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Sospensione dell'incredulità: un'arma in mano al lettore. Ma a quali condizioni?

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Amici lettori, è un po' che mi ronza in testa una riflessione, che pian piano è maturata e ora mi piacerebbe parlarne con voi.

Il concetto di sospensione dell'incredulità ha ormai qualche secolo sulle spalle e se ne sono dette di tutte in merito. Nell'ambito della narrativa, lo si associa alla sospensione volontaria di un certo tipo di giudizio critico, lasciando spazio a quello che una storia ha da raccontare senza contrastare subito ciò che, diciamo, non corrisponde al nostro vissuto, ai nostri canoni mentali, alle nostre aspettative.

Io trovo che sia un'arma potentissima in mano al lettore, perché gli consente di godere appieno della storia contenuta in un romanzo. Fornisce la chiave per entrare in realtà che non sono le proprie. Eppure quante volte sentiamo e leggiamo pareri del tipo «ah, se fossi stato il protagonista io avrei fatto così piuttosto che cosà», «mi sarei aspettato che succedesse questo invece che quest'altro», «avrei preferito che si parlasse di questo invece che di quest'altro» e via dicendo? E quante volte noi stessi finiamo per assumere posizioni del genere?

Questo meccanismo è proprio una resistenza alla sospensione dell'incredulità. Può essere dovuto innanzitutto alla scarsa capacità di un lettore di usare quest'arma a sua disposizione: il famoso lettore scettico, per cui tutto deve rientrare nel suo ordine delle cose e non viceversa.

Non credo, però, che sia soltanto una condizione mentale di chi legge, e mi chiedo quanto l'autore possa e debba giocare un ruolo attivo in tutto questo. Voglio dire, è l'autore che deve mettere il lettore nelle condizioni di sospendere la propria incredulità? Esiste un punto di incontro? Ci ho riflettuto un po' e la questione non mi sembra così banale.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate. :D 

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@AdStr Hai proposto un ottimo spunto di riflessione, ma credo tu parta dalle premesse sbagliate: frasi come «ah, se fossi stato il protagonista io avrei fatto così piuttosto che cosà» indicano una preferenza da parte del lettore, non una resistenza alla (o meglio, una rottura della) sospensione dell'incredulità.

Si ha una rottura della sospensione quando il lettore dice qualcosa come «questa cosa non ha senso», dove con cosa si può intendere una scena, un'azione perpetrata da un personaggio, un evento, un dialogo... quando cioè si manifesta un'incongruenza, un'incoerenza che ti porta a mettere in dubbio tutta la storia e a rifiutarla. Un lettore può accettare l'esistenza dei draghi, ma se nel primo capitolo queste creature sono immortali e nel secondo muoiono come mosche e senza motivo allora c'è qualcosa che non va; il problema non sta nell'accettare delle creature che non esistono, ma nel tollerare che l'autore infranga le sue stesse regole (che possono essere uguali o diverse da quelle reali) senza una ragione valida.

Rispondendo quindi alla tua domanda:

1 ora fa, AdStr ha scritto:

Voglio dire, è l'autore che deve mettere il lettore nelle condizioni di sospendere la propria incredulità?

Assolutamente sì. Esistono lettori che non riescono a uscire dalla propria sfera e ad abbracciare una realtà diversa, e in questo caso l'autore può fare poco; si tratta però di una minoranza. In linea generale, quando un lettore si ritrova a non poter più sospendere la propria incredulità la "colpa" è dell'autore, che non ha fatto abbastanza attenzione nel rispettare le regole interne alla sua storia e nel permettere al lettore di accettare la sua realtà.

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Come già detto da @Black penso che commenti del genere non indichino una rottura di questo meccanismo. Se siamo bravi a costruire una storia credibile, un mondo verosimile, il lettore viene catturato e si va avanti; se in una storia di cavalieri medievali, faccio per dire, tu mi metti dentro una spada laser senza giustificarla lì sei tu scrittore a distruggere il meccanismo, il lettore non c'entra nulla.

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@Black dici che siano sbagliate? Non so, le vedo come un aspetto dello stesso problema. Forse, nel restare sul generico, mi sono espresso male. Io intendevo descrivere quel processo durante la lettura che porta a storcere il naso di fronte a un avvenimento.

Esagero con un esempio reale: al cinema, durante la visione del Signore degli Anelli: le due torri, mio padre (fisico) si lamentava del fatto che Gandalf precipitasse più velocemente della spada, in quanto "la gravità dovrebbe agire sui due corpi nella stessa maniera". Non era quindi disposto ad accantonare la sua visione delle cose in favore delle "regole" della storia.

Poi è chiaro che c'entrano i gusti, ma io mi riferivo a questo tipo di resistenza. Naturalmente ho esagerato, nell'esempio, ma lo vedo succedere in molti casi, e mi domando cosa impedisca l'innescamento del meccanismo nella mente di chi legge.

Io penso che il problema sia più complesso di così, perché per esempio lo vedo manifestarsi spesso nella narrativa mainstream di stampo realistico. Non penso che si tratti sempre di incoerenze.

La mia domanda era: secondo voi cosa rende il lettore propenso ad accettare il patto della sospensione?

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10 minuti fa, AdStr ha scritto:

Esagero con un esempio reale: al cinema, durante la visione del Signore degli Anelli: le due torri, mio padre (fisico) si lamentava del fatto che Gandalf precipitasse più velocemente della spada, in quanto "la gravità dovrebbe agire sui due corpi nella stessa maniera". Non era quindi disposto ad accantonare la sua visione delle cose in favore delle "regole" della storia.

In questo caso corrisponde proprio alla frase «questa cosa non ha senso». :)

Nulla, nel Signore degli Anelli, lascia supporre che gli Stregoni rispettino una diversa legge della gravità rispetto al resto del mondo.

È pur vero, però, che un autore non può conoscere tutte le leggi che governano il nostro mondo, che siano politiche, sociali, economiche, fisiche, chimiche... nel caso del film, quanti spettatori si sono resi conto dell'incongruenza a parte tuo padre? Ecco, in questo caso la rottura della sospensione è percepita soltanto da una minoranza e non ne farei una "colpa" all'autore.

 

15 minuti fa, AdStr ha scritto:

La mia domanda era: secondo voi cosa rende il lettore propenso ad accettare il patto della sospensione?

Se l'autore ha fatto tutto giusto, la propensione personale del lettore nei confronti di ciò che differisce dalla propria sfera di comprensione e conoscenza.

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A quanto detto da Black mi permetto di aggiungere:

Siamo forse un po' più critici riguardo i nostri settori di competenza. Mi è capitato di recente di leggere un libro in cui c'è molta "fantainformatica", e le invenzioni dell'autore mi sono piaciute molto. Ho prestato questo libro ad un amico informatico. La storia è piaciuta anche a lui, ma ha sparato a zero sulle parti che riguardavano la verosimiglianza proprio di quelle invenzioni.

