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Ospite Domenico Santoro

La scopa del sistema (The Broom of the System), David Foster Wallace

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Ospite Domenico Santoro

Ho cercato "scopa del sistema" ma non mi è apparso nessun risultato. Mi scuso se il post è ridondate. Nel caso, aggregatelo a quello ufficiale.

 

Non arrivo certo io, con trent’anni di ritardo, a parlare di questo libro e di quest’autore, ma magari a qualcuno può interessare la mia opinione. Né, forse, piccolo come sono, sono adeguato a scrivere di un autore tanto grande. A me, però, interessa sapere quanto penso. Uno infatti scrivendo chiarisce le cose a se stesso e questo, in definitiva, è un forum di internet.

Allora, so che Foster Wallace scrisse il romanzo a ventiquattro anni. Di solito provo invidia per i talenti precoci, ma in questo caso mi è venuto a mancare questo sentimento. Sto invecchiando? Ho una vista più limpida e serena sull’esistenza? Mi piacerebbe pensare di sì; ma la verità è che, se ero io l’autore, col senno di poi questo libro non lo pubblicavo.

Intendiamoci: in alcune parti è stupendamente divertente, tenero, dolce, giocoso, ed evidenzia il talento naturale di un autore che mi viene da paragonare a William Shakespeare, per ampiezza dello sguardo, possesso tanto dell’alto quanto del basso (io, per esempio, riesco a scrivere solo “high comedy”, commedia intellettuale: non ho la capacità della risata sempliciona, che invece i grandi hanno), comprensione dell’essenza dell’essere. L’essere, scusate il termine tecnico, è la vita. Il segreto della bravura di uno Shakespeare era che possedeva il senso della vita. Tutto qui.

“La scopa del sistema” è uno di quei libri che ti danno la rara esperienza (per un libro) di farti ridere da solo, ad alta voce. L’ultima volta mi era successo mesi fa coi racconti sui contadini di Luigi Malerba (La scoperta dell’alfabeto). I personaggi di Foster Wallace sono dolci, godibili, umani. Mi piace Lenore, la protagonista, è una cara ragazza; avrei voluto conoscere volentieri il suo povero fidanzato Rick Vigorous; l’intero cast di caratteri è misterioso e divertente. Le trovate narrative mi lasciano più perplesso. La storia della bisnonna seguace di Wittgenstein è una scusa per infilare riflessioni filosofiche da matricola universitaria. Il grande deserto nero dell’Ohio, lungi dall’avere particolari significati simbolici, mi sembra una trovata nata da una combinazione di eccesso di letture filosofiche e stati indotti da sostanze psicotrope. (La mia teoria molto impopolare è che l’unica droga dello scrittore sia il caffè: sigarette, alcol, sostanze stupefacenti, oltre a devastarti, intaccano il lavoro. La verità è che, per qualche motivo, gli scrittori sembrano particolare proni a sviluppare dipendenze. Scusate il moralismo, ma è così. Forse, neppure il caffè… )

Ecco, questo è il tipo di libro che potrebbe aver scritto una matricola (o forse un second’anno o un terz’anno) di talento, ma, se mi permettete la citazione di Bob Dylan (pur sempre un Nobel), “with no direction home”: il romanzo non va a parare da nessuna parte non perché vi sia un piano preciso, un genio postmoderno all’opera, ma perché è un collage di frammenti della mente dell’autore. Non punta a una meta, a una casa dove vuole riportarci, come le storie che mi piacciono. S’interrompe; s’arrende.

Un’opera divertente, perciò, a tratti geniale, sicuramente più godibile (per quel che poco lo conosco) di “Infinite Jest”, ma anche piena di pagine farraginose e senza quello che io ritengo fondamentale perché un libro debba aver il mio ok: il plot deve reggere.

So che è un’opinione impopolare, ma per me (per l’opinione che mi sto facendo) il plot sta al racconto come la metrica sta alla poesia. Certo, un bravo poeta può fare a meno della metrica, come è successo spesso nel ‘900 (così mi dicono, non sono un lettore di poesia tanto accanito), ma prima deve conoscerla a menadito. O forse Foster Wallace aveva una conoscenza tanto profonda della narrativa da poterne fare a meno della “nostra” metrica. Come dicevo, sono piccolo, non sono in grado di esprimere pareri fondati sui grandi.

D’altra parte, mi piace immaginare che Foster Wallace non abbia mai avuto l’umiltà di seguire un corso di scrittura creativa. Non so se sia vero, è solo un’impressione, magari sarò smentito da un suo biografo. Certo, gli sarebbe stato utile, più di tutti gli studi di logica modale. Magari, imparando qualcosa sulla trama, non avrebbe attinto in modo così diretto e selvaggio all’essenza dell’esistenza. Avrebbe avuto più misura, più pudore. Il fatto che abbiamo il potere di scrivere tutto non significa che dobbiamo necessariamente farlo. Anche la nostra stessa intelligenza può essere una droga; anzi, spesso è quella più pericolosa. Forse non si sarebbe rovinato gli occhi, come i filosofi platonici che vivono troppo alla luce del sole e, nella penombra della caverna di noi mortali, avrebbe compreso la bellezza del lieto fine, che può arrivare a ogni svolta del nostro libro e della nostra vita.

