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Adelaide J. Pellitteri

[FdI 2019-1] Un applauso per te

Post raccomandati

 

[FdI 2019-1]

 

UN APPLAUSO PER TE

 

 

 

Il debito

 

Ho saldato mio padre.

Gli ho restituito ogni cosa,

Fino all'ultimo litro di latte,

L'ultima crema di riso,

L'ultimo libro di scuola.

Gli ho restituito perfino

Quell'auto nuova fiammante

Che, per me, non aveva mai posseduto.

Nei giorni in cui la morte

Costruiva la sua zattera

Per portarselo via,

Abbiamo fatto un viaggio,

Ma solo per sapere

Come sarebbe andata a finire.

Al ritorno mio padre guidava

Una macchina nuova,

Una pronta consegna a Km zero.

Nei mesi a seguire si perse,

Era un coniglio impaurito.

Sono andato a cercarlo

Come quando veniva a scovare me,

Perso nel ventre di una città

Ubriaca di birra

Che diceva di essere "Vita".

I suoi occhi, a quei tempi,

Erano strade grigie

Piene di gente severa.

L'ho raggiunto ogni volta,

Lo trovavo supino e senza parole,

Ma ovunque egli andasse

Io riuscivo a trovarlo.

Adesso che l'ultimo sorso di vita

Si è consumato tra flebo e lenzuola,

Ricordo i suoi ultimi occhi,

Erano pieni di baci e carezze,

Erano strade piene di luce ed amici.

 

Il mio debito è enorme, impagabile ormai!

Non potrò mai saldarlo, neppure

Fossi l'Eterno per regalargli il Paradiso.

 

 

 

Appena finisco di declamare la mia poesia, l’applauso è esploso, qualcuno si è pure alzato in piedi.

Mi sento in imbarazzo. Ho vinto il concorso dal titolo “A mio padre”.

Non ho avuto dubbi sul titolo, la poesia è sgorgata come un fiume in piena. Lui se n’è andato da pochi mesi, e la nostra vita è tutta in quei pochi versi.

Il mio debito davvero insanabile.

Mentre ricevo i complimenti so di non avere detto abbastanza.

Come si possono racchiudere due esistenze in poche righe?

Cosa è stata la mia vita è dipeso da lui.

A cosa sarebbe stata senza di lui, non voglio nemmeno pensarci.

Severo fino al punto di definirlo dispotico e infine amabile come il più tenero dei padri, posso dire di averlo conosciuto e amato, amato profondamente, solo negli ultimi mesi della sua malattia.

Mi salgono le lacrime agli occhi mentre mi consegnano la targa, credono sia per il premio, mentre è sempre il pensiero di quest’uomo che mi stringe la gola.

A lui devo tutto.

Negli anni Settanta ero un ragazzo ribelle come tanti, un capellone. Avevo pure cominciato a bere birra senza limiti, a fumare sigarette senza numero, e non solo quelle senza filtro. A noi giovani di allora sembrava di essere liberi solo vivendo in questo modo.

Se ne accorse subito e più di una volta venne a tirarmi via dai miei rifugi. Non ho mai capito come facesse a scovarmi. Mi sentivo ridicolo davanti ai miei amici che lasciavo, oltre che a ridere di me, a godersi il resto della serata. Alla fine, smisi di frequentarli per mettere punto alla mortificazione. Credevo di avere scelto io, invece era stato mio padre a non lasciarmi preda di quella libertà stupida e pericolosa. Una felicità folle che credevo incommensurabile, alla quale non avrei mai rinunciato se non fosse stato per lui che veniva a strattonarmi ogni volta che mi lasciavo andare.

Dio solo sa quanto l’ho odiato.

Per questo ancora mi commuovo, ogni volta che si parla di mio padre. L’uomo che giudicavo un fesso per non avere raggiunto nessun traguardo rispettabile, che vedevo sempre chino a lavorare per due lire senza mai una parola di ribellione contro il sistema che invece combattevo da spregiudicato; lo ritenevo senza aspirazioni mentre con i miei amici discutevamo principalmente di due cose: di come migliorare il mondo e di erba buona.

Ha vinto lui, il ribelle che si è ribellato alla mia giovinezza, quella che non avrebbe dato frutti, che non mi avrebbe visto oggi poeta e magistrato.

Tutte le rinunce per farmi studiare le compresi solo tenendogli le mani in quei mesi di agonia.

Provai a ricompensarlo per ogni soldo speso e ogni sacrificio, comprandogli anche una macchina, a Milano, e intraprendendo un viaggio che ci ha visti insieme, padre e figlio, per chilometri e chilometri.

