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«Pensaci: è così».

«Sei fuori di testa» sbuffo fuori assieme a una nube di fumo.

Sospira e «non ti capita mai» riattacca «di immaginare una cosa, anzi che qualcosa vada in una determinata maniera poi la vivi proprio allo stesso modo?»

Rifletto e «non mi viene in mente niente. No» rispondo.

Scrolla la testa, strattona indietro il ciuffo rosso che gli plana sulla fronte e «sei troppo razionale, per te deve essere tutto scientifico» dice.

Lo penso e lo dico: «sai com’è».

Allama il mio sguardo al suo e «perché una cosa esclude l’altra?» domanda.

Mi gratto là dove avevo capelli, poi «che intendi?» chiedo mentre sfrego la cicca sul tacco dell’anfibio, la pinzo fra pollice e indice e la schiocco a un quattro-cinque metri da me.

Rapido Ivan si alza, due falcate e raggiunge il punto in cui è atterrata, fruga fra l’erba alta poi torna da me con quella in mano.

«E te saresti un biologo?» dice ficcandola dentro il collo della bottiglia vuota.

«Ehi cazzo fai, c’era ancora un goccio» faccio seccato.

«Tanto faceva schifo» ribatte.

«Cazzo dici è una delle rosse migliori».

«Ne conosco una ancora meglio» ridacchia saldandomi gli occhi addosso.

Colgo al volo e tento di atterrarlo subito il pensiero di Viola ma lui con un «l'hai più risentita?» lo fa ridecollare.

«No. Che ore abbiamo fatto?» provo a glissare.

«Gregorio e Viola, la coppia perfetta» riattacca.

«Falla finita Ivan». Lui lo sa che quando lo chiamo per nome non promette nulla di buono ma sembra ignorarlo ed «è colpa tua» riprende.

«Cosa?»

«È solo colpa tua: sempre a pensare che ti avrebbe lasciato e l'ha fatto, hai pilotato la tua storia: il discorso di prima, torna tutto».

Se lo avesse detto qualcun altro gli avrei messo le mani addosso. Con lui, però, non ce la faccio ad incazzarmi, non ci sono mai riuscito, nemmeno quando mi lanciò addosso due pomodori maturi, che la vedo ancora adesso la maglietta tutta impiastricciata di rosso mentre cerco di capire come abbia fatto, da quella distanza, a centrarmi, con quelle piccole mani che forse nemmeno riuscivano a scrivere le lettere ancora.

Con un «ehi ci sei?» mi strattona all'ora e al qui.

«Cosa vuoi?»

«Ti eri assentato».

«Sì e allora?»

«Fai una faccia quando ti capita che la metà basta».

«Cazzo dici? Che significa quando ti capita?»

«Che non è la prima volta. Da quando ti conosco, cosa sono» alza la mano e conta le dita «diciassette, diciotto anni? Lo hai sempre fatto».

«Oddio che palle: sei sempre ad osservare, non ti si regge».

«Certo, è grazie al fatto che osservo che ho capito anche questa faccenda. Ma non è una cosa astratta: ci auto pilotiamo nella direzione dei nostri pensieri. Hai presente quando torni a casa con l'auto e non ti sei reso conto della strada che hai fatto e come ci sei arrivato perché tutto il percorso hai pensato ad altro?»

«E quindi?»

«È come se il tuo cervello avesse impostato il navigatore e il tuo corpo gli andasse dietro. Cioè» dice avvicinandomi le mani aperte alla faccia «capisci? Sali in auto e dici a te stesso: voglio arrivare lì. Tutto quello che viene dopo è automatico. Lo stesso vale per tutte le altre cose di ogni giorno».

Negli occhi che attracca ai miei ci leggo l'ansia che io dica qualcosa per la sua scoperta ma il mio «e allora?» non è certo quello che vorrebbe sentire.

Resta allacciato al mio sguardo, in silenzio, poi «te sei limitato» dice scocciato «pensi che il DNA spieghi tutto».

«Tutto no, ma tanto».

«Ecco vedi?»

«Ma vedi cosa?»

«Devi sempre trovare una spiegazione nei libri di Scienza».

«Pubmed» ridacchio.

