agli aratori laggiù: vede, dov’è quell’essedo. C’è il crovello per loro.
— E il mivolo, o il gobbello?
— Bah, noialtri si fa senza.
E meno male che non avete al tutto dimenticato la vostra semplicità, pensai. Ma volevo scatricchiarmi; finalmente lui andò pei fatti suoi e potetti rimaner solo, e presi per una solicandola.
Che dirvi? quando mi trovai tra quei miei piccoli amici senza parola, lo gnafalio, il telefio, il mezereo, e tutta quella gualda, mi si aprì il cuore. Procedetti, e principiarono i camepizi, le bugole, gli ilatri, i matalli, gli zizzifi anche, benché, a vero dire, guasti alquanto dall’exoasco o dall’oidio; e zighene e arginnidi (pafie o latonie) e le piccole depressarie passavano di luogo in luogo; e, accanto o sopra me, trochili e peppole, parizzole e castorchie, e l’aria era tutta uno zezzio, un zinzilulio… E c’era poi il popolo minore: le smicre, i lissi, l’empidi medesime, e chi potrebbe noverarlo tutto!…
Alla fodina ormai l’acqua da tant’anni stagnava: rabeschi di gigartina, fumoso trasparire di carta, e zannichellia e scirpo; giungendo io, tre farciglioni fuggirono, e balenò un cimandorlo. Ma era destino che neppur qui fossi lasciato tranquillo. Sentii frusciar la frasca alle mie spalle; mi volsi: il gignore del ferrazzuolo che sbiluciava.
— O tu?… Beh, che si fa di bello al distendino?
— Uhm, poco di bello: il padrone s’è dato piuttosto alla moatra.
Anche questo! Io non sono un lerniuccio, ma via…
— Già, — riprese, — da noi ora è troppo se si fa fernette; mancano perfin le ingordine.
— Bravo davvero il tuo padrone!
— Mah, si sa bene, quando la s’infaona…
— E qui ora che ci fai?
— Per via dei leucischi. Ci si buttaron noi anni addietro.
— Ah, ecco; e come…
— Coi prostomi e colle molleche, — rispose pronto.
Non era un caramogio, come non era uno sbiobbo, s’ha a dire. Ma io lo lasciai lì e mi spinsi innanzi per la lonchite. Sapevo che da un certo punto si scopriva una bella vista.
Ed eccolo laggiù, il gran padre; e perfino si scorgevano brillare i froncoli quando prendevano il sole. E v’era una checchia venuta di lontano, con tanto di bonette all’ipartia… Quanti pensieri, quante fantasie m’invasero allora! Usava più il chenisco? Oh tempi d’una volta: “Inguala!”, e via per iciche, per mocaiardi, per cheripi, per lanfe. E qualcuno moriva in terra straniera, ma la chernite ne riportava intatte le spoglie al paese natale: o aveva anch’essa ormai perso la sua virtù?…
Ah, s’era fatto tardi: sull’afaca e sulla ghingola compariva la trochilia, sull’atropa l’atropo, sull’agrostide l’agrostide; dove pur mò sfolgorio di sole, non era ormai che un ghimè; si diffondeva odor di nectria; s’udiva un ghiattire lontano. E così passo passo me ne tornai.
— Or mentre io fendo i sisimbri e finché sia giunto a casa, dimmi o amico lettore: son io poco un ghiargione? Tu non rispondi, e con ciò assenti; e non hai torto. Pure, non ne darei un ghieu di chi non sapesse empirsi gli occhi e l’anima come io feci quel giorno, o, sapendo, volesse tenersi ogni cosa per sé solo.
Ma ecco giunsi: la mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava, se non quella stessa, una bozzima.

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13 minuti fa, massimopud ha scritto:

Questa è una celebre beffa letteraria di Tommaso Landolfi,

Non conoscevo l'episodio: splendido!

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1 ora fa, Renato Bruno ha scritto:

Perché le parole "morte" -ma come dico io non ancora putrefatte- anche se forse non ci servono più per la comunicazione quotidiana sono e restano pur sempre indispensabili (proprio come il latino e il greco, lingue morte!) per la nostra Storia popolare, famigliare, sociale, personale e soprattutto (scusate la parolaccia) culturale. 

