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libero_s

Chi bussa alla porta di Jacques Leclerc?

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Commento 1: Il mio cane

Commento 2: Sulle tracce del Gemello Cap. 1 - Sono io il Male

 

 

Chi bussa alla porta di Jacques Leclerc?

 

Quando udì i colpi energici alla porta, Jacques Leclerc intuì immediatamente cosa stava per accadere. Per tutta la vita aveva vissuto secondo i suoi principi, noncurante delle convenzioni, delle abitudini e talvolta perfino delle leggi. Ma la libertà fa paura, soprattutto quella degli altri, e genera invidia, specialmente in chi la desidera, ma difetta del coraggio necessario

per goderne.

Avviandosi ad aprire si chiese quale dei suoi molti peccati avrebbero addotto come scusa per condannarlo. Ed era proprio la curiosità a spingerlo più che la paura o il rispetto per qualche tipo di autorità che in fondo non aveva mai riconosciuto. Forse, nonostante i molti anni trascorsi, lo avrebbero accusato per la faccenda di Manuela Buendia…

 

Manuela Buendia era una bellissima giovane donna, dalle curve morbide, le gambe lunghe e i capelli scuri, a cui restavano appiccicati gli sguardi degli uomini, finché non scompariva alla vista dietro le porte di casa sua, e i loro pensieri, molto più a lungo, fin dentro quella stessa casa: nella cucina ombrosa e fresca, che pochi fra loro avevano visto davvero, con i mestoli appesi alla cappa del camino e le grandi pentole in rame; o nella camera da letto, che immaginavano arredata con un mobile da toilette dallo specchio rotondo in cui il viso di Manuela si rifletteva catturando la luce come il volto della Madonna nel quadro che vedevano in chiesa ogni domenica, e un grande letto a baldacchino con le zanzariere che drappeggiavano una morbida velatura attorno al suo corpo disteso; o perfino nella stanza da bagno, che solo i più arditi osavano sognare con una grande tinozza di metallo piena d’acqua da cui emergevano le gambe nude di Manuela e in cui intingeva la spugna per detergersi il corpo con movimenti dolci e accurati.

Manuela si scrollava di dosso gli sguardi degli uomini con una risata, non appena si chiudeva alle spalle le porte di quella casa che la custodiva e la proteggeva, come un’ostrica racchiude una perla. Manuela era fedele al marito e solo a lui erano rivolti i suoi pensieri. L’ammirazione la lusingava e la infastidiva in egual misura, ma l’accettava, allo stesso modo in cui una regina accetta gli omaggi del popolo, dispensando sorrisi cortesi e irraggiungibili che costringevano gli uomini a distogliere lo sguardo dai suoi occhi neri e ad accontentarsi della fugace visione delle sue forme invitanti.

Fra i banchi della chiesa, oppressi dal peso severo degli sguardi di Dio e dei santi che sentivano penetrare fra i loro desideri e pensieri più nascosti, gli uomini strascicavano i piedi e si sforzavano di fissare lo sguardo verso il crocefisso e di non torcere il collo per poter godere della visione di Manuela, assai più invitante, almeno nell’immediato, della visione del paradiso promessa dalle parole del sacerdote. E perfino il prete, mentre dal pulpito atterriva i peccatori con l’immagine di Dio che giudica opere, omissioni e pensieri (questi ultimi erano proprio ciò che più preoccupava gli uomini del villaggio) o quando recitava i dieci comandamenti, soffermandosi in particolare sul nono, non sapeva imbrigliare i propri occhi che si fissavano, contro la sua volontà, sul volto di Manuela e sul seno e sul ventre che un pensiero blasfemo glieli faceva considerare più miracolosi di quelli della Vergine.

Jacques Leclerc non frequentava la chiesa e non si curava di alcun comandamento, ciò che era giusto o sbagliato glielo dicevano la sua intelligenza e il suo cuore, organi di cui si era sempre fidato. Sarebbe sbagliato dire, come fecero in molti in vari momenti della sua vita, che era una persona priva di senso morale; al contrario infatti, egli seguiva un codice etico molto severo, che purtroppo però era difficilmente sovrapponibile a quello comune con cui coincideva solo in alcuni punti, con la differenza ulteriore e fondamentale che Leclerc non si limitava alla teoria, ma si dedicava a seguire con fermezza e precisione i principi in cui credeva.

In quel periodo si dedicava, con un entusiasmo e una dedizione che superavano di parecchio il talento, ad alcuni lavori di restauro al mobilio della villa di Don Fernando Torres ed era in paese da pochi giorni quando incontrò per la prima volta Manuela. Nessuno gli aveva mai parlato di lei, perché, sebbene gli uomini amassero alzare il gomito e sciogliere la lingua nella taverna di Paco Ruiz, quando il sole era calato e dalle vette lontane spirava un vento fresco che portava con sé il canto delle raganelle e il frinire dei grilli sostituiva il secco raspare delle cicale, nessuno osava confessare agli altri il desiderio tormentato che gli rodeva l’animo, nonostante tutti fossero consci di trovarsi nella medesima situazione.

