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Boskizzi

Come le case editrici lucrano sui sogni degli scrittori mediocri

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A me sembra che l'autore (o l'autrice) dell'articolo non abbia capito granché di quello che vorrebbe descrivere e metta insieme erroneamente la vanity press (editoria a pagamento) con il self-publishing, che sono due cose diverse. Insomma, tolta la solita solfa degli autori che sono tutti incapaci e disposti a farsi spennare dal primo cretino che passa pur di vedere pubblicata la loro opera immortale, mi sembra che l'articolo sia un gran polpettone di notizie vaghe o imprecise. 

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Penso che, per fortuna, chi frequenta il WD non ha gran bisogno di fare autocritica riguardo l'editoria a pagamento. Il sito è nato apposta per questo, e chi sceglie l'EAP lo fa con cognizione di causa. 

Anch'io credo che vanity press e self publishing non siano da inserire in un articolo come due facce della stessa medaglia, così, senza distinzione.

 

Vero è che il nostro tempo è un po' malato di protagonismo in tutti i campi. Piace apparire, mostrare a tutti i costi - videtur ergo sum. 

Su questo dovremmo in realtà interrogarci, secondo me. Sul bisogno di avere qualcosa da mostrare, sia un libro, quello che abbiamo mangiato a pranzo o quanto siamo belli.

La vanità è di tutti gli esseri umani, basta non esserne schiavi.

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Quoto @Tinucci e aggiungo che l'articolo, secondo me, non ha senso. L'autocritica è difficile, rivolgersi a un professionista serio, un editor, per capire quali siano le nostre reali possibilità è un gesto concreto, che siamo in tanti a scrivere e sia difficile emergere lo sappiamo da tempo.

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Sì, articolo abbastanza confusionario e notizie scontate. Vale comunque la pena di sottolineare il tema dei resi, noto ma non sempre evidenziato, che contribuisce a spiegare la pubblicazione (da parte di case note e magari big) di un gran numero di titoli, poi abbandonati a se stessi.

A margine, ho trovato modesti  i prezzi: ero rimasta a notizie di una EAP decisamente più costosa.

16 minuti fa, Bambola ha scritto:

L'autocritica è difficile, rivolgersi a un professionista serio, un editor, per capire quali siano le nostre reali possibilità è un gesto concreto

Lo ripeto ovunque mi capita! Sceglietene uno "indipendente", cioè non collegato alla speranza di rappresentanza o pubblicazione.

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L'articolo citato dice cose che già sappiamo, almeno noi del WD, e su cui si è più volte dibattuto. Contrariamente ad alcuni degli intervenuti, mi dichiaro d'accordo sull'accomunare l'editoria a pagamento al self publishing, che secondo me sono due facce della stessa medaglia: voler essere pubblicati a qualsiasi costo, a prescindere dal valore dell'opera e dell'autore. 

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39 minuti fa, cheguevara ha scritto:

L'articolo citato dice cose che già sappiamo, almeno noi del WD, e su cui si è più volte dibattuto. Contrariamente ad alcuni degli intervenuti, mi dichiaro d'accordo sull'accomunare l'editoria a pagamento al self publishing, che secondo me sono due facce della stessa medaglia: voler essere pubblicati a qualsiasi costo, a prescindere dal valore dell'opera e dell'autore. 

Correggo la mia svista: "accomunare editoria a pagamento e self publishing", che...etc...

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17 ore fa, mercy ha scritto:

Vero è che il nostro tempo è un po' malato di protagonismo in tutti i campi. Piace apparire, mostrare a tutti i costi - videtur ergo sum. 

Su questo dovremmo in realtà interrogarci, secondo me. Sul bisogno di avere qualcosa da mostrare, sia un libro, quello che abbiamo mangiato a pranzo o quanto siamo belli.

La vanità è di tutti gli esseri umani, basta non esserne schiavi.

Più che il bisogno di avere qualcosa da mostrare, direi più che è il bisogno di mostrare qualcosa che si è fatto da sé a essere importante, e questo discende da un processo storico e socio-culturale innescatosi nella Seconda Rivoluzione Industriale. Lascio un estratto, che mi sembra pertinente alla questione, che è in grado di spiegare meglio di me il fatto:

 

Quota

Ogni singola persona può, oggi, personalizzare materialmente oggetti diversi, decidere al momento dell’acquisto come abbinare i colori di una scarpa o di un’auto, modellare forme e produrre singole tazzine di ceramica sinterizzata su proprio disegno, stampare immagini su t-shirt e cappellini, e molte altre cose. Chiunque può creare un libro, un brano musicale, un’opera grafica e distribuire, rendere fruibile la propria produzione online. È la fine della civiltà delle macchine. Sta nascendo la civiltà post-industriale delle cose tailor-made; ancora fatte da macchine, questa volta macchine digitali, guidate sì da un’intelligenza artificiale, ma comandate dal dito digitalizzato. Ogni singola Persona interviene e definisce ciò che lei vuole, come lo vuole e quando. […] I bisogni che prevalgono non sono sempre quelli materiali, ma spesso quelli cosiddetti immateriali.