Non parliamo di quello che spesso pensano dei libri con ambientazione storica gli appassionati, appunto, di storia.

Nel caso di tuo padre, forse, è successo qualcosa del genere. Io so come funziona la forza di gravità, ma raramente ne controllo gli effetti in un film o in un libro: proprio non li noto a meno che non ci siano errori eclatanti. 

 

Dato che un autore non può essere perfettamente competente in tutti i settori di cui scrive (anche se è doveroso che si informi al riguardo) è plausibile che qualcosa gli sfugga. Ma, se l'autore è bravo, un piccolo inciampo non comprometterà del tutto la riuscita del libro.

Qual è stato il giudizio finale di tuo padre sul film, alla fine? Ha perdonato Tolkien oppure no?

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1 ora fa, AdStr ha scritto:

è l'autore che deve mettere il lettore nelle condizioni di sospendere la propria incredulità?

 

Io credo che sia un 50% a testa fra autore e lettore. Se ci riferiamo alla narrativa, in un certo senso la sospensione d'incredulità inizia nel momento stesso in cui si acquista un libro, sapendo in partenza che si tratta di una storia inventata dall'autore a cui il lettore già fin d'ora ha deciso di poter potenzialmente "credere" (se no non lo comprerebbe).

Poi è chiaro che la coerenza interna e, più in generale, la qualità del libro, giocano un ruolo fondamentale in questo patto autore/lettore.

 

5 minuti fa, AdStr ha scritto:

secondo voi cosa rende il lettore propenso ad accettare il patto della sospensione?

 

In gran parte la sua convinzione che il concetto di realtà sia più ampio della realtà fisica e che il mondo dei pensiero sia reale e importante quanto quello fisico, o meglio che ne sia parte integrante a pieno titolo.

D'altra parte anche la realtà fisica ha bisogno  della sospensione d'incredulità (un bel po' di bella gente, da Berkeley a Schopenhauer, ci credeva come a Babbo Natale e perfino Marzullo adombra quotidianamente dubbi: "la vita è un sogno...").

Senza un certo numero di atti di credulità (o di fede) non potremmo credere a niente, neanche alla nostra stessa esistenza.

 

P.S.

20 minuti fa, AdStr ha scritto:

"la gravità dovrebbe agire sui due corpi nella stessa maniera"

 

Nel vuoto sì, ma se c'è la resistenza dell'aria no. Se Gandalf era più aerodinamico della spada, poteva tranquillamente schiantarsi al suolo per primo.

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5 minuti fa, AdStr ha scritto:

La mia domanda era: secondo voi cosa rende il lettore propenso ad accettare il patto della sospensione?

 

Io credo che la risposta sia personale e vada poi trattata caso per caso, nel senso che ognuno ha la sua cultura e i suoi gusti e di fronte a una storia si lascia trasportare e immergersi in base a questi (poi ci sarebbero anche altri fattori in gioco come, non meno importante ma forse troppo forviante, il "momento" in cui si legge o si fruisce della storia, che può essere un momento stesso della giornata, come nella vita).

Date queste premesse, secondo me, il discorso potrebbe dunque tendere ad allargarsi troppo, ma questo ingrandimento è per fortuna-purtroppo parte integrante del processo di fruizione di una storia stessa e al tempo credo sia uno dei principali motivi per cui in narrativa (o nel cinema, insomma di fronte a una storia) non è possibile, come mai lo è stato, riuscire infine a tirare fuori delle regole generali che valgano per tutti.

Al tempo dunque bellezza ma anche difficoltà di creare una storia, se esistesse un solo motivo o una (anche poche) regole specifiche universali per rendere una storia veramente fruibile da tutti, allora, ripeto come già ho più volte sostenuto, ci basterebbe fermarci alle prime storie che sono state create e il resto non sarebbero che copie o ripetizioni (e per certi canoni, molte volte risultano esserlo secondo il "tutto è già stato detto).

 

Ora, venendo alla sospensione dell'incredulità, appartiene a ognuno scegliere, decidere, ma anche e solo lasciarsi andare o meno a una storia... non ci sono regole precise in merito.

 

Tuo padre (per me un mito) si è ad esempio posto un problema di carattere fisico che solo chi ha studiato la fisica poteva notare in un così piccolo dettaglio della storia... magari a lui - dati i suoi studi e la sua preparazione - ciò che coinvolge è una storia dove non ci siano "incongruenze delle leggi fisiche". Dico per banalizzare... ma nel senso che lui magari ricerca questo nella storia... la domanda è cosa dunque ricerca un lettore quando legge, e la risposta è personale e può variare. In base a questo, cambia o può cambiare il punto di quanto sia disposto o meno a cedere a questa incredulità o magia della storia stessa.

 

Sicuramente, gioco forza, è compito dell'autore riuscire a creare delle premesse (e a mantenerle vive per tutta la durata della storia) che siano in grado di calamitare l'attenzione dei lettori in maniera più ampia possibile. Tali premesse, come diceva anche Black, andrebbero mantenute nel corso della storia cercando di tener fede al principio fondamentale di "coerenza di un testo"... ciò non toglie che se un autore vorrebbe giocare proprio sul carattere opposto, "l'incoerenza", non è detto che non ci riesca.

 

Ecco, questi secondo me, sono solo alcuni spunti contenutistici che potrebbero ampliare tale tematica, ma che poi in finale, mi portano a dire che "non esiste una vera regola né motivazione oggettiva" per cui tale sospensione alle volte funzioni, alle volte no. Per qualcuno funziona meglio, per altri no...

 

Ciò che incide è il gusto e la personalità di ogni fruitore, anch'essi cangianti.

 

 

Infine, come minimo, va tenuto conto appunto di quanto un fruitore sia o scelga di essere "critico" di fronte a una storia. In questo, ripeto, dipende dalle persone e dai momenti della loro vita... In qualche modo, l'uso dei social media tramite internet, ci ha portato ad essere molto più "critici" di quanto non eravamo prima... la stessa evoluzione della tecnologia ci ha portato ad esserlo e ci invita a concentrarci sempre più sui particolari di "costruzione" o tecnici di una storia... cosa che prima era più lasciato ai tecnici o critici dei vari settori.

 

Per forza di cose, un autore non può né potrà mai (come sempre diceva Black) conoscere ogni legge dell'universo, ma sopratutto inserirla in ogni scena della sua storia...

 

Mi viene in mente che molte volte ho sentito dire come in realtà le "macchine (automobili) non esplodono" così come ci viene mostrato nei film americani, ad esempio... Oppure, prendiamo queste "arti marziali" che ormai vanno per la quale: nella realtà è praticamente quasi impossibile che una persona (anche allenata) possa "incassare" pugni e calci a ripetizione non solo senza sanguinare, ma neanche senza ricevere traumi cranici o rottura delle ossa etc... eppure vediamo combattimenti spettacolari che durano cinque, dieci minuti e questi si rialzano come niente fosse.