Manuela camminava rasente al muro del cimitero dove si era recata per deporre fiori sulla tomba della bisnonna, donna a suo tempo famosa per la bellezza leggendaria, e la sua figura alta, vestita a colori vivaci, era una macchina cromatica che sprigionava vitalità e risaltava in modo così inconsueto contro il muro tirato a calce e la sabbia chiara della strada, da sembrare quasi l’unico oggetto reale contro uno sfondo dipinto.

Jacques girò l’angolo nell’istante in Manuela giungeva dall’altro lato ed entrambi si fermarono bruscamente per non scontrarsi; fece un passo indietro, si passò una mano sulla fronte per scostare dagli occhi il ciuffo nero che portava più lungo di quanto sarebbe stato decoroso e guardò Manuela.

Il suo sguardo era diretto, deciso, carico di desiderio e passione, ma privo di quella vergogna e imbarazzo che insudiciavano gli sguardi lascivi degli altri uomini. Fissò la ragazza negli occhi, sostenne il suo sguardo senza timore, la prese per mano e le chiese di andare con lui, volgendo il capo verso i campi e il bosco più oltre e lei lo seguì, sentendo dentro di sé qualcosa che non comprendeva e che non aveva mai provato in vita sua. Nessuno li vide appartarsi, né quella volta né mai, perché quando Jacques seppe che lei era sposata fu sempre attento a non permettere che il loro segreto venisse scoperto.

Ma le maldicenze sono più vere della vita e così semplici pettegolezzi si trasformarono in certezza e verità ed egli fu costretto ad abbandonare il villaggio per non rovinare la vita della donna più bella che avesse mai visto.

 

...ma era trascorso troppo tempo, lei ormai doveva essere una vecchia signora con un nugolo di nipoti, era una storia dimenticata da tutti. Però, ci sono altre storie che non vengono dimenticate così facilmente, perlomeno da quelle persone che passano la loro vita a puntare l’indice contro gli altri, come la faccenda di Marek Kosinski…

 

 

Jacques aveva sempre avuto successo con le donne e anche se nessuna l’aveva conquistato come Manuela Buendia non si era certo fatto mancare amori e avventure. Al temine di una giornata sulle impalcature i ragazzi erano soliti disperdersi nei locali che costellavano quella zona della città famosa per le svariate possibilità di divertimento che offriva; tranne quei pochi che avevano una moglie che li aspettava a casa o una fidanzata, sfilavano tutti assieme lungo la strada infilandosi poi a piccoli gruppi in quei luoghi in cui avrebbero trovato ciò che più desideravano: alcuni cercavano il vino, altri la birra, molti volevano donne facili e se c’era da pagare qualcosa non era certo un problema. Leclerc non aveva mai pagato una donna in vita sua, non per questioni di principio, riteneva che una donna potesse fare ciò che voleva con il proprio corpo, posto ovviamente che nessuno la costringesse, ma non ne aveva mai avuto necessità. Preferiva quindi i locali dove si mangiava bene si beveva ancor meglio. C’era sempre qualche cameriera a cui sorridere o qualche ragazza in cerca di una pinta di scura e di compagnia per una notte e lui era, inevitabilmente, uno dei prescelti.

Finché non arrivò sulla scena Marek Kosinski. Di qualche anno più giovane di lui, era il ragazzo più taciturno che Jacques avesse mai incontrato. In un’intera giornata passata ad imbullonare putrelle, cementare mattoni, trasportare sacchi, carichi come fossero muli, Marek non diceva mai più di una decina di parole; non imprecava nemmeno, cosa che l’aveva reso simpatico a Lecelerc che considerava le imprecazioni fiato sprecato, unitamente al fatto che non parlava e non pretendeva nemmeno che fossero gli altri a parlare con lui.

Per affinità di carattere, o più precisamente per incompatibilità con i caratteri di tutti gli altri, avevano finito in qualche modo per ritrovarsi compagni, oltre che nelle lunghe giornate di lavoro, anche nelle serate trascorse a vagabondare per osterie, alla ricerca del modo migliore per dimenticare le fatiche condivise.

Con i capelli neri come il profumo del cioccolato e gli occhi del colore di chi guarda oltre l’orizzonte, Marek attirava le donne come l’uva matura attira gli uccelli. Si toglieva il cappello e scrutava fra il fumo alla ricerca di un tavolo libero verso cui si affrettava trascinando Jacques, che ancora sulla porta salutava con lo stesso entusiasmo quelli che conosceva come quelli che non aveva mai visto prima, limitandosi a socchiudere le labbra in un “buonasera” che rimaneva più che altro un’intenzione. Finalmente seduto, teneva lo sguardo fisso al tavolo e arrossiva se qualcuno gli rivolgeva la parola, ma questo non impediva alle cameriere di fare a gara per servirlo e per tentare in tutti i modi di farlo parlare. Più di una volta qualche donna gli si era offerta spontaneamente, prendendogli la mano e posandosela sul seno, senza ottenere altro che un’occhiata quasi spaventata che non faceva che aumentare la passione e l’eccitazione della spasimante.

