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Rica

Dopo e di nuovo ora

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Spoiler

Racconto conclusivo di una triade. Ora-prima-e-prima-ancora, e La cura i primi due.

Nasce prima il secondo, ma come racconto autoconclusivo. Poi ho pensato di sviluppare due figure femminili: la nonna nel primo, una zia nel terzo. Anche questi sono stati pensati come autoconclusivi, nonostante i raccordi fatti per tenere in piedi la trama.

 

 

Commento

 

 

Dopo e di nuovo ora

 

Mia madre era stata male.

Per quale ragione fossi convinta di saperlo da episodi raccontati da altri, però, me lo spiegò la psicanalista. Fu lei a riconsegnarmi la paura, io l’avevo nascosta così bene da non trovarla.

La fragranza del caprifoglio fiorito in cortile era voltolata in camera riconsegnandomi la notte in cui mia madre si disperava, e ravvivando il timore che il pianto del mio risveglio potesse essere confuso per depressione e curato con psicofarmaci.

Mamma aveva portato addosso per molto tempo i segni dell’errore: accartocciata dalla cura come i blister che finivano nell’immondizia, se ne era andata via pillola dopo pillola e goccia dopo goccia. Compreso che la psichiatria le era stata innecessaria quanto dannosa, avevo rimosso le immagini più dolorose della sua malattia: i capezzoli lacerati, il pus, le ragadi, i dettagli dello strazio e l’angoscia negli occhi, tumefatti da gonfiore prima e svuotati di presenza dopo.

I suoi racconti non avevano alterato la percezione che avevo di nonna: nei ricordi ipnotizzati era rimasta il fazzoletto bianco, la vestaglia sbiadita e il bacio che non dava. Il suo sguardo? Una pistola puntata tra gli occhi, così dissi alla psicanalista. Un paio di volte faticai a rimanere dentro, come se le rivelazioni su nonna aleggiassero fino ai margini della mia coscienza per appuntarsi qua e là in post it svolazzanti. Resistenze da aggirare, disse la dottoressa.

Se ne accorgeva da alcuni cambi di registro propri del parlare adulto e dal respiro ansimante che accompagnava un leggero tremore delle mie mani, quindi spingeva in superficie la mia consapevolezza di allora per tenermi lì, dove le cose erano accadute con il mio sentire di bambina: niente di ciò che non era stato avrebbe dovuto aggiungersi. Quando accadeva, lei mi riportava ai miei sei anni e alla grande casa dove zia Rosa era stata il salvagente sicuro a cui mia madre si era aggrappata.

 

Dopo che io, mamma e Sara tornammo nel nostro condominio, il modo di frequentare zia non cambiò: ci si incontrava di rado, in occasione di inviti comuni e in sale da pranzo di altri parenti.

La mia famiglia era una Cinquecento rossa che arrancava con noi stipati dentro, la sua una lunga Mercedes nera guidata dall’autista in livrea. I benefici portati dal matrimonio erano evidenti, anche se zia e i figli ne godevano senza ostentarli: più che boriosi poveri ripuliti, sembravano riservati proletari griffati. Lei non aveva smesso di insegnare italiano al Classico e votava pure comunista, come il marito.

Borse e giacche avevano l’odore della vera pelle, occhiali e accessori le firme delle migliori marche e gli abiti tradivano l’ottima fattura nei dettagli e nelle rifiniture, i modelli erano però tra i più discreti e zia indossava seta, cashmere e organza con la stessa naturalezza che mostrava nel vestire jeans e viscosa. Pellicce non ne aveva mai avute, un solitario al collo e una fascetta di diamanti dietro la fede gli unici gioielli che le abbia mai visto.

Ciao, diceva un ringhio baritonale in contrasto con il suo corpo minuto.

Bella non lo è stata mai. Esile, non alta, carré nero e frangia squadrata su occhi nocciola scattosi, aveva un gancio a posto del naso e una nuvola di fumo intorno al viso. Accesa la sigaretta, poggiava l’accendino d’oro sul pacchetto di Marlboro rosse a lato del posacenere e parlava di cose difficili per me che facevo la seconda elementare. Che fosse roba di sociologia e pedagogia l’avrei capito nel tempo, perché quelle due parole ritornavano insieme ad altre che usava sempre: persone, società, famiglia, educazione, figli. E perché avevo saputo che erano le sue lauree, oltre quella in Lettere.

Per anni non ho colto le teorie cui si riferiva, eppure mi affascinava la quantità di citazioni che faceva di libri, autori e nomi di grandi professori. Aspettavo quegli incontri e ignoravo le richieste di gioco dei miei cugini per rimanere ad ascoltarla. Io non muovevo neanche gli occhi quando zia Rosa parlava.

Analizzava i fenomeni sociali, le contestazioni studentesche, il terrorismo nero, quello rosso firmato con stelle a cinque punte e gli anni di piombo; sviscerava gli eventi per raccordarli al momento politico in atto: il sequestro Moro, il governo cattolico, il compromesso storico. Io attraversavo tutto da adolescente e capivo meglio i fatti intorno a me, discorsi che non faceva neanche mio padre, ma sentivo di volerle capire certe cose. Quella era l’Italia dei tiggì e dei quotidiani che in casa mia non guardavamo e non leggevamo, cominciai a seguirla in televisione e a sbirciarla sui giornali, stupita della comprensione di articoli e servizi e grata a lei per le disamine fatte.

Non è stata l'unica eredità che mi ha lasciato.

Mi portava il mondo ogni volta che tornava dai suoi viaggi. Scali, gates, duty free, ristoranti, alberghi, banderillas e paella, sapone di Marsiglia e foie gras, bulbi e ceramiche olandesi, baboiches marocaines e souk, questo e quell’altro, distante allora e con il fascino dell’esotico, quando Notre Dame e la Sagrada Familia erano irraggiungibili al pari di Masjid Al Haram a La Mecca, e tu dovevi essere a casa o in biblioteca per aprire l’enciclopedia e vederne le foto.

Se a quindici anni avevo sviluppato un’enorme capacità critica e volavo quando prendere un aereo era cosa per pochi, lo dovevo solo a zia Rosa.

A zia Rosa, che da allora non vidi più se non qualche volta di sfuggita per strada.

 

Gli anni successivi il rientro a casa nostra, mia madre già non parlava volentieri del periodo in cui vivemmo da lei, mio padre evitava di nominarla e io cominciavo a dubitare dei ricordi. Erano così grandi le stanze? la sala giochi degli adulti l’avevo inventata? ero stata davvero drago e principessa e pirata, lì dentro? me lo chiedevo e lo chiedevo a mamma. Lei era evasiva.

Babbo prendeva la strada del fiume per portarci in piscina e subito dopo il ponte di pietra c’era il grande cancello verde: si fosse fermato una volta.

Andiamo a trovare zia?

No. Il monosillabo che ricevevo in risposta, secco come un colpo.
I miei cominciarono a diradare gli incontri famigliari, declinavano l'invito se c’erano lei e i figli.

Mamma era gelosa di zia Rosa? Una domanda che insieme ad altre mi ponevo. Quando mi vedeva incantata davanti a lei, inventava che le servivo per qualche servizio, cose sciocche, sufficienti ad allontanarmi per il tempo che duravano. Sembrava non sopportare più nulla di lei. Non aiuta in cucina, né a tavola, bofonchiava; appesta il salone di fumo, diceva svuotando i posaceneri per evidenziare la quantità di cicche; e la cenere sempre per terra. Non lo sussurrava, voleva farsi proprio sentire. Zia toglieva a mamma le poche parole con le sue, ma lei non le permetteva di imporsi.