 

1 ora fa, Renato Bruno ha scritto:

Che le parole più sono inutili, desuete, fossili, mummificate, da bacheca, da museo, più rilievo storico-culturale assumono per e dentro la nostra conoscenza e coscienza soggettiva. 

 

1 ora fa, Renato Bruno ha scritto:

Che il lessico vecchio indica un tempo, una classe, un uomo e una donna, nostri progenitori, il cui sangue antico sgorga proprio da certe parole

 

@Renato Bruno carissimo, questa sera ti farei un monumento...

 

Un consiglio ai miei colleghi storici: calatevi nei panni e nella zucca dei vostri personaggi e, senza eccedere, ogni tanto fateli  agire, parlare, pensare e scrivere come lo avrebbero fatto veramente. Non è semplice, e bisogna studiare un po' di... volgare. 

 

 

2 ore fa, dyskolos ha scritto:

Alla fine lui, dopo alcuni minuti di balbettamento, disse: «Le vergogne, ragazzi, le vergogne».

 

Scommetto che non tutti sanno che cosa fossero le "estremità"...

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20 ore fa, Silverwillow ha scritto:

«L'impoverimento del linguaggio - spiegano i virtuosi «zingarelliani» - comporta spesso un impoverimento del pensiero, del ragionamento e della capacità di comunicare, quindi di essere in relazione con l'altro. Ampliare il proprio lessico non significa pavoneggiarsi o peggio assumere toni snobistici, ma significa arricchire gli strumenti a disposizione per sviluppare la propria personalità e migliorare la propria capacità di comprensione». 

Grazie, virtuosi «zingarelliani». :sss:

 

Io credo si debba "parlare come si mangia" in certe occasioni, ma usare un linguaggio più forbito (me lo fate passare "forbito"?) in altre, e che la stessa regola valga per la scrittura... un messaggio su whatsapp ad un gruppo di amici, voglio sperare, ha un tono diverso da una mail di presentazione e questa da una lettera d'amore. Io, almeno, sono propensa a scartare tanto chi non riesce ad essere esaustivo e formale quando si presenta, quanto chi non riesce a dare una connotazione ai propri sentimenti.

Quindi ben vengano sia i romanzi che utilizzano la lingua parlata (che, a ben guardare, non è affatto facile da utilizzare) che quelli con uno stile più complesso, a patto che le scelte formali siano funzionali al contenuto descritto.

Va da sé che un romanzo storico e un racconto hard boiled debbano essere scritti in modo diverso...

Solo conoscendo una lingua, però, si può usarla con cognizione e sfruttarne la ricchezza, quindi ben vengano (anche) i libri che ci costringono ad aprire il dizionario. I dizionari sono meravigliosi. Più dizionari per tutti!

 

P.s. Quando discuto con mia madre (professione: psichiatra), lei mi accusa spesso di "parlare difficile" per metterla in difficoltà. "Parla come cucini", mi dice. "Io parlo sempre cucino", rispondo. "Parlare e cucinare sono attività raffinate che richiedono la massima precisione e creatività".

 

 

 

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10 ore fa, Antares_ ha scritto:

pensa te, anche a me era venuta in mente la storia della neve (vaghi ricordi dal Senso di Smilla per la neve) e adesso stavo leggendo questo articolo dove si analizza in dettaglio quella che viene definita una "leggenda metropolitana" (ma che tanto leggenda non è).

 

Zao Anty :)

ho letto l'articolo. Interessante ma tanto leggenda non è, effettivamente. Io comunque mi riferivo all'inuktitut, che è una lingua agglutinante (come molte lingue nordeuropee, a dirla tutta). Esse cioè formano le parole giustapponendo "pezzi" di altre parole. Il finlandese, che ho cercato di imparare invano:bash:, è anche così. Ho preso questo esempio da Wikipedia:

kirja = libro

kirjani = il mio libro

kirjassa = nel libro

kirjassani = nel mio libro

kirjassanikin = anche nel mio libro

 

Ossia, potrei concludere che in finlandese ci sono cinque parole per denominare il "libro", tre per "mio libro", eccetera. Ma no. In realtà la parola è una sola: "kirja". Che poi viene combinata in vari modi. Nella nostra lingua, invece, preferiamo le preposizioni e diciamo: «Il libro su Stephen King del vicino di casa di Antares…». (Stephen King = Stefano Re, no? :P)

In finlandese non c'è il futuro: lo formano aggiungendo un avverbio di tempo al presente ("domani vado").

