Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

lucamenca

Un'isola fuori dal tempo

Post raccomandati

Commento ad "Avvertimento da un altro pianeta"

 

Un'isola fuori dal tempo

 

Il traghetto parte sbuffando, con l’immancabile puntualità giapponese, dal molo semideserto. Man mano che prende velocità la cittadina di Mugi, alle nostre spalle, si rivela nella sua interezza: un gruppuscolo di basse case strette intorno al porticciolo, da sempre fonte di cibo, commercio, lavoro. In una parola: vita.

La costa si assottiglia e si fa omogenea. Un’effimera spuma bianca tra le onde, tremula linea che taglia le acque a metà, è tutto ciò che ci lega ormai alla terraferma.

Di fronte a noi Tebajima, con il suo profilo dolce che si innalza dalle acque culminando in un morbido cucuzzolo, simile al dorso di un’immensa tartaruga che è venuta ad arenarsi qui in tempi remoti, cullata dalle maree del Pacifico.

Sottocoperta volti curiosi, irrughiti dal sole e dall’età, scrutano questi due giovani occidentali, con zaini enormi sulla schiena e gli inconfondibili cappelli conici che li identificano come o-henro, pellegrini che percorrono il sacro cammino degli ottantotto templi di Shikoku.

Cosa andranno a fare sulla nostra isola?

Già, perché ci stiamo andando? Non ci sono templi da visitare a Tebajima. Siamo giunti qui quasi per caso, guidati da un consiglio ricevuto lungo il cammino.

Visitate Tebajima, lungo la strada verso il tempio 24. Non ve ne pentirete.

Questo è il fascino del viaggiare a piedi, senza orari nè appuntamenti, al solo ritmo delle albe e dei tramonti: poter cambiare in ogni momento i propri progetti, imboccare una deviazione o fermarsi in un posto solo perché ispirati da un paesaggio, da un incontro casuale o da una didascalia sulla guida. Tornare a vivere alla velocità dei propri passi, immersi nel lento mutamento del mondo circostante invece di vederlo sfrecciare via da dietro un finestrino. È così che avvengono scoperte, che si fanno nuove conoscenze, che nascono storie.

Non abbiamo neanche un piano preciso. Sappiamo che ci sono un paio di B&B, case di pescatori riadattate per ospitare i pochi turisti che passano di qui, ma con un costo di trentacinque Euro a notte sono fuori dal nostro budget. Ci limiteremo a passeggiare per le viuzze del paesino che sorge intorno al porto, per poi addentrarci nella boscaglia che ricopre gran parte dell’isola e cercare un punto adatto in cui montare la tenda. Magari accendere un fuocherello per cucinare il saba, lo sgombro che abbiamo comprato al supermercato di Mugi.

Sono necessari quindici minuti per percorrere i neanche quattro chilometri di questo braccio di mare. Quindici minuti di sospensione tra l’isola madre e quella figlia, una breve parentesi marina tra i tanti chilometri terrestri che già sono nelle nostre gambe e i molti altri che ancora ci attendono. Poi il rombo dei motori si acquieta, il veloce scorrere sulle onde si tramuta in un dolce beccheggio e, superato il braccio in cemento scuro e pietre, entriamo all’interno del porticciolo.

La passerella in legno scricchiola sotto i nostri passi, appesantiti dal bagaglio. La prima impressione non è delle migliori. Sotto un cielo slavato che si riflette nell’oceano grigio sta un villaggetto di mare come ce ne sono a migliaia. Le barche attraccate dondolano pigre al ritmo della corrente. Gli edifici, che spuntano timidi dalla vegetazione retrostante e si radunano intorno al porto, sono in legno e lamiera ondulata, rabberciati in più punti, consumati dal tempo e dalla salsedine. Eppure, a un’occhiata più attenta, proprio in quest’apparenza dimessa si scopre un profondo fascino. È tutto reale, genuino. Nessuno ha sentito il bisogno di dare una mano di sgargiante modernità per renderli più accattivanti a chi viene da fuori. Niente antenne paraboliche sui tetti, niente grovigli di fili e cavi a correre sopra le teste lungo le vie. Qui il tempo sembra essersi fermato all’epoca Shōwa, o addirittura a quella Meiji. Il progresso è rimasto a guardare dall’altra parte del mare.