Un medico, ma anche un maestro di arti marziali, potrebbe avere molto da ridire in merito... ma la storia si segue bene, per chi vuole, decidendo di sospendere tale incredulità.

 

Sono scelte che ognuno fa... in un caso sopracitato, magari un maestro di arti marziali criticherebbe tutto o gran parte del film... 

Oppure, da musicista, non vi dico le volte che ho sentito una musica messa a caso (ad esempio musiche di strumenti diversi a quelli che le scene mostravano...)... spetta però a me decidere se considerare tutta la storia più o meno credibile solo in base a tale dettaglio...

 

Quando noi leggiamo o vediamo una storia essa è "finta" per eccellenza: è una finzione creata allo scopo di narrare o intrattenere, ma non sarà mai vera né potrà mai esserlo, tanto più in ogni dettaglio.

 

Se poi consideriamo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera diversa... prendiamo un corridore allenato: per lui sarebbe magari un gioco da ragazzi percorre a piedi diversi chilometri... ma un lettore non allenato potrebbe trovarlo incredibile... in casi come questo, la credibilità starebbe nel personaggio (se appunto è un atleta o meno)... ma anche qui, quanti personaggi magari "sciamannati" riesco a compiere nelle storie imprese che per le loro caratteristiche sarebbero impossibili... magari potrebbero entrare in gioco altri fattori verosimili (ad esempio la rabbia o la disperazione che danno luogo al manifestarsi di energie latenti nel corpo)...

 

Oppure ci sono personaggi che fumano come ciminiere... ma un qualche colpo di tosse?... oppure è quasi mai impossibile vedere gli eroi andare in toilette... ma di certo non possiamo passare metà e più di una storia a soffermarci su quante volte il protagonista vada in bagno (io però, me lo chiedo spesso, non pensate male... nel senso... stanno ore e ore a combattere o a fare viaggi... ma non urinano mai?)

 

Insomma, decidere se seguire o meno tale sospensione è scelta personale... L'autore, può in questo essere bravo a calamitare l'attenzione sulla storia, sull'ambientazione, sui personaggi, per riuscire a distogliere il più possibile il fruitore da questa sua reticenza... Nel Signore degli Anelli, ad esempio, credo che la maggioranza di noi potrebbe essere d'accordo nel dire che risulta essere una grande storia per decine di altre e principali motivazioni e in pochi si domandano se sia giusto che cada prima la spada o dove cavolo fanno i bisogni gli eroi durante il corso degli assedi o quando ci mettono giorni a scalare una roccia... 

 

Ciao!

 

 

 

 

 

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50 minuti fa, AdStr ha scritto:

La mia domanda era: secondo voi cosa rende il lettore propenso ad accettare il patto della sospensione?


Secondo me siamo naturalmente portati a giudicare per precisi schemi mentali. Se sto leggendo fantascienza o fantasy mi preoccupo solo della coerenza all'interno di quel mondo (e non, ad esempio, delle comuni leggi fisiche), ma se leggo un thriller o un romanzo di narrativa ambientato ai giorni nostri allora sarò meno propenso ad accettare situazioni al di fuori dell'ordinario o che comunque stonerebbero nel mondo reale. 

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per citare un importante scrittore e autore di articoli sulla scrittura (me stesso :D) :

"Le storie funzionano perché i personaggio reagiscono agli eventi in modo che può (a volte dovrebbe) sorprenderci, ma che deve essere sempre giustificato e in linea con quello che il personaggio stesso è o sta diventando.

Non posso prendere una trama e applicarla ai personaggi. Ogni azione dev’essere ciò che quel preciso personaggio farebbe nella situazione in cui si trova. "

(Esitsono storie event driven?)

 

Scherzi a parte, il mio post credo risponda almeno in parte al quesito di @AdStr. L'esempio di Gandalf che cade più velocemente della spada è un errore degli sceneggiatori. Le regole di un mondo, quando sono diverse da quello in cui viviamo, devono essere spiegate prima di usarle, altrimenti non si tratta più di regole, ma di un deus ex machina che ti leva dagli impicci. La gravità agisce sui maghi in modo diverso? Devo saperlo prima che questo effetto faccia comodo agli sceneggiatori. In realtà forse i maghi possono accelerare magicamente la loro velocità di caduta, questo è più plausibile nel mondo del Signore degli Anelli di una gravità con effetti differenziati.

 

Il problema più grave che mina la sospensione dell'incredulità però riguarda il comportamento dei personaggi. Un personaggio dev'essere coerente con sé stesso. Può cambiare nel corso della vicenda, anche in modo sorprendente, ma i germi del cambiamento devono essere in qualche modo visibili. Se si comporta sempre in un determinato modo può anche accadere che sotto pressione sorprenda tutti e faccia l'opposto di quanto ci si aspettava, ma un comportamento diverso dev'essere comunque giustificato e credibile.

 

I film horror sono l'esempio più clamoroso di errori che minano la sospensione dell'incredulità. Quante volte i personaggi si infilano nelle situazioni più improbabili in modo idiota?

Ehi siamo in una casa isolata nel bosco, è andata via la luce, e lungo la strada abbiamo visto degli animali squartati.  La prima cosa che diciamo è: "dobbiamo stare tutti uniti." Poi sentiamo dei rumori strani in cantina e una bionda salta su dicendo: "vado a vedere." Prende una pila che si accende a intermittenza e scende in cantina.

È normale che il pubblico rumoreggi.

 

Per questo insisto nel dire che le storie devono partire dai personaggi. Solo adattando la trama ai personaggi si ottengono storie credibili, se si tenta il contrario si finisce per infilarsi in vicoli ciechi da cui si deve uscire con qualche acrobazia improbabile.

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2 ore fa, AdStr ha scritto:

Non credo, però, che sia soltanto una condizione mentale di chi legge, e mi chiedo quanto l'autore possa e debba giocare un ruolo attivo in tutto questo. Voglio dire, è l'autore che deve mettere il lettore nelle condizioni di sospendere la propria incredulità? Esiste un punto di incontro? Ci ho riflettuto un po' e la questione non mi sembra così banale.

io credo che non sia affatto una questione che riguarda il lettore, ma solo ed esclusivamente l'autore che attraverso la coerenza di quello che scrive dà al lettore gli strumenti giusti per calarsi nel mondo che ha creato.

Ti faccio un esempio banale e non mio: se ne Il signore degli anelli in una battaglia tra orchi, alberi animati ed elfi fosse comparso all'improvviso un carro armato il lettore sarebbe saltato sulla sedia e probabilmente avrebbe buttato il libro perché non c'erano i presupposti per la comparsa di un carroarmato nel mondo costruito da Tolkien. Invece, per quanto sembri un controsenso, il lettore accetta orchi e compagnia senza battere ciglio, perché sono in linea con tutto il resto dell'ambientazione e della storia narrati e costruiti fino alla battaglia in questione. 