Non c'è nemmeno il possessivo. Per dire "il mio braccio" dicono "il braccio che è a me" (usano il dativo, il finlandese ha quindici casi, addirittura segmentano il caso locativo in "locativo esterno" e "locativo interno").

Basta questo per dire che i finlandesi non hanno l'idea del futuro?

Basta per dire che non hanno l'idea del "possesso" o della "proprietà privata"?

Ovviamente no!

L'articolo dice che in lappone non ci sono parole per definire concetti come "onestà", "virtù" e "coscienza", e si chiede se questo significa che per i lapponi conti di più la neve che l'onestà o la virtù.

Certo che no!

 

Se però passiamo dalle parole ai concetti, la teoria assume senso: la descrizione di un paesaggio innevato sarà più ricca in lappone o in inuktitut che in italiano. Io parlerei di diversi modalità di "segmentazione della realtà": la frase su S. K. che ho scritto sopra è un chiaro esempio, come il doppio locativo.

 

Dare i nomi alle cose, comunque, ha la sua importanza. Di una cosa senza nome è più difficile parlare che di una cosa denominata.

Se vuoi farti due risate guarda questo video di Fantozzi (da 3:04 se vuoi andare subito al dunque, ma guardalo tutto se puoi) :D

 

 

C'è un'altra leggenda (?) simile, sui popoli che vivono nelle foreste del nord del Camerun e che avrebbero decine di parole per indicare il verde (delle foglie). Noi abbiamo solo "verde" e "verdognolo", e magari ci aggiungiamo "chiaro" o "scuro" ;)

 

Poi c'è la questione psicolinguistica. Ah, spe', vuoi farmi da donna-cavia per il mio esperimento?

Ti uso biecamente per i miei interessi, scusami:hm:

Rispondi a queste due domande senza pensarci.

Che forma ha, secondo te, un maluma?

E un zacchete?

 

12 ore fa, Silverwillow ha scritto:

e allora volenti o nolenti ci si adegua...

 

Sì, infatti! Alla fine uno finisce per adattare i propri testi al mercato, perché se no si cadrebbe nel ridicolo :bandiera:

 

12 ore fa, Silverwillow ha scritto:
13 ore fa, dyskolos ha scritto:

Sai che hanno tradotto Pinocchio in emoticon (emoji, per la precisione)

Se Collodi potesse vederlo immagino che risponderebbe così:  :facepalm:

 

Si starà rivoltando nella tomba, il buon Carlo Lorenzini, dopo aver fatto :facepalm:

 

10 ore fa, Fraudolente ha scritto:

Scommetto che non tutti sanno che cosa fossero le "estremità"..

 

Per me le "estremità" sono le mani e i piedi. Dici che sono anche quella cosa che la ragazza pudica si copre?^^

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11 minuti fa, dyskolos ha scritto:

kirja = libro

kirjani = il mio libro

kirjassa = nel libro

kirjassani = nel mio libro

kirjassanikin = anche nel mio libro

kirjassanikepalle = che palle il tuo libro

 

È per il tuo bene @dyskolos non devi preoccuparti...

paramedici.jpg

:rosa:

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26 minuti fa, Marcello ha scritto:

kirjassanikepalle = che palle il tuo libro

 

È per il tuo bene @dyskolos non devi preoccuparti...

paramedici.jpg

:rosa:

 

Se mi portano in una clinica psichiatrica di Amsterdam, per me va benissimo. Così vieni a trovarmi. Ma non preoccuparti, farò finta di aver dimenticato il tuo nome: dovrò giustificare in qualche modo la mia finta (?) malattia psichiatrica, no? :D :rosa:

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Interessante questa particolarità del finlandese (mi fa venire un po' in mente il latino...)