Iniziarono a beccarsi, loro. Il perché mi sfuggiva.

La professoressa… Ha preso pure tre lauree, bofonchiava. E nel pronunciare professoressa, allungava il suono dell’ultima e con evidente fastidio.

Sempre liberi e senza orari. Il grande a diciassette anni fuma in casa. Troppi permessi, sentivo dire a mamma.

Sono adolescenti. Che frequentassero chi vogliono. E fagliela scegliere la loro vita, le diceva zia, quando negava qualcosa a me e ai miei fratelli.

Tornai di nascosto nella casa fornace quando ero abbastanza grande da dire ai miei: ci vediamo alle otto. Il motorino, regalo per gli esami di terza media, era un cinquantino rosso. Mio padre disse a mamma di avermi vista uscire dal cancello verde; lei mi riproverò con rabbia: non ci devi andare più, gridò.

Uno schiaffo, mi diede uno schiaffo.

Pensai che a dividerle fosse la diversa idea di educazione e per me quella di zia era la migliore: lei le aveva studiate le teorie educative, mica agiva per istinto.  

Capii dopo che mia madre le dichiarò guerra perché il suo primogenito aveva iniziato a bucarsi: io giravo  da una settimana la manopola nuova dell’acceleratore, lui girava per le strade con un cucchiaino in tasca. Qualche mese, e anche la femmina scaldava eroina.

Mossa dalla paura, mamma disse basta e prese le distanze, insieme alle sue precauzioni. In casa leccava dall’interno le carte argentate delle cingomme che lasciavamo in giro, distingueva l’eroina e la cocaina dal sapore dopo il corso, lì le insegnarono anche a notare limone e fialette di acqua sterile nella spazzatura. Si  sentì ridicola dopo i risultati del laboratorio: aveva fatto analizzare la siringa che avevo usato per travasare del profumo in una boccetta, convinta che il profumo dovesse coprire altro. Io volevo portarlo alla gita dell'ultimo anno delle superiori. Si scusò. Risi, intenerita. 

 

Mi iscrissi all’università che il marito aveva appena lasciato zia Rosa. Ridusse l’attività della fornace e licenziò metà personale. Quando la chiuse per trasferirsi in un paese limitrofo, la grande casa perse pezzi: prima i quadri, i mobili antichi, l’argenteria; poi lo spazio, suddiviso per la vendita in cinque appartamenti. 

Zia aveva affittato una casa in centro e andava a scuola con una Panda bordeaux.

I figli, Silvano e Iole, si erano fatti conoscere da tutti come spacciatori di roba buona. Mai saputo se furono loro a tirarsi dietro il fratello piccolo, so che entravano e uscivano dalle comunità e San Patrignano ai tempi era tra le maggiori. Fu allora che zia iniziò a parlare con Dio.

Queste cose sì che le apprendevo dai racconti degli altri, mi ero trasferita nella città universitaria e tornavo a fine settimana alternati. Un sabato stavo parcheggiando la station wagon di mio padre davanti al bar del viale, mi avvicinò Alessandro.

– Bella radio e buone casse.

– Ciao, come stai? E zia Rosa? – chiesi.

– Facciamo un giro? La prima è sempre offerta. Passiamo in farmacia per le spade. – E richiuse la mano sulla bustina.

Risposi che avrei fatto volentieri un giro, sulla mountain bike nuova di mio fratello che non avevo ancora provato.

Quella notte sparirono la mountain bike dalla cantina e la radio dalla macchina.

 

La mia casa non è grande.

Ho preso i puzzle, le bamboline del mondo, la bacheca di mogano con le mie collezioni e l’armadio commissionato da mamma al falegname. Me l’ha montato il figlio, adattandolo alla parete della camera. C’è tutto il corredo. Molte cose le uso, in alcune ho messo naftalina, lenzuola e asciugamani delicati sono sottovuoto.

È agosto. Il giardino ha macchie arancioni, blu e viola nelle aiuole a bordura in legno, sono i fiori delle piante che ho scelto: tagete, agapanto e campanule. Il rosso corre sui muri, si apre nei piumini del caprifoglio e incornicia le finestre, sempre aperte in estate. L’albero di limoni profuma e fa ombra al tavolino mentre io e CaneMorsi prendiamo il fresco. Un’amica majorette mi aveva insegnato a ruotare l’asta di metallo passandola nell’incavo delle dita: sto facendo lo stesso con il biglietto da visita di Villa Dora. Me l’ha dato mamma. Se vuoi andare a trovare zia Rosa, ha detto.

Penso spesso a lei. Dopo la laurea sono partita per il Sudamerica e in dieci anni non ho avuto notizie sue e della famiglia. So che il marito è morto e non si è mai risposata. I figli stanno bene. Silvano e Iole vivono al nord, lei fa la cassiera, lui l’autista. Alessandro è l'unico rimasto e ha avuto un bambino, la compagna preferisce non vivere con la suocera e zia paga la retta con la sua pensione.

Porto Morsi e torno.

Prendo il biglietto e riesco.

Villa Dora è una costruzione tutta bianca e rettangolare circondata da alberi molto giovani, le panchine starebbero al sole se non ci fossero le coperture in legno. Sfigura davanti alla casa fornace e al suo parco.

Stanza 14, mi dice la segretaria alla reception.

Zia è piccola dentro la poltrona, carrè bianco e frangia spelacchiata su occhi chiusi, ha una mano sul ventre, l'altra tremola nel vuoto dal bracciolo. Indossa una gonna marrone e una camicetta bianca, la mantella di lana celeste le cinge le spalle e i lembi cadono dove prima c’era il seno. Il solitario al collo e la fascetta di diamanti dietro la fede non ci sono più. Non c'è neanche la fede. Provo a fare piano, però urto il comodino con il piede della sedia: due bottiglie di vetro tintinnano tra loro e una scatola di cleenex cade a terra. Zia apre due buchi neri su di me.

– È l’ora della terapia? – chiede dimessa.

– Zia Rosa, sono Chiara.

– Non ti conosco – eppure mi guarda prima di rispondere.

– La figlia di Maria – dico.

– Maria, chi? Scusami, devo prepararmi. Sto aspettando mio marito.

– E dove andate? – 

­– In Mozambico. È ambasciatore, ora che la trasferta è finita torniamo giù.

 

Aveva ragione lei. L’infermiere entra con un carrello, le dà un bicchiere d’acqua e tre pasticche: una gialla, una bianca, una verde. Zia le ingolla tutte insieme con semplicità e aspetta le gocce: venti. Gli restituisce il bicchiere dopo aver storto la bocca in una smorfia, è la stessa che rimaneva sulle labbra a mia madre dopo aver mandato giù le sue, di gocce, prima di darmi il bacio della buonanotte e prima che lei ci portasse nella grande casa per ridurre la terapia e interrompere la cura.

Zia Rosa piega la testa sul collo.

Lui mi fa capire che lei ora dormirà. 

Io... Io non so cosa fare.

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Ciao @Rica,

Per me ormai sei un "mostro sacro" di questa piattaforma. Non so che dirti... Ho in mente solo cose belle. 

 

Innanzitutto quante vite e quante storie dentro il tuo racconto!