Il campeggio libero in Giappone è generalmente vietato, ma viene tollerato quando si tratta di pellegrini. La consuetudine e il buon senso impongono però di avvisare gli abitanti del luogo, che spesso dispensano anche consigli sui posti migliori dove allestire il campo. Un ragazzo dal volto paffuto, in piedi sotto la semplice tettoia che dà accesso al molo, sembra la persona adatta a cui chiedere.

- Dove possiamo montare la tenda?

Spaesato, come se quella domanda nascondesse chissà quali ambigui sottintesi, il ragazzo tentenna, si guarda intorno, cerca aiuto nelle poche persone sulla banchina. E lo trova in una signora che è appena scesa dietro di noi, carica di borse della spesa. Sui cinquant’anni, la chioma a caschetto di un castano chiaro e il volto che porta i segni di una radiosa giovinezza ormai sfiorita.

- Una tenda? Non ci sono campeggi qui.

Risponde lei. La frase è una sentenza, un macigno sulle nostre aspettative di trascorrere la notte nella foresta, cullati dal fruscio delle fronde e dallo sciabordio delle onde in lontananza. Come tutti gli abitanti delle isole anche questi sono gelosi dei loro spazi, della propria autonomia, e non sembrano disposti a condividerli con due stranieri qualsiasi. Questo è il nostro primo pensiero, interrotto dalle successive parole della donna:

- Però ho una casa che di solito affitto ai turisti. Adesso non c’è nessuno quindi potete stare lì se volete.

Stavolta siamo noi a tentennare, ma per l’incredulità. Davvero sta aprendo le porte di casa sua a due sconosciuti, peraltro occidentali?

- Venite, da questa parte.

Accade tutto così in fretta che non abbiamo il tempo di rendercene conto, e senza capire bene come ci troviamo al centro di un eterogeneo convoglio guidato da Chiyuki-san, la nostra ospite. A seguire Megu-san, una sua amica che la attendeva al porto, e poi noi. Ci si è accodato anche il ragazzo incontrato sul molo e ora, abbandonata la ritrosia iniziale, si scioglie in un fiume di domande.

Che cibi ci sono in Italia? E quali case automobilistiche? E che moneta si usa?

Si chiama Ken’Ichi, ha ventisette anni e non ha mai messo piede fuori dallo Shikoku. Nei suoi occhi tutta la curiosità di chi si trova per la prima volta a contatto con un mondo lontano e irreale. L’Italia è un paese esotico, di cui ha solo sentito parlare vagamente in televisione. Il Giappone cosmopolita e tumultuoso, quello delle metropoli ipertecnologiche che non dormono mai, non potrebbe essere più lontano. Qui tutto procede a ritmo più lento, scandito dalle corse del traghetto che ogni giorno arriva e riparte per sei volte da Mugi.

La storia di Tebajima ha inizio nel 1801, quando cinque famiglie si trasferirono qui dalla terraferma. Oggi vi abitano cinquanta anime, ma paiono ancor meno mentre la nostra bizzarra comitiva risale la stradina che serpeggia dal porto perdendosi tra le case. Con gli uomini ancora sui pescherecci, la popolazione sembra consistere solo di anziani, donne e bambini. Senza auto o altri mezzi motorizzati a costituire pericolo sono questi ultimi i veri padroni dell’isola. Scorrazzano liberi per i viottoli o improvvisano gare in bicicletta lungo il molo che gira a ferro di cavallo intorno all’insenatura naturale in cui è costruito il porto. Nell’osservarli mi scopro a invidiare la loro spensieratezza. Non hanno ancora l’età per cadere preda dell’irrequietezza e della voglia di lasciare l’angolino di mondo in cui vivono per scoprire l’immensità che si apre al di là di questo breve tratto di mare.