Molti si aspettavano lo scoppio di una lite furiosa non appena Jacques avesse compreso di essere passato in secondo piano nelle fantasie delle ragazze della strada, ma in realtà Leclerc aveva trovato modo di trarre vantaggio da quella situazione, presentandosi come un sostituto più che accettabile dell’irremovibile Marek, riuscendo perfino ad aumentare il proprio successo con le donne, grazie anche al contrasto con l’amico che metteva in risalto le sue qualità. Il fascino tenebroso e misterioso di Marek forniva un perfetto contrappunto a quello solare e allegro di Jacques che con la parlantina sciolta e gli infiniti racconti di avventure, divertenti e intriganti, sapeva deviare facilmente verso di sé l’interesse delle donne respinte dal compagno.

Girava voce che Marek avesse una fidanzata, da qualche parte nel suo paese, e che avesse giurato sulla statua della Madonna Nera di esserle fedele in modo assoluto e totale. Le rare occasioni in cui Jacques aveva intavolato l’argomento, aveva ottenuto come risposta qualche borbottio sommesso di cui si era accontentato senza insistere troppo, cosa che Marek aveva accolto con gratitudine, sempre più lieto di aver trovato un compagno capace di accettare i suoi silenzi senza sentirsene offeso.

Fu quando Marek gli sfiorò con una mano, fin troppo callosa per la sua giovane età, la guancia ispida, al termine di una pericolosa giornata sospesi nel vuoto ad agganciare putrelle, che Jacques comprese. I silenzi imbarazzati, lo sguardo impaurito, i rifiuti alle ragazze, acquistarono un significato diverso. Alzò gli occhi verso quelli di Marek, che scambiando il suo stupore per disgusto abbassò i suoi sentendosi morire dentro, ma Jacques gli prese la mano e la strinse.

Non si era mai sentito attratto dagli uomini e sapeva che i suoi gusti non sarebbero certo cambiati, ma considerava rifiutare l’amore un peccato contro Dio e negli occhi di Marek c’era amore, quello vero, quello raro e prezioso, quello che non andrebbe mai sprecato né tantomeno deriso.

Non tutti concordano su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato agli occhi di Dio, anzi, si può tranquillamente affermare che ognuno ritiene giusto ciò che più gli fa comodo, ma ciò che accomuna quasi tutti è la passione nello scagliarsi contro i più deboli, contro coloro che, per natura o per scelta, seguono strade diverse dalla maggior parte delle persone, o ardiscono fare ciò che gli altri nascostamente desiderano, ma non osano.

Furono costretti a fuggire, inseguiti dalla legge di Dio e da quella degli uomini e finirono per perdersi lungo strade diverse, come spesso accade nella vita, ognuno alla ricerca del proprio palcoscenico da calcare come primo attore.

 

...che tuttavia era accaduta in un paese lontano. Impossibile che fossero arrivati a cercarlo fin lì dopo così tanti anni. Sedurre una donna non è poi così grave e accettare l’amore di un uomo non è cosa che possa far proseliti, poteva aver infastidito qualcuno, ma doveva trattarsi di qualcosa di più grave, qualcosa che se non punito rischiava di creare un precedente. Come quello che aveva fatto in guerra…

 

La maggior parte va in guerra perché costretto. Alcuni ci vanno con entusiasmo, perché non sanno cosa sia davvero la guerra. Pochi, davvero pochi, ci vanno per uccidere altri uomini. Leclerc ci andò per salvarne il più possibile. Quando dovette arruolarsi fu costretto a lottare per farsi assegnare il ruolo di portantino. Per mesi si rifiutò di impugnare un’arma, venne picchiato, incarcerato, deriso; lo accusarono di vigliaccheria, ma lui sostenne sempre che non si rifiutava di scendere sui campi di battaglia, si rifiutava di farlo con un’arma in mano. Dovette aspettare che si accorgessero che anche portantini e infermieri rischiavano la pelle e che c’era scarsità sia degli uni che degli altri, perché si decidessero a tirarlo fuori di galera e lo spedissero al fronte. Si prodigava in tutti i modi per aiutare, non attendeva la fine dei combattimenti per saltare oltre le trincee e recuperare qualche ferito, incurante delle pallottole e delle granate; nel giro di pochi mesi aveva salvato più vite lui che il resto degli infermieri. Ricevette anche dei richiami per questo, finché non gli capitò di salvare un colonnello: da quel momento le cose cambiarono e gli venne assegnata perfino una medaglia. Avrebbe potuto starsene tranquillo, per la prima volta in vita sua coccolato e tenuto in considerazione da chi aveva potere, portato ad esempio come modello di coraggio e virtù, ma stare tranquillo non era cosa per lui. Non amando alcuna bandiera né alcun paese in modo particolare decise di non fare distinzione fra chi aveva bisogno di aiuto e senza badare al colore delle casacche si prodigò per portare in salvo i nemici quanto gli amici. Gli fu ordinato di smettere, perché i nemici, dissero, non erano esseri umani, erano animali carichi di volontà malvagia. Jacques non si curò degli ordini e continuò la sua opera, finché non venne allontanato dai campi di battaglia e relegato nelle retrovie dove non potesse nuocere al morale delle truppe e soprattutto non potesse mettere in discussione l’etica militare e la propaganda bellica.

Alla fine della guerra anche gli ex nemici vollero cercarlo per assegnargli una medaglia, ma lui, frettolosamente congedato e felice per aver riacquistato la libertà, era già partito per un altrove appena abbozzato.

