Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Kuno

Un uomo saponetta entra in un caffè...

Post raccomandati

Un uomo saponetta entra in un caffè...


Per fortuna sono un uomo saponetta e presto scivolerò via da questo bar e da Linda. Mi ha detto lei di chiamarsi così, io naturalmente non potevo ricordarlo: non rimaniamo mai appiccicati ai ricordi, noi.
È stato poco carino da parte sua invitarmi a sedere, ma siccome sembrava così contenta di vedermi ho preferito accontentarla. Però ho scelto io il tavolino, quello più vicino all’uscita. Siedo sul bordo della seggiola e controllo spesso che le gambe siano ben lontane da ogni possibile impiccio, così non rischierò di rimanere incastrato quando sarà ora di scivolare via.
E niente caffè per me. Ogni uomo saponetta è consapevole di quanto sia pericoloso un caffè bevuto in compagnia. Appiccica più di un sorriso e quasi quanto un abbraccio. 
Oh, Linda era a tanto così dall’abbracciarmi, qua fuori. Io scivolavo rapido lungo la via quando lei ha pensato bene di imporsi per dirmi ciao. Anche questa una mossa poco gentile: lo sanno tutti che non si deve mai tentare di ostacolare o frenare un uomo saponetta, neanche per avvertirlo che ha le scarpe slacciate o i capelli in fiamme. Noi scivoliamo più forte che si può e non vogliamo fermarci per alcuna ragione. Linda dovrebbe saperlo meglio degli altri, visto che per molto tempo è stata un uomo saponetta come me.
Ai tempi ci incrociavamo spesso ma non ci salutavamo mai: gli uomini saponetta non lo fanno perché non si conoscono tra loro, non davvero.

Nemmeno abbiamo un nome. Un nome è molto più appiccicoso di un caffè. Noi scivoliamo sul mondo e ogni cosa è poco più di una scia senza contorni che ci passa accanto molto veloce. Superiamo tutto e tutti in un istante: non abbiamo nulla da chiamare per nome. Niente genitori, amici, amanti, figli. Scivoliamo e basta.
Non smetto di battere il piede sul pavimento mentre Linda mi parla della sua nuova vita da donna. Cioè, una donna lo era sempre stata, mi dice, solo che non lo aveva ancora capito. Anche il suo nome, Linda: lo aveva da sempre.

È curioso perché in italiano Linda significa pulita, ma lei mi appare imbrattata di mondo come tutte le persone comuni. Ora che sono seduto tanto vicino al suo volto, noto che le pesano addosso tutti i solchi e le ombre che derivano da una vita sedentaria. Quel misto di meditazioni, rimpianti, analisi, routine, ritorni e immobilità che noi uomini saponetta non soffriamo.
Linda mi racconta di non avere figli, ma di volerne. Studia all’università, la stessa ogni giorno, e si sveglia sempre nello stesso letto. Tutte le mattine fa colazione in questo caffè, ricorda il nome del proprietario e il colore dei suoi capelli. Sa dove si trova il bagno, anche se basterebbe leggere la scritta toilette sulla porta. Questo mi fa ridere: noi uomini saponetta non leggiamo. Le scritte sono solo macchie incomprensibili sugli oggetti che ci passano accanto.
Lei continua a parlare, ma io non afferro ogni parola. È così brutta, con tutto quel mondo addosso, che faccio fatica a guardarla. Sposto gli occhi qua e là nel locale e sento una strana fitta al petto quando resto su un oggetto per più di pochi secondi. Fissare qualcosa significa imprimerlo nella memoria e la memoria è quanto di più appiccicoso ci sia al mondo.  
Linda si ricorda il giorno in cui per lei è cambiato tutto. La interrompo subito: per un uomo saponetta tutto cambia di continuo e doveva essere così anche per lei, prima. Lei replica che è proprio questo il punto: da quel giorno le cose hanno cominciato a cambiare meno.
Scivolava sul mondo da quasi ventisei anni quando è inciampata su un gradino ed è caduta a terra. Qualcuno voleva aiutarla a rialzarsi, sapere come stava, controllare lo stato del suo ginocchio. Da bravo uomo saponetta, Linda aveva respinto tutte quelle attenzioni ed era scivolata via senza neanche ringraziare, ma ormai era troppo tardi. Aveva sentito troppo. Innanzitutto sapeva di avere un ginocchio gonfio e sanguinante, perché così le avevano detto, e il solo saperlo le dava ora un dolore come mai ne aveva sofferti.