«Eh?» fa lui.

«Pubmed».

«E che cazzo è?»

«La libreria online che raccoglie tutti gli studi scientifici, un archivio di tutte le ricerche che vengono pubblicate ovunque nel mondo».

«Davvero e me lo dici solo ora?»

«Ti interessa?»

«Non me ne può fregare di meno, ma senti: qual è la cosa che desideri di più?»

«In che senso?»

«Cosa cerchi, cosa vuoi: la tua ambizione».

«Nessuna».

«Non è possibile. Mettiamola così: cosa ti manca?»

Ci penso ma non troppo: «la libertà, l'indipendenza economica».

«E perchè?»

«Se non fosse per i miei non ce la farei solo con quello che prendo, o perlomeno sopravvivrei e basta».

«Beh se volevi soldi forse hai scelto la strada sbagliata».

«È il mio sogno la Ricerca, è quello che sono. Non riesco e non voglio fare altro».

«Perché?»

«Mi ci vedi chiuso in un cazzo di banca, tutto il giorno davanti a un computer oppure a una catena di montaggio a ripetere all'infinito gli stessi gesti, dentro una scatola di cemento a produrre oggetti che altri compreranno dentro un'altra scatola di cemento con i soldi guadagnati dentro un'altra scatola ancora?»

«Sempre di cemento?»

«Cosa?»

«L’ultima scatola è sempre di cemento?»

«Vai a cacare».

«E il laboratorio? Sei chiuso dentro anche lì no?»

«Ti sbagli, sono ovunque, dentro ogni cellula che analizzo».

«Per fare cosa?»

«Mi prendi per il culo?»

«No, è una domanda seria».

«Dove vuoi andare a parare?»

«Te dimmelo».

«Non ricordo la domanda».

«Perché fai il ricercatore?»

«Per trovare cure, spiegare meccanismi biologici e tanto altro».

«Te lo sai qual è una delle cose che ti dà più fastidio, no?»

«Sarebbe?»

«Il dubbio. Da quando ti conosco non lo tolleri, hai sempre detto che volevi tutto tranne l'incertezza».

«Sì va bene e allora?»

«Guarda cosa fai gran parte del giorno? Cerchi quello che non si conosce. Ti sei auto pilotato dentro le tue paure, dentro ciò che immaginavi e ci sei arrivato».

Non ci avevo mai pensato, o perlomeno non l'avevo mai vista da questa angolazione ma lo penso e lo dico: «non l'accetto questa tua banale visione del mondo».

«Perché?»

«Responsabilizza troppo la persona di cose che potrebbero accadergli anche per altre cause esterne».

«Senti Gregorio».

«Ora basta» gli sputo in faccia puntandogli l'indice in faccia «falla finita con questa storia, mi hai stufato».

Mi alzo, sgancio due pacche ai jeans per scrollare erba e quanto altro e, dando le spalle ad Ivan, mi avvio verso la macchina, trascinando questa fottuta gamba ingessata che mi sono rotto sabato.

Maledetta moto, ma poco male: tanto era da un pezzo che pensavo di voler rallentare un po’.

 

 

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Ciao @Sjø :)

Ci sono delle cose nel tuo racconto che mi sono piaciute molto, tipo le riflessioni, sono ben descritte e risaltano perché quotidiane, vissute da tutti. 

14 ore fa, Sjø ha scritto:

auto pilotiamo nella direzione dei nostri pensieri. Hai presente quando torni a casa con l'auto e non ti sei reso conto della strada che hai fatto e come ci sei arrivato perché tutto il percorso hai pensato ad altro?»

Questa :)

14 ore fa, Sjø ha scritto:

Mi ci vedi chiuso in un cazzo di banca, tutto il giorno davanti a un computer oppure a una catena di montaggio a ripetere all'infinito gli stessi gesti, dentro una scatola di cemento a produrre oggetti che altri compreranno dentro un'altra scatola di cemento con i soldi guadagnati dentro un'altra scatola ancora

Questa è molto bella.

Altre cose funzionano un po' meno, a mio avviso. All'inizio si fa fatica a seguire il dialogo, non ci sono i nomi dei personaggi ad aiutare il lettore. C'è intermittenza e il filo non scorre.