La casa è un semplice edificio a pianta rettangolare che si sviluppa su un solo piano. Notiamo che anch’essa, come molte delle altre che abbiamo visto lungo il tragitto, ha le pareti esterne dipinte di un blu brillante. Una riproposizione asiatica di Chefchaouen, la perla blu del Marocco? Qui però il motivo di tale scelta estetica è molto più profano e pratico: la vernice utilizzata è quella avanzata dalla ritintura delle barche, che non poteva certo andare sprecata.

L’interno è formato da un unico stanzone interamente ricoperto da parquet, come ogni abitazione giapponese. Non ci sono servizi né acqua corrente, e l’illuminazione è garantita appena da una lampada da campeggio fissata a un chiodo. Sulla parete di fondo sono accatastati mobili e materassi che evidentemente la proprietaria non usa più. Non è certo una reggia, ma basta e avanza per le nostre esigenze.

Adesso l’unico problema è come cuocere il pesce. Nella stanza non ci sono fornelli e non ci pare il caso di accendere un fuoco nel cortiletto ghiaioso attorniato da altre case. La domanda, ingenua come quella di un bambino, sorge spontanea:

- Possiamo mangiarlo crudo?

Gli occhi di Chiyuki-san si concentrano sulla confezione che ho estratto dallo zaino, per sgranarsi nel precedere la risposta:

- Sashimi di saba? No, è pericoloso!

Prima che possiamo dar voce alla nostra delusione, però, aggiunge:

- Posso cucinarlo io per voi.

Ancora una volta travolti dalla girandola degli eventi, ci ritroviamo in marcia verso la casa di Chiyuki-san. Quella che doveva essere una semplice cena frugale di fronte a un falò si è tramutata in un banchetto in nostro onore.

Seduti tutti e quattro su cuscini attorno a un basso tavolo di legno, sotto il soffitto spiovente del secondo piano della casa, gustiamo le pietanze che Chiyuki-san, indaffarata in cucina, sforna a ciclo continuo. Insalata mista, insalata di daikon, il nostro sgombro alla griglia, maiale con peperoni e infine gli immancabili udon, i grossi spaghetti tipici dello Shikoku. Il tutto annaffiato da abbondante sake servito nei tradizionali bicchierini in ceramica. Ogni tanto una testolina bianca fa capolino dalla scala a pioli. È la gatta Miru, che ci scruta curiosa ma diffidente, leccandosi i baffi nel vedere le portate sul tavolo.

Terminato il pasto, la nostra unica preoccupazione è come ricambiare tanta gentilezza, ma non appena glielo facciamo notare Chiyuki-san si schermisce, sventolando la mano come a scacciare una mosca.

- O-settai, o-settai.

Non abbiamo modo di ribattere. Si tratta della carità che viene fatta ai pellegrini e che non può essere in alcun modo rifiutata: aiutando chi compie il sacro cammino il donatore ne acquisisce parte del merito. Una moneta da cento Yen, una bottiglietta d’acqua, una semplice caramella, tutto può essere o-settai. Noi stasera abbiamo ricevuto un’intera cena e una casa tutta per noi. Del resto, anche se fuori dal percorso, siamo pur sempre o-henro, nobili pellegrini.

Al momento di congedarci Chiyuki-san rincara la dose. Non le è bastato offrirci vitto e alloggio, ci promette anche di prepararci un bentō, un cestino del pranzo, che ci darà domattina quando verrà a salutarci al porto.

La gentilezza giapponese non conosce davvero limiti.