Ognuno di noi può percepire qualcosa di suo, un piccolo dettaglio biografico, un'esperienza, un'emozione: tocchi quasi il mondo con circa 16k caratteri. 

 

Ma poi che meraviglia il tuo stile, dici mille cose, non si perde un colpo perché le organizzi in maniera così chiara che potrei quasi ripeterlo a memoria dopo una lettura. La scelta degli oggetti, dei fiori (sai che amo i fiori e il perché), dei luoghi che citi, e poi il turbinio di colori e sensazioni. Avvolgi ma non confondi. Direi che riempi. Ecco la parola giusta per il tuo stile: "pieno". 

 

Insomma, a me è piaciuto moltissimo (come gli altri due) e, nonostante vorrei onorare lo spirito del WD: trovare qualcosa di utile e migliorabile del racconto, non saprei proprio cosa inventarmi. Secondo la mia opinione è perfetto. 

 

Talia 

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29 minuti fa, Talia ha scritto:

Innanzitutto quante vite e quante storie dentro il tuo racconto!

Ognuno di noi può percepire qualcosa di suo, un piccolo dettaglio biografico, un'esperienza, un'emozione: tocchi quasi il mondo con circa 16k caratteri. 

Credo sia il segreto di tutte e arti riproporre i temi universali dlell'uomo, in fondo quanti sono? Mica tanti, eh! Ognuno di essi poggia su corde comuni. ;) 

 

29 minuti fa, Talia ha scritto:

 

Ma poi che meraviglia il tuo stile, dici mille cose, non si perde un colpo perché le organizzi in maniera così chiara che potrei quasi ripeterlo a memoria dopo una lettura. La scelta degli oggetti, dei fiori (sai che amo i fiori e il perché), <3 dei luoghi che citi, e poi il turbinio di colori e sensazioni. Avvolgi ma non confondi. Direi che riempi. Ecco la parola giusta per il tuo stile: "pieno". 

Mi piace dare spessore agli oggetti. :) Te ne sei accorta, eh?

Grazie per lo stile "pieno", sei gentile.

 

29 minuti fa, Talia ha scritto:

Insomma, a me è piaciuto moltissimo (come gli altri due)

Talia 

 

Grazie. È stata una sfida enorme, sai? Tre racconti autoconclusivi che dovevano incastrarsi per trama e creare un unico testo. Non è stato semplice, mi chiedo se ci sono riuscita. :) 

Grazie cara Talia, sono contenta che ti piace leggermi. :love:

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@Rica ricordo perfettamente il racconto dove zia Rosa si era imposta contro l'ottusaggine della nonna e delle altre (mi pare due) zie. Lei l'aveva spuntata. Ci avevi mostrato una donna, oltre che benestante, intelligente, capace di dare aiuto e risolvere la "malattia" della cognata. Qui tutto cambia (è la vita) e mi dispiace questo crollo del suo mondo, mi dispiace per quanto sembra vero e percepibile. Non c'è  condanna per ciò che succede ai figli. La narrazione è partecipe e distaccata contemporaneamente (non so bene come spiegarlo), mantieni una lucidità che riferisce i fatti rendendo però nel contempo il lettore partecipe fino a provare un vero dispiacere per questo declino. Dopo il boom ho visto molte famiglie finire così. Quale sia stato il vero motivo non lo sapremo mai. Brava mia cara amica, sempre bello leggerti. 

P.s. Ho avuto qualche difficoltà  al primo paragrafo, l'ho dovuto rileggere due volte. 

1 ora fa, Rica ha scritto:

Mia madre era stata male.

Per quale ragione fossi convinta di saperlo da episodi raccontati da altri, però, me lo spiegò la psicanalista. Fu lei a riconsegnarmi la paura, io l’avevo nascosta così bene da non trovarla

Non capivo bene l'astinenza tra il "saperlo da episodi raccontati" e la "riconsegna" della paura. Poi si capisce, ma ad una prima lettura si stenta (a mio parere ovviamente) ;)

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2 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

ricordo perfettamente il racconto dove zia Rosa si era imposta contro l'ottusaggine della nonna e delle altre (mi pare due) zie. Lei l'aveva spuntata. Ci avevi mostrato una donna, oltre che benestante, intelligente, capace di dare aiuto e risolvere la "malattia" della cognata.

 

Sì. Ricordi bene. :) 

 

2 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Qui tutto cambia (è la vita) e mi dispiace questo crollo del suo mondo, mi dispiace per quanto sembra vero e percepibile. Non c'è  condanna per ciò che succede ai figli. La narrazione è partecipe e distaccata contemporaneamente (non so bene come spiegarlo), mantieni una lucidità che riferisce i fatti rendendo però nel contempo il lettore partecipe fino a provare un vero dispiacere per questo declino.

 

Ci provo sempre a non entrare nei giudizi. 

 

5 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

o avuto qualche difficoltà  al primo paragrafo, l'ho dovuto rileggere due volte. 

1 ora fa, Rica ha scritto:

Mia madre era stata male.

Per quale ragione fossi convinta di saperlo da episodi raccontati da altri, però, me lo spiegò la psicanalista. Fu lei a riconsegnarmi la paura, io l’avevo nascosta così bene da non trovarla

Non capivo bene l'astinenza tra il "saperlo da episodi raccontati" e la "riconsegna" della paura. Poi si capisce, ma ad una prima lettura si stenta (a mio parere ovviamente) ;)

 

Mamma a me disse: è fatta così; a lei: non disturbarla quando fa i compiti.

Da allora nonna chiedeva, io la ignoravo, mamma mediava; un modo per non trasformare le tensioni in liti. Solo dopo la nascita di mia sorella non riuscì a contenerla, era malata e non aveva forze; fu l’unica volta in cui nonna prese il sopravvento, ma ero piccola e lo so da episodi raccontati.

 

Questo è il gancio messo nel primo racconto. Lei è convinta di non aver vissuto quel periodo, ma di saperlo dai racconti degli altri. Nel secondo racconto, scoprirà dopo l'ipnosi che li aveva vissuti e rimossi. In apertura del terzo, ho riagganciato tutto per scorrevolezza e congruità.

Spero che in una lettura successiva, e non frastagliata come quella che ho proposto, si possa cogliere meglio.

Grazie Adelaide cara per i tuoi apprezzamenti.

 

No, al FdL non volevo partecipare. Leggo i racconti, ma sono troppi davvero. Spero di passare anche dal tuo. Il fatto è che non ho partecipato proprio per il poco tempo a disposizione. A te,, buon divertimento! :) :love3:

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57 minuti fa, Rica ha scritto:

No, al FdL non volevo partecipare. Leggo i racconti, ma sono troppi davvero. Spero di passare anche dal tuo. Il fatto è che non ho partecipato proprio per il poco tempo a

Tranquilla, ti capisco. Credo nessuno si aspettasse una tale partecipazione. In effetti molto impegnativa. 

59 minuti fa, Rica ha scritto:

 Questo è il gancio messo nel primo racconto

Ok, così il discorso fila. 

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Ciao @Rica, con questo capitolo della trilogia richiudi il cerchio e arrivi in fondo a una storia complicata e dolorosa. Sei riuscita a raccontare bene il dolore, la depressione, ma anche la voglia di riprendere in mano la propria vita. Mi è piaciuto.

 

4 ore fa, Rica ha scritto:

La mia famiglia era una Cinquecento rossa che arrancava con noi stipati dentro, la sua una lunga Mercedes nera guidata dall’autista in livrea.

bella questa frase.