14 ore fa, Sjø ha scritto:

Pensaci: è così».

«Sei fuori di testa» sbuffo fuori assieme a una nube di fumo.

Sospira e «non ti capita mai» riattacca «di immaginare una cosa, anzi che qualcosa vada in una determinata maniera poi la vivi proprio allo stesso modo?»

Rifletto e «non mi viene in mente niente. No» rispondo.

"Pensaci, è così" dice Ivan.

"Sei fuori di testa". Rispondo sbuffando insieme a una nube di fumo.

"Non ti capita mai di immaginare una cosa...  riprende mentre... Qui puoi inserire un comportamento, per evitare il dice, mi guarda, rispondo, riprende... Così facendo allunghi il brodo e anche le parole che potrebbero ripetersi. (Solo impressioni di una inesperta, prendile con cautela ;)

La parte che segue non è chiara.

14 ore fa, Sjø ha scritto:

anzi che qualcosa vada in una determinata maniera poi la vivi proprio allo stesso modo?»

Il dejavu? Dillo. A volte è meglio essere chiari e chiamare le cose col proprio nome, come qui.

 

14 ore fa, Sjø ha scritto:

da quella distanza, a centrarmi, con quelle piccole mani che forse nemmeno riuscivano a scrivere le lettere ancora.

Questo per dire che si conoscono fin da bambini. Anche qui, dillo, puoi creare confusione altrimenti (chi è ora questo? Ho pensato, credevo fosse un  nuovo personaggio) . Quando da bambini ecc... 

 

14 ore fa, Sjø ha scritto:

Rifletto e «non mi viene in mente niente. No» rispondo.

Dopo il rifletto, sembra che il periodo sia in prosa.

14 ore fa, Sjø ha scritto:

«Ora basta» gli sputo in faccia puntandogli l'indice in faccia «falla finita con questa storia, mi hai stufato».

Perché questa reazione, non ho trovato nel testo una possibile giustificazione a questo gesto.

Altra cosa, il "cazzo" come esclamativa, una, due, va bene, ma alla terza infastidisce, non il lettore, ma forse si rende antipatico il personaggio. (Io ne uso di parolacce, e mi rendo conto di esagerare a distanza di tempo, rileggendo i miei racconti).

Ciao, spero di esserti stata utile.

A presto.

 

 

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1 ora fa, Lauram ha scritto:

Qui puoi inserire un comportamento, per evitare il dice, mi guarda,

@Lauram buon consiglio, grazie!

 

1 ora fa, Lauram ha scritto:

il "cazzo" come esclamativa, una, due, va bene, ma alla terza infastidisce, non il lettore, ma forse si rende antipatico il personaggio.

Hai ragione.

 

Grazie ancora per aver letto e commentato il mio racconto.

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Il 14/8/2019 alle 13:54, Lauram ha scritto:
Il 13/8/2019 alle 23:01, Sjø ha scritto:

«Ora basta» gli sputo in faccia puntandogli l'indice in faccia «falla finita con questa storia, mi hai stufato».

Perché questa reazione, non ho trovato nel testo una possibile giustificazione a questo gesto.

 

Ciao @Lauram mi sono accorto, rileggendo il tuo commento, di non aver chiarito questo punto. Gli "sputo" in faccia non è un gesto ma è un "dire" in modo più irruento, proprio per evitare di scrivere sempre "dire" e fornirgli una connotazione più colorita. Hai però ragione perché può dare luogo ad equivoci, effettivamente sembra un gesto, devo stare più attento.

Grazie ancora del tuo approfondito e utile commento!

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Ciao @Sjø,

Credo sia la prima volta che volta che leggo qualcosa di tuo. 

 

Il racconto è molto dialogato, un botta e risposta tra due amici che parlano di un po' di tutti, come può capitare una sera come tante davanti a una bottiglia di birra (rossa) e fumando una sigaretta. 

Caratterizzi i due personaggi attraverso il loro modo di interpretare la vita. C'è Ivan, il più filosofo, quello che non ama la razionalità, che è poi anche il portatore del messaggio del racconto, cioè :

Il 13/8/2019 alle 23:01, Sjø ha scritto:

non ti capita mai» riattacca «di immaginare una cosa, anzi che qualcosa vada in una determinata maniera poi la vivi proprio allo stesso modo?»

