Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Sjø

Scrivere solo di quello che si conosce bene?

Post raccomandati

Il 25/8/2019 alle 12:49, AdStr ha scritto:

La mia indole sempliciotta mi porta a vedere la questione con una banalità disarmante.

L'obiettivo è scrivere bene qualcosa di credibile. Se lo hai vissuto sulla tua pelle, in tutto o in parte, o se è un'invenzione di sana pianta, l'obiettivo resta comunque quello. Uno scrittore deve essere in grado di riprodurre una realtà narrativa credibile, coerente, deve far sì che abbracci il lettore e non gli faccia provare neppure per un istante la sensazione di disorientamento. Non deve dare adito a dubbi sulla propria solidità. [...]

Sono perfettamente d'accordo con te e generalmente, a mio parere, tutto quello che c'è dietro una storia non dovrebbe avere un peso che non sia collaterale (una "curiosità", chiamiamola così). Eppure ho notato una marcata diffidenza nei confronti di chi scrive di realtà che non lo hanno riguardato direttamente o che non ha vissuto, in qualche modo, in prima persona. Potrei anche credere si tratti di una mia impressione, se non fosse che alcune CE specificano di non volere storie che non riguardino direttamente il vissuto di chi le ha scritte.

Per me, che a scrivere storie ambientate nella terra in cui sono nato non ci penso proprio, questo è un bel problema e un principio privo di qualsiasi senso; se tutti avessero solo scritto di luoghi e contesti che hanno vissuto, oggi non avremmo Salgari (perdonatemi il paragone spudorato).

Senza contare che questa stessa logica finisce per penalizzare anche l'utilizzo di interi generi, come ad esempio il fantasy che vive di ambientazioni irreali ma è al tempo stesso associato alla cultura anglosassone e sembra per questo essere spesso snobbato se scritto da italiani.

Personalmente non scrivo fantasy (non del tipo sword&sorcery sicuramente), ma ciò che mi dà piacere dello scrivere è proprio la possibilità che mi offre di viaggiare "oltre", me per primo e con la speranza di poter coinvolgere in questo stesso viaggio il mio potenziale lettore, e non credo dovrebbe influire il fatto che io scelga di far vivere i miei personaggi negli Stati Uniti e non in provincia di Lecce. Per poter scrivere bene, devo innanzitutto potermi sentire io affascinato da ciò che scrivo.

Questi i miei TwoCents.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 25/8/2019 alle 11:03, Sjø ha scritto:

Non sono sicuro di aver individuato la sezione giusta del forum per questa discussione, eventualmente me ne scuso.

Come da titolo: secondo voi bisognerebbe scrivere solo di quello che si conosce bene? Mi spiego meglio: se uno scrive della vita di un poliziotto dovrebbe esserlo oppure lavorare a stretto contatto con loro tanto da conoscerne la vita nei dettagli? Se una parte dell'ambientazione fosse a Londra sarebbe necessario, per l'autore, averci vissuto almeno un po' di tempo tanto da conoscerne le vere dinamiche? Oppure sarebbe sufficiente documentarsi?

La mia opinione è che bisognerebbe conoscere molto bene le cose ma mi farebbe piacere sentire la vostra.

 

 

 

 

io mi trovo meglio a scrivere partendo da ciò che conosco, perché poi devo già usare l'immaginazione (e quindi correre il rischio di contraddizioni) per l'interpretazione, la trama,  gli aspetti più soggettivi. Però non credo che sia una regola che si possa applicare sempre e comunque. Giustamente ci sono generi, come il fantasy o la fantascienza, dove magari bisogna inventare un intero mondo dal nulla. E poi credo che dipenda dallo stile e dalla personalità dello scrittore. Io sono una che non si guarda intorno, magari sono davanti a un monumento bellissimo e la mia attenzione è catturata da un piccione che fa qualcosa di strano. Quindi non ho "in memoria" paesaggi dettagliati. Non mi accorgo nemmeno se le persone che frequento quotidianamente si sono tagliate i capelli, però noto subito le espressioni del viso o il tono della voce. Quindi la realtà oggettiva mi aiuta a riempire i vuoti della mia capacità di attenzione.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
18 ore fa, leopard ha scritto:

scusate, mi si era bloccato il pc O_O:hm:

Ho sistemato. ;) 

 

Il 25/8/2019 alle 11:03, Sjø ha scritto:

Come da titolo: secondo voi bisognerebbe scrivere solo di quello che si conosce bene? Mi spiego meglio: se uno scrive della vita di un poliziotto dovrebbe esserlo oppure lavorare a stretto contatto con loro tanto da conoscerne la vita nei dettagli? Se una parte dell'ambientazione fosse a Londra sarebbe necessario, per l'autore, averci vissuto almeno un po' di tempo tanto da conoscerne le vere dinamiche? Oppure sarebbe sufficiente documentarsi?

In passato mi è capitato di editare due romanzi ambientati in Russia.

Il primo autore ha fatto le dovute ricerche e ha descritto la nazione nei suoi dettagli più piccoli, ma sempre conosciuti. Ne è venuta fuori un'ottima ambientazione, priva però di un'atmosfera forte.