 

Ci sono però alcuni punti che non mi sono chiarissimi.

4 ore fa, Rica ha scritto:

I benefici portati dal matrimonio erano evidenti, anche se zia e i figli ne godevano senza ostentarli: più che boriosi poveri ripuliti, sembravano riservati proletari griffati

Parli di seconde nozze? Sono andato a rileggermi gli altri racconti e dici:

"Rosa è una zia acquisita che frequentiamo poco. Tre lauree, e il matrimonio con il Signore della Città."

Come si acquisisce una zia? Immagino sia la moglie dello zio della narratrice rimasta vedova e risposata.

Messo però in questo punto del racconto sembra quasi che sia un fatto che accade dopo che la narratrice e la madre tornano a casa e che sia uno dei motivi per cui non si frequentano più.

 

A parte questo un piccolo appunto sullo stile. Gli altri due racconti erano più vivaci, più vissuti, nonostante fossero ricordi, mentre questo che racconta il tempo attuale sembra quasi un ricordo, una narrazione di cose passate. Non finirò mai di ripetere che non sono un fanatico dello show don't tell, tutt'altro, ma qualche scena mostrata in più renderebbe la storia più godibile. 

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47 minuti fa, libero_s ha scritto:

Ciao @Rica, con questo capitolo della trilogia richiudi il cerchio e arrivi in fondo a una storia complicata e dolorosa. Sei riuscita a raccontare bene il dolore, la depressione, ma anche la voglia di riprendere in mano la propria vita. Mi è piaciuto.

 

bella questa frase.

 

Ci sono però alcuni punti che non mi sono chiarissimi.

Parli di seconde nozze? Sono andato a rileggermi gli altri racconti e dici:

"Rosa è una zia acquisita che frequentiamo poco. Tre lauree, e il matrimonio con il Signore della Città."

No. Quello che hai letto in "La cura" e che stai citando è il suo matrimonio. L'unico. In questo brano dico che non si è mai risposata, per questo il marito del Monzambico è una sua allucinazione mentale.

 

La cura:

Ogni volta che c’è lei, io esco e sconfino dal giardino al parco della fornace. Il Signore della città fabbrica mattoni e la ciminiera è alta davanti alla casa. Terminati i turni degli operai raggiungo il laghetto: per me appetitoso come una golosità, per i grandi pericoloso come una voglia sulla pelle che scopri essere un tumore. (La protagonista ha sei anni)

 

Qui:

Mi iscrissi all’università che il marito aveva appena lasciato zia Rosa. Ridusse l’attività della fornace e licenziò metà personale. Quando la chiuse per trasferirsi in un paese limitrofo, la grande casa perse pezzi: prima i quadri, i mobili antichi, l’argenteria; poi lo spazio, suddiviso per la vendita in cinque appartamenti. 

(La protagonista si è iscritta all'università)

 

Inoltre qui dico: 

Un paio di volte faticai a rimanere dentro, come se le rivelazioni su nonna aleggiassero fino ai margini della mia coscienza per appuntarsi qua e là in post itsvolazzanti. Resistenze da aggirare, disse la dottoressa.

Se ne accorgeva da alcuni cambi di registro propri del parlare adulto e dal respiro ansimante che accompagnava un leggero tremore delle mie mani, quindi spingeva in superficie la mia consapevolezza di allora per tenermi lì, dove le cose erano accadute con il mio sentire di bambina: niente di ciò che non era stato avrebbe dovuto aggiungersi. Quando accadeva, lei mi riportava ai miei sei anni e alla grande casa dove zia Rosa era stata il salvagente sicuro a cui mia madre si era aggrappata.

 

Non ti seguo, mi scuso. Se vuoi spiegarmi meglio... Ho riletto tutti i passaggi e non capisco. Ci ho messo tanto a costruirli perché fossero congrui, anche nei salti temporali che faccio, perché volevo rifuggire a linearità dei ricordi. Per questo mi interessa particolarmente capire cosa vuoi dire, ma  non ci riesco. :rosa:

 

Quota

Come si acquisisce una zia? Immagino sia la moglie dello zio della narratrice rimasta vedova e risposata.

No no, qua non c'e nessuna vedova. Zia Rosa era sposata in La cura e qui si separa. Cronologicamente avviene dopo. Non capisco dove trovi l'inciampo. E poi? Ma chi è lo zio della narratrice? No, no.  Si acquisisce tramite un parente o un parente a sua volta acquisito. Il fratello di questa zia era il cognato di mia madre. Quindi sono acquisiti entrambi, lei non è nulla ai fini di legami, lui più diretto. Ma sempre zia è stata chiamata.

 

Quota

Messo però in questo punto del racconto sembra quasi che sia un fatto che accade dopo che la narratrice e la madre tornano a casa e che sia uno dei motivi per cui non si frequentano più.

Ma la frase da te citata non sta in questo racconto. Ho problemi a seguirti. Qui c'è la separazione. Il matrimonio viene raccontato prima. Qui si entra nel dettaglio dei privilegi che quel matrimonio offre in termini di privilegi oggetti e vestiario, di lei, dei figli. Qui si racconta la famiglia di cui, prima, si è raccontata solo la casa. In "La cura" parlo solo della grande casa.

 

Quota

 

A parte questo un piccolo appunto sullo stile. Gli altri due racconti erano più vivaci, più vissuti, nonostante fossero ricordi,

Il primo è tutto al presente, lei vive quel momento e ricorda, ma ricorda nel suo Ora. 

Il secondo è sospeso: una seduta di ipnosi in cui il presente viene usato per raccontare il passato e viceversa.

Il terzo parte da dopo la seduta di ipnosi. Lei riparte dai suoi sei anni, il suo dopo quindi per gran parte è ancora il passato, mica il presente. Lei rimette insieme i pezzi e racconta la figura della zia, importante nel suo percorso di crescita e in contrasto con una madre che da lei era stata salvata. Mi interessava questo dissidio.

 

Il prima e il dopo qui è tutto giocato sul Prima della cura e dopo la cura.

Quota

 

mentre questo che racconta il tempo attuale sembra quasi un ricordo, una narrazione di cose passate. Non finirò mai di ripetere che non sono un fanatico dello show don't tell, tutt'altro, ma qualche scena mostrata in più renderebbe la storia più godibile. 

 

Proverò. Eppure a me sembrava di aver mostrato abbastanza. Ci rifletterò su.

Invece, non ti ho seguito proprio sulla faccenda del matrimonio. Boh! 

Grazie del tuo tempo, caro @libero_s :):love:

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1 minuto fa, Rica ha scritto:

Il prima e il dopo qui è tutto giocato sul Prima della cura e dopo la cura.

 

Nel senso di racconto. Scusa. ;) 

Ma è la seduta di ipnosi a segnare il prima e il dopo. Infatti in La cura, si racconta quella seduta.

 

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2 minuti fa, Rica ha scritto:

 Si acquisisce tramite un parente o un parente a sua volta acquisito. Il fratello di questa zia era il cognato di mia madre. Quindi sono acquisiti entrambi, lei non è nulla ai fini di legami, lui più diretto. Ma sempre zia è stata chiamata.

 

Questo svela l'arcano!