Ovviamente se sono un lettore poco portato al fantasy non mi interessa niente quanto coerente sei stato tu autore e se sono scettico mi accorgerò immediatamente che dalla manica sinistra di Frodo spunta un orologio, ma credo proprio che la sospensione dell'incredubiltà sia una responsabilità dell'autore e che la parola d'ordine sia coerenza.

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Mi sembra sia sottinteso in vari post, ma vale forse la pena di citarlo  in modo esplicito: tra lettore  e autore  viene stipulato il famoso patto narrativo.

Il primo accetta di sospendere l'incredulità ed "entrare" nella storia, il secondo non deve commettere errori (di intreccio, verosimiglianza, ritmo ecc.) tali da indurlo  a interromperlo. Vale, con qualche distinguo,  anche per le altre forme di narrazione.

Il testo rimane  in definitiva quell'arcinota macchina pigra che tocca al lettore mettere in movimento: con le ovvie differenze di approccio, retroterra, sensibilità...

Modificato da sefora
refuso
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9 ore fa, Black ha scritto:

Si ha una rottura della sospensione quando il lettore dice qualcosa come «questa cosa non ha senso», dove con cosa si può intendere una scena, un'azione perpetrata da un personaggio, un evento, un dialogo... quando cioè si manifesta un'incongruenza, un'incoerenza che ti porta a mettere in dubbio tutta la storia e a rifiutarla. Un lettore può accettare l'esistenza dei draghi, ma se nel primo capitolo queste creature sono immortali e nel secondo muoiono come mosche e senza motivo allora c'è qualcosa che non va; il problema non sta nell'accettare delle creature che non esistono, ma nel tollerare che l'autore infranga le sue stesse regole (che possono essere uguali o diverse da quelle reali) senza una ragione valida.

è quello che penso. L'autore deve avere coerenza, creare credibilità: da lettore non mi aspetto che i personaggi facciano quello che voglio io (non accade nemmeno se sono io l'autore della storia), ma che non facciano boiate che stridano con il contesto in cui sono.

 

8 ore fa, AdStr ha scritto:

Esagero con un esempio reale: al cinema, durante la visione del Signore degli Anelli: le due torri, mio padre (fisico) si lamentava del fatto che Gandalf precipitasse più velocemente della spada, in quanto "la gravità dovrebbe agire sui due corpi nella stessa maniera". Non era quindi disposto ad accantonare la sua visione delle cose in favore delle "regole" della storia.

Queste sono cose che io non guardo troppo al cinema, a meno che non siano esagerate. Guardo invece boiate come quella di Legolas che usa lo scudo come skateboard e le critico di brutto. 

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Vado di risposta soggettiva.

Da lettore mi capita di sentirmi fuori da una storia in diversi casi:

  1. Quando c'è qualcosa che non va, quando succede qualcosa che non ha senso con quello che ho letto fino a quel punto.
  2. Quando mi vengono spiegati, con frasi a effetto o interventi narratoriali (chiedo scusa, non saprei come definirli), avvenimenti che dalla trama già si capiscono benissimo.
  3. Quando mi vengono spiegati, con frasi a effetto o interventi narratoriali, avvenimenti che non hanno senso rispetto alla storia che ho letto fino a quel punto (esempio madre, che mi è capitato spessissimo: "i due si guardarono ecc... era evidente quel che provava l'uno per l'altra". Ma quando? Perché? I due si sono parlati appena per tutto il resto del libro! :huh:)
  4. Quando trovo dei passaggi che sono delle evidenti spiegazioni che non mi interessano: in questo caso faccio di testa mia, può essere che leggiucchi o salti il passaggio, ma di fatto non mi faccio più guidare dallo scrittore.

Per ora non me ne vengono altri in mente. Dovesse suggerirmi altro, aggiungerò :)

 

Intanto dico anche che, per riallacciarmi all'inizio della discussione, spesso da lettore mi piace immaginare di essere uno dei personaggi e di agire magari in modo diverso da come questi davvero fa nel romanzo. Però non è niente di negativo: infatti, ciò si verifica quando si crea una forte empatia tra me e il libro, i personaggi e il mondo creato dall'autore. Quindi, se comincio a "parlare" con i personaggi arrabbiandomi con loro o altro, è perché sono molto immersa nella storia e non il contrario :D

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10 ore fa, Miss Ribston ha scritto:

Intanto dico anche che, per riallacciarmi all'inizio della discussione, spesso da lettore mi piace immaginare di essere uno dei personaggi e di agire magari in modo diverso da come questi davvero fa nel romanzo. Però non è niente di negativo: infatti, ciò si verifica quando si crea una forte empatia tra me e il libro, i personaggi e il mondo creato dall'autore. Quindi, se comincio a "parlare" con i personaggi arrabbiandomi con loro o altro, è perché sono molto immersa nella storia e non il contrario :D


Anche a me viene naturale calarmi nei personaggi e commentare le loro scelte, in modo positivo o negativo (della serie: "io avrei agito in modo completamente diverso!"). D'altra parte mi capita anche quando le premesse di un libro (o film) e l'idea alla base sono buone, ma lo sviluppo non è soddisfacente. In questo caso, mi immedesimo più nei panni dell'autore che del personaggio ed elaboro trame e finali alternativi che (a mio parere, sia chiaro) sono nettamente migliori delle conclusioni reali. Spesso questo succede proprio quando la direzione presa dal romanzo non ha senso o presenta incongruenze difficilmente tollerabili. Allora, quasi come un esercizio d'immaginazione, la mia mente partorisce sviluppi e soluzioni più coerenti.

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Il 27/6/2019 alle 09:42, AdStr ha scritto:

Eppure quante volte sentiamo e leggiamo pareri del tipo «ah, se fossi stato il protagonista io avrei fatto così piuttosto che cosà»

Però non credo che questo abbia a che fare con la sospensione dell'incredulità.

 

Mettendo da parte i soliti esempi sul fantasy, so che parliamo di sospensione dell'incredulità anche quando, guardando un film, accettiamo senza battere ciglio scene come quelle in cui: 1. un personaggio alza la cornetta, sta zitto due secondi di numero e poi urla "Cosa!? Ma è terribile! Grazie per avermi avvisato!" (in due secondi?); 2. Il personaggio parla al telefono per un po' e ripete ad alta voce tutto quello che dice il suo interlocutore (che noi non possiamo sentire); 3. Dopo aver ricevuto il messaggio, il personaggio riattacca senza salutare. Nei film non si salutano mai, prima di riattaccare.

Oppure: succede qualcosa di abbastanza comune ma importante per la trama; passano ventisei anni, un personaggio dice a un altro: "Ti ricordi quella volta che abbiamo mangiato un panino insieme, ventisei anni fa?". E l'altro: "Sì, me lo ricordo (Ah, cioè... davvero?), ma perché me lo chiedi?"