2 ore fa, dyskolos ha scritto:

Che forma ha, secondo te, un maluma?

E un zacchete?

Ma questo l'ho fatto alle elementari, pensavo fosse una cosa inventata sul momento :D! Il maluma era uno scarabocchio arrotondato , l'altro (che la mia maestra chiamava tachete) era spigoloso. Comunque, se ho ben capito cosa intendi, il primo termine ha una pronuncia più "morbida" e il secondo più "secca", e indicano il corrispondente visivo.

 

 

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4 minuti fa, Antares_ ha scritto:

Ma questo l'ho fatto alle elementari, pensavo fosse una cosa inventata sul momento :D!

 

Quando invento cose sul momento, mi vengono sempre male: viva la tradizione! :D

 

39 minuti fa, Antares_ ha scritto:

Comunque, se ho ben capito cosa intendi, il primo termine ha una pronuncia più "morbida" e il secondo più "secca", e indicano il corrispondente visivo.

 

Sì, volevo dire questo ma già lo sapevi, non vale :s

Ma non sempre è la pronuncia a influenzare la mente: a volte è proprio la parola in sé.

Una volta fecero un esperimento su questa questione, te lo racconto come me lo ricordo io (spero di non sbagliare troppo :P).

Presero tre frasi:

1) A che velocità l'autovettura è finita contro il muro?

2) A che velocità l'autovettura si è scontrata col muro?

3)  A che velocità l'autovettura ha impattato col muro?

 

Poi chiesero ai membri del campione di indicare a che velocità in kph, secondo loro, era avvenuto l'incidente. Ebbene, si scoprì che la versione con impattato aveva dato l'idea di maggiore velocità; le versione con scontrata, minore; e la versione con finita, ancora minore. Tra la prima versione e l'ultima c'era una differenza di circa il 40%: wow, non poco!

Eppure le tre frasi sono equivalenti.

 

Gli avvocati lo sanno: immagina che la domanda venga posta a un testimone, di cui si vuole influenzare subdolamente il pensiero e la conseguente risposta.:)

 

Mi chiedo: ma se un giorno la parola scontro, per dirne una, morisse, gli avvocati come farebbero?

 

Okay, mi faccio portare via dall'ambulanza di @Marcello

:rofl::rofl::rofl:

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20 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Infatti, è proprio questo il problema. Ai tempi di Manzoni o di Svevo non credo che la maggior parte della gente parlasse come i loro libri, neppure loro scrivevano così come si parlava. Invece anche le persone con meno cultura cominciando a leggere libri e giornali aumentavano il loro bagaglio linguistico, anche se poi magari non lo usavano nel quotidiano. Quindi secondo me chi scrive non dovrebbe adeguarsi in tutto per tutto al parlato (a meno che non voglia scrivere un romanzo verista). Poi però arrivano gli editor a lamentarsi, e allora volenti o nolenti ci si adegua...

Questo può darsi, ricordo mia nonna che non utilizzava certe parole neanche a morire e tuttavia se le chiedevo il significato di una parola "complessa per una bambina, quasi sempre lo conosceva. Era proprio perché la lettura arricchiva la conoscenza del vocabolario anche se poi era un'abilità che rimaneva lì dov'era. 

 

Proprio la settimana scorsa ho guardato uno spettacolo di "Ale e Franz" in cui imitavano due vecchietti. Ale ad un certo punto dice, nei panni dell'anziano: " Stavo andando al parco, come di consueto…" e ho realizzato che da anni e anni non mi ero più imbattuta nell'espressione "Come di consueto" che, solitamente si sentiva alla tv. 

 

Utilizzarle questi termini forse non è la scelta giusta anche se tanta parte dei lettori legge proprio perché il libro ha un linguaggio leggermente più ricercato rispetto al linguaggio parlato. Io credo che siano strumenti da avere, per poi scegliere a seconda dei casi, l'importante è conoscerli.

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10 minuti fa, Fortuna ha scritto:

come di consueto

Oddio, anche "come di consueto" è out?

Mi sembrerebbe ancora nell'uso quotidiano, o perlomeno è un'espressione che io uso abitualmente...

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