 

...ma era una guerra che tutti volevano dimenticare, soprattutto i nuovi comandanti che temevano, purtroppo a torto, che il ricordo degli orrori averebbe impedito al popolo di ricascarci troppo facilmente. Non avrebbe avuto senso nemmeno per loro andare a cercarlo proprio adesso, con il rischio di riportare alla luce fatti e idee che essi stessi preferivano far cadere nell’oblio. Forse era un altro il motivo per cui quei colpi insistenti alla porta non cessavano. Posò le dita sulla maniglia e si accinse ad aprire.

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4 ore fa, libero_s ha scritto:

quando il sole era calato e dalle vette lontane spirava un vento fresco che portava con sé il canto delle raganelle e il frinire dei grilli sostituiva il secco raspare delle cicale

Bello

4 ore fa, libero_s ha scritto:

la sua figura alta, vestita a colori vivaci, era una macchina cromatica che sprigionava vitalità e risaltava in modo così inconsueto contro il muro tirato a calce e la sabbia chiara della strada, da sembrare quasi l’unico oggetto reale contro uno sfondo dipinto

bellissimo

4 ore fa, libero_s ha scritto:

ma considerava rifiutare l’amore un peccato contro Dio e negli occhi di Marek c’era amore, quello vero, quello raro e prezioso, quello che non andrebbe mai sprecato né tantomeno deriso.

bello bellissimo assai

4 ore fa, libero_s ha scritto:

Posò le dita sulla maniglia e si accinse ad aprire.

Chiunque ci sia dietro quella porta, non toccherà l'anima pura, vera di  Jacques Leclerc. Vero @libero_s?

Hai creato un personaggio meraviglioso! un po' Melquíades di Macondo: sognatore irriducibile. Leclerc incarna mille vite di uomini raggiunti, alla fine, da loro stessi.

È come un circo la sua vita. Si ferma, parte, si ferma di nuovo e ritorna. È per questo che per prima cosa pensa a Manuela Buendia, quando sente i colpi.

O forse lì dietro c'è la libertà che non si aspetta, dopo una vita spesa in nome di quella.

Comunque sia, io ho veramente apprezzato ogni parola che hai scritto, poi ti diranno delle virgole, forse. Io ti dico che sei inimitabile, originale e ogni volta che leggo un tuo racconto resto incantata.

 

P.S.

Lo so, mi sa che questo è solo il secondo che leggo, ma volevo fare un po' di scena. Tipo un fuoco d'artificio per omaggiarti:rosa:

 

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Ciao carissimo @libero_s: mi sei piaciuto molto, tantissimo; tranne un po' per il finale dove, per dirla brutta, mi hai fatto un po' rosicare... xD

Mi aspetto dunque un seguito, non può finire così.

 

L'unica cosa migliorabile nello stile, secondo me, sono le ripetizioni di termini e alcune di concetto... qualcosa ti ho segnalato, ma nulla di grave.

 

Di positivo: bella storia, ben raccontata, mi sono immerso completamente nel racconto.

Hai ben tratteggiato un piccolo paese, con i suoi vari personaggi - principali e satelliti - e le sue abitudini.

Lo stile e la trama stessa si confanno bene a un lungo romanzo, e questo, a mio avviso, altro non è che un bel romanzo superconcentrato... forse troppo, tanto che appunto i caratteri non bastano e per questo il "non finale" non risulta efficace per un racconto autoconclusivo, ma si presta ad aprire le porte a un'infinita varietà di scenari, ricordi e possibilità, almeno secondo me.

 

Ci ho rivisto molto il buon Marquez, non solo per il cognome di Buendia o per lo stile lungo delle frasi, ma per tutta l'ambientazione stessa, i colori, la storia dall'eco corale, le donne, la guerra...

 

Ecco: c'è chi dice che oggi la narrativa debba essere "breve", ma l'immersione che dà una buona narrazione "lunga" secondo me è maggiore, parlando a grandi linee, beninteso.

 

Complimenti, amico mio e a presto!

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

Ma la libertà fa paura, soprattutto quella degli altri, e genera invidia, specialmente in chi la desidera, ma difetta del coraggio necessario

per goderne.

Toglierei un "ma"... due nella stessa frase, per me, di norma son troppi.

 

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

Forse, nonostante i molti anni trascorsi, lo avrebbero accusato per la faccenda di Manuela Buendia…

Secondo me non si lega bene il complemento agli anni... manca un "da" che non fa scorrere egregiamente. Per non stravolgere troppo, rafforzerei: "nonostante i molti anni ormai trascorsi".

L'ormai (o simili) dà l'idea che gli anni sono trascorsi rispetto a qualcosa (un evento, una data...); altrimenti, in prima lettura (come mi è capitato) si potrebbe anche immaginare (prima di finire la frase) che lui abbia trascorso gli anni "a" fare qualcosa...

 

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

 

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

cui restavano appiccicati gli sguardi degli uomini,

Qui mi sei piaciuto... anche se dopo "sguardo/i" diventa quasi un mantra...