Ken’Ichi ci riaccompagna verso casa, lui abita non lontano dalla nostra e per fortuna: al buio non è così facile ritrovare la strada in questo labirinto di viottoli. Prima di andare a letto però vuol mostrarci una cosa. Superiamo il cortile su cui si affacciano le nostre case e ci inoltriamo tra due frondose felci. Bastano pochi passi e siamo immersi nella vegetazione tropicale. L’asfalto si è fatto sentiero e sembra di trovarsi in qualche giungla del sud-est asiatico. Non una luce, se non quelle dei nostri cellulari, non un rumore, se non quello del frangersi della marea. Ken’Ichi ci guida sicuro nella boscaglia. L’illusione dura solo pochi metri, amplificata dall’oscurità, e sbuchiamo davanti a delle scalette in pietra che conducono a un frangiflutti sopra una spiaggetta sassosa. Al di là del parapetto un doppio buio: quello del cielo e quello del mare.

Solo un bagliore giallognolo, a nord-ovest, profila la linea dell’orizzonte tra due monti. Tokushima sicuramente, la cui sfavillante luminosità arriva fin qui. Un faro nella notte o un’esca allettante? Ma se la grande città, con le sue promesse di abbondanza e benessere è solo un miraggio, non lo è Mugi, che ammicca dall’altra parte dello stretto. Anch’essa sembra una metropoli vista da quaggiù, ora che tutte le sue luci accese raddoppiano specchiandosi nelle acque scure del Pacifico.

Ken’Ichi sospira. Anche lui anela a quel progresso sfavillante? O forse teme che un giorno esso sbarchi infine su Tebajima, stravolgendo la sua isola? Non glielo chiedo, forse è meglio così.

Un lumicino lento ci scorre davanti, solcando le acque come un’anima smarrita in tutto questo buio. La barchetta di un pescatore, uscito a caccia di polpi nella notte senza stelle.

 

Un’alba gelida come poche accoglie il nostro risveglio. Il freddo portato dall’oceano si è incuneato tra le pareti di legno e il tetto in lamiera, fino a scacciare via il debole tepore garantitoci dai nostri sacchi a pelo. Sono le sei e trenta e il traghetto che ci riporterà a Mugi partirà solo alle nove. Abbiamo tutto il tempo per una passeggiata intorno all’isola.

Tre sono i sentieri che la percorrono, due si dipartono dalle estremità opposte del villaggio e seguono l’andamento della costa, mentre il terzo taglia attraverso l’interno fino a riconnettersi agli altri sul lato meridionale di Tebajima, quello rivolto verso il Pacifico.

Le strade sono deserte, eppure qua e là si notano i segni di una vita che cova nascosta, attaccata tenacemente a questo piccolo mondo. Un kimono steso ad asciugare fuori da una finestra, il vociare di una radio oltre un uscio, il fumo che sale lento da un comignolo.

L’asfalto lascia il posto a una striscia di terra battuta in lieve pendenza e adesso sembra davvero di essere in una foresta pluviale, tra ibischi, felci e palmizi. I tre sentieri convergono in un ampio spiazzo nel punto più alto dell’isola. La torre bianca del faro svetta al centro, riportandoci bruscamente al presente. Ma è l’abbandono di un attimo: basta imboccare uno degli stradelli e la natura prende di nuovo il sopravvento, strappandoci allo scorrere del tempo. Il viottolo serpeggia lungo la costa, in cui la scogliera si alterna a mezzelune ciottolose. Scendiamo verso una di queste, tra pietroni rossi e i resti di un falò ancora tiepido. La linea che separa l’oceano e il cielo d’oriente è spezzata dai profili aspri di altre isole, una manciata di sassolini muschiosi sparpagliati dalla mano di qualche kami in questo specchio di mare, quasi si fosse divertito a giocarvi a dadi. Ognuna di esse porta un nome che ne specifica la caratteristica, a volte immediatamente intellegibile, altre meno: l’isola del porto, l’isola del piccolo porto, l’isola grande, l’isola del remo abbandonato…

Lasciamo i nostri pensieri a giocare un po’ con la risacca prima di ridiscendere verso il paese.

