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Eleuterio

Non mi appartengo.

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[Tornare a imbastire versi è sempre difficile, ma bisogna farlo, anche se l'università e la vita ci portano verso strade che non hanno nulla a che vedere con la scrittura. Piccola informazione: Non mi appartengo chiude la prima raccolta ed è un po' il sunto di quest'ultimo anno di liriche stracciate. Poi sono arrivati gli osteoclasti, la peristalsi e altro, ma questa è un'altra storia. La poesia, comunque, è già stata pubblicata in altre sedi. Buona giornata a tutti!]

 

Non mi appartengo.

 

Non mi appartengo mai nelle serate

ammorbate dal tempo, né nei giorni

prostrati al sole: non so mai chi sono

quando fermentano i ricordi e i canti

reclusi in gola.

                          Io non so parlare.

L’isolamento è frigido di voce:

ripudio i versi divelti dall’utero

l’alfabeto sgozzato della carne

e ciò che non sono stato.

                                             Straniero

nel riso divulgato all’universo 

nel grembo genuflesso alla catàbasi

nei silenzi ingolfati di vertigini

nelle perifrasi contratte.

                                          Solo

tra le sterpi dell’Io scopro chi sono:

un ventre solitario che si svende

per mendicare Amore e una preghiera

al Dolore per fingere chiusura.

 

 

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A volte non ci riconosciamo, e non riusciamo a spiegare e a dispiegare la nostra voce con quella degli altri. Né a confidarci, a mostrarci nel profondo.

Non sappiamo. Siamo stranieri in patria, Anche per noi. Non ci apparteniamo, sinché stiamo a mendicare amore e a fingere di non soffrire per la nostra condizione.

 

Così l'ho interpretata io, @EmperorOfDisaster :)..

Grazie per i tuoi versi. Ben cadenzati e ricchi di messaggi. A ciascuno il suo da recepire.

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Ti ringrazio tanto per il passaggio, davvero: è sempre importante, soprattutto a quest'età, capire cosa pensino gli altri dei propri testi. Credo sia interessante quello che hai recepito, perché in un punto va contro quello che pensavo io mentre la scrivevo, ed è questo il bello della poesia: la polifonia semantica, che non svilisce, bensì arricchisce lo scritto. Chissà. Grazie!

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@EmperorOfDisaster mi piace molto la tua poesia, forse perché usa i canonici toni scuri a cui io mi affeziono facilmente.

 

È una poesia strana, difficile e complessa. Mi piace molto come inizia: 

 

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

Non mi appartengo mai nelle serate

ammorbate dal tempo, né nei giorni

prostrati al sole: non so mai chi sono

quando fermentano i ricordi e i canti

reclusi in gola.

 

Ho immaginato che questo inizio parlasse del ricordo - quelle serate ammorbate dal tempo, o i giorni prostrati al sole - che si traducono nei canti, nelle poesie - come tu dici: fermentano i ricordi e i canti reclusi in gola

 

Sono queste poesie che si staccano da te e sono queste il vero soggetto che trapela dalla seconda strofa - la più forte ed anche la più opaca.

 

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

Io non so parlare.

L’isolamento è frigido di voce:

ripudio i versi divelti dall’utero

l’alfabeto sgozzato della carne

e ciò che non sono stato.

 

L'io - il singolo, colui che è isolato - non ha voce. Tutto ciò che parla si è già strappato da lui e di lui non fa piu parte. Lui stesso lo ripudia.

 

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

Straniero

nel riso divulgato all’universo 

nel grembo genuflesso alla catàbasi

nei silenzi ingolfati di vertigini

nelle perifrasi contratte.

 

Il tono si fa più oscuro e indeterminato. Si intravede il soggetto di prima richiamato dal termine "straniero" e poi queste vaghezze, questi rimandi all'immenso attraverso riferimenti piú letterari che non (ragione per cui ancora ho pensato alla scrittura, all'atto di creare). Passi dall'immenso -richiamato attraverso il termine "universo" -  al tema della morte - il grembo che è già genuflesso verso la discesa nell'aldilà - alle visioni - le vertigini che non possono non richiamare Rimbaud e i simbolisti.

 

Mi sembra tu dica: in questo immenso abisso io sono straniero, ma camminando sul tempo mi sfaldo e ci lascio cadere brandelli di me.

 

Ma è solo un'impressione ed è questo che lascia la tua poesia; l'impressione di una frattura inevitabile tra testo / autore, passato / presente.

 

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

Solo

tra le sterpi dell’Io scopro chi sono:

un ventre solitario che si svende

per mendicare Amore e una preghiera

al Dolore per fingere chiusura.

 

Ed ecco la strofa di chiusura, che netta pare riprendersi dal carattere astratto di quella precedente riportandoci alla vita "presente" animata e veloce del desiderio e della sofferenza.