Abbiamo affrontato la strada del ritorno come lui non si sarebbe mai aspettato, con soste per fargli vedere quell’Italia che, soprattutto a causa mia, non aveva visto mai.

Buttava lì una richiesta a mezza voce, intimidito com’era ormai dalla malattia. E allora… Firenze, Roma, Assisi, Napoli, Caserta…

Ad ogni tappa riconoscevo gli occhi di un uomo spalancati davanti al sogno di una vita; uno, due, tre giorni ad abbracciare una città piena di tesori, lasciandola solo quando un’altra meta affiorava alle sue labbra.

Continuava a battermi la mano sulla spalla, un gesto di incoraggiamento che non mi aveva mai fatto mancare. Lui che stava per lasciarmi solo.

Ma non potrò mai saldare il mio debito, ho solo offerto una piccola ricompensa alla sua fatica, al suo amore che da ragazzo ho tanto disprezzato.

Per fortuna, però, non è stato troppo tardi.

 

Anche la tua morte, papà, oggi mi sembra accettabile, come hai detto tu Il  tuo compito era finito e mi passavi il testimone.

Adesso tocca a me essere la guida per mio figlio.

Mentre mi inchino ancora una volta davanti alla platea, adesso tutta in piedi, sento che l'applauso non è per me.

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Ciao @Adelaide J. Pellitteri, sono profondamente commossa. Che racconto toccante. Bello davvero. Mi si sono inumiditi gli occhi.

È la storia meravigliosa di una vita normale, fatta di sentimenti semplici, ma profondi, e, soprattutto, normali. 

In padre che aiuta il figlio a instradarsi nella vita, senza fargli perdere mai la rotta, a costo di essere odiato dal figlio. Quel figlio che, solo quando si rende conto che sta per perderlo, ne capisce il valore e l'importanza avuta nella vita. 

Veramente piaciuto, brava(y)

 

Talia 

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@Adelaide J. Pellitteri bel racconto; semplice e incisivo. Una storia normalissima che, però, viene impreziosita da una prosa impeccabile e pregna di emozioni. Bella la chiusa soprattutto. Piaciuto. Ciao, e alla prossima! ( :

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Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Il debito

 

Ho saldato mio padre.

Gli ho restituito ogni cosa,

Fino all'ultimo litro di latte,

L'ultima crema di riso,

L'ultimo libro di scuola.

Gli ho restituito perfino

Quell'auto nuova fiammante

Che, per me, non aveva mai posseduto.

Nei giorni in cui la morte

Costruiva la sua zattera

Per portarselo via,

Abbiamo fatto un viaggio,

Ma solo per sapere

Come sarebbe andata a finire.

Al ritorno mio padre guidava

Una macchina nuova,

Una pronta consegna a Km zero.

Nei mesi a seguire si perse,

Era un coniglio impaurito.

Sono andato a cercarlo

Come quando veniva a scovare me,

Perso nel ventre di una città

Ubriaca di birra

Che diceva di essere "Vita".

I suoi occhi, a quei tempi,

Erano strade grigie

Piene di gente severa.

L'ho raggiunto ogni volta,

Lo trovavo supino e senza parole,

Ma ovunque egli andasse

Io riuscivo a trovarlo.

Adesso che l'ultimo sorso di vita

Si è consumato tra flebo e lenzuola,

Ricordo i suoi ultimi occhi,

Erano pieni di baci e carezze,

Erano strade piene di luce ed amici.

 

 

Bella soltanto così, la tua poesia, @Adelaide J. Pellitteri :rosa:

senza la strofa seguente, superflua:

 

 

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

 

Il mio debito è enorme, impagabile ormai!

Non potrò mai saldarlo, neppure

Fossi l'Eterno per regalargli il Paradiso.

 

 

Una bella idea quella di avere tracciato il contenuto sulla vittoria ad un concorso di poesie. Brava

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Ciao, @Adelaide J. Pellitteri, buona giornata e in bocca al lupo con il FdI.

Mi piace il racconto ma, di più, la sua struttura: la poesia e la storia nel ricordo che si intrecciano in un unico grande flusso di sentimenti. Senza contare l'originalità dell'incipit e della narrazione che inizia in un concorso di poesie.

Dovessi trovare un difetto - ma trattasi di gusto personale - forse vai un po' troppo a capo all'inizio.

 

Qualche piccolo appunto specifico... piccolo piccolo, ho poco da condividere con te.

Il ‎23‎/‎06‎/‎2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Appena finisco di declamare la mia poesia, l’applauso è esploso, qualcuno si è pure alzato in piedi.