Sul molo un gruppetto di uomini, giovani e anziani, ricambia con un cenno della testa il nostro saluto. Bevono birra e rabberciano nasse, preparandosi per la nuova giornata di pesca.

Ken’Ichi è già all’imbarco che ci aspetta, Chiyuki-san invece ci raggiunge che i motori del traghetto già rombano sordi. Come promesso ci ha preparato il pranzo al sacco: due onigiri, due frittatine e due crocchette di pollo a testa. I nostri inchini e ringraziamenti, ripetuti per l’ennesima volta, suonano ormai quasi vuoti per cui ricambiano con una collana preparatale nottetempo, un laccio colorato che racchiude un cristallo di quarzo raccolto durante i nostri cammini. Stavolta è lei a profondersi in inchini e una lunga sequela di arigatō, ribaltando i ruoli.

I quindici minuti della traversata scorrono rapidi sulle onde. Una volta a terra il presente torna a travolgerci con la sua normalità che aveva già dimenticato: il rumore del traffico, le insegne colorate dei locali sulla strada, la profusione di ferro e cemento. L’ultimo atto è quello dei saluti. A Ken’Ichi, a Chiyuki-san e a Tebajima, che pigra ci osserva al di là dello stretto, racchiusa in una dimensione tutta sua mentre il tempo le scorre di fronte senza lambirla. Per noi invece ha ripreso a correre e con esso il nostro viaggio. La prossima destinazione è già scritta, ma come abbiamo imparato ben più importante della meta è il percorso per raggiungerla. Con questa consapevolezza ci rimettiamo in cammino. Quali altre sorprese avrà in serbo per noi lo Shikoku?

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite Domenico Santoro

@lucamenca una descrizione molto accurata con proprietà di linguaggio. Magari io avrei giocato un po' di meno sulla retorica campagna/città. A rileggerci.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

Tornare a vivere alla velocità dei propri passi,

Bella.

Scusa, non ti ho detto ciao. Leggevo e ho trovato la frase che ti ho citato, te l'ho quotata subito, veramente bella.

Il tuo racconto è fatto di descrizioni di paesaggi e di attimi. Molto belli.

 

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

si scopre un profondo fascino. È tutto reale, genuino. Nessuno ha sentito il bisogno di dare una mano di sgargiante modernità per renderli più accattivanti a chi viene da fuori. Niente antenne paraboliche sui tetti, niente grovigli di fili e cavi a correre sopra le teste lungo le vie. Qui il tempo sembra essersi fermato all’epoca Shōwa, o addirittura a quella Meiji. Il progresso è rimasto a guardare dall’altra parte del mare.

Hai descritto un luogo con queste parole, io te le quote per descrivere il tuo racconto. Non avrei potuto usare parole migliori. Le sensazioni che si provano leggendo il tuo racconto sono queste.

Alla prossima

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Lauram, grazie per la lettura e le belle parole, sono veramente contento che il racconto ti sia piaciuto e sia riuscito a trasmetterti ciò che ho provato io stesso visitando quei luoghi.

Alla prossima!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @lucamenca...

 

Racconto molto suggestivo e per lo più puramente descrittivo. In questo la sua forza, ma anche, volendo la sua piccola debolezza in quanto è praticamente privo di ritmo ed azione.

Ovviamente questo era il tuo scopo e in ciò sei riuscito a perfezione.

Il rischio, mi permetto di dirlo, su un racconto così lungo, potrebbe però essere quello di "annoiare" un lettore non particolarmente amante dei viaggi o del Giappone.

Il punto è questo: è scritto molto bene e lo scopo è quello di immergere il lettore in un mondo non moderno dove tutto scorre lento e dove la natura e le piccole cose diventano importanti.

I protagonisti ci hanno messo pochi giorni a vivere la loro esperienza, ma per il lettore si tratta di ancor meno tempo e potrebbe non essere preparato a una immersione così totale... 

