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Kuno

Per stare con più niente

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Per stare con più niente

 

Ogni tanto capita anche a me di stare troppo stretto, come a papà. Il peggio è sempre quando mi sveglio la mattina e sento una gobba di cammello sotto la schiena, come se durante la notte qualcosa fosse cresciuto dentro il materasso. Allo stesso tempo il soffitto si è abbassato e il poco spazio che ci separa mi pesa tutto sul petto.

È una sensazione simile a quello che provo quando guardo la scrivania di papà, anche se in realtà adesso è mia. Non riesco a fare a meno di spaventarmi quando là sopra non trovo il suo portatile, la lampada, il portamatite a forma di istrice che gli ho fatto io con il DAS, gli occhiali da lettura, le riviste scientifiche e tutto il resto. Per un istante mi viene da pensare che un ladro sia entrato in casa e abbia rubato tutto.

Ma più di ogni altra cosa, ovviamente, mi spaventa non trovare papà seduto sulla poltrona. È la cosa peggiore perché neanche per un secondo posso credere che sia stato rapito, imbavagliato e legato a una sedia. Che un giorno riuscirà a liberarsi e tornare a casa. Io so che papà è andato via perché lo voleva lui, anche se io e mamma avremmo preferito di no. E non c’è proprio nessuna possibilità che cambi idea: eravamo noi a tenerlo in ostaggio.

Ho capito che qui dentro ci stava stretto. Il soffitto era troppo basso (anche se papà non è un gigante, per essere un adulto) e c’erano troppe cose in giro che gli impedivano di trovare quelle che voleva davvero. Troppe scarpe nello sgabuzzino, troppe posate a tavola, troppe risate davanti alla televisione. Allora è andato in una casa nuova, per avere più spazio. Anche io e mamma stiamo più larghi, adesso, ma questo a me non piace per niente. Sembra assurdo, ma io sto più stretto da quando ho tanto spazio. Sento che mi manca l’aria e faccio fatica a muovere i muscoli. Come quando mi sveglio la mattina o guardo la scrivania di papà, che adesso è mia.

Anche la poltrona è mia, mi ha detto lui, perché ormai sono l’uomo di casa. Sorrideva e io infatti l’ho presa come uno scherzo: l’uomo di casa adesso è mamma, anche se è una donna. La scrivania e la poltrona dovrebbero essere sue, cosa che ho provato a spiegarle, ma lei non vuole ascoltarmi. Quello spazio resta vuoto, come tanti altri più piccoli sparsi per casa. In bagno manca un rasoio, uno spazzolino e qualche tubetto. In frigo niente birre. Nello sgabuzzino meno scarpe (e sono rimaste le più piccole, che di spazio ne prendono poco). Sulla tavola meno posate, meno bicchieri e niente birra. La libreria sembra una bocca che ha ingoiato qualche dente. Ha preso un pugno molto forte e vorrei dimenticare che a darglielo è stato papà. 

Non so proprio come riempire tutti questi buchi. Mi piace scrivere delle storie, ogni tanto, e forse potrei stampare dei libri per dare denti nuovi alla libreria. Potremmo diventare amici e io le prometterei che mai e poi mai mi sognerò di prenderla a pugni. Chissà se anche papà le raccontava le stesse cose.

Di sicuro le raccontava a mamma e in fondo è vero che lei non ha mai ingoiato i denti, ma a vederla pare che abbia buttato giù qualcosa di molto più pesante. Qualcosa che le è rimasto incastrato in gola e la fa respirare male. Che le impedisce di stare sdraiata e dormire. Di mangiare. Di parlare ad alta voce e ridere davanti alla televisione. Forse i libri dovrei scriverli per lei, non per la libreria. Dovrei diventare suo amico e prometterle che mai e poi mai mi sognerò di farle così male.

È banale, lo so, sono cose che dicono tutti. Le diceva pure papà, prima di cominciare a stare troppo stretto. Chissà se ha capito che resto incastrato in ogni buchetto che ha lasciato in giro per casa. Chissà se questo pensiero ingombra la sua, di casa, almeno un po’. Non dico uno scaffale della libreria, ma almeno un foro del portapenne a forma di istrice. E soprattutto chissà se capiterà anche a me, da grande, di dover abbandonare tutto per il bisogno di stare con più niente, di lasciare buchi che le persone a cui voglio bene non sapranno come riempire.

Ora non so più che scrivere e nemmeno ho tempo di ricontrollare. Devo andare a letto ché domani c’è scuola. Forse se stampo con le lettere molto molto grosse possono venirmi cinque pagine. Cinque pagine per lo scaffale più alto della libreria. Cinque pagine possono anche passare sotto la porta della camera di mamma. Cinque pagine, se lette senza fretta, possono riempire un buchetto di tempo niente male.

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