Mentre Gregorio è quello pragmatico, lo scienziato, il ricercatore, che cerca le sue risposte su

Il 13/8/2019 alle 23:01, Sjø ha scritto:

Pubmed

Anche se la risposta al motivo per cui la sua storia d'amore è finita lì non sta scritta. 

 

Vediamo se posso aiutarti con qualche considerazione e osservazione personale. Tieni conto che non ho una preparazione tecnica in campo letterario, per cui quelle che seguono sono annotazioni da lettore e sensazioni che mi sono derivate dalla lettura. Usale pure come ritieni più opportuno. 

 

Innanzitutto una considerazione sulla formattazione dei dialoghi. Ripeto non sono un editor, ma, giusto o sbagliato che sia, questa impostazione del discorso diretto non mi ha agevolato la lettura:

Il 13/8/2019 alle 23:01, Sjø ha scritto:

Rifletto e «non mi viene in mente niente. No» rispondo.

Cioè tu imposti i dialoghi sia in modo "classico", o comunque come sono abituata a vederli, sia come nell'esempio che ti ho citato, infilandoli dentro una frase senza interpunzione, ad esempio un due punti, che li introduca. 

Potrebbe valere la pena provare, in questo secondo caso, invece dell'uso dei caporali, un corsivo all'interno della frase, così:

 

Rifletto e non mi viene in mente niente. No, rispondo.

 

Ma è solo un'idea da provare per vedere come viene. 

 

Il 13/8/2019 alle 23:01, Sjø ha scritto:

Sospira e «non ti capita mai» riattacca «di immaginare una cosa, anzi che qualcosa vada in una determinata maniera poi la vivi proprio allo stesso modo?»

Non ti sto a ripetere più il discorso della formattazione dei dialoghi. Su questa frase qualcosa non mi torna. Innanzitutto il fatto che tu la metti all'inizio, svelando subito il senso del racconto. Forse avrei iniziato il racconto da qui

Il 13/8/2019 alle 23:01, Sjø ha scritto:

sfrego la cicca sul tacco dell’anfibio, la pinzo fra pollice

Tutto ciò che viene prima è ridondante. A parte che, appunto, sveli subito il "succo della storia" ma poi ci dai informazioni sulla tendenza a razionalizzare di Gregorio, che poi ritorna in seguito. Inoltre l'incipit, ripeto è abbastanza confuso. 

La frase clou, invece, l'avrei inserita in questo dialogo, rivedendola un po'. 

Il 13/8/2019 alle 23:01, Sjø ha scritto:

«È solo colpa tua: sempre a pensare che ti avrebbe lasciato e l'ha fatto, hai pilotato la tua storia: il discorso di prima, torna tutto»

 

Adesso in spoiler ti metto la prima parte con i tagli che mi sembrano più opportuni (uso lo spoiler per non creare un post chilometrico:D). 

 

Spoiler

Pensaci: è così».

 

«Sei fuori di testa» sbuffo fuori assieme a una nube di fumo.

 

Sospira e «non ti capita mai» riattacca «di immaginare una cosa, anzi che qualcosa vada in una determinata maniera poi la vivi proprio allo stesso modo?»

 

Rifletto e «non mi viene in mente niente. No» rispondo.

 

Scrolla la testa, strattona indietro il ciuffo rosso che gli plana sulla fronte e «sei troppo razionale, per te deve essere tutto scientifico» dice.

 

Lo penso e lo dico: «sai com’è».

 

Allama il mio sguardo al suo e «perché una cosa esclude l’altra?» domanda.

 

Mi gratto là dove avevo capelli, poi «che intendi?» chiedo mentre

Sfrego la cicca sul tacco dell’anfibio, la pinzo fra pollice e indice e la schiocco a un quattro-cinque metri da me.

 

Rapido Ivan si alza, due falcate e raggiunge il punto in cui è atterrata, fruga fra l’erba alta poi torna da me con quella in mano.

 

«E te saresti un biologo?» dice ficcandola dentro il collo della bottiglia vuota.