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

Manuela Buendia era una bellissima giovane donna, dalle curve morbide, le gambe lunghe e i capelli scuri, a cui restavano appiccicati gli sguardi degli uomini, finché non scompariva alla vista dietro le porte di casa sua, e i loro pensieri, molto più a lungo, fin dentro quella stessa casa: nella cucina ombrosa e fresca, che pochi fra loro avevano visto davvero, con i mestoli appesi alla cappa del camino e le grandi pentole in rame; o nella camera da letto, che immaginavano arredata con un mobile da toilette dallo specchio rotondo in cui il viso di Manuela si rifletteva catturando la luce come il volto della Madonna nel quadro che vedevano in chiesa ogni domenica, e un grande letto a baldacchino con le zanzariere che drappeggiavano una morbida velatura attorno al suo corpo disteso; o perfino nella stanza da bagno, che solo i più arditi osavano sognare con una grande tinozza di metallo piena d’acqua da cui emergevano le gambe nude di Manuela e in cui intingeva la spugna per detergersi il corpo con movimenti dolci e accurati.

Ok per le frasi lunghe, ma questa secondo me è esagerata... si perde il filo...

Ci sono poi delle ripetizioni, soprattutto inerenti alla "vista"... troppi "che"... o "grande", "letto"...

 

Per tutto il racconto ciò che ripeti di più è "vedere", "sguardo", "occhi" e simili... non si tratta solo dei termini, ma risulta ripetitivo il senso visivo che spicca più degli altri quattro (il che è comunque un classico in narrativa)...

Altra cosa che poi ripeti nel racconto è "pensiero/pensieri".

 

Ti ho poi sottolineato una frase (scompariva alla vista dietro le porte) perché poco dopo diventa anche ripetizione di concetto, oltre che di termini:

2 ore fa, libero_s ha scritto:

Manuela si scrollava di dosso gli sguardi degli uomini con una risata, non appena si chiudeva alle spalle le porte di quella casa che

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

Manuela era fedele al marito e solo a lui erano rivolti i suoi pensieri.

"Pensieri" che ricorrono, come termine intendo...

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

distogliere lo sguardo dai suoi occhi neri e ad accontentarsi della fugace visione delle sue forme

Sempre ripetizioni sulla "vista"...

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

oppressi dal peso severo degli sguardi di Dio e dei santi che sentivano

Anche qui...

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

Dio e dei santi che sentivano penetrare fra i loro desideri e pensieri più nascosti, gli uomini strascicavano i piedi e si sforzavano di fissare

O "pensieri"...

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

i piedi e si sforzavano di fissare lo sguardo verso il crocefisso e di non torcere il collo per poter godere della visione di

O qui...

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

e sul ventre che un pensiero blasfemo glieli faceva

O qui...

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

glielo dicevano la sua intelligenza e il suo cuore, organi di cui si era sempre fidato. Sarebbe sbagliato dire, 

O qui...

 

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

ondamentale che Leclerc non si limitava alla teoria, ma si dedicava a seguire con fermezza e precisione i principi in cui credeva.

In quel periodo si dedicava,

Poco dopo c'è anche "dedizione" che secondo me è abbastanza implicita nel verbo "dedicare"...

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

Jacques girò l’angolo nell’istante in Manuela giungeva

Qui ti è sfuggito un "cui"...

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

donna più bella che avesse mai visto.

Al di là della ripetizione, qui mi permetto con un "è un po' banale"... suggerirei almeno "che avesse incontrato"...

 

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

guarda oltre l’orizzonte, Marek attirava le donne come l’uva matura attira gli ucce

A parte "guardare", il secondo "attirare" si potrebbe proprio togliere...

 

3 ore fa, libero_s ha scritto:

aveva bisogno di aiuto e senza badare al colore delle casacche si prodigò per portare in salvo i nemici quanto gli amici. Gli fu ordinato di smettere, perché i nemici, dissero, non erano esseri umani, erano animali carichi di volontà malvagia. Jacques non si curò degli ordini e continuò la sua opera, finché non venne allontanato dai campi di battaglia e relegato nelle retrovie dove non potesse nuocere al morale delle truppe e soprattutto non potesse mettere in discussione l’etica militare e la propaganda bellica.

Qui mi sei piaciuto proprio: bravo...

 

Forse qualche altra ripetizione c'era ancora... ma nulla di importante...

 

Ciao!

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@libero_s un racconto ricchissimo, con molti pregi e qualche difetto (i difetti solo per una questione di gusto personale). I pregi stanno nella trama: il tuo personaggio vive i suoi sentimenti con "istinto e purezza d'animo" ma ciò lo costringe continuamente alla fuga. Giudicando da sè ciò che è bene o no, si tira addosso la morale degli altri (pure intrisa d'invidia).         

Quando comincio un pezzo, dopo tre o quattro paragrafi, scorro la lunghezza e se è troppo lungo a volte mi fermo, lo stesso ho fatto con il tuo. L'ho trovato lungo eppure non sono riuscita a fermarmi e questo, per me, è un grande pregio, mi hai catturata. Come dice @AndC, la storia merita altre pagine (non so bene se per darci un finale chiuso), la storia di quest'uomo potrebbe mettere sul piatto della bilancia tanti sentimenti. Hai già  descritto la sensualità/sessualità  sperimentata con la Buendia, l'amore inatteso e fino ad allora sconosciuto con il ragazzo, l'altruismo/eroismo dimostrato in guerra... La carrellata, a questo punto, potrebbe/dovrebbe continuare mostrandoci tanto altro ancora. Sentendo bussare alla porta sperimenta la paura oppure è prossimo alla fine e ripercorre la sua vita? 