Treccani dice: . La sorella del padre o della madre, rispetto ai nipoti (determinando, z. paterna, z. materna): la zia Cesira. Per estens., la moglie dello zio (propriam., zia acquisita, meno com. zia acquistata o d’acquisto)

Quindi visto che parlavi di zia acquisita immaginavo che fosse la moglie dello zio della narratrice, Ora spieghi che il termine zia è usato per estensione a indicare una parentela più lontana. Adesso è chiaro :D 

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4 minuti fa, Rica ha scritto:

No no, qua non c'e nessuna vedova. Zia Rosa era sposata in La cura e qui si separa.

 

Scusa è, ma è sempre per capire. La vedova c'è, perché il marito muore. Ma ormai è una donna sola e chiusa in una clinica. Il marito l'aveva già lasciata e lei non era vedova nel racconto. Solo nel finale.

 

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Adesso, libero_s ha scritto:

Questo svela l'arcano!

Treccani dice: . La sorella del padre o della madre, rispetto ai nipoti (determinando, z. paterna, z. materna): la zia Cesira. Per estens., la moglie dello zio (propriam., zia acquisita, meno com. zia acquistata o d’acquisto)

Quindi visto che parlavi di zia acquisita immaginavo che fosse la moglie dello zio della narratrice, Ora spieghi che il termine zia è usato per estensione a indicare una parentela più lontana. Adesso è chiaro :D 

Sì. Ma a me interessa la storia del matrimonio. ;) 

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@Rica, la mia confusione nasceva dal fatto che hai usato il termine zia. La zia è la sorella di uno dei genitori o in caso di zia acquisita, la moglie del fratello di uno dei genitori. Tu parli di zia acquisita, quindi significa moglie del fratello di uno dei genitori. Quindi il fratello della madre o il fratello del padre dev'essere il tizio ricco, il padrone della città. In realtà non è così, si tratta di una parentela lontana, ma (potrei sbagliarmi) non mi pare che tu dica in nessuno dei tre racconti che usi il termine zia in questo modo.

 

Second problema

20 ore fa, Rica ha scritto:

I benefici portati dal matrimonio erano evidenti, anche se zia e i figli ne godevano senza ostentarli: più che boriosi poveri ripuliti, sembravano riservati proletari griffati.

Qui non dici: la zia ha sposato uno ricco, ma è rimasta una persona umile e ha insegnato anche ai figli a non ostentare. La tua frase fa pensare che zia e figli fossero poveri e diventino ricchi quando lei si sposa con un tizio ricco, ma nonostante questo restano umili.

 

20 ore fa, Rica ha scritto:

più che boriosi poveri ripuliti, sembravano riservati proletari griffati.

I figli non possono sembrare poveri ripuliti, perché poveri non lo sono mai stati. Certo, capisco che stai parlando di un modo di essere, che vale per tutta a famiglia, ma detto così fa pensare a una ricchezza improvvisa capitata a delle persone povere.

 

Nel secondo racconto, parlando della "zia", dici: "Tre lauree, e il matrimonio con il Signore della Città."

Il signore della città fa pensare a una persona ricca da tempo, non a un povero che ha avuto un colpo di fortuna.

 

spero di averti chiarito l'origine dei miei dubbi

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1 ora fa, libero_s ha scritto:

si tratta di una parentela lontana, ma (potrei sbagliarmi) non mi pare che tu dica in nessuno dei tre racconti che usi il termine zia in questo modo.

 

No. Non lo dico che è la sorella del cognato di mia madre. Dico solo che è acquisita. 

 

1 ora fa, libero_s ha scritto:

Qui non dici: la zia ha sposato uno ricco, ma è rimasta una persona umile e ha insegnato anche ai figli a non ostentare. La tua frase fa pensare che zia e figli fossero poveri e diventino ricchi quando lei si sposa con un tizio ricco, ma nonostante questo restano umili.

 

Pensavo di dirlo, invece, e di supportarlo durante il testo con le teorie dell'educazione e con il voto comunista. Molto del testo lo spiega. O per lo meno, ero convinta di averlo abbondantemente spiegato evitando spiegoni. Ma evidentemente, così non risulta. :) 

Vedo che ha generato dubbi nella tua lettura. Quindi me lo rileggerò.

 

1 ora fa, libero_s ha scritto:

Il signore della città fa pensare a una persona ricca da tempo, non a un povero che ha avuto un colpo di fortuna.

 

 

È ricco da sempre, ma cosa c'entra l'affondo sulla sua storia?

Il colpo di fortuna è della zia e di conseguenza dei figli, ma insegna ai figli a vivere in un certo modo...

 

Ti ringrazio per aver condiviso i tuoi dubbi, valuterò se inserire l'albero genealogico della zia e dello zio ricco per evitare confusioni. xD

Grazie del tuo tempo, Libero. :)

 

 

 

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Ciao @Rica...

Ho letto con piacere anche questo terzo e ultimo episodio e al solito mi è piaciuto.

Per ora passo solo a dirti questo, che sono da Cell...

Scritto molto bene, forse ogni tanto (soprattutto nell'incipit) un po' troppo "sintatticamente condensato"... Ma sai che io sono all'opposto.

Nessuna rilevante annotazione, se non qualcosa di gusto personale che spero di tornare a segnalarti quanto prima...

C'è una storia,  ma anche e forse un po' la tua Storia (diciamo almeno una parte, o uno spezzone).

Complimenti e a presto!

Sempre brava, per me.

Ciao!

:D

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@Rica Ciao Fede:sss:

Il racconto ha il fascino di quelle saghe familiari, dove si mescolano intimismo, cronaca e quotidianità. Scritto divinamente. Il termine che mi viene riferito al racconto e' "di spessore".

Complimenti meritatissimo. 

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Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Per quale ragione fossi convinta di saperlo da episodi raccontati da altri, però, me lo spiegò la psicanalista.

La frase è molto bella ma particolare, secondo me diventa più fluida così. 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Fu lei a riconsegnarmi la paura, io l’avevo nascosta per così tanto tempo e talmente bene da non trovarla.

Qui invece aggiungerei, per quantificare il tempo passato da quell'istante.

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Mamma aveva portato addosso per molto tempo i segni dell’errore: accartocciata dalla cura come i blister che finivano nell’immondizia, se ne era andata via pillola dopo pillola e goccia dopo goccia.<3

 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Se ne accorgeva da alcuni cambi di registro propri del parlare adulto e dal respiro ansimante che accompagnava un leggero tremore delle mie mani, quindi spingeva in superficie la mia consapevolezza di allora bambina per tenermi lì, dove le cose erano accadute con il mio sentire di bambina allora: niente di ciò che non era stato avrebbe dovuto aggiungersi.

Che ne dici?

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Quella era l’Italia dei tiggì e dei quotidiani che in casa mia non guardavamo e non leggevamo, cominciai a seguirla in televisione e a sbirciarla sui giornali, stupita della comprensione di articoli e servizi e grata a lei per le disamine fatte.

Ti riferisci all'Italia, non a tua zia, giusto? Alla prima lettura ho avuto l'impressione che leggessi articoli che riguardavano sue interviste 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Zia toglieva a mamma le poche parole con le sue, ma lei non le permetteva di imporsi.<3

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

In casa leccava dall’interno le carte argentate delle cingomme che lasciavamo in giro, distingueva l’eroina e la cocaina dal sapore dopo il corso, lì le insegnarono anche a notare limone e fialette di acqua sterile nella spazzatura. Si  sentì ridicola dopo i risultati del laboratorio: aveva fatto analizzare la siringa che avevo usato per travasare del profumo in una boccetta, convinta che il profumo dovesse coprire altro. Io volevo portarlo alla gita dell'ultimo anno delle superiori. Si scusò. Risi, intenerita. 