Il secondo autore si è trasferito in Russia da bambino. Le sue ambientazioni sono più vaghe rispetto a quelle del primo autore, meno approfondite, eppure presentano un'atmosfera viva e coinvolgente, grazie anche a dettagli intimi che solo chi ha vissuto in quella terra può conoscere.

 

La mia risposta alle tue domande è quindi la seguente: la sola ricerca potrebbe essere sufficiente, a patto che sia davvero approfondita; non bisogna però pretendere di ricreare la stessa atmosfera che solo chi ha vissuto in un determinato luogo o ha svolto una determinata attività può conoscere. Viceversa, non bisogna limitare la propria creatività solo verso ciò che si è vissuto, ma è fondamentale conoscere ciò di cui si parla (e quindi è molto importante fare ricerche).

  • Mi piace 5

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Secondo me bisogna scrivere solo di quello che si è conosciuto a livello emotivo, traslando però quel lascito di emozioni e sensazioni dentro contesti diversi da quelli che li hanno scatenati nel nostro passato, così da liberarsi dalal schiavitù dell'autobiografia. Ad esempio, avete vissuto un periodo di forte stress e angoscia perchè temevate che la vostra azienda facesse tagli di personale e vi lasciasse a casa? Avete in quel periodo provato invidie verso colleghi che ritenevate più al sicuro di voi (per rapporti coi capi, per questioni anagrafiche, magari addirittura perchè appartenenti a categorie protette) e ve ne siete in seguito vergognati? Quel mondo emotivo può forse essere usato per un thriller in cui il protagonista sia un ostaggio.

 

Poi chiaramente viene il tema della ricerca legata ai particolari dell'ambientazione, ma se lo studio può aiutare su questa parte non c'è studio che tenga se manca completamente un riferimento emotivo alla tensione che si vuole portare nella narrazione. 

  • Mi piace 2

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
5 ore fa, Gualduccig ha scritto:

Secondo me bisogna scrivere solo di quello che si è conosciuto a livello emotivo,

Non sono d’accordo. Se scrivessimo solo di quello che conosciamo sul piano emotivo, gli orizzonti della scrittura  sarebbero fin troppo limitati. La bravura di uno scrittore, a mio parere, si misura proprio nel calarsi in situazioni emotive che possono anche essergli sconosciute ma che cerca di ricreare dentro di sé e si sforza di trasmettere all’esterno. All’inizio, forse è più facile scrivere di quello che si prova, anche traslandolo, come hai detto tu @Gualduccig, ma alla lunga fermarsi a questo sarebbe noioso.  Bisogna riuscire anche a calarsi nei panni di un personaggio che è altro da sé e sforzarsi di sentire ciò che sentirebbe lui in un contesto che non ci appartiene e sul quale è necessario informarsi in maniera adeguata. Diverso il discorso dell’ambientazione: al riguardo anche io penso che si debba studiarla molto bene prima di avventurarsi in terre sconosciute o che esistono vagamente soltanto nei ricordi.

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
1 minuto fa, Mafra ha scritto:

All’inizio, forse è più facile scrivere di quello che si prova, anche traslandolo, come hai detto tu @Gualduccig, ma alla lunga fermarsi a questo sarebbe noioso.  Bisogna riuscire anche a calarsi nei panni di un personaggio che è altro da sé e sforzarsi di sentire ciò che sentirebbe lui in un contesto che non ci appartiene

 

Provo a dettagliare meglio: se non abbiamo mai provato la paura (per qualunque motivo, foss'anche un film ben riuscito o una favola che ci ha impressionato da bambini), se non abbiamo mai sofferto per un abbandono (un lutto, un divorzio, un partner che ci lascia), se non abbiamo mai fatto provato l'eccitazione dell'atto sessuale, difficilmente riusciremo a rendere la giusta tensione in un racconto che si basi su uno dei sopra citati "fulcri emotivi". Il che non significa che dobbiamo parlare del nostro lutto o della nostra prima volta ma recuperare quegli spartiti e suonarli con altri strumenti: si dice che Dostoevskij sia riuscito a rendere perfettamente la disperazione dell'assassino in Delitto e Castigo perchè ha lì espresso il proprio senso di colpa per aver reso al vita tanto difficile ai suoi cari a causa del suo viziaccio (il gioco d'azzardo).

 

La mia posizione, in estrema sintesi, è che per poter scrivere tutto bisogna aver vissuto un po'. Finchè non si sono provate certe emozioni, scriverne (in senso allargato) richiede uno sforzo d'astrazione molto complicato.

  • Mi piace 1
  • Grazie 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
1 minuto fa, Gualduccig ha scritto:

La mia posizione, in estrema sintesi, è che per poter scrivere tutto bisogna aver vissuto un po'. Finchè non si sono provate certe emozioni, scriverne (in senso allargato) richiede uno sforzo d'astrazione molto complicato.

condivido solo in parte. La prima cosa che mi viene da pensare è agli autori di gialli che scrivono di assassinii e violenza. Come si spiega questa? Non credo che ognuno di questi autori sia un assassino lui stesso o aspirante tale. 

Sono d'accordo però che quando si scrive è inevitabile attingere al personale, consciamente o no, qualcosa di noi ci finisce sempre dentro, sia che scriviamo un romanzo storico o un giallo, con la narrativa insomma.

Mi capita spesso di scrivere di cose che non conosco e non ho mai vissuto, ma mi sento di dire che anche lì c'è qualcosa di mio, in uno dei personaggi, o in più di uno, ci sono sfumature che mi riguardano. O che riguardano chi avrei voluto/potuto essere. Lo trovo affascinante e molto curioso. È un po' come darsi la possibilità di vivere molteplici vite.

6 ore fa, Black ha scritto:

La mia risposta alle tue domande è quindi la seguente: la sola ricerca potrebbe essere sufficiente, a patto che sia davvero approfondita; non bisogna però pretendere di ricreare la stessa atmosfera che solo chi ha vissuto in un determinato luogo o ha svolto una determinata attività può conoscere. Viceversa, non bisogna limitare la propria creatività solo verso ciò che si è vissuto, ma è fondamentale conoscere ciò di cui si parla (e quindi è molto importante fare ricerche).

a questa ricerca approfondita bisogna aggiungere la propria immaginazione per rendere questi dettagli intimi e reali, o rischiano di rimanere dei soprammobili un po' impolverati che ti danno quell'idea scomoda di non sapere dove sederti e allungare le gambe.

Per me la ricerca fa parte di ogni cosa che scrivo, lunga o corta. Forse è il mio punto di partenza a cui si aggiungono il vissuto e la fantasia.

  • Mi piace 2
  • Grazie 2

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
7 minuti fa, Kikki ha scritto:
18 minuti fa, Gualduccig ha scritto:

La mia posizione, in estrema sintesi, è che per poter scrivere tutto bisogna aver vissuto un po'. Finchè non si sono provate certe emozioni, scriverne (in senso allargato) richiede uno sforzo d'astrazione molto complicato.

condivido solo in parte.

Anch'io come te, @@Kikki .  

Ci sono alcune emozioni che sono davvero uniche e difficilmente si potrà renderle se non li si è provate, una su tutte la maternità.  È quasi impossibile per un uomo, e credo anche per una donna che non sia madre, rendere al meglio quel legame che si stabilisce con un essere che si sviluppa dentro di te e che dopo nove mesi uscirà a vedere la luce; questo anche se te ne ha fatto partecipe la persona con cui dividi le tue giornate.

Ma in un certo senso ogni esperienza è unica perché la viviamo noi sulla nostra pelle e non sarà mai assolutamente identica a quella provata da qualcun altro.  Se io rivelo a un caro amico "amo Federica con tutto il cuore", lui immaginerà nella sua mente le emozioni che ha provato quando ha amato (o ama) con tutto il cuore una persona.  Ma le mie e le sue emozioni potrebbero essere, e sicuramente sarebbero, anche molto diverse tra loro.

La bravura di uno scrittore sta anche e soprattutto in questo: calarsi nei propri personaggi e renderli "veri", credibili per un lettore a prescindere dal fatto che lui abbia provato le stesse emozioni.

  • Mi piace 5

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
46 minuti fa, Kikki ha scritto:

La prima cosa che mi viene da pensare è agli autori di gialli che scrivono di assassinii e violenza. Come si spiega questa? Non credo che ognuno di questi autori sia un assassino lui stesso o aspirante tale. 

 

Però pochi sono scritti dal punto di vista dell'assassino.

Un controesempio: American Psycho descrive le fobie e le ansie e i modi (anche tragici) con cui il protagonista cerca di scaricare quelle puslioni negative. Ora, mi auguro che B.E.Ellis non abbia seviziato nessuno al fine di documentarsi meglio, ma quelle pressioni e quella voglia/bisogno di scaricarsi (in maniera magari masochistica, che per P. Bateman diventa sadica) credo siano state filtrate dal suo cervello ma non siano nate (solo) lì.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
55 minuti fa, Kikki ha scritto:

condivido solo in parte. La prima cosa che mi viene da pensare è agli autori di gialli che scrivono di assassinii e violenza. Come si spiega questa? Non credo che ognuno di questi autori sia un assassino lui stesso o aspirante tale. 

 

Sono d'accordo @Kikki

Io scrivo gialli e nei miei capolavori c'è gente che viene uccisa nei modi più disparati: chi viene preso a coltellate, chi viene annegato, chi buttato dalla finestra, ecc… Eppure io non ho mai ucciso nessuno: anzi, non farei del male neppure a una mosca. E non ho mai conosciuto assassini. Se un giorno mi trovassi davanti uno che dice di aver ucciso tre persone e di tenerne i corpi smembrati nel freezer, io, una volta accertatomi che è vero (magari scherza), correrei a segnalarlo ai Carabinieri, come minimo. Eppure non posso negare che un po' di curiosità ce l'avrei… E con questo vengo al tuo discorso successivo.

1 ora fa, Kikki ha scritto:

Sono d'accordo però che quando si scrive è inevitabile attingere al personale, consciamente o no, qualcosa di noi ci finisce sempre dentro, sia che scriviamo un romanzo storico o un giallo, con la narrativa insomma.

Mi capita spesso di scrivere di cose che non conosco e non ho mai vissuto, ma mi sento di dire che anche lì c'è qualcosa di mio, in uno dei personaggi, o in più di uno, ci sono sfumature che mi riguardano. O che riguardano chi avrei voluto/potuto essere. Lo trovo affascinante e molto curioso. È un po' come darsi la possibilità di vivere molteplici vite.

 

Anche qui mi dichiaro d'accordo. Se non sbaglio, tu scrivi anche favole per bambini. Magari ci sono animali che parlano. Bene, sfido chiunque a dirmi che cosa proverebbe se un giorno il suo cane lo chiamasse per nome e gli proponesse di andarsi a fare una birra nel pub sotto casa. Se uno scrive gialli o storie di animali parlanti, per me, in realtà, sta pescando nel suo inconscio (che lo sappia o meno, è il caso di dire;)): in questo senso credo che ogni opera sia, almeno in parte, autobiografica. È il suo inconscio che lo giuda verso certi argomenti più che una vera consapevolezza.

Altro paio di maniche sono quelli che si forzano a scrivere il genere Tal de' Tali perché vende di più :s

 

 

 

35 minuti fa, Gualduccig ha scritto:

Però pochi sono scritti dal punto di vista dell'assassino.

 

Io allora sono uno che fa quei "pochi".

Nel thriller che sto scrivendo adesso, alcuni capitoli espongono il punto di vista degli investigatori, altri invece quello dell'assassino. Non so che cosa pensa in genere un assassino seriale, ma so cosa pensa quell'assassino: l'ho creato io, in definitiva.

  • Mi piace 3

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

In effetti anche Emile Zola nella Bestia umana descriveva i pensieri di un assassino (anche se un po' diverso, ma sempre assassino) riuscendo a renderlo molto bene, anche troppo per me.

Secondo me più uno è bravo (non dico in generale, ma in questo) e più riesce a calarsi in vissuti lontani dai propri; io per esempio non sono capace di spingermi tanto in là.

Certo, si parla sempre di adattare le proprie esperienze emotive (ad altre che si conoscono meno).

  • Mi piace 2

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
13 ore fa, dyskolos ha scritto:

Se uno scrive gialli o storie di animali parlanti, per me, in realtà, sta pescando nel suo inconscio (che lo sappia o meno, è il caso di dire;)): in questo senso credo che ogni opera sia, almeno in parte, autobiografica.

peschi di sicuro dall'inconscio, ma è soprattutto come dice @Marcello

14 ore fa, Marcello ha scritto:

La bravura di uno scrittore sta anche e soprattutto in questo: calarsi nei propri personaggi e renderli "veri", credibili per un lettore a prescindere dal fatto che lui abbia provato le stesse emozioni.

e riuscire a far immedesimare il lelttore rendendo le sensazioni alla portata di tutti, l'autore dà l'imbeccata e il lettore dà la pennellata finale aggiungendo il suo vissuto, il suo sentire. Per questo, bisogna scrivere in modo universale per riuscire a farsi capire da più persone possibili, assassini e animali parlanti inclusi e come si fa? Scrivi sì di una cosa che conosci o a cui comunque dai la tua pennellata personale, ma li rendi elementi credibili: nessuno si meraviglia che nelle mie favole gli animali parlino, eppure non tutte le favole raccontano di animali parlanti e io, di sicuro, non ho mai parlato con nessun animale. Basta sapere che è una favola  per farci sospendere l'incredulità, perché c'è coerenza tra il fatto che ho dichiarato che scrivo favole e che i miei animali parlano. Tu, lettore, non ci trovi niente da ridire, tutto coerente e plausibile.

Eppure, ripeto, non ho mai parlato con nessun animale.

Con questo voglio dire che bisogna saper scrivere ed essere consapevoli dell'effetto che hanno le nostre parole di scrittori nell'insieme, nella storia finale. A questo aggiungiamo il nostro vissuto e personale, nemmeno ce ne rendiamo conto, ma il mio cane che parla potrebbe fare yoga come faccio io e non avere paura del buio, che potrebbe essere una cosa che mi piacerebbe tanto riuscire a ottenere per me, ma proprio non ci riesco, non fa parte di me, ma la infilo in uno dei miei personaggi.

13 ore fa, Gualduccig ha scritto:

Però pochi sono scritti dal punto di vista dell'assassino

hai ragione, io ho scritto un solo giallo nella mia vita ed è stato un lavoro a quattro mani in cui io lavoravo sul pdv dell'assassino e l'altro autore su quello del commissario. Non ho mai ucciso nessuno, giuro, però ho indagato. Ho finto di trasformarmi in assassino e ho provato a pensare cosa potesse sentire e vivere una persona che ne uccide delle altre. 

Tutto questo pippone solo perché volevo dire che secondo me è possibile scrivere di quanto non si conosce, bisogna informarsi e crederci fino in fondo.

  • Mi piace 2
  • Grazie 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
6 ore fa, Kikki ha scritto:

Basta sapere che è una favola  per farci sospendere l'incredulità,

 

6 ore fa, Kikki ha scritto:

Con questo voglio dire che bisogna saper scrivere ed essere consapevoli dell'effetto che hanno le nostre parole di scrittori nell'insieme, nella storia finale. A questo aggiungiamo il nostro vissuto e personale, nemmeno ce ne rendiamo conto, ma il mio cane che parla potrebbe fare yoga come faccio io e non avere paura del buio, che potrebbe essere una cosa che mi piacerebbe tanto riuscire a ottenere per me, ma proprio non ci riesco, non fa parte di me, ma la infilo in uno dei miei personaggi.

 

È proprio quello il punto. Hai paura del buio? Infilare una parte di noi in un personaggio può essere d'aiuto: la scrittura serve anche a questo :)

 

 

2 ore fa, Mister Frank ha scritto:

Scrivere solo di quello che si conosce bene?

Assolutamente sì! :police:

 

 

Sì, però a questo punto mi chiedo che cosa significhi "conoscere" bene. Conoscere un luogo per esserci stati (es. casa nostra)? Conoscere per averlo letto da qualche parte? Conoscere per documentazione? Conoscere emotivamente o razionalmente? Conoscere uno stato d'animo inconsciamente? Conoscere "biblicamente"? ;)

O che altro?

 

Variano le fonti di apprendimento, credo.

 

  • Mi piace 2

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
28 minuti fa, dyskolos ha scritto:

Sì, però a questo punto mi chiedo che cosa significhi "conoscere" bene.

 

Infatti il punto è questo. Ad esempio, io sono stato fisicamente in Austria, ma non sono mai stato negli USA. Però nella vita avrò visto centinaia di film e serie tv americane e avrò letto decine di libri scritti e/o ambientati negli USA, mentre avrei gravi difficoltà a citare anche un solo film o libro austriaco, qualcuno forse sarà capitato, ma così su due piedi non me ne vengono in mente.

Dunque se parliamo del modo di vivere, del tipo di società o perfino delle istituzioni politiche, penso proprio di conoscere molto meglio gli USA che l'Austria. 

La conoscenza indiretta (libri, cinema, tv, web, giornali, etc.) di solito sovrasta quantitativamente quella diretta in misura tale da compensare ampiamente il suo essere di seconda mano, cosa che peraltro non è detto sia un limite, dipende dal proprietario di quella prima mano che ce la  descrive. È probabile che un grande scrittore o un grande regista riescano a farci comprendere più cose di una città o di una nazione di quante non ne capiremmo da soli visitandole una decina di volte.

Modificato da massimopud
  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

La mia visione rientra un po' in quello che è già stato detto, ma voglio comunque condividerla.

 

La misura di conoscenza necessaria a uno scritto è secondo me relativa all'intento stesso di ciò che si vuole scrivere.

Parlavate di poliziotti, ad esempio... se la storia verte sul protagonismo della figura, con attenzione particolare ai dettagli del suo lavoro, magari non conosciuti dai più, allora serve una documentazione più approfondita possibile; se il suo ruolo è più marginale o semplicemente "classico" (è sufficiente che faccia le indagini o vada due volte in "ufficio"), allora se ne può avere una conoscenza marginale.

 

Conoscenza e documentazione... possono essere sia personali, che per interposta persona o mezzi (libri, film, etc...). Quel che cambia nel risultato finale, come è stato detto, può essere più la sfumatura stilistica, il soffermarsi o meno su certi particolari, il descriverli o meno con diretta o esterna partecipazione.

 

Sicuramente, uno autore dovrebbe informarsi bene sul fulcro di ciò che scrive, qualora non si tratti di una esperienza personale. Ciò deve essere reso credibile e non presentare errori (ad esempio una teoria scientifica, o usi e usanze di certe popolazioni).

 

Come dire: si scrive fondamentalmente di ciò che si conosce, ma si può conoscere ciò che si ignora per scriverne sopra. Farlo in prima o indiretta persona, cambierà le sfumature, non la "veridicità" del contenuto stesso.

 

Io, che di certo non voglio paragonarmi a Salgari (ci mancherebbe), ho ad esempio scritto in passato un romanzo di viaggio, ambientato in India, Cina, Giappone, Tibet, Argentina ed altro...

Non ho visitato nessuno di questi luoghi di persona (non sono mai uscito fuori dall'Europa e pure questa, non è che l'abbia mai visitata troppo).

La mia documentazione si è basata sia su internet, ma sopratutto sui racconti e le esperienze di tante mie conoscenze e incontri fatti negli anni di gente che aveva visitato questi posti.

 

Ho "rubato", riadattandole alcune esperienze, descrizioni, tratti salienti dei racconti di questi amici... Il risultato è stato che coloro che mi hanno letto e sono stati ad esempio in India, mi hanno chiesto: "Ma quando sei stato in India anche tu? Non lo sapevamo!".

Al di là della mia personale soddisfazione o meno, quello che voglio dire e che nel mio racconto erano comunque riportate esperienze dirette, romanzate e riadattate, ma non erano le mie personali... 

Questo accade nel processo di documentazione: leggiamo libri o vediamo film che comunque si basano o tendono a basarsi su esperienze  e conoscenze personali... quando poi andiamo a rielaborarle, esse comunque mantengono in questo senso il carattere "reale" o di "vissuto".

 

Ed ancora, altre volte, personaggi "inventati" dei miei racconti, ossia che non avevo conosciuto di persona, venivamo riconosciuti come reali da chi mi leggeva, come il loro vicino di casa, la loro insegnante... magari perché mi ero ispirato proprio ai loro racconti...

 

Quello che voglio dire è "scrivere di ciò che non si conosce", secondo me, è praticamente impossibile, almeno appunto che non si voglia creare un testo sconclusionato.

 

Voglio scrivere della bomba atomica, ad esempio, e dico che essa viene creata nel forno di casa... qualcosa non torna. Se non so qualcosa, mi documento in merito, in relazione a quanto voglio far sapere, ossia a quanto mi serve nel racconto. Non devo per forza aver lavorato in una centrale nucleare... Se tale bomba atomica non deve neanche essere sganciata, ma solo rappresentare una minaccia ipotetica (es: "sgancerò la bomba atomica", ma questo non avverrà), da un punto di vista narrativo è relativamente inutile sapere quali siano gli effetti di tale bomba in maniera dettagliata (ad esempio specifico raggio di devastazione,  etc)... mi basterà sapere che farà tanti morti in maniera orribile... se invece volessi parlare di un sopravvissuto di Hiroshima, un "hibakusha", cercherei di documentarmi al meglio... Io, fortunatamente, non lo sono, ma potrei rifarmi a racconti e testimonianze di chi purtroppo lo fu... sotto quest'ottica il senso del mio racconto non sarebbe creare "la mia biografia", ma parlare di un triste evento cardine della Storia dell'umanità.

 

Altrimenti non potrebbero esistere la maggioranza delle storie... chi potrebbe parlare dell'antica Roma, del Medioevo e via dicendo? Solo chi li visse all'epoca?

 

Si possono poi inventare mondi dove la conoscenza e la realtà sono diversi dai nostri, ma lì il discorso esula un minimo.

 

Così vale anche per i sentimenti... magari io non ho mai provato il dolore per la perdita di un figlio (non avendone) ma riferendomi alle esperienze altrui posso comunque ricrearla. o perché no, provare a immaginarla rifacendomi ad altri miei dolori ed amplificandone la portata... anche perché non tutti la vivranno alla stessa identica maniera, dunque il mio resoconto potrebbe comunque risultare come personale del protagonista, diverso dagli altri.

 

In questo caso subentra anche l'invenzione della creatività narrativa stessa... voglio descrivere come la perdita di un figlio sia paradossalmente la migliore gioia nella vita di una persona... sembrerebbe cosa impossibile, non veritiera, ma magari il carattere del protagonista e gli eventi della storia la faranno sembrare tale, o meglio plausibile: il figlio ad esempio si era macchiato di nefandezze indicibili, oppure il padre è un insensibile totale...

In questo caso la conoscenza che si deve avere non è direttamente sulla perdita o meno, ma quante e quali possano essere le reazioni di fronte a simili eventi ed inserire la propria idea nella gamma di queste possibilità.

 

 

Ciao!

 

 

 

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
2 ore fa, dyskolos ha scritto:

, però a questo punto mi chiedo che cosa significhi "conoscere" bene.

Innanzitutto credo sia necessario conoscere il genere narrativo.

Per esempio, se voglio cimentarmi in un fantasy devo stare attento a non cadere nei soliti clichè, ma devo essere un lettore di fantasy per poterli riconoscere.

(io che non ho mai letto un thriller non sarei assolutamente capace a scriverlo).

Per quanto riguarda il genere storico, penso che la documentazione sia molto importante, perchè bisogna conoscere la mentalità, gli usi e i costumi, lo stile di vita, la dialettica, il vestiario, i mezzi di trasporto, ecc.

Se il lord ha un valletto, non posso scrivere che è il magiordomo ad aiutarlo a vestirsi ogni mattina.

Le emozioni e i sentimenti non necessitano di conoscenza diretta o indiretta, ma di immedesimazione.

Se abbiamo bisogno di conoscere un preciso luogo, poi, possiamo visitarlo comodamente da casa: foto, video, ecc. sono rapidamente consultabili su internet.

Come dice la parola stessa, conoscere vuol dire avere una cognizione ampia e approfondita di qualcosa, spesso frutto di studi, letture, ecc. :)

Per fare l'idraulico o il medico è necessario studiare, così anche per fare lo scrittore. O almeno io la penso così. :angelo:

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Per me vi fate prendere troppo dalla paura infondata di non rappresentare realtà diverse dalla nostra, facendovi distrarre da usi e costumi diversi, ma dimenticandovi che gli esseri umani son tutti uguali: che siano uomini, donne, occidentali, asiatici, alti o piccini.

 

Ho letto libri di successo scritti da giapponesi e ambientati in Giappone, così come libri di americani, scritti in america... e tranne qualche dettaglio, magari una danza, un piatto o un tipo di vestito che da noi non esiste, le storie che narravano potevano tranquillamente capitare a me in Italia. Non confondiamo l'animo umano, con il contesto dentro cui questo animo agisce. E benché il contesto sia fondamentale per dare un particolare profumo a una storia, e varia da paese a paese, da città a a città, l'animo umano rimane costante.

 

E lo stesso vale per gli scritti italiani di autori di successo. Posso prendere ad esempio Moravia o Eco, entrambi hanno scritto in profondità della società italiana, eppure le azioni dei personaggi poco spesso sono state influenzate dal contesto. E lo stesso vale per i romanzi storici quali possono essere quelli di Follet: ricerca storica accurata, mille mila dettagli, ma personaggi con psiche bene o male uguale alla nostra, proprio perché si ritorna all'inizio. Gli esseri umani sono tutti uguali.

 

Gli unici scrittori che possono avere qualche problema tra personaggi e contesto sono quelli di fantasy e fantascienza, dove alle volte il contesto può risultare così assurdo e lontano dalle nostre società che questa volta sì avremo personaggi quasi illogici che compiono azioni estreme. Penso alla crudeltà, alla corruzione e perversione nel mondo di Martin, all'assurda disciplina di sopravvivenza politico/naturale in Dune fino a società che niente hanno da spartire con le nostre in universi come quello di Forgotten Realms.

 

Martin è un maestro nel contaminare la psiche dei personaggi attraverso il contesto dove vivono. C'è un libro "In fondo il buio", che si potrebbe descrivere come un esperimento di questo tipo. Però sono esempi estremi, magari di successo, ma di autori che hanno alle spalle oltre 40 anni di carriera e si muovo appunto in mondi di fantascienza e fantasy. Per la maggior parte dei casi, il contesto non intacca personaggi, psiche e la storia narrata. Deve essere preciso, dettagliato e veritiero, ma alla fine conta il giusto. ù

 

Inoltre, a meno che non scriviate manuali su come si vive in un determinato paese, lo spazio e il tempo che un libro vi concede per eviscerare la società dentro cui si svolge la storia sono spesso limitatissimi. Anche concentrando l'attenzione su una usanza particolare, sarà comunque una goccia in un mare d'inchiostro. Molto spesso ignorata dal lettore.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

 

7 minuti fa, Ospite ha scritto:

Per me vi fate prendere troppo dalla paura infondata di non rappresentare realtà diverse dalla nostra, facendovi distrarre da usi e costumi diversi, ma dimenticandovi che gli esseri umani son tutti uguali: che siano uomini, donne, occidentali, asiatici, alti o piccini.

Per me non è paura, è accuratezza.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
2 ore fa, dyskolos ha scritto:

È proprio quello il punto. Hai paura del buio? Infilare una parte di noi in un personaggio può essere d'aiuto: la scrittura serve anche a questo :)

L'aspetto psicologico e psicoterapico della scrittura è interessante, cacchio, ci vorrebbe una discussione apposita. So che viene usata per l'elaborazione di traumi, ma credo sia una minima parte di tutto quello che sta dietro la scrittura.

 

43 minuti fa, AndC ha scritto:

La mia documentazione si è basata sia su internet, ma sopratutto sui racconti e le esperienze di tante mie conoscenze e incontri fatti negli anni di gente che aveva visitato questi posti.

Aggiungo, per chi purtroppo non ha amici viaggiatori, che ormai YT pullula di video di italiani residenti all'estero che raccontano la loro esperienza. Certo non è come viverla, ma secondo me è un immenso serbatoio a cui attingere. Comunque complimenti per aver saputo rendere così bene dei luoghi a te sconosciuti! 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
4 minuti fa, Mister Frank ha scritto:

 

Per me non è paura, è accuratezza.

 

Accuratezza è usare la diligenza e il cervello per avere la meglio su un problema.

 

Rinunciare ad affrontarlo perché ritenuto insormontabile è paura.

 

I miei primi libri sono ambientati negli Stati Uniti, parlo di luoghi, città, istituzioni che non ho mai visitato. Il tutto affondato in eventi che non ho mai sperimentato. Parlo di relazioni interpersonali mai conosciute e nell'ultimo mi sono calato nel punto di vista di una ragazzina di 11... cosa che non sono mai stato XD

 

Eppure le donne che mi hanno letto non hanno avuto niente da protestare sulle figure femminili e allo stesso modo i lettori americani che mi sono fatto. Anzi, alcune ragazze mi hanno detto che nella scena di sesso loro propinata sono rimaste colpite da come ho scritto accuratamente la parte femminile pur essendo io un uomo.

 

Se avessi, e se dovessi, scrivere solo di ciò che ho visto, sperimentato e conosciuto, non sarei arrivato dove sono ora. Inoltre nemmeno scriverei. Sarebbe una noia assurda. Se c'è una cosa bella dello scrivere, è appunto esplorare realtà che non conosco, persone che niente hanno a che fare con me stesso.

 

Il dire NO a priori perché bisogna scrivere solo ciò che abbiamo toccato con mano è per me molto nocivo.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
2 minuti fa, Antares_ ha scritto:

L'aspetto psicologico e psicoterapico della scrittura è interessante, cacchio, ci vorrebbe una discussione apposita. So che viene usata per l'elaborazione di traumi, ma credo sia una minima parte di tutto quello che sta dietro la scrittura.

 

You is right… no, scusa, ci va un "are". Sarebbe un argomento imperdibile.

«Giù ahi medica cielo uuh olio… io ho tre figli… no, un attimo, ne ho cinque che si chiamano Marcella, la prima, e Federico, il secondo.»;)

«Hai detto che ne hai cinque!»

«Io? Ma se ne ho due! Forse non capisci.»

«Hai ragione, scusami tanto. Scrivi quanti figli hai su questo foglietto bianco, così non sbaglio più.»

E il tizio scrive un 6.

 

Quando si dice «avere le idee chiare» :D

 

A volte la scrittura si usa anche a fini riabilitativi.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
4 minuti fa, dyskolos ha scritto:

«Giù ahi medica cielo uuh olio… io ho tre figli… no, un attimo, ne ho cinque che si chiamano Marcella, la prima, e Federico, il secondo.»;)

«Hai detto che ne hai cinque!»

«Io? Ma se ne ho due! Forse non capisci.»

«Hai ragione, scusami tanto. Scrivi quanti figli hai su questo foglietto bianco, così non sbaglio più.»

E il tizio scrive un 6.

Immagino sia una conversazione reale...O_o

 

22 minuti fa, Ospite ha scritto:

Se c'è una cosa bella dello scrivere, è appunto esplorare

Questa è un'altra cosa interessante: la scrittura come esplorazione...

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
29 minuti fa, Ospite ha scritto:

Se avessi, e se dovessi, scrivere solo di ciò che ho visto, sperimentato e conosciuto, non sarei arrivato dove sono ora.

Non intendevo dire che dobbiamo scrivere solo ciò che abbiamo vissuto, sperimentato e conosciamo. Ma, semplicemente, documentarsi quando necessario. Per esempio, io mi sono documentato per scrivere un romanzo ambientato in Polonia durante la seconda guerra mondiale. L'ho dovuto fare perchè non conoscevo la realtà storica.

 

30 minuti fa, Ospite ha scritto:

Se c'è una cosa bella dello scrivere, è appunto esplorare realtà che non conosco, persone che niente hanno a che fare con me stesso.

Assolutamente sì!

Anzi per me anche la lettura è una esplorazione.

 

31 minuti fa, Ospite ha scritto:

Il dire NO a priori perché bisogna scrivere solo ciò che abbiamo toccato con mano è per me molto nocivo.

No, Ospite, io non ho detto NO a priori.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
3 minuti fa, Mister Frank ha scritto:

Non intendevo dire che dobbiamo scrivere solo ciò che abbiamo vissuto, sperimentato e conosciamo. Ma, semplicemente, documentarsi quando necessario. Per esempio, io mi sono documentato per scrivere un romanzo ambientato in Polonia durante la seconda guerra mondiale. L'ho dovuto fare perchè non conoscevo la realtà storica.

 

Assolutamente sì!

Anzi per me anche la lettura è una esplorazione.

 

No, Ospite, io non ho detto NO a priori.

 

Certo. Lo avevo capito. Ma volevo ribadirlo bene visto che trovo spesso e volentieri persone che dicono NO a priori a questa e ad altre cose che ritengono impossibili.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 18/11/2019 alle 17:29, Marcello ha scritto:

La bravura di uno scrittore sta anche e soprattutto in questo: calarsi nei propri personaggi e renderli "veri", credibili per un lettore a prescindere dal fatto che lui abbia provato le stesse emozioni.

 

(y)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Scrivere solo di ciò che si conosce bene?
D'accordissimo, così già da domani mattina tutte le bacheche di facebook si trasformeranno in uno schermo bianco, senza che ci sia stato un attacco da parte degli hacker! :yahoo:
Ah, si parlava di romanzi? Scusate, l' O.T. allora.:S
P.S.
Comunque sono (abbastanza) d'accordo lo stesso. La fantasia funziona, quando si tengono i piedi ben piantati per terra. "L'ideale calato nel reale", era la mirabile sintesi di De Sanctis riguardo ai Promessi Sposi. Poi ci si possono prendere alcune licenze, come del resto fa lo stesso Manzoni nel suo celebre romanzo: la sua ricerca storica è rigorosa e non si discute; ma, con la sua mania di andare a "sciacquare i panni in Arno", alla fine fa esprimere due contadinotti lecchesi del '600 come due colti borghesi fiorentini dell'800.

 

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
3 ore fa, Antares_ ha scritto:

Aggiungo, per chi purtroppo non ha amici viaggiatori, che ormai YT pullula di video di italiani residenti all'estero che raccontano la loro esperienza. Certo non è come viverla, ma secondo me è un immenso serbatoio a cui attingere. Comunque complimenti per aver saputo rendere così bene dei luoghi a te sconosciuti! 

Sì, volevo aggiungerlo poi ce l'ho tolto... Ho fatto anche riferimento a blog o siti di racconti di viaggio... Insomma, il modo di documentarsi per interposta persona c'è.

 

Grazie per il complimento, anche se poi il riscontro l'ho avuto solo da poche persone (dunque non sono certo che l'effetto sia completamente riuscito) però grazie!

 

:D

Modificato da AndC
  • Grazie 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

bellissima discussione, in verità mi rispecchio un po' in tutti voi, infatti quando scrivo non solo esploro luoghi e linguaggi, ma mi documento e ci metto dentro il mio vissuto e il mio sentire, tanto nei thriller che nella mia sperimentazione fantasy.

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

×