Per quanto riguarda i difetti dico solo che molte frasi mi sono sembrate troppo lunghe, per altro annacquate da metafore che ne hanno sminuito la bellezza.

 

Qui per esempio (non riesco a quotare e ci manca poco che lancio il telefono fuori dalla finestra)

 

nella camera da letto, che immaginavano arredata con un mobile da toilette dallo specchio rotondo in cui il viso di Manuela si rifletteva catturando la luce come il volto della Madonna nel quadro che vedevano in chiesa ogni domenica, e un grande letto a baldacchino con le zanzariere che drappeggiavano una morbida velatura attorno al suo corpo disteso; 

 

Questa frase già preceduta da una lunga descrizione appesantisce il tutto. Eliminerei ciò che ho sbarrato chiudendo la frase con un bel punto. Se proprio vuoi dire della "zanzariera" inseriscila come nuovo dettaglio con un altra frase che aggiunga senza trascinare. 

 

Ce ne sono altre  con lo stesso "difetto" (sempre a mio gusto), ma non riuscendo a quotare spero che questo esempio ti basti. 

Darei anche più tempo all'attrazione con la Buendia, incontrarsi all'incrocio e finire avvinghiati è una rapidità che fa storcere il naso; gli darei la scossa al primo incontro, facendoli diventare amanti solo al secondo.  

 

Ho trovato che la parte migliore, come scrittura, con frasi più asciutte e per questo efficaci, sia il pezzo sulla guerra fino alla conclusione.

Nel complesso mi è piaciuto molto. Lavoraci ancora, non sarà tempo sprecato. In bocca al lupo. 

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12 ore fa, Alba360 ha scritto:

Comunque sia, io ho veramente apprezzato ogni parola che hai scritto, poi ti diranno delle virgole, forse. Io ti dico che sei inimitabile, originale e ogni volta che leggo un tuo racconto resto incantata.

Finalmente una persona dotata di gusto e intelligenza! :D (Dovrebbero inserirti in giuria per i premi Nobel ;))  

Grazie @Alba360, sono molto contento che il racconto ti sia piaciuto e che si colga l'omaggio a Marquez.

 

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11 ore fa, AndC ha scritto:

mi sei piaciuto molto, tantissimo; tranne un po' per il finale dove, per dirla brutta, mi hai fatto un po' rosicare... xD

Mi aspetto dunque un seguito, non può finire così.

È il mio dramma, me lo dicono in ogni racconto, ma del resto prima o poi le storie si devono chiudere, soprattutto quando c'è un limite di caratteri :D 

Grazie @AndC per gli apprezzamenti e le segnalazioni.

Hai sicuramente ragione sulla ripetizione dell'atto del guardare, ma, a mia discolpa, posso dire che nella prima parte del racconto il guardare è proprio il nucleo della storia. È una storia tutta visuale che ho cercato di rendere più con il tell che con lo show. La differenza fra Leclerc e gli altri uomini è proprio nel come guarda. Forse avrei potuto aggiungere qualche nota degli altri sensi, ma temevo che distogliesse l'attenzione proprio dagli sguardi.

11 ore fa, AndC ha scritto:

Ok per le frasi lunghe, ma questa secondo me è esagerata... si perde il filo...

Ci sono poi delle ripetizioni, soprattutto inerenti alla "vista"... troppi "che"... o "grande", "letto"..

 Ho cercato di stirare le frasi alla massima lunghezza possibile. :D 

 

Lo lascerò riposare un po' e poi gli metterò mano riguardando le cose che mi hai segnalato.

Grazie

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2 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Per quanto riguarda i difetti dico solo che molte frasi mi sono sembrate troppo lunghe, per altro annacquate da metafore che ne hanno sminuito la bellezza.

Tutto il racconto è un esperimento di scrittura, un esercizio stilistico in una direzione opposta da quello che insegnano i manuali di scrittura e in parte lontana anche dal mio stile "normale". In realtà non credo però che spezzarle le renderebbe migliori, sicuramente più scorrevoli, ma  parte del fascino del racconto (se ne ha uno) è dato, almeno credo, anche dalla scrittura che ti si avvolge attorno. L'atmosfera non è solo in quello che descrivo, ma anche nella forma. In una forma diversa diventerebbe un racconto diverso.

2 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Ce ne sono altre  con lo stesso "difetto" (sempre a mio gusto), ma non riuscendo a quotare spero che questo esempio ti basti. 

 

Capisco benissimo che la lunghezza delle frasi e la ricchezza di coordinate e subordinate possa diventare fastidiosa :D 

 

Grazie @Adelaide J. Pellitteri per le segnalazioni e gli apprezzamenti :) 

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Allora, @libero_s, saltiamo la parte in cui ti faccio i complimenti per il racconto e arriviamo subito a quella in cui provo a fare delle obbiezioni cui tu rispondi punto su punto.