 

Grande amore… chissà quanto le sarà costato doversi allontanare dall'unica persona che si era presa cura di lei, restituendole la dignità… tutto per amore dei propri figli.

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Zia aveva affittato una casa in centro e andava a scuola con una Panda bordeaux.

I figli, Silvano e Iole, si erano fatti conoscere da tutti come spacciatori di roba buona. Mai saputo se furono loro a tirarsi dietro il fratello piccolo, so che entravano e uscivano dalle comunità e San Patrignano ai tempi era tra le maggiori. Fu allora che zia iniziò a parlare con Dio.

Con tre righe hai raccontato la metamorfosi di una vita: dalla Mercedes con autista, alla Panda, la dolorosa constatazione di aver fallito come educatrice, seppure non avesse mai agito d'istinto come Chiara pensava facesse la madre.

 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Zia è piccola dentro la poltrona, carrè bianco e frangia spelacchiata su occhi chiusi, ha una mano sul ventre, l'altra tremola nel vuoto dal bracciolo. Indossa una gonna marrone e una camicetta bianca, la mantella di lana celeste le cinge le spalle e i lembi cadono dove prima c’era il seno. Il solitario al collo e la fascetta di diamanti dietro la fede non ci sono più. Non c'è neanche la fede. Provo a fare piano, però urto il comodino con il piede della sedia: due bottiglie di vetro tintinnano tra loro e una scatola di cleenex cade a terra. Zia apre due buchi neri su di me.

Bellissimo. Diamanti impegnati o sottratti? 

 

Volendo si potrebbe leggere prima La Cura, poi questo, e infine,  Ora, prima e prima ancora. 

Riesci ad andare così in profondità che restituisci sempre quello che l'occhio non vede.

Il piccolo principe diceva: "Non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi", ma tu ce lo mostri sempre

Brava cardio mio bella :rosa:

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Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Fu lei a riconsegnarmi la paura, io l’avevo nascosta così bene da non trovarla.

 

Bel passaggio intimistico 

 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

adolescenti. Che frequentassero chi vogl

 

Mi torna meglio frequentino perché è come in presa diretta la frase

 

Bello. Da come hai descritto mi sembra di essere in casa tua.

belle le figure femminili che ci narri, e triste è il loro decadimento che rispecchia lo scorrere degli anni, della vita.

linguaggio più semplice rispetto agli altri di questa trilogia. Molto scorrevole, come se tu ce lo raccontassi. Bel pezzo

 

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@Rica è sempre un piacere leggerti, il tuo modo di scrivere è talmente bello che i tuoi testi sembrano manuali. È tutto così ben dosato, non noto mai eccessi o mancanze.

Un commento di complimenti, con te mi risulta difficile cambiare registro.

Ciao,

anche a 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Morsi

:)

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Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Mamma aveva portato addosso per molto tempo i segni dell’errore: accartocciata dalla cura come i blister che finivano nell’immondizia, se ne era andata via pillola dopo pillola e goccia dopo goccia. Compreso che la psichiatria le era stata innecessaria quanto dannosa, avevo rimosso le immagini più dolorose della sua malattia: i capezzoli lacerati, il pus, le ragadi, i dettagli dello strazio e l’angoscia negli occhi, tumefatti da gonfiore prima e svuotati di presenza dopo.

La prima parte di questo pezzo è davvero bellissima @Rica, perché trasuda l'associazione della cura alla malattia, e la cura (sbagliata) diventa la malattia. È vero che è una cosa che permane sia in questo testo che nel primo, ma detto in questo modo, dove l'associazione risalta in primo piano quasi come sotto luce, la cosa diventa molto potente, secondo me. Molto forte. 

Ho sottolineato il pezzo dopo perché penso che se mai tu dovessi fare un lavoro che comprenda tutti e 3 i testi in successione (nell'ordine che ha detto @Sira che condivido molto) taglierei l'inciso con cui inizi la frase, fino a 'avevo rimosso' perché penso sia già detto tanto nella cura. Ma se li vuoi tenere separati, allora lo terrei perché così chiarisci quello che si era capito dalla cura. 

Quello che viene dopo, i segni dell'errore, mi piace per lo stesso motivo di prima: i segni diventano sintomi. È una traslazione di significato che mi piace davvero molto :)

 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

suoi racconti non avevano alterato la percezione che avevo di nonna: nei ricordi ipnotizzati era rimasta il fazzoletto bianco, la vestaglia sbiadita e il bacio che non dava. Il suo sguardo? Una pistola puntata tra gli occhi, così dissi alla psicanalista. Un paio di volte faticai a rimanere dentro, come se le rivelazioni su nonna aleggiassero fino ai margini della mia coscienza per appuntarsi qua e là in post it svolazzanti. Resistenze da aggirare, disse la dottoressa.

Se ne accorgeva da alcuni cambi di registro propri del parlare adulto e dal respiro ansimante che accompagnava un leggero tremore delle mie mani, quindi spingeva in superficie la mia consapevolezza di allora per tenermi lì, dove le cose erano accadute con il mio sentire di bambina: niente di ciò che non era stato avrebbe dovuto aggiungersi. Quando accadeva, lei mi riportava ai miei sei anni e alla grande casa dove zia Rosa era stata il salvagente sicuro a cui mia madre si era aggrappata.

Bravissima :love:

 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Ciao, diceva un ringhio baritonale in contrasto con il suo corpo minuto.

Bella non lo è stata mai. Esile, non alta, carré nero e frangia squadrata su occhi nocciola scattosi, aveva un gancio a posto del naso e una nuvola di fumo intorno al viso. Accesa la sigaretta, poggiava l’accendino d’oro sul pacchetto di Marlboro rosse a lato del posacenere e parlava di cose difficili per me che facevo la seconda elementare. Che fosse roba di sociologia e pedagogia l’avrei capito nel tempo, perché quelle due parole ritornavano insieme ad altre che usava sempre: persone, società, famiglia, educazione, figli. E perché avevo saputo che erano le sue lauree, oltre quella in Lettere.

Per anni non ho colto le teorie cui si riferiva, eppure mi affascinava la quantità di citazioni che faceva di libri, autori e nomi di grandi professori. Aspettavo quegli incontri e ignoravo le richieste di gioco dei miei cugini per rimanere ad ascoltarla. Io non muovevo neanche gli occhi quando zia Rosa parlava.

Analizzava i fenomeni sociali, le contestazioni studentesche, il terrorismo nero, quello rosso firmato con stelle a cinque punte e gli anni di piombo; sviscerava gli eventi per raccordarli al momento politico in atto: il sequestro Moro, il governo cattolico, il compromesso storico. Io attraversavo tutto da adolescente e capivo meglio i fatti intorno a me, discorsi che non faceva neanche mio padre, ma sentivo di volerle capire certe cose. Quella era l’Italia dei tiggì e dei quotidiani che in casa mia non guardavamo e non leggevamo, cominciai a seguirla in televisione e a sbirciarla sui giornali, stupita della comprensione di articoli e servizi e grata a lei per le disamine fatte.

Subito, appena letto questa descrizione della zia, ho pensato che avrei voluto avere anche io una zia così, qualsiasi persona così, vicina, nella mia crescita. 

È una bellissima descrizione: ne esce una donna forte, con carattere e idee  ben definite. Una donna che pare muoversi come gli uomini e fra gli uomini, quando magari non era uso farlo. M'ha fatto pensare, per questo, a Marie Curie. 