Dunque non è che si "annoia", ma rischia secondo me di non reggere la lunga immersione per tutta la lunghezza del racconto.

 

 

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

: un gruppuscolo di basse case

"Gruppuscolo" non so se esiste, comunque lo varierei...

 

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

La costa si assottiglia e si fa omogenea

Varierei il riflessivo di "farsi" con un verbo attivo, tipo "diventa" o simili...

 

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

 

 

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

Cosa andranno a fare sulla nostra isola?

Già, perché ci stiamo andando? Non ci sono templi da visitare a Tebajima. Siamo giunti qui quasi per caso, guidati da un consiglio ricevuto lungo il cammino.

Visitate Tebajima, lungo la strada verso il tempio 24. Non ve ne pentirete.

Ecco qui mi hai confuso... All'inizio non ho fatto troppo caso al plurale, che mi sembrava in qualche modo maiestatis della stessa voce narrante esterna alla storia.

Invece a raccontare è uno dei due personaggi che compiono l'avventura...

Da metà racconto in poi tale scelta fila via liscia, ma nell'incipit non è molto chiaro se a narrare sia una voce terza o uno dei protagonisti stessi.

Ad esempio qui sotto, parli dei "due giovani occidentali" in maniera distaccata ed esterna:

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

Sottocoperta volti curiosi, irrughiti dal sole e dall’età, scrutano questi due giovani occidentali, con zaini enormi sulla schiena e gli inconfondibili cappelli conici che li identificano come o-henro, pellegrini che percorrono il sacro cammino degli ottantotto templi di Shikoku.

 

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

 

 

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

, in piedi sotto la semplice tettoia che dà accesso al molo

Perché "semplice"? In che senso?

 

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

Dove possiamo montare la tenda?

Spaesato, come se quella domanda nascondesse chissà quali ambigui sottintesi, il ragazzo tentenna, si guarda intorno, cerca aiuto nelle poche persone sulla banchina. E lo trova in una signora che è appena scesa dietro di noi, carica di borse della spesa. Sui cinquant’anni, la chioma a caschetto di un castano chiaro e il volto che porta i segni di una radiosa giovinezza ormai sfiorita.

- Una tenda? Non ci sono campeggi qui.

La domanda fondamentale è: che lingua parlano? Inglese? Eppure il paesino è molto refrattario al mondo esterno... l'unico indizio è che la signora affitti abitualmente la sua casa ai turisti, ma questo lascia anche intendere che l'isola non sia così "poco frequentata".

 

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

Una volta a terra il presente torna a travolgerci con la sua normalità che aveva già dimenticato

"Avevamo"? O la ha dimenticato il presente?

 

Carissimo: il racconto è più che ben scritto e mi è piaciuto... l'immersione è totale... l'unico rischio è che possa diventare troppo tutto insieme, ma per quanto mi riguarda: complimenti!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @AndC, innanzitutto grazie per la lettura e per il commento ricco e articolato. Sono contento che il racconto ti sia piaciuto e che tu sia riuscito a goderti l'immersione in apnea fino in fondo. In effetti, come hai ben notato, può non essere apprezzato da tutti ma il mio obiettivo era quello di riportare le esperienze e le sensazioni così come le ho vissute in prima persona, anche a costo di risultare noioso.

 

Passando alle tue osservazioni:

36 minuti fa, AndC ha scritto:
Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

: un gruppuscolo di basse case

"Gruppuscolo" non so se esiste, comunque lo varierei...

In effetti è una piccola licenza poetica che mi sono preso. Il termine è mutuato dalla politica, cito la definizione della Treccani:

"Nella pubblicistica e polemica politica, ogni movimento o formazione politica extraparlamentare, di estrema sinistra o di estrema destra, con scarso numero di aderenti."

La mia intenzione era dare l'idea di un piccolo gruppo di case addossate l'un l'altra, e "gruppetto" mi suonava meno efficace.

 

38 minuti fa, AndC ha scritto:
Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

Cosa andranno a fare sulla nostra isola?