Quasi niente di formale, solo:

 

19 ore fa, libero_s ha scritto:

era una guerra che tutti volevano dimenticare, soprattutto i nuovi comandanti che temevano, purtroppo a torto, che il ricordo degli orrori averebbe impedito al popolo di ricascarci troppo facilmente.

Di tutto il racconto, questa è l'unica frase che non mi torna. L'ho letta quindici o sedici volte. Parafraso: I nuovi comandanti vogliono che la guerra sia dimenticata, perché così il popolo ricadrà più in fretta negli orrori che essa comporta. Ma si sbagliano. :umh:

Continuo a non capire. 

 

19 ore fa, libero_s ha scritto:

Forse era un altro il motivo per cui quei colpi insistenti alla porta non cessavano. Posò le dita sulla maniglia e aprì. si accinse ad aprire.

"aprì" per tre motivi:

1) dopo tutto questo fraseggiare complesso (che ho trovato ben riuscito, al netto di qualche ripetizione evitabile... le ripetizioni vanno bene solo quando sono messe lì apposta), secondo me ci sta bene una chiusura netta, decisa. 

2) Lerclerc mi sembra il tipo che apre le porte, non che si accinge ad aprirle.

3) se chiudi dicendo che "si accinge", io non saprò mai se alla fine la apre, quella porta, invece credo dovresti almeno dirmi che lo farà. Mi aspetto che lo faccia. Hai usato tutto il racconto per prepararci all'apertura della porta, adesso fagliela aprire.

 

A parte questo, il finale sospeso mi piace. Mi lascia tutto l'agio di chiedermi se quest'uomo, che ha sempre vissuto ascoltando il suo cervello e il suo cuore, non abbia neanche una colpa a tormentarlo. Colpe vere, intendo, non quelle che gli attribuisce una società cieca, violenta e conformista.

Due possibilità:

- pur avendo sempre fatto del suo meglio, Leclerc ha (come tutti gli esseri umani) almeno un rimorso sulla coscienza. Sarà per quello che aspetta di essere preso, anche se tu non dici di cosa si tratta.

- Leclerc non si rimprovera nulla, sente di non aver mai macchiato la sua integrità. Questo farebbe di lui un dio oppure, più semplicemente, un uomo che si assolve - come alla fine facciamo tutti.

Io, per esempio, mi autoassolvo per aver scritto questo commento. A rileggerti.

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4 ore fa, libero_s ha scritto:

Tutto il racconto è un esperimento di scrittura, un esercizio stilistico in una direzione opposta da quello che insegnano i manuali di scrittura e in parte lontana anche dal mio stile "normale". In realtà non credo però che spezzarle le renderebbe migliori, sicuramente più scorrevoli, ma  parte del fascino del racconto (se ne ha uno) 

 

Ora è chiaro, sia gli incisi che diventano paragrafi, sia il fatto che sì, il racconto è affascinante.

Mi piacciono le atmosfere, estrapolate dal tempo, si adattano a qualsiasi periodo storico, purché cortese. Come lui.

Belle le riflessioni sull'amore. Il racconto è lungo, comprende più storie che tra loro potrebbero essere indipendenti, ma lui, il filo comune le tiene insieme tutte, con garbo e delicatezza. La voce che nella mia testa leggeva era quella dei documentari: di sottofondo, calda.

Ciao @libero_s :)

 

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4 ore fa, mercy ha scritto:

saltiamo la parte in cui ti faccio i complimenti per il racconto e arriviamo subito a quella in cui provo a fare delle obbiezioni cui tu rispondi punto su punto.

ormai siamo abbastanza intimi per andare dritti al sodo :D

4 ore fa, mercy ha scritto:
Il 10/9/2019 alle 17:15, libero_s ha scritto:

era una guerra che tutti volevano dimenticare, soprattutto i nuovi comandanti che temevano, purtroppo a torto, che il ricordo degli orrori averebbe impedito al popolo di ricascarci troppo facilmente.

Di tutto il racconto, questa è l'unica frase che non mi torna. L'ho letta quindici o sedici volte. Parafraso: I nuovi comandanti vogliono che la guerra sia dimenticata, perché così il popolo ricadrà più in fretta negli orrori che essa comporta. Ma si sbagliano. :umh:

I comandanti temevano che il ricordo degli orrori della guerra avrebbe impedito al popolo di ricaderci con facilità. Purtroppo è una credenza sbagliata quella che la storia insegni qualcosa. la storia non insegna nulla, non credo esista un singolo caso nella storia dell'uomo in cui la conoscenza di errori passati ne abbia impediti di nuovi.

4 ore fa, mercy ha scritto:
Il 10/9/2019 alle 17:15, libero_s ha scritto:

Forse era un altro il motivo per cui quei colpi insistenti alla porta non cessavano. Posò le dita sulla maniglia e aprì. si accinse ad aprire.

 "aprì" per tre motivi:

Capisco le tue obiezioni, "si accinse" era per dare spazio ad altri pensieri, ricordi, rimpianti e rimorsi. Nel momento in cui apre la porta il gioco finisce.