 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Gli anni successivi il rientro a casa nostra, mia madre già non parlava volentieri del periodo in cui vivemmo da lei, mio padre evitava di nominarla e io cominciavo a dubitare dei ricordi. Erano così grandi le stanze? la sala giochi degli adulti l’avevo inventata? ero stata davvero drago e principessa e pirata, lì dentro? me lo chiedevo e lo chiedevo a mamma. Lei era evasiva.

Babbo prendeva la strada del fiume per portarci in piscina e subito dopo il ponte di pietra c’era il grande cancello verde: si fosse fermato una volta.

Andiamo a trovare zia?

No. Il monosillabo che ricevevo in risposta, secco come un colpo.
I miei cominciarono a diradare gli incontri famigliari, declinavano l'invito se c’erano lei e i figli.

Mamma era gelosa di zia Rosa? Una domanda che insieme ad altre mi ponevo. Quando mi vedeva incantata davanti a lei, inventava che le servivo per qualche servizio, cose sciocche, sufficienti ad allontanarmi per il tempo che duravano. Sembrava non sopportare più nulla di lei. Non aiuta in cucina, né a tavola, bofonchiava; appesta il salone di fumo, diceva svuotando i posaceneri per evidenziare la quantità di cicche; e la cenere sempre per terra. Non lo sussurrava, voleva farsi proprio sentire. Zia toglieva a mamma le poche parole con le sue, ma lei non le permetteva di imporsi.

Iniziarono a beccarsi, loro. Il perché mi sfuggiva.

La professoressa… Ha preso pure tre lauree, bofonchiava. E nel pronunciare professoressa, allungava il suono dell’ultima e con evidente fastidio.

Sempre liberi e senza orari. Il grande a diciassette anni fuma in casa. Troppi permessi, sentivo dire a mamma.

Sono adolescenti. Che frequentassero chi vogliono. E fagliela scegliere la loro vita, le diceva zia, quando negava qualcosa a me e ai miei fratelli.

Tornai di nascosto nella casa fornace quando ero abbastanza grande da dire ai miei: ci vediamo alle otto. Il motorino, regalo per gli esami di terza media, era un cinquantino rosso. Mio padre disse a mamma di avermi vista uscire dal cancello verde; lei mi riproverò con rabbia: non ci devi andare più, gridò.

Uno schiaffo, mi diede uno schiaffo.

Posso essere sincera? Io leggo questo pezzo e rimango un po' stordita, incredula: ma com'è possibile? Dopo che la zia l'ha praticamente salvata, lei praticamente le volta le spalle, non la sopporta e manifesta astio e fastidio. Non capisco... non ha capito quello che la zia aveva fatto per lei? Ho pensato che forse, invece, l'aveva capito, e le ha dato fastidio: è stata l'unica a frapporsi fra lei e la cura sbagliata, a torarla fuori da una male provocato da una diagnosi sbagliata, forse per disattenzione o disinteresse, e magari la madre voleva sì che qualcuno la vedesse e l'aiutasse come aveva fatto la zia, ma forse non voleva che fosse lei. Durante le pillole accettava l'aiuto perché era l'unico possibile, l'unico sguardo "giusto" che riceveva, ma appena è tornata a star bene anche l'aiuto ha assunto una forma diversa, provocando fastidio: mi ha aiutata per dimostrare che lei sa e gli altri no, che lei è più avanti. Non lo so, ma davvero, questo pezzo mi ha ferita: non è possibile ripagare in questo modo qualcuno che si è messo di traverso per aiutarti. Mi fa capire che la zia è una specie di macchietta del paese, che si dice e pensa male di lei nelle famiglie dabbene per le sue scelte e la sua vita. E mi fa provare una profonda tristezza per questa zia, che fondamentalmente esprimeva con contegno e rispetto, mi è parso, la sua libertà di pensiero e di azione. 

 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Capii dopo che mia madre le dichiarò guerra perché il suo primogenito aveva iniziato a bucarsi: io giravo  da una settimana la manopola nuova dell’acceleratore, lui girava per le strade con un cucchiaino in tasca. Qualche mese, e anche la femmina scaldava eroina.

Mossa dalla paura, mamma disse basta e prese le distanze, insieme alle sue precauzioni. In casa leccava dall’interno le carte argentate delle cingomme che lasciavamo in giro, distingueva l’eroina e la cocaina dal sapore dopo il corso, lì le insegnarono anche a notare limone e fialette di acqua sterile nella spazzatura. Si  sentì ridicola dopo i risultati del laboratorio: aveva fatto analizzare la siringa che avevo usato per travasare del profumo in una boccetta, convinta che il profumo dovesse coprire altro. Io volevo portarlo alla gita dell'ultimo anno delle superiori. Si scusò. Risi, intenerita. 

Questo non mi basta come motivo della distanza presa dalla mamma nei confronti della zia: visto quello che la zia aveva fatto per lei, in una situazione del genere, anche solo per riconoscenza, la mamma avrebbe potuto star vicina alla zia, a modo suo, certo, ma poteva farlo. Questa non è una critica a te, ma alla vicenda che leggo e che mi ferisce, perché io leggo e sento, e questo mi fa male perché parto dal presupposto che tutto potrebbe essere vero. E capisco anche che è una cosa plausibile e fattibile: i suoi figli si drogano, c'è paura che condizionino la protagonista e la portino a fare le stesse cose, quasi che fosse una cosa infettiva dove basta la vicinanza perché questo accada. Penso siano pensieri di paese, normali e frequenti: io per prima ho subito una cosa mto simile da una persona talmente vicina che potevo considerarla tranquillamente una seconda mamma e che ad un certo mi ha estromessa completamente dalla vita della figlia, allora mia migliore amica da 14 o 15 anni, perché in paese si diceva che mi facevo (ed era falso) sparendo con lei. E l'ha fatto subito dopo che la mia famiglia ospitò lei e sua figlia, con il fratellino di un anno, a casa nosta per quasi due anni perché loro erano rimasti senza casa. Forse anche per questo mi ferisce tanto l'isolamento forzato che vedo costruirsi attorno alla zia. 

 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Mi iscrissi all’università che il marito aveva appena lasciato zia Rosa. Ridusse l’attività della fornace e licenziò metà personale. Quando la chiuse per trasferirsi in un paese limitrofo, la grande casa perse pezzi: prima i quadri, i mobili antichi, l’argenteria; poi lo spazio, suddiviso per la vendita in cinque appartamenti. 

Zia aveva affittato una casa in centro e andava a scuola con una Panda bordeaux.

I figli, Silvano e Iole, si erano fatti conoscere da tutti come spacciatori di roba buona. Mai saputo se furono loro a tirarsi dietro il fratello piccolo, so che entravano e uscivano dalle comunità e San Patrignano ai tempi era tra le maggiori. Fu allora che zia iniziò a parlare con Dio.

Penso tu abbia descritto benissimo la caduta di una persona con queste parole che si collegano con quelle della descrizione che hai fatto prima della zia. Accostate, il contrasto è nettissimo e non si può non provare compassione, secondo me, verso la zia. Penso sia lei adesso, ad aver bisogno di aiuto, ma che nessuno lo vede. L'immagine che mi sono fatta di lei denteo di me è davvero desolata. 