Non mi convincono i tempi verbali poiché il passato prossimo esprime il passato in una narrazione al presente: da come scrivi sembra che prima applaudono e poi finisci di declamare la poesia (con quel "appena" che diventa fuori luogo). Farei il contrario "ho finito" -> "esplode", per marcare il momento temporale degli eventi oppure "finisco" -> "esplode" che potrebbe essere anche meglio.

Il ‎23‎/‎06‎/‎2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

A cosa sarebbe stata senza di lui, non voglio nemmeno pensarci.

E.

Il ‎23‎/‎06‎/‎2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Avevo pure cominciato a bere birra senza limiti, a fumare sigarette senza numero, e non solo quelle senza filtro.

Non saprei cosa dirti perché non ho le capacità per migliorare questa frase. La ripetizione si sente ma l'ultimo "senza" è necessario e quello centrale è parte di un'immagine molto bella. Deve ancora passare @AndC (che saluto :ciaociao:) e leggerò il suo commento. :)

Il ‎23‎/‎06‎/‎2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

come hai detto tu Il (doppia spaziatura) tuo compito era finito e mi passavi il testimone

Metterei il pensiero "diretto" in corsivo o tra doppi apici - tra l'altro c'è la "i" maiuscola su "il" (prima del doppio spazio).

 

Alla prossima lettura. :ciaociao:

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Ciao carissima @Adelaide J. PellitteriPellitteri..

 

Comincio diretto da qui:

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

 

 

Appena finisco di declamare la mia poesia, l’applauso è esploso, qualcuno si è pure alzato in piedi.

La consecutio di questa frase non torna affatto bene neanche a me. Ho visto che l'ha notato anche il buon @bwv582 e mi associo.

Dal presente (appena finisco) passi al passato (l'applauso è esploso) per descrivere un azione futura, o praticamente instantanea. Io manterrei il presente: "l'applauso esplode"... Oppure tutto al passato prossimo (ho finito).

 

Giacché @bwv582 mi chiedeva poi un'opinione sulla frase con i vari "senza", anche qui concordo: non te l'ho quotata perchè è ovviamente voluta, ma mio avviso e in tutta onestà la riformulerei, perché appunto "si sente", risalta molto il "senza".

 

 

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

 

Cosa è stata la mia vita è dipeso da lui.

A cosa sarebbe stata senza di lui, non voglio nemmeno pensarci.

Qui se vuoi lasciare la frase principale posticipata toglierei la "a" facendone un complemento oggetto diretto: "cosa sarebbe stata..."; altrimenti invertirei: "non voglio nemmeno pensare a cosa..."

Altrimenti, in prima battuta e data la ripetizione voluta, "a cosa" tende a collegarsi al verbo della frase precedente "è dipeso" e secondo me stona.

 

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

 

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Una felicità folle che credevo incommensurabile, alla quale non avrei mai rinunciato se non fosse stato per lui che veniva a strattonarmi ogni volta che mi lasciavo andare.

 

Qui non sono riuscito a quotare bene (sono da cell) ma c'è una ripetizione di "lasciare" che torna da poco sopra...

 

 

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

 L’uomo che giudicavo un fesso per non avere raggiunto nessun traguardo rispettabile, che vedevo sempre chino a lavorare per due lire senza mai una parola di ribellione contro il sistema che invece combattevo da spregiudicato; lo ritenevo senza aspirazioni mentre con i miei amici discutevamo principalmente di due cose: di come migliorare il mondo e di erba buona.

Questa frase, rispetto al resto è secondo me troppo lunga, con diversi "che" che si ripetono nella prima parte. So che è voluta, ma la riformulerei magari spezzandola con un punto.

 

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Ha vinto lui, il ribelle che si è ribellato alla mia giovinezza, quella che non avrebbe dato frutti, che non mi avrebbe visto oggi poeta e magistrato.

Questa mi è molto piaciuta, nel suo senso focale rispetto a tutto il racconto.

 

In generale, la storia mi è piaciuta e vibra di emozione. Si sente e si percepisce il trasporto. È scritta bene, come tu sai fare, ma - se proprio posso permettermi una critica generale - secondo me l'unico punto a suo svantaggio è che appare molto... raccontata e poco "mostrata".

Secondo me avresti potuto lasciarti andare ad alcune delle tue pennellate stilistico-descrittive e scendere ogni tanto in qualche dettaglio o particolare... Mi viene ad esempio in mente la scena del viaggio con il padre che è molto vaga...

 

In generale e al solito, scrivi comunque sempre bene... ciao!

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4 ore fa, bwv582 ha detto:

Ciao, @Adelaide J. Pellitteri, buona giornata e in bocca al lupo con il FdI.

Mi piace il racconto ma, di più, la sua struttura: la poesia e la storia nel ricordo