Già, perché ci stiamo andando? Non ci sono templi da visitare a Tebajima. Siamo giunti qui quasi per caso, guidati da un consiglio ricevuto lungo il cammino.

Visitate Tebajima, lungo la strada verso il tempio 24. Non ve ne pentirete.

Ecco qui mi hai confuso... All'inizio non ho fatto troppo caso al plurale, che mi sembrava in qualche modo maiestatis della stessa voce narrante esterna alla storia.

Invece a raccontare è uno dei due personaggi che compiono l'avventura...

Da metà racconto in poi tale scelta fila via liscia, ma nell'incipit non è molto chiaro se a narrare sia una voce terza o uno dei protagonisti stessi.

Ad esempio qui sotto, parli dei "due giovani occidentali" in maniera distaccata ed esterna:

Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

Sottocoperta volti curiosi, irrughiti dal sole e dall’età, scrutano questi due giovani occidentali, con zaini enormi sulla schiena e gli inconfondibili cappelli conici che li identificano come o-henro, pellegrini che percorrono il sacro cammino degli ottantotto templi di Shikoku.

Qui la mia intenzione era immedesimarmi per un istante negli abitanti dell'isola, che sul traghetto osservano i due viaggiatori, e la successiva frase in corsivo "Cosa andranno a fare sulla nostra isola?" sono i probabili pensieri di suddetti abitanti, desunti dalle espressioni sui loro volti. Senza questa specificazione però il repentino passaggio di punto di vista può creare confusione.

 

43 minuti fa, AndC ha scritto:
Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

, in piedi sotto la semplice tettoia che dà accesso al molo

Perché "semplice"? In che senso?

"Semplice" perché l'ingresso al molo d'imbarco non è mediato da una biglietteria o un qualche altro tipo di struttura, ma appunto c'è solo una tettoia. Anche qui non avevo ritenuto necessario specificarlo, ma senza questa premessa l'uso dell'aggettivo "semplice" potrebbe essere fuorviante.

 

49 minuti fa, AndC ha scritto:

La domanda fondamentale è: che lingua parlano? Inglese? Eppure il paesino è molto refrattario al mondo esterno... l'unico indizio è che la signora affitti abitualmente la sua casa ai turisti, ma questo lascia anche intendere che l'isola non sia così "poco frequentata".

In realtà la lingua parlata è il giapponese. xD Non pensavo un lettore potesse porsi questa domanda, ma volendo potrei togliere i dubbi con una piccola aggiunta del tipo:

"Spaesato, come se quella domanda nascondesse chissà quali ambigui sottintesi – o forse è disorientato dall’incontrare due stranieri che parlano la sua lingua? - il ragazzo tentenna, si guarda intorno, cerca aiuto nelle poche persone sulla banchina."

 

1 ora fa, AndC ha scritto:
Il 28/8/2019 alle 18:17, lucamenca ha scritto:

Una volta a terra il presente torna a travolgerci con la sua normalità che aveva già dimenticato

"Avevamo"? O la ha dimenticato il presente?

Ecco, hai beccato un refuso! "Avevamo" è corretto, grazie per avermelo fatto notare.

 

Spero di aver risolto i tuoi dubbi, a rileggerci!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@lucamenca

 

Sì, hai fugato... grazie a te!

 

Sulla lingua sarò sincero... non so se un lettore "normale" possa porsi o meno il problema... in passato mi è capitato però di scrivere un romanzo in cui il protagonista girava il mondo e sostava nei vari continenti... Dopo un po' che era partito, al primo dialogo, mi ha assalito questo atroce dubbio: perfetto, ma ora in che lingua parlano e parleranno?

 

P.S.: sul "noioso" non volevo ovviamente risultare offensivo... ne facevo solo una questione generale di ritmo del racconto.

Il tuo è contemplativo e a me è piaciuto... ci tenevo a ribadirlo... alla prossima!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×