 

In generale ho apprezzato i toni e i modi, l'uso che fai dello spazio e la scelta di vocaboli "strazianti" - di divisione e contrasto - che hanno infuso opacità a tutto il componimento rendendo possibile qualche congettura di troppo.

 

A presto!

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L’isolamento è frigido di voce:
ripudio i versi divelti dall’utero
l’alfabeto sgozzato della carne
e ciò che non sono stato.

 

 

E cosa non sei stato ? Devo essere sincero,

ciò che scrivi è una vera e propria stregoneria muta. La poesia è un'arte per pochi, tu hai scritto un enigma degno di merito, un'espressione elevata tutta farcita di belle parole. Perché non trovare il bello con versi più leggiadri, devi mettere in conto il fango in un fiume limpido. Odio la critica quanto la retorica,

amo i poeti antichi e l'incarnazione del bello in tutte le sue forme.

 

tra le sterpi dell’Io scopro chi sono:
un ventre solitario che si svende
per mendicare Amore e una preghiera
al Dolore per fingere chiusura.

 

Spacchiamo ogni schema lirico, scriviamo al contrario. Facciamo della tua poesia un'enorme deformità di parole e di suoni gettati a caso: un disegno astruso senza artista. Io scopro chi sono ? Infatti; Io è un altro (Arthur Rimbaud) Quale essenza maligna deve far proprio un verso per una mera critica, inappagante, senza regole, rigetta il valore di oggi mi si dice.


nel riso divulgato all’universo 
nel grembo genuflesso alla catàbasi
nei silenzi ingolfati di vertigini
nelle perifrasi contratte.


Non sarebbe stato meglio:


Obliato silenzio
vertigine del profondo universo
che penetra l'aureo tempo. :D


@EmperorOfDisaster ho letto molto senza scoprire il perché delle mie letture, quando scopri quello che leggi ti senti strano.

Ciao Ciao :rosa:

 

Ps: Scusami per l'aspra critica :love:





 



 

 

 

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Buondì! Come dico sempre, se la poesia è retorica, la critica è avulsa da quest'ultima, quindi mi permetto di parlare chiaramente. Come tutti i testi inseriti in una raccolta, la lirica va letta in rapporto a tutto il resto, soprattutto se essa è posta a conclusione della stessa: ciò che non sono stato implica la ricerca di falsità tramite la parola, di elusione della realtà. Ripudio ciò che non sono stato perché ho sempre scritto di quello, di ciò che non sono mai stato: adesso ripudio il tutto per cominciare a parlare di me. In realtà, è solo un proposito: tra concorsi e pubblicazioni ho capito che è meglio continuare su questa strada di stregonerie mute, un lessema che mi incanta, perché è esattamente quello che cerco. Non mi è mai interessato il vero né la comprensione: Luzi afferma che non gliene frega niente della comunicazione e io, in parte, sono d'accordo con lui, nel senso che mi interessa strangolare il lettore e solo dopo mi interessa che si dia un senso al testo; del resto, la poesia permette molto meno di spiegare rispetto alla prosa ed è normale che non tutto si recepisca, soprattutto quando lo scrittore scrive volutamente in maniera ermetica.

 

Del resto, tu parti da una dogmatizzazione che non mi appartiene, da una prospettiva da critico, mentre io, ahimè, forse per deformazione personale, parto dalla prospettiva di professore: non mi interessa migliorare i testi degli altri, bensì capire perché sono scritti in quel modo, perché l'autore ha usato determinati lessemi e strutture. Differenza di prospettive, suppongo, che però portano a due visioni differenti, anche perché quei tre versi vanno leggermente contro ciò che scrivo io e persino contro la struttura della poesia stessa. Tra l'altro, troncando con quei tre versi, distruggi un intero ragionamento: il riso divulgato all'universo equivale a quella finzione, a quel ciò che non sono stato; il grembo genuflesso alla catabasi equivale a una discesa negli inferi, a una ricerca di ciò che è viscerale, sporco, all'ideale annegato nel fango; i silenzi ingolfati di vertigini rappresentano l'oblio della non-parola, perché il concetto del non-essere torna e ritorna nel mio scrivere; le perifrasi contratte, invece, sono una distruzione del mio modo di scrivere, il punto di approdo di tutta la poesia: ho sempre scritto di un Io altro e quindi il linguaggio si è adeguato a questo, allontanandosi dalla semplicità e dalla purezza che mi caratterizza. Ho sempre scritto per fuggire da me stesso, non per avvicinarmici. 