E poi aveva scoperto di essere una donna: i suoi soccorritori si erano rivolti a lei declinando al femminile.
Una donna, mi spiega ora, è una cosa molto diversa da un uomo. Ha pensieri, debolezze, forze e bisogni tutti suoi. Una donna può partorire, per esempio, ma rende meno nella corsa e nella lotta. Tiene i capelli più lunghi, ma niente baffi o peli sulle braccia. E non è costretta a truccarsi, ma è meglio di sì. 
Mentre prosegue con il suo elenco di differenze io devo trattenermi dal ridere. Noi uomini saponetta scivoliamo sul mondo e il trucco, i capelli, i baffi… sono al massimo macchie più scure o più chiare sulle scie che ci passano accanto. 
Provo di nuovo a guardare Linda: è così contenta di aver trovato se stessa che le sono venuti gli occhi lucidi. È felice anche di aver ritrovato me e adesso vuole farmi un regalo. Le chiedo se ha intenzione di darmi un po’ di quel rossetto che si è messa sulle labbra, perché a guardarlo da vicino mi sembra molto carino, in effetti. Lei si mette a ridere, scuote la testa e mi dice che io non devo usare il rossetto, perché sono un uomo.

Era una parte del suo regalo per me, a dire il vero: voleva rivelarmi che sono un maschio, che in questo momento ci troviamo in una città chiamata Pesaro. Che mi stanno bene i baffi e quei dieci minuti di mondo che mi pesano addosso. Che prima non mi ricordavo il suo nome, ma evidentemente non mi ero mai scordato di lei e questo deve significare qualcosa. Che neanche gli uomini saponetta scivolano sempre: a volte restano impantanati, per così poco che neanche se ne rendono conto, finché qualcuno non gli fa notare il fango sulle scarpe. Ecco il suo regalo.
Mette una mano sulla mia. Lo sanno tutti che non si deve mai toccare un uomo saponetta. 
Cerco di ritirare la mano, ma lei la stringe più forte e chiede a qualcuno di portare un caffè per il signore. Mi guarda. Due lacrime scure scendono le guance intagliate dal mondo. È una donna, lei: rovina il trucco piangendo e indossa scarpe che non scivolano. Non può fare la lotta ed è molto contenta di aver trovato se stessa. Di aver trovato me, un uomo con i baffi e i peli sulle braccia.

Quanto vorrebbe restare impantanata con me, fare la donna con me. Pagare una casa e vivere tra quattro mura, su un pavimento coperto di tappeti, con dei bambini a cui dire attenti a non scivolare, se scivolate vi fate male. Come sarebbe bello stare fermi e chiamare le cose per nome, un nome solo per ogni cosa. Un nome che significa tante cose e ne esclude molte di più.
Una lacrima nera tocca le labbra rosse, che si schiudono.
E tu come ti chiami?, riesce a chiedere, prima di trasformarsi in una scia colorata che mi passa accanto mentre scivolo sul mondo. Una scia senza nome, con delle macchie rosse e nere che sto già dimenticando.

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Kuno complimenti davvero. Uno spunto originale e un racconto modernissimo sulla vita al giorno d'oggi. Mi è piaciuto un sacco!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Questo è un racconto un po’ atipico, generalmente, mi piacciano molto queste narrazioni che sembrano non avere un senso, ma poi si rivelano tutt'altro. Anch'io ho scritto diversi testi, proprio con queste caratteristiche. Non sono, però, molto convinta su alcune scelte narrative qui proposte e manca, secondo me, una certa “coerenza interna”, che giustifichi poi alcuni risvolti. Proverò a lasciarti dei miei appunti, così come li ho annotati nel corso della lettura.

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

scivolerò via da questo bar e da Linda. Mi ha detto lei di chiamarsi così, io naturalmente non potevo ricordarlo: non rimaniamo mai appiccicati ai ricordi, noi.

 

Mi sono soffermata un po’ ad analizzare questa frase, ebbene, il protagonista sta “ricordando di non poter ricordare”? Possibile, allora, che possa ricordare? Poi viene lanciato una sorta di infodump (informazioni che l'autore fornisce al lettore per dovere di precisione): “non rimaniamo mai appiccati ai ricordi..”...“Noi”? Noi, chi? Di uomo saponetta, per il momento, conosciamo solo il protagonista.