 

4 ore fa, mercy ha scritto:

A parte questo, il finale sospeso mi piace. Mi lascia tutto l'agio di chiedermi se quest'uomo, che ha sempre vissuto ascoltando il suo cervello e il suo cuore, non abbia neanche una colpa a tormentarlo. Colpe vere, intendo, non quelle che gli attribuisce una società cieca, violenta e conformista.

(y)

4 ore fa, mercy ha scritto:

Due possibilità:

- pur avendo sempre fatto del suo meglio, Leclerc ha (come tutti gli esseri umani) almeno un rimorso sulla coscienza. Sarà per quello che aspetta di essere preso, anche se tu non dici di cosa si tratta.

- Leclerc non si rimprovera nulla, sente di non aver mai macchiato la sua integrità. Questo farebbe di lui un dio oppure, più semplicemente, un uomo che si assolve - come alla fine facciamo tutti.

Io, per esempio, mi autoassolvo per aver scritto questo commento. A rileggerti.

alla fine credo che le due cose non si escludano a vicenda. C'è sempre qualche rimorso per cose di cui però ci si autoassolve :)

 

Grazie @mercy :*

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3 ore fa, Lauram ha scritto:

Ora è chiaro, sia gli incisi che diventano paragrafi, sia il fatto che sì, il racconto è affascinante.

Grazir @Lauram :)

3 ore fa, Lauram ha scritto:

La voce che nella mia testa leggeva era quella dei documentari: di sottofondo, calda.

Perfetto, perché l'intento era proprio quello di creare una storia raccontata, tanto tell e poco show :)

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14 minuti fa, libero_s ha scritto:

Purtroppo è una credenza sbagliata quella che la storia insegni qualcosa. la storia non insegna nulla, non credo esista un singolo caso nella storia dell'uomo in cui la conoscenza di errori passati ne abbia impediti di nuovi.

Ecco che se ne va la mia ultima speranza per il futuro dell'umanità, speravo che la conoscenza della storia almeno impedisse di ripetere gli stessi errori. Che ho studiato a fare?

Vado a ubriacarmi, va'. 

 

:festeggiamo:

 

 

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Ciao. Mi hai lasciato perplesso, con questo tuo pezzo. Il problema è che è, di fondo, un'idea apprezzabile, forse addirittura notevole, ma trattata con estrema superficialità. Non si scende a fondo nel cuore buono, gentile ed altruiste di LeClerc, personaggio che avrebbe sicuramente meritato un approfondimento psicologico importante, magari dandogli più voce. Stessa cosa per Marek. Sono "schizzi" che fanno presagire un quadro di ottimo gusto, ma lasciati lì, e mostrati al pubblico (noi) nella loro forma gretta, ancora da modellare e rifinire. Spero che il tuo intento sia comprendere se questo "spezzone" sia solo uno "spezzone", per l'appunto, di un'opera decisamente più vasta. Di rado mi sento di consigliare di continuare un'opera in quanto, la maggior parte delle volte, o è una schifezza da cestinare, oppure un'opera compiuta, la maggior parte delle volte da cestinare comunque. In questo caso ho apprezzato lo stile asciutto, con una sintassi rarissime volte arzigogolata e che rende veramente fluida la lettura. Apprezzabile. D'altro canto, sarò ripetitivo, sono rimasto deluso dalla superficialità con la quale hai cestinato le tue creature solo per darle alla vita il prima possibile. Penso che sia una cosa che facciamo tutti. Ma prima che tali pargoli siano pronti al cinico giudizio del pubblico, è bene che sopportino una educazione spartana e che vengano portati al limite della loro rifinitura e complessità (anche se in un semplice racconto). Da una persona che spera di ammirare il tuo lavoro futuro e l'approfondimento del personaggio di Leclerc, gentile anima buona. A presto. 

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E bravo Gabo_s.

Non ho letto i commenti che precedono, ma immagino che ti siano state fatte notare le frasi troppo lunghe, le tante virgole, l'aggettivazione esuberante, i troppi "che" e via di questo passo...  Quello insomma che capiterebbe al grande Garcia Marquez se si affacciasse oggi alla ribalta della narrativa.  

Ho letto altre tue cose e so che questo non è il tuo stile abituale, quindi lo reputo un omaggio a uno dei più grandi scrittori del Novecento – forse il più grande in assoluto – e nel contempo un esercizio di stile.  Impresa ardua, ma che giudico in buona parte riuscita, soprattutto nella prima delle tre storie, più vicina al realismo magico del "nostro".

In ogni caso mi conferma ciò che già pensavo prima di leggere questo brano: tu sei un narratore 'vero', che prende per mano il lettore e gli racconta delle storie, facendolo entrare nel tessuto narrativo del racconto e rendendolo partecipe dei fatti che narri.

Complimenti per il coraggio, bravo.

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Un personaggio coinvolgente , ben caratterizzato, con una grande sensibilità, premura e attenzione verso gli altri, e col coraggio di decisioni in armonia con le sue scelte di vita, ininfluenzabile e non manovrabile da nessuno. :)

 

Stavo seguendo con grande interesse e tu che fai, @libero_s ? Non lo concludi, lasci Jacques Leclerc con la mano sulla maniglia e tutto sfuma?

 

:noo:Bravo ma cattivo dentro eh? Non si fa così...

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