 

In conclusione, sarebbe impossibile dirti che io non amo la retorica: tutti i miei poeti preferiti (da Rimbaud a Tarantino; da Lautréamont a Galloni) si nascondono dietro il simbolo, dietro la retorica, perché la retorica, come direbbe qualche critico teatrale, permette di aggiungere un'interpretazione al testo e l'ambiguità, oggi come oggi, non è punto di debolezza, bensì di forza, perché aggiunge piuttosto che togliere. L'importante è sapere quello che si fa e non rifugiarsi dietro retoriche à la Santacroce quando viene posta una domanda e io, personalmente, credo di sapere quello che faccio.

 

Per finire, grazie davvero: mi hai permesso di chiarire alcuni aspetti fondamentali. Cuori a te. <3

 

 

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Buond:)@EmperorOfDisaster piacere di leggere la tua poesia. Direi un testo molto interessante ma difficile di comprensione.

 

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

tra le sterpi dell’Io scopro chi sono:

un ventre solitario che si svende

per mendicare Amore e una preghiera

al Dolore per fingere chiusura.

L'ultimo è quello che mi piace di più ed è dove mi ritrovo di più.

 

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

                       Straniero

nel riso divulgato all’universo 

nel grembo genuflesso alla catàbasi

nei silenzi ingolfati di vertigini

nelle perifrasi contratte.

Interessante ma non conosco il termine catàbasi, che cosa significa o indica?

 

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

Non mi appartengo mai nelle serate

ammorbate dal tempo, né nei giorni

prostrati al sole: non so mai chi sono

quando fermentano i ricordi e i canti

reclusi in gola.

                          Io non so parlare.

L’isolamento è frigido di voce:

ripudio i versi divelti dall’utero

l’alfabeto sgozzato della carne

e ciò che non sono stato.

Invece questi versi secondo me, sono pesanti. Alcuni termini non li conosco. 

L’isolamento è frigido di voce:  ripudio i versi divelti dall’utero  l’alfabeto sgozzato della carne e ciò che non sono stato. Qui faccio fatica a comprendere.

 

Conclusione:  testo ben impostato, abbastanza scorrevole. Tema interessante. Quante volte si fa fatica a riconoscersi, mi è capitato di dire a me stessa: io non mi appartengo. A volte si fa davvero fatica ad accettarsi per quello che si è.

A  rileggerti.

:sss:Floriana.

 

 

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Va bene, ci provo. È lontanissima dal mio modo di scrivere, ma per qualche incompresibile motivo mi piace. Richiede impegno, ma mi piace, ha sonorità e qualcosa mi pare di riuscire a leggerlo e forse a comprenderlo (ma tu dici che non ti interessa comunicare, cosa per me incomprensibile, ne ho una necessità continua).

Quindi, cosa ho apprezzato più di tutto:

 

Non mi appartengo

        Io non so parlare

             Straniero

           Solo

 

e quel solo che arretra di un passo rispetto a straniero lo sento come un basso, inteso come nota sul pianoforte, un abbassamento di voce.

 

La prima parte la trovo semplice: non so chi sono né quando sono in ombra né nelle giornate migliori, non mi vedo, non so parlare:

 

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

Non mi appartengo mai nelle serate

ammorbate dal tempo, né nei giorni

prostrati al sole: non so mai chi sono

quando fermentano i ricordi e i canti

reclusi in gola.

                          Io non so parlare.

 

Dopodiché, a scendere, il tutto inizia ad assumere toni più segreti:

 

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

L’isolamento è frigido di voce:

ripudio i versi divelti dall’utero

l’alfabeto sgozzato della carne

e ciò che non sono stato.

 

L'isolamento non aiuta a comunicare, annulla la voce, ripudio le voci del bambino appena nato (o di me bambino? o di essere nato?) e ciò che non sono stato (sto così e ci voglio stare). Ma quell'alfabeto sgozzato è una mera immagine o avevi in mente qualcosa di preciso?

 

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

Straniero

nel riso divulgato all’universo 

nel grembo genuflesso alla catàbasi

nei silenzi ingolfati di vertigini

nelle perifrasi contratte.

Straniero, quindi non solo diverso e  isolato, ma di un altro spettro di significati rispetto al riso divulgato all'universo (intendi a una sorta di apertura verso l'universo barra infinito?), al morte, al dolore (?) e alle parole (le tue?) che si contraggono forse per volontà.

Il 7/9/2019 alle 16:47, EmperorOfDisaster ha scritto:

Solo

tra le sterpi dell’Io scopro chi sono:

un ventre solitario che si svende

per mendicare Amore e una preghiera

al Dolore per fingere chiusura.

Qui arriva una sorta di contrasto. Solo quando scendo scopro chi sono e forse scopri che mendichi amore come tutti e che usi il dolore come finta barriera.

 

Da rileggere, con attenzione. Mi ha ricordato la Merini. Perché?

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