Insomma, assurdità che accettiamo perché giustificate da esigenze tecniche.

 

Quando si mette in discussione il modo di ragionare del personaggio per me è un'altra cosa, ma ovviamente potrei sbagliarmi.

In questo caso mi vengono in mente tre possibilità:

 

1) Il lettore non è in grado di accettare il fatto che le persone possono avere reazioni, gusti, pensieri, paure diverse dalle sue. Ed è una tendenza che almeno in minima parte abbiamo tutti. A chi non è capitato di trovare assurdo e inspiegabile il comportamento o le parole di un'altra persona? Così assurdo che diciamo "Non ci posso credere", anche se poi dobbiamo crederci perché... perché è successo, abbiamo a che fare con una persona reale che ha effettivamente fatto/detto qualcosa che noi non avremmo mai e poi mai detto/fatto. 

Con un personaggio di fantasia è diverso, puoi dire "questa sua reazione è assurda e inspiegabile" e nulla all'interno della storia proverà mai che sei in errore. Quello che il personaggio fa non è reale. A un lettore chiuso mentalmente (o ignorante) può capitare spesso di trovare "assurdo" il comportamento di un personaggio.

 

2) Forse più comune: lo scrittore non ha presentato bene il personaggio oppure gli ha ficcato nel cranio un cervello nuovo, all'improvviso e senza spiegazione, per forzare una scena e... insomma, le cose che hanno già scritto negli altri post. Non mi dilungo a spiegare male cose che altri hanno già spiegato meglio.

 

3) Il lettore è sano, lo scrittore è bravo, ma per qualche motivo il lettore si fa un'idea sbagliata del personaggio e quindi rimane sorpreso/incredulo quando quest ha una reazione "non da lui". Succede anche nella vita reale e spesso non è colpa di nessuno. Per tua mamma non è da te uscire con una camicia non perfettamente stirata, mentre per i tuoi amici non è da te entrare in doccia più di una volta al mese. Lo scrittore non può pretendere che il suo personaggio venga "letto" da tutti allo stesso modo.

 

Vabbè, più o meno tutti abbiamo letto "Uno, nessuno e centomila", no? 

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Grazie dei vostri interventi, ragazzi.

Molti di voi hanno posto la questione in una luce diversa da quella che intendevo io, diciamo più rivolta al manuale di buona scrittura. Sono d'accordo che la definizione sia quella, che molto dipenda dalla coerenza interna e che ogni cosa debba avere, all'interno di un testo, la dovuta preparazione e giustificazione. Gli esempi sul fantasy e sulla fantascienza sono molto calzanti, perché lì ci ritroviamo a dover accettare elementi avulsi dal nostro contesto e da qualsiasi contesto rintracciabile sul pianeta Terra.

A me piacerebbe concentrarmi in questa sede sulla lettura, più che sulla scrittura. In particolare, mi piacerebbe puntare i riflettori sul comportamento umano all'interno di un romanzo, ricollegandomi su quanto ho accennato in precedenza circa il meccanismo di sospensione di fronte a un mainstream realistico. @Kuno ha risposto mentre formulavo questo post, e mi ha in parte anticipato. Al contrario di lui, io credo però che anche (e forse soprattutto) in questo caso sia una questione di sospensione d'incredulità, sebbene nel manuale di scrittura se ne parli di meno. Faccio appello, forse, a un'interpretazione personale della definizione. Questo saprete dirmelo meglio voi, con più esperienza di scrittura alle spalle.

Secondo me conta molto come ci si approccia alla lettura. Un modo è considerare se stessi all'interno della storia, un altro è guardare con gli occhi di un bimbo che non sa niente e che è desideroso di imparare, di capire. Conosco diverse persone che mi hanno detto di amare molto il vedere se stessi all'interno di una storia, come se fossero loro a viverla durante la lettura (come @Miss Ribston ha esposto nel suo intervento); è affascinante, ma si porta dietro una zavorra non di poco conto: il dover ricondurre tutto a se stessi, per l'appunto. Alle proprie coordinate, alle proprie esperienze, alle propria sensibilità. Tutto deve ruotare attorno a questo, e così anche i comportamenti umani che vengono presentati nel romanzo.

C'è chi (e mi ci metto dentro) non intende la lettura in questo modo. Di me stesso all'interno della storia non me ne importa un tubo, preferisco guardare cosa succede, dimenticarmi di tutto e lasciarmi guidare da ciò che le parole scritte mi comunicano; è chiaro che nessuna lettura è esente dal filtro degli occhi che la leggono, ma trovo che così facendo si riesca a entrare meglio in sintonia con la storia del testo, con i personaggi, con le loro azioni e interazioni.

Ecco dove io ci vedo la sospensione dell'incredulità: io lettore mi sento propenso e disposto ad accantonare il mio vissuto per osservare qualcosa di diverso da me, che sentirà, agirà, parlerà diversamente da come farei io.

E ciò mi permette di imparare qualcosa, in moltissimi casi. Perché se mi sforzo di comprendere il comportamento di un personaggio, se cerco di assorbirne i pensieri, calo le barriere e faccio miei concetti che altrimenti non avrei elaborato. Poi questo non toglie la possibilità di buttarli via, a posteriori, di dire «no, questo romanzo proprio no, lo trovo insensato o quantomeno distante da me».

Quindi io la vedo come una questione di dove si rivolge lo sguardo: se dentro di sé o se al di fuori, ossia verso ciò che si sta leggendo.

 

22 ore fa, libero_s ha scritto:

Per questo insisto nel dire che le storie devono partire dai personaggi. Solo adattando la trama ai personaggi si ottengono storie credibili, se si tenta il contrario si finisce per infilarsi in vicoli ciechi da cui si deve uscire con qualche acrobazia improbabile.

Mi ritrovo molto nell'intervento di @libero_s, di cui cito solo il passaggio finale e riassuntivo. E, proprio perché i personaggi sono il fondamento di una storia, per me vale la pena di guardarli per ciò che sono (per quanto possibile) e non per ciò che secondo noi dovrebbero essere. Sugli imbecilli dei film horror siamo d'accordo che c'è poco da dire, e che valgono come esempio lampante di immedesimazione difficile. :asd: Motivo per cui reggo poco i film horror, anche quando ci sono di mezzo dei bambini per cui magari puoi pensare "ah vabbè, sono bambini"... eh no, non sono così scemi.

 

23 ore fa, massimopud ha scritto:

Senza un certo numero di atti di credulità (o di fede) non potremmo credere a niente, neanche alla nostra stessa esistenza.

E non ci lanceremmo mai verso l'ignoto. :) Bellissima considerazione, concordo pienamente.

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23 ore fa, AdStr ha scritto:

è l'autore che deve mettere il lettore nelle condizioni di sospendere la propria incredulità?

 

Secondo me, l'autore deve impegnarsi a "mettere il lettore nelle condizioni di sospendere la propria incredulità", ma non può fare tutto.

Mi sta capitando di scrivere una storia in cui si verifica un certo fenomeno abbastanza inverosimile. Ora, l'evento è realissimo e succede in quel luogo dove ho ambientato la storia: un luogo esistente, tangibile, fisico. Se un lettore (troppo pedante :D) mi dirà «andiamo, suvvia, dysk, ma che cavolo racconti⁈ Quella cosa è del tutto inverosimile, bah!» io gli risponderò con calma «caro lettore dei miei stivali»… ehm no, non dovevo rispondere con calma? D'altronde lui ha usato l'eufemismo "cavolo"… Allora cancello e riscrivo. «Carissimo insigne lettore che non vuoi sospendere l'incredulità, passa cinque minuti da casa mia, che ti porto in quel luogo e poi mi dirai se quel che scrivo è vero o no!»

È il classico caso in cui la realtà supera la fantasia.

E lo scrittore, pover'uomo!, si viene a trovare fra l'incudine e il martello. Allora quel pover'uomo che ho testé mentovato va nel suo studio, si beve un caffè e poi pensa: "Se mi arriva un altro siffatto lettore, che faccio, perdindirindina⁈ Tolgo la cosa vera ma inverosimile e ci metto una cosa banale ma verosimile, oppure vado avanti con la cosa vera ma inverosimile e… pazienza?" Assalito dal dubbio martellante, il pover'uomo — e adesso si capisce perché povero — apre la finestra, vi accosta una sediolina, monta su in piedi e guarda di sotto: «Addio, mondo crudele» esclama, mentre appoggia un piede sul davanzale.

Io lo vorrei salvare, ma come⁈ Che gli dico? Forse in pochi lo sanno, ma la sospensione dell'incredulità fa molte vittime ;)
Nie', sarà il caldo, scusate ma quando soffia lo scirocco… :asd:
 

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Non so quanto possa essere utile alla discussione, @AdStr, ma ho per le mani un libro (Lezioni di letteratura) che affronta in parte il problema.

Non dovremmo mai dimenticare che l'opera d'arte è sempre la creazione di un mondo nuovo, e che la prima cosa da fare sarebbe studiare quel mondo nuovo nel modo più circostanziato possibile [...]. Una volta studiato attentamente quel mondo nuovo, [...] potremo passare a esaminarne i legami con altri mondi, con altri settori della conoscenza. [...] Si può credere alle descrizioni dell'Inghilterra dei proprietari terrieri [...] fatte da Jane Austen, la quale conosceva soltanto il salottino della dimora di un ecclesiastico? 

Il buon lettore, dice Nabokov è quello che ha immaginazione, memoria, un dizionario e un minimo di senso artistico.

Il buono scrittore, di contro, è solo quello capace di creare un mondo nuovo - che è composto di elementi reali i cui atomi sono stati però da lui ricombinati.

Qui sproloquio un poco io.

Necessario è distinguere realtà da verità, che non sono perfettamente sinonimi.

Lo scrittore inganna sempre, racconta sempre menzogne. Non è compito della letteratura raccontare la realtà. Ma il bravo scrittore costruisce bugie così ben congegnate che il lettore accetta di assistere alla rappresentazione delle bugie e ne coglie, dietro l'essere non reali, la verità.

 

Se leggiamo fiction, dobbiamo accettare di sospendere l'incredulità. Siamo poi liberi di decidere caso per caso se il mondo dell'autore ci sembra abbastanza interessante da lasciarci ingannare oppure se, a conti fatti, le sue bugie non valgono la perdita della nostra onestà.

 

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1 ora fa, dyskolos ha scritto:

È il classico caso in cui la realtà supera la fantasia.

 

Attenzione perché realtà e verosimiglianza non vanno confuse. Ci sono cose reali che trasferendole pari pari in una storia diventano poco credibili e non importa se ti metti a strillare che sono successe davvero; se non funzionano non c'è niente da fare. Puoi anche prendere i lettori a uno a uno e portarli a vedere con i loro occhi, ma sarà comunque un "fallimento" tuo. Il lettore deve poter credere alle dinamiche raccontate, il fatto che siano vere, plausibili o impossibili non cambia nulla. Devono funzionare DENTRO il mondo della storia, non in quello esterno.

 

 

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2 ore fa, AdStr ha scritto:

Conosco diverse persone che mi hanno detto di amare molto il vedere se stessi all'interno di una storia, come se fossero loro a viverla durante la lettura (come @Miss Ribston ha esposto nel suo intervento); è affascinante, ma si porta dietro una zavorra non di poco conto: il dover ricondurre tutto a se stessi, per l'appunto. Alle proprie coordinate, alle proprie esperienze, alle propria sensibilità. Tutto deve ruotare attorno a questo, e così anche i comportamenti umani che vengono presentati nel romanzo.

Non ritengo che sia così. Immaginarmi di essere il personaggio vuol dire che sono io a diventare lui e non lui a doversi ricondurre a me, è esattamente l'opposto di come l'hai intesa e me ne scuso, forse mi sono spiegata male. Il processo di immaginazione che ho descritto avviene in disparte dal libro in sé: il personaggio rimane e a qual punto – al di fuori del contesto dell'autore – diventa una sorta di mia proprietà, immagino storie dove lo faccio agire come ritengo io, in una mia versione della sua storia. Ma non perché non abbia apprezzato l'originale, anzi: spesso è collegato alla volontà di volerla vedere continuare. Per questo dico che tutto questo processo che si instaura in me lettore è molto positivo: un personaggio che rimane e continua a vivere nella mia testa al di fuori del romanzo, vuol dire che non solo mi ha convinto, ma è così forte e convincente da poter resistere se stante.

Spero si sia capito meglio :lol:

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2 ore fa, libero_s ha scritto:

Attenzione perché realtà e verosimiglianza non vanno confuse

 

Sono d'accordo con te in tutto. Ma il vero problema sta nel finale:

 

2 ore fa, libero_s ha scritto:

Il lettore deve poter credere alle dinamiche raccontate, il fatto che siano vere, plausibili o impossibili non cambia nulla. Devono funzionare DENTRO il mondo della storia, non in quello esterno.

 

È giustissimo, nulla da dire.

 

Nel caso specifico, si tratta di un grotta marina posta ai piedi di una scogliera. Da questa sembra uscire un voce umana urlante che chiede aiuto. In realtà ciò accade per la particolare conformazione della grotta e per la sua posizione rispetto al vento e alle maree: in certe condizioni del moto ondoso, quando le onde sbattono con una particolare angolazione contro la roccia, si genera quella voce. Posso garantire che di notte, con la luna piena, quelle urla disumane e lamentose fanno una certa impressione nella loro lugubre energia.

Ho modificato la realtà e alla fine ho trovato una soluzione buona, ma ho la sensazione di aver dovuto banalizzare la situazione allo scopo di renderla più digeribile: «più potabile», dico io.

 

Dalla costa a due passi da casa mia non si vede nulla all'orizzonte, ma in certe condizioni atmosferiche, molto rare a verificarsi, si vede un'isola emergere, quasi fosse un'isola fantasma. In realtà è Ustica, che compare "miracolosamente" a causa di fenomeni ottici di Fata Morgana, che provocano lo spostamento all'indietro dell'orizzonte e la conseguente emersione dei corpi vicini a esso. "È quella la vera isola che non c'è", ho esclamato un giorno, sputando il cappuccino mentre mi alzavo dal tavolino di un bar. Avevo pensato di ambientarci una storia, nella vera isola che non c'è. Ora, è legittimissimo che un lettore non sappia nemmeno dell'esistenza delle Fate Morgane. «Guagliò, ma si scemo⁈» mi direbbe il mio amico napoletano in tono di simpatico rimprovero. Poi, dopo che gli dico «È colpa della Fata Morgana», quello se ne va sbattendo la porta e dicendo «Vabbe' che credi a Babbo Natale e alla Befana, ma ora pure alle fate…».

.

In definitiva, uno scrittore potrebbe trovarsi davanti a un dilemma e dover scegliere tra:

  1. una cosa inverosimile (ma vera: succede realmente);
  2. una cosa verosimile (non vera e resa più «potabile» artificialmente, e magari banalizzata).

In realtà ci sarebbe anche 

       3. una cosa verosimile ma non banale (mica tutto quello che è verosimile è anche banale?)

 

Ma tra banalità e verosimiglianza, che deve scegliere il povero scrittore?

 

L'esimio @Fraudolente citava, qualche giorno fa, un professore di nome Ambrogio (o così mi pare di ricordare):

"Se il lettore non sa le cose, mica è colpa tua?"

 

Ambrogio sembra invitarmi a parlare di Ustica che emerge spinta da Fata Morgana :D.

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5 ore fa, dyskolos ha scritto:

L'esimio @Fraudolente citava, qualche giorno fa, un professore di nome Ambrogio (o così mi pare di ricordare):

"Se il lettore non sa le cose, mica è colpa tua?"

 

Ah, l'esimio è imbarazzante!

 

Ambrogio era un grand'uomo.

E non solo: un bravo scrittore, un buon amico e un critico severo e preparato. 

Sosteneva l'inutilità degli spiegoni:  "Se la gente non lo sa, si arrangi!"  Dysk, se la grotta marina ha una voce, o se Ustica compare all'orizzonte, tu devi scriverlo, e fregatene dei dubbi degli... increduli.

 

Alle presentazioni dei miei romanzi partecipavano uno storico e uno scrittore di saggi di filosofia. Lo scrittore è morto l'anno scorso, ma i suoi consigli sono ancora vivi. E anche i suoi libri...

 

 

 

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Il 28/6/2019 alle 16:41, dyskolos ha scritto:

Ma tra banalità e verosimiglianza, che deve scegliere il povero scrittore?

La dicotomia non è mica inevitabile, anzi...! Originalità e verosimiglianza possono (devono se il testo è buono!) convivere nella narrazione.

Come già detto, la scrittura è sempre finzione anche quando narra cose "vere", e nella realtà possono verificarsi eventi che apparirebbero inverosimili  in una  narrazione.

Se si prova per es. (lo consiglio) a trascrivere  tal quale un dialogo registrato, l'effetto è inevitabilmente falso. Bene partire dal reale, ma occorre "narrativizzarlo".

E torno un attimo sulla macchina pigra, la citazione di Eco per cui il lettore deve fare la sua parte perché il testo si metta in moto. Nel senso che deve possedere una certa dose di curiosità, padronanza linguistica ecc. per leggerlo con interesse  e trarne "vantaggio". Non tutti i libri vanno bene per tutti, s'intende , e l'autore tende a rivolgersi al suo lettore "modello". Opportuno, consiglia ancora Eco, che esso  sia abbastanza flessibile da coinvolgere un buon numero di lettori "empirici".

Il che potrà avvenire  se la fabula avrà un intreccio ben fatto, se richiamerà gli archetipi  e via teorizzando. Come da manuali e corsi di scrittura...O_o

Ma spesso una buona storia riesce a camminare quasi da sola e i personaggi prendono per mano l'autore  conducendolo lungo strade  diverse da quelle previste. È molto bello:D!

 

 

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34 minuti fa, sefora ha scritto:
Il 28/6/2019 alle 16:41, dyskolos ha scritto:

Ma tra banalità e verosimiglianza, che deve scegliere il povero scrittore?

La dicotomia non è mica inevitabile, anzi...! Originalità e verosimiglianza possono (devono se il testo è buono!) convivere nella narrazione.

 

Sono d'accordo con te al cento per cento. Mi ricollegavo a una vecchia discussione, che non riesco più a trovare. Si diceva lì che spesso, per rendere una storia digeribile dal lettore, basta banalizzarla: le cose banali risultano in genere più verosimili perché in realtà è la vita stessa ad essere banale. La considerazione è molto filosofica e non faccio nessuna fatica ad accettarla.

 

41 minuti fa, sefora ha scritto:

Ma spesso una buona storia riesce a camminare quasi da sola e i personaggi prendono per mano l'autore  conducendolo lungo strade  diverse da quelle previste. È molto bello:D!

 

 

Proprio poco fa, in un'altra discussione, ho scritto un post su questo stesso argomento molto simile al tuo :D

Probabilmente se lo raccontassimo in giro, nessuno ci crederebbe; ma se invece dicessimo: «sì, è vero, è come dite voi: io e sefora ci siamo messi d'accordo», allora tutti ci crederebbero :asd:

Basta banalizzare un po', e tutto passa... 

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Eh, io sono un discreto critico e  "questa cosa non ha senso" l'ho detto più volte.

Vi faccio un esempio a me caro: nel seguito di Eragon, Eldest, Roran, pur essendo un ex mugnaio, discreto cacciatore (di cervi, non di orsi o lupi) e magari un buon fabbro, fa strage di soldati imperiali. Nel libro dopo, senza essere stato istruito nell'arte della lotta, è forte come Leonida di 300. Io leggendo Eldest pensavo "ma come può un civile sbaragliare cinque soldati addestrati?". La mia sospensione dell'incredulità accettava l'esistenza dei draghi, perché, pur essendo questi biologicamente insensati (hanno sei arti, per esempio) erano creature magiche in un contesto magico. Ma se nel primo libro vedo Eragon che si allena per mesi, è potenziato dal vincolo col drago e poi arriva Roran che, senza addestramento e improvvisando, fa di meglio, per me questo cozza col contesto, specie considerando che si è più volte parlato dell'importanza dell'allenamento. Ugualmente Roran si dimostra uno stratega geniale che se ne esce con idee che sfondano le leggi della fisica. Non ho letto il libro, ma dopo varie ricerche e consulti, è venuto fuori che la sua idea per sfondare le mura nemiche è: 

- bloccare un fiume;
- metterci dentro una chiatta;
- costruire un muro sopra la chiatta e metterci degli uomini;
- aprire il fiume, la chiatta col muro e i soldati surfa sull'onda e sfonda le mura. 

Questo io NON lo accetto, salvo una storia comico-demenziale. 

 

 

 

Poi ci stanno le conoscenze del periodo e le mie. Io non critico il libro de La guerra dei mondi perché i marziani muoiono perché non hanno preso gli antibiotici, perché il libro è stato scritto 30 anni prima della scoperta della penicillina. Al contrario, ho demolito il film con Tom Cruise, perché hanno aggiunto tanti elementi (le macchine sottoterra anziché sparate da Marte, gli alieni che si organizzano da milioni di anni anziché aver improvvisato per disperazione un'invasione, il figlio del protagonista che si salva pur trovandosi in mezzo all'equivalente di una bomba atomica, eccetera).

 

Ho poi criticato che in un videogioco, the last of us, dei medici cercassero di realizzare un vaccino per un fungo parassita spaccando il cranio dall'unico portatore sano e prelevando il fungo mutato. Tuttavia, se una fangirl 30enne mi ha accusato di essere un hater e non ha voluto ascoltare le spiegazioni di una mia amica dottoressa, i fan moderati si sono interessati, e insieme abbiamo concluso che la scelta insensata fosse voluta dagli sceneggiatori (per trasmettere, tra le tante cose, la follia e la disperazione dei medici), ipotesi sostenuta da alcune registrazioni sparse per il gioco. 

 

 

Diciamo che per prima cosa bisogna delineare le regole del contesto. Una volta delineate, il lettore saprà, vagamente, come funziona il mondo in questione. Insomma, c'è differenza tra "sospensione dell'incredulità" e "accettare tutto quello che ti viene propinato perché è un libro", anche perché la capacità di notare errori può spingere ad approfondire e scoprire elementi/punti/messaggi nascosti.

 

 

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penso che una distinzione che potrebbe essere importante fare è tra il caso in cui l'incredulità sia data dall'inserimento di elementi fantastici come, appunto draghi, elfi, macchine che volano ecc. e quello che deriva più da contraddizioni logiche interne al filo della storia (del tipo, un personaggio che viene descritto come sempre molto timido, che senza dare alcuna motivazione dell'evento, comincia all'improvviso a provarci in modo molto volgare ed esplicito con una ragazza). Nel primo caso penso che la sospensione dell'incredulità sia sempre accettata, a meno di casi in cui la lettura di un racconto è per chi legge finalizzata ad acquisire una scorcio realistico dell'ambientazione geografica/temporale, come può essere ad esempio se si tratta di romanzi a sfondo storico. Nel secondo il rispetto del "patto della sospensione dell'incredulità" è molto più difficile da accettare, perché le incongruenze possono, se rilevanti, incrinare la chiarezza della trama e del profilo dei personaggi. E non si tratta di feticcio pedante "intellettualistico", se la perdita di questa chiarezza scoraggia la stessa partecipazione emotiva alle vicende narrata, rendendo più ostico seguire gli eventi e comprendere la personalità di un personaggio, al livello sufficiente per potersene affezionare

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Il 2/7/2019 alle 17:24, dyskolos ha scritto:

 

Sono d'accordo con te al cento per cento. Mi ricollegavo a una vecchia discussione, che non riesco più a trovare. Si diceva lì che spesso, per rendere una storia digeribile dal lettore, basta banalizzarla: le cose banali risultano in genere più verosimili perché in realtà è la vita stessa ad essere banale. La considerazione è molto filosofica e non faccio nessuna fatica ad accettarla.

 

 

Proprio poco fa, in un'altra discussione, ho scritto un post su questo stesso argomento molto simile al tuo :D

Probabilmente se lo raccontassimo in giro, nessuno ci crederebbe; ma se invece dicessimo: «sì, è vero, è come dite voi: io e sefora ci siamo messi d'accordo», allora tutti ci crederebbero :asd:

Basta banalizzare un po', e tutto passa... 

ma io ti credo che esista! Deve essere bellissima!:)

Pensavo che, nel tuo esempio, la grotta potrebbe essere più o meno credibile a seconda del contesto.

Caso 1: Gigino passeggia vicino al mare e sente urla disumane ma non si spaventa perché si ricorda di quella strana grotta che, per uno strano gioco del vento, sembra emettere urla umane. In paese vi erano molte leggende e storie a riguardo. 

Caso 2. l'assassino venne, alla fine,  catturato ma non si riuscì a capire come fosse possibile che la vittima, quella notte,  avesse urlato sul mare mentre si trovava, in realtà, in campagna, con l'assassino che la stava appunto uccidendo. Poi notarono quella strana grotta che mai nessuno aveva visto prima.

 

allora, nel caso 1, non ho problemi a immaginare la grotta. Nel caso 2 sembra un'escamotage finale  e quindi il lettore potrebbe pensare che sia inventata. Sarebbe comunque un bel finale se non fosse che, nel paese, dovrebbero conoscere tutti quella grotta strana.

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A tal proposito... c'è una scena che non mi ha convinto... onde evitare di fare spoiler, anche se gira da anni, prima chiederò: avete presente Oberyn vs Gregor? Nel trono di spade?

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10 ore fa, leopard ha scritto:

ma io ti credo che esista! Deve essere bellissima!:)

 

Grazie per la solidarietà :)

 

 

10 ore fa, leopard ha scritto:

nel caso 1, non ho problemi a immaginare la grotta. Nel caso 2 sembra un'escamotage finale

 

Anche a me parrebbe un escamotage finale, in effetti. Troppo facile!

 

 

Il 28/12/2019 alle 10:27, fanwriter91 ha scritto:

Insomma, c'è differenza tra "sospensione dell'incredulità" e "accettare tutto quello che ti viene propinato perché è un libro", anche perché la capacità di notare errori può spingere ad approfondire e scoprire elementi/punti/messaggi nascosti.

 

D'accordo (y)

Io vedo la sospensione dell'incredulità come un contratto tra lettore e scrittore. Ogni parte ha la sua forza contrattuale. Se l'autore mette errori allora deve avere una grandissima forza contrattuale perché il lettore non butti via il libro con sdegno :D

Paradossalmente ci vuole molta più forza contrattuale per far "digerire" uno che mangia pasta al pomodoro nel 1490 (errore, anacronismo!) che un asino volante o un drago sputafuoco.

A volte la vedo come un tiro alla fune, in cui autore e scrittore stanno ai capi della corda.

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