 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Aveva ragione lei. L’infermiere entra con un carrello, le dà un bicchiere d’acqua e tre pasticche: una gialla, una bianca, una verde. Zia le ingolla tutte insieme con semplicità e aspetta le gocce: venti. Gli restituisce il bicchiere dopo aver storto la bocca in una smorfia, è la stessa che rimaneva sulle labbra a mia madre dopo aver mandato giù le sue, di gocce, prima di darmi il bacio della buonanotte e prima che lei ci portasse nella grande casa per ridurre la terapia e interrompere la cura.

Zia Rosa piega la testa sul collo.

Lui mi fa capire che lei ora dormirà. 

Io... Io non so cosa fare.

Questo chiude tutto il discorso fatto prima con una fitta alla pancia. Io sento senso di colpa per la zia: lei, a suo tempo, c'era stata, aveva cambiato il corso delle cose per qualcuno che aveva bisogno. Adesso, che è lei ad aver bisogno, non c'è nessuno per lei. E lei non riesce più nemmeno a rendersene conto.

 

È la prima volta che in un tuo racconto non leggo una redenzione, un riscatto, un cambio di rotta in positivo. La storia della zia è triste, non lascia che amaro in bocca. Nemmeno i figli che hanno trovato la loro strada la redimono o la sollevano un po': tutti l'hanno come dimenticata o rinnegata o abbandonata. Anche se mi fanno male, perché tolgono speranza, mi piace anche leggere storie così: forse sono più vere. 

 

Per quello che ti dicevo invece della protagonista: ho avuto la stessa sensazione anche rileggendo il testo. Ma forse ho capito cosa mi manca davvero, stavolta: il testo inizia con lei, con la sua paura di una cura sbagliata, e si chiudeva con la stessa cosa nella cura. Qui però, dopo aver aperto con questo, non l'hai più ripreso nel corso del racconto. C'è la zia, ma le aspettative che mi crei all'inizio non sono sulla zia, ma sulla protaginista: 

Il 10/7/2019 alle 13:31, Rica ha scritto:

Mia madre era stata male.

Per quale ragione fossi convinta di saperlo da episodi raccontati da altri, però, me lo spiegò la psicanalista. Fu lei a riconsegnarmi la paura, io l’avevo nascosta così bene da non trovarla.

La fragranza del caprifoglio fiorito in cortile era voltolata in camera riconsegnandomi la notte in cui mia madre si disperava, e ravvivando il timore che il pianto del mio risveglio potesse essere confuso per depressione e curato con psicofarmaci.

Mamma aveva portato addosso per molto tempo i segni dell’errore: accartocciata dalla cura come i blister che finivano nell’immondizia, se ne era andata via pillola dopo pillola e goccia dopo goccia. Compreso che la psichiatria le era stata innecessaria quanto dannosa, avevo rimosso le immagini più dolorose della sua malattia: i capezzoli lacerati, il pus, le ragadi, i dettagli dello strazio e l’angoscia negli occhi, tumefatti da gonfiore prima e svuotati di presenza dopo.

I suoi racconti non avevano alterato la percezione che avevo di nonna: nei ricordi ipnotizzati era rimasta il fazzoletto bianco, la vestaglia sbiadita e il bacio che non dava. Il suo sguardo? Una pistola puntata tra gli occhi, così dissi alla psicanalista. Un paio di volte faticai a rimanere dentro, come se le rivelazioni su nonna aleggiassero fino ai margini della mia coscienza per appuntarsi qua e là in post it svolazzanti. Resistenze da aggirare, disse la dottoressa.

Se ne accorgeva da alcuni cambi di registro propri del parlare adulto e dal respiro ansimante che accompagnava un leggero tremore delle mie mani, quindi spingeva in superficie la mia consapevolezza di allora per tenermi lì, dove le cose erano accadute con il mio sentire di bambina: niente di ciò che non era stato avrebbe dovuto aggiungersi. Quando accadeva, lei mi riportava ai miei sei anni e alla grande casa dove zia Rosa era stata il salvagente sicuro a cui mia madre si era aggrappata.

Tutto l'incipit è strettamente collegato alla protagonista, e a questa paura che l'ha condotta a fare l'ipnosi. Ma poi tutto questo lo lasci perdere, e parli solo della zia. Ma intanto io mi sono creata tutta l'aspettativa di sapere della protagonista, della sua paura, e come ci sta dentro, come vive e si muove in tutto quello che dici nel tuo incipit. 

 

L'impressione è quasi come se questo fosse un racconto a metà: questa la prima parte e la seconda, che deve venire a partire da questa chiusa, ancora da scrivere, che si ricollega all'incipit centrato su di lei, i suoi incubi e la sua paura. 

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@Rica 

Questa trilogia mi piace molto, l’ho detto o pensato più di una volta e rimango assolutamente convinto che dovrebbe (non potrebbe eh, dovrebbe) diventare un romanzo. I personaggi sono forti, ben delineati, gustosi (si può dire gustoso di un personaggio?). Il contesto si presta a sfiziose incursioni nella storia contemporanea del nostro paese. La tua prosa asciutta si adopera benissimo a rendere reale e tangibile ogni particolare di questa storia. Per dirla in parole povere, è tutta roba buona che ti lascia nella testa una bella sensazione di vissuto e la voglia di leggere ancora.

Detto questo, confermo anche che questa suddivisione in tre capitoli mi lascia qualche perplessità. Vero è che la qualità della prosa tende a far passare i dubbi in secondo piano, ad accantonarli e infine dimenticarli di fronte alla corposità della narrazione e al piacere della lettura, ma siamo qui per esprimere le nostre impressioni e allora facciamolo.

La cura rimane in assoluto il capitolo migliore dei tre, a mio avviso, in primo luogo per la sapiente gestione delle fasi temporali, prova non facile ma superata talmente bene lì da farmi dire che avrebbe dovuto improntare anche le altre due parti. Qui lo dico e lo sostengo con tutta la mia convinzione: l’escamotage dello psichiatra (psicologo?) funziona alla grande ed è godibilissimo andare avanti e indietro nella lettura tra passato e presente attraverso gli occhi della protagonista.

Il capitolo della nonna era ottimo, ma secondo me funzionava a sé stante o perlomeno non ci ho visto particolari legami strutturali che me lo facessero pensare parte inscindibile di una trilogia. In altre parole, anche senza gli ovvi collegamenti tra gli eventi ed i personaggi avrebbe funzionato alla grande comunque.

Di questo capitolo specifico, invece, non mi convincono le prime due cartelle perché mi sembrano voler tenere insieme a tutti i costi le altre parti della storia. E qui trovo conferma alle mie perplessità, perché dal momento in cui la narrazione si focalizza su zia Rosa tutto procede alla grande e in modo impeccabile, il lettore si immedesima e tutto fila che è una meraviglia, i dettagli, le citazioni del periodo, i personaggi di contorno, insomma tutto. In altre parole, la depressione della madre e il ritratto della nonna qui stridono, non fanno parte della storia se vogliamo considerare la storia divisa in queste tre parti teoricamente autoconclusive, mentre invece lavorerebbero a dovere in un quadro complessivo.

Vabbè, si fa per dire. Certo è che si sente in questo capitolo come negli altri due quanto tu ti trovi a tuo agio in questo genere di racconto, o almeno ho questa impressione. Ma poi quanto sarebbe bell, scusa, trovare in libreria un bel romanzo di 400\500, anche 600 pagine intitolato La cura, ovviamente di Rica? Aaahhh, che meraviglia. Pensaci eh.

Sempre brava. Ciao Fede. :super: 

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