[E. Carmi, Brand 111]

 

Insomma, ci sono i mezzi per fare e la gente fa, per mostrare le sue creazioni e per esserne appagata, per avere un riscontro del proprio valore attraverso l'oggetto prodotto, il libro nel nostro caso. Ritengo che ci siano, pertanto, persone che scrivono perché davvero ci credono e vogliono scrivere, e altre che scrivono per moda o per sfogo, e del loro operato, poi, vogliono far vedere un risultato compiuto, finito. Questo generalizzando tanto, ma è per dare una visione il più semplificata possibile. Secondo me, chi vuole e crede davvero in quel che fa, e sa dove vuole arrivare, è capace di autocritica e di mettersi in gioco; come dice @Bambola: costoro compiono gesti concreti. Per chi è del secondo "gruppo" la vedo più difficile, perché è più probabile che tragga soddisfazione dal senso di compiutezza che dà il prodotto finito, qualunque sia la qualità, piuttosto che dall'intraprendere un percorso di crescita personale di scrittura.

Questa la mia opinione :)

Modificato da Miss Ribston
aggiunta una specifica, altrimenti si faceva confusione
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@cheguevara mentre quelli che scelgono le case editrici a pagamento sono, in qualche modo, vittime della propria ingenuità o della propria vanità, chi sceglie il self-publishing non sempre lo fa perché è "l'ultima spiaggia". Molti autori che si autoproducono sono tutto fuorché "ingenui"; spesso la loro scelta è frutto di una valutazione e di una serie di esperienze insoddisfacenti con l'editoria tradizionale. Diciamoci anche, allora, questa scomoda verità: se ci si accontenta di una casa editrice qualsiasi, qualsiasi libro riesce ad essere pubblicato tramite l'editoria tradizionale. E non sto parlando di case editrici a pagamento, ma anche di quelle, piccole o piccolissime (ma non solo), che di fatto non selezionano nulla, pubblicano di tutto senza fare editing (o facendo fare tutto all'autore), fanno delle cover orrende, hanno una pessima distribuzione e non fanno promozione. Arrivare a una casa editrice "vera" significa arrivare a chi ha una linea editoriale definita e sa cosa pubblicare e cosa no, lavora davvero sul testo, ha una grafica che può attirare i lettori, fa trovare il libro (in tutti i formati) sia online che nelle librerie fisiche, assicura un ufficio stampa e supporto alla promozione. Ma arrivare a una casa editrice con queste caratteristiche non è per tutti: vengono scartati certo i libri "brutti", ma anche quelli che non rientrano nelle scelte di genere o di marketing della c.e., quelli che non vengono letti perché l'autore è sconosciuto e non c'è tempo di leggere tutto, quelli troppo "strani", troppo corti, troppo lunghi, troppo. O troppo poco. Questa gente, che è tanta e non necessariamente scrive male o scrive roba degna di finire direttamente nella spazzatura, può scegliere tra le case editrici che pubblicano tutto in qualche modo tanto poi le 100 copie ai parenti le piazziamo, e il self-publishing. 

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12 ore fa, Tinucci ha scritto:

@cheguevara mentre quelli che scelgono le case editrici a pagamento sono, in qualche modo, vittime della propria ingenuità o della propria vanità, chi sceglie il self-publishing non sempre lo fa perché è "l'ultima spiaggia". Molti autori che si autoproducono sono tutto fuorché "ingenui"; spesso la loro scelta è frutto di una valutazione e di una serie di esperienze insoddisfacenti con l'editoria tradizionale. Diciamoci anche, allora, questa scomoda verità: se ci si accontenta di una casa editrice qualsiasi, qualsiasi libro riesce ad essere pubblicato tramite l'editoria tradizionale. E non sto parlando di case editrici a pagamento, ma anche di quelle, piccole o piccolissime (ma non solo), che di fatto non selezionano nulla, pubblicano di tutto senza fare editing (o facendo fare tutto all'autore), fanno delle cover orrende, hanno una pessima distribuzione e non fanno promozione. Arrivare a una casa editrice "vera" significa arrivare a chi ha una linea editoriale definita e sa cosa pubblicare e cosa no, lavora davvero sul testo, ha una grafica che può attirare i lettori, fa trovare il libro (in tutti i formati) sia online che nelle librerie fisiche, assicura un ufficio stampa e supporto alla promozione. Ma arrivare a una casa editrice con queste caratteristiche non è per tutti: vengono scartati certo i libri "brutti", ma anche quelli che non rientrano nelle scelte di genere o di marketing della c.e., quelli che non vengono letti perché l'autore è sconosciuto e non c'è tempo di leggere tutto, quelli troppo "strani", troppo corti, troppo lunghi, troppo. O troppo poco. Questa gente, che è tanta e non necessariamente scrive male o scrive roba degna di finire direttamente nella spazzatura, può scegliere tra le case editrici che pubblicano tutto in qualche modo tanto poi le 100 copie ai parenti le piazziamo, e il self-publishing. 

Niente di nuovo. Su tutti questi punti abbiamo già ampiamente dibattuto e le opinioni, come è giusto che sia, sono diverse e spesso contrastanti. Alla fine, rimane il fatto che gli esordienti, se non già noti al grande pubblico per altri meriti (sportivi, televisivi o di solo gossip), sono costretti a ricorrere alle piccole CE - con le conseguenze ormai note - o al self publishing. In entrambi i casi, devono attivarsi per vendere se stessi: chi non se la sente di fare il venditore, tenga i suoi libri nel cassetto. Fatte le debite eccezioni, che confermano la regola, ci saranno così molte fetecchie in meno sul mercato. 

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