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

Oh, Linda era a tanto così dall’abbracciarmi, qua fuori. Io scivolavo rapido lungo la via

 

Qua fuori? Intendi fuori dal bar? Il personaggio fa riferimento a un episodio precedente avvenuto lungo la via? Questo passaggio non è molto chiaro.

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

lo sanno tutti che non si deve mai tentare di ostacolare o frenare un uomo saponetta

 

Questa informazione poteva essere fornita prima, magari presentandola in modo diverso, mi riferisco in particolare al momento in cui il protagonista ha ricevuto l’invito a sedersi? Così si spiegavano meglio considerazioni precedenti riguardo a un invito definito poco carino.

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

gli uomini saponetta non lo fanno perché non si conoscono tra loro

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

Nemmeno abbiamo un nome.

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

Anche il suo nome, Linda: lo aveva da sempre.

 

Qui ho raccolto una serie di informazioni su questi "uomini saponetta"... Mi chiedo come fa la donna a ricordarsi del suo nome? In più, non doveva avere neanche un nome…

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

Ora che sono seduto tanto vicino al suo volto

 

Il racconto torna a svolgersi nel bar, non ci sono dei riferimenti, tali da permettermi di separare i possibili pensieri dalle azioni che poi si svolgono realmente.

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

Sa dove si trova il bagno, anche se basterebbe leggere la scritta toilette sulla porta. Questo mi fa ridere: noi uomini saponetta non leggiamo.

 

Pure qui c'è una contraddizione e non se ne capisce il motivo... Basterebbe leggere, ma noi non leggiamo... Qui c'è proprio un personaggio che non vuole lettori e il testo in qualche misura ne risente.

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

La interrompo subito: per un uomo saponetta tutto cambia di continuo e doveva essere così anche per lei, prima. Lei replica che è proprio questo il punto: da quel giorno le cose hanno cominciato a cambiare meno.

 

Questa porzione di testo è molto interessante... La donna ricorda il giorno in cui tutte le cose hanno cominciato a cambiare meno... Quindi, si può sempre provare a supporre che ci siano dei ricordi su quanto avvenuto "dopo", ma certamente non su quanto era "prima"... Si può già notare come sia difficile riannodare tutti i fili della questione e non si ha nessun punto di riferimento che ci permette di distinguere le "cose false" da quelle "vere".

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

È felice anche di aver ritrovato me

 

Difficile credere che i due prima si conoscessero (come avrebbero potuto da uomini saponetta?) e ora conservino dei ricordi, che non precedentemente non potevano avere…

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

Che prima non mi ricordavo il suo nome, ma evidentemente non mi ero mai scordato di lei e questo deve significare qualcosa. Che neanche gli uomini saponetta scivolano sempre: a volte restano impantanati, per così poco che neanche se ne rendono conto, finché qualcuno non gli fa notare il fango sulle scarpe. Ecco il suo regalo.

 

Questa parte non è molto convincente… Uomini saponetta che restano impantanati e poi ricordano qualcosa… la storia diventa molto strana, bisognerebbe fare maggiore chiarezza, così da non lasciare così tanti dubbi.

 

Il 5/9/2019 alle 08:30, Kuno ha scritto:

E tu come ti chiami?, riesce a chiedere, prima di trasformarsi in una scia colorata che mi passa accanto mentre scivolo sul mondo.

 

Non ho compreso bene cosa accade… Lei diventa una scia? Si muove, quindi, lasciando una traccia dietro di sé? Lui, invece, scivola in direzione opposta, suppongo, per scappare via da lei? Cosa sta succedendo?

 

Un racconto difficile da commentare, io penso che bisognerebbe renderlo meno ostico, questo permetterebbe di avvicinarsi di più ai veri sentimenti del protagonista, riuscendo a comprenderne davvero le sue ragioni. Ci vorrebbe, forse, l'uso di un "narratore esterno", perché la scelta di un "narratore interno" limita, in questo caso, molto la conoscenza dei fatti. Da quello che sappiamo, poi, il protagonista nemmeno dovrebbe “impantanarsi” in una simile narrazione, perché segue delle “regole auto-imposte”, molto restrittive. Un narratore, quindi, meno coinvolto negli eventi qui proposti potrebbe permetterci, credo, una maggiore comprensione.

Ti ringrazio per la lettura (y)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×