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@Domenico Santoro  ciao,

 

Concordo su quanto sia difficile scrivere di un autore così importante. Nello specifico non ho letto il libro a cui ti riferisci, ma visto che la valutazione verte sullo stile dell'autore provo a dare un mio contributo alla discussione guardando più a lui che al testo. 

Lo considero un autore brillante e vivace, di quelli (piuttosto rari a mio avviso) che sanno stimolare l'intelligenza del lettore in modo acuto. Se sposto la mia attenzione su quello che non mi piace di lui è esattamente il suo essere post-moderno: quell'attitudine minimalista secondo cui un autore si riduce a un punto adimensionale nell'universo. Tutto quel lavoro creativo dovrebbe condurre da qualche parte. Dunque forse lo critico dal punto di vista opposto al tuo. Lo vorrei più feroce, più spietato nei suoi giochi narrativi. Che mi costringa a prendere posizione, che non mi lasci la possibilità di cavarmela con una risata. Per quel che so Wallace ha avuto molto a che fare con la scrittura creativa. Visto che tendo a dare più importanza a come pensa un autore, ancor prima che a come scrive, vedo il rischio in queste scuole di fornire l'illusione che una tecnica possa nascondere la mancanza di qualcosa da dire. Il bagaglio linguistico è un armamentario che non va mai separato dalla capacità di pensare e non mi sembra che in questi corsi si fornisca qualcosa a riguardo. Se va bene si può imparare a "vestire" meglio un racconto.

Può essere anche utile quando parliamo di narrativa di genere, ma è un'opzione che nella letteratura "alta" (negli infiniti significati che può avere) non credo che valga. Visto che parliamo di un autore che vorrebbe far pensare e non di un narratore tout court, mi permetto una certa severità su questo tema.

Esiste una scrittura che tratta il racconto come un dialogo tra autore e lettore dentro regole ben stabilite; una convenzione dove non ci si fa degli "sgarbi". Poi c'è una letteratura minoritaria, pionieristica, d'avanguardia si diceva una volta, che pone il linguaggio come oggetto del contendere. Le sue convenzioni, la sua oggettività, sono puntualmente minacciate nella scrittura. Le convenzioni espressive vengono portate al limite della loro possibilità, se ne esplorano i paradossi: talvolta si cade rovinosamente, altre volte si scoprono nuove regole. In un ribaltamento semantico, questa indagine diviene l'oggetto stesso di un libro, e la trama un pretesto per scrivere. Qui oggettività e soggettività si scambiano e la logica e l'analogia anche. Possiamo discutere su quanto Wallace raggiunga tutto questo, ma bisogna guardarlo anche da qui per comprenderlo. 

Trovo che la sua sia una scrittura che allarga il respiro e fa bene. Anche se spesso in molta narrativa americana del secondo novecento vedo grandi capacità di raccontare delle storie, un po' meno di riflettere sul senso della letteratura. Voglio dire di mettere a fuoco dei problemi. Sapere come si sta in piedi, come il piede destro è in rapporto con il sinistro conta come saper costruire una frase. Bisogna ambire a essere persone complete e portare con sé il fremito della propria epoca; gli riconosco sicuramente la voglia di provarci e di aver operato su questo terreno.

  • Grazie 1

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Ospite Domenico Santoro

@Anglares Ciao, devo dire che il tuo contributo mi ha fatto molto riflettere, soprattutto sul rapporto fra autore e narratore. Per come la vedo io (dal mio piccolo punto di vista) il narratore non dev'essere necessariamente autore, ma l'autore, anche quando decide di non avvalersi delle tecniche del mestiere, deve conoscerle. Deve anche essere narratore. Rimprovero a un autore come Foster Wallace non tanto di aver ignorato le convenzioni narrative, quanto di non averle capite. Oltretutto non sto parlando di cose banali, ma di vere e proprie raffinatezze nell'arte di raccontare che si devono avere per rendere una storia importante, anziché mandare sempre tutto in un posto dove ci capiamo (o facciamo finta di capirci) "noi pochi." O forse questo è un mio problema con la scrittura post-moderna in genere. La trovo, in definitiva, molto snob! Però è vero che Foster Wallace con la sua ricercatezza intellettuale fa riflettere e, soprattutto, ci fa un'ottima morale. Diciamo, allora, che ne riconosco la bravura, ma non fa per me. Grazie per il contributo, a presto.

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