 

«Ehi cazzo fai, c’era ancora un goccio» faccio rispondo seccato.

 

["faccio" fa risonanza col "fai" della riga precedente, lo eviterei, tanto più che è davvero molto colloquiale] 

 

«Tanto faceva schifo» ribatte.

 

«Cazzo dici è una delle rosse migliori».

 

«Ne conosco una ancora meglio» ridacchia saldandomi puntandomi gli occhi addosso.

 

[il verbo saldare non è proprio tipico di qualcosa che fanno gli occhi e non mi ha entusiasmato. Fai spesso questa cosa, di traslare un verbo da un area a un'altra, che diventa pesante se ne abusi] 

 

Colgo al volo e tento di atterrarlo atterrare subito il pensiero di Viola ma lui con un «l'hai più risentita?» lo fa ridecollare.

 

«No. Che ore abbiamo fatto?» provo a glissare.

 

«Gregorio e Viola, la coppia perfetta» riattacca.

 

«Falla finita Ivan». Lui lo sa che quando lo chiamo per nome non promette nulla di buono ma sembra ignorarlo ed «è colpa tua» riprende.

 

«Cosa?»

 

«È solo colpa tua: sempre a pensare che ti avrebbe lasciato e l'ha fatto, hai pilotato la tua storia: il discorso di prima, torna tutto».

non  Ti capita mai di immaginare una cosa, anzi che qualcosa vada in una determinata maniera e poi la vivi proprio tutto si verifica allo stesso modo?»

 

Se lo avesse detto qualcun altro gli avrei messo le mani addosso. Con lui, però, non ce la faccio ad incazzarmi, non ci sono mai riuscito, nemmeno quando mi lanciò addosso due pomodori maturi, che . Vedo ancora adesso la maglietta tutta impiastricciata di rosso mentre cerco di capire come abbia fatto, da quella distanza, a centrarmi, con quelle piccole mani tanto piccole che forse nemmeno non riuscivano ancora a scrivere le lettere ancora.

 

 

 

Il 13/8/2019 alle 23:01, Sjø ha scritto:

«Mi ci vedi chiuso in un cazzo di banca, tutto il giorno davanti a un computer oppure a una catena di montaggio a ripetere all'infinito gli stessi gesti, dentro una scatola di cemento a produrre oggetti che altri compreranno dentro un'altra scatola di cemento con i soldi guadagnati dentro un'altra scatola ancora?»

Te lo dico con grande sincerità, questa è una visione un po' romantica del ricercatore. Ho avuto la sensazione che questa frase sia autobiografica, in quel caso tu sei molto giovane. Un ricercatore trascorre lunghi periodi chiuso nella stessa stanza a ripetere gli stessi gesti (indagini o osservazioni, dipende) per raccogliere i dati necessari a corroborare l'idea da cui è partito. Di dati ce ne vogliono tanti perché le teorie si possono verificare solo con risultati statistici solidi. Alla fine, con una massa di numeri esagerata, elabora i dati e tira fuori un risultato, che nella maggior parte dei casi è abbastanza deludente. Infatti per ogni ricerca che da luogo a una scoperta, ci sono almeno centinaia di tentativi falliti. Per questo i ricercatori sono poveri e molti non diventeranno famosi come Einstein o la Montalcini xD

 

Il 13/8/2019 alle 23:01, Sjø ha scritto:

Negli occhi che attracca ai miei ci leggo l'ansia che io dica qualcosa per la sua scoperta

La parola in grassetto non mi entusiasma molto. Come ti ho già fatto notare nello spoiler tendi a usare sinonimi metaforici, fuori dal contesto. Le navi attraccano, gli occhi... Insomma... 

 

Spoiler

 

 

Scusa per questo spoiler vuoto, mi è partito e non riesco a levarlo. 

 

In conclusione, il tuo racconto è fresco, scorrevole, simpatico, scritto con u o stile giovane e colloquiale (a volte troppo) che si fa leggere piacevolmente. Forse qualcosa da rivedere c'è, ma credo che non avrai problemi a rivedere il tutto. 

 

Spero di esserti stata utile, almeno un po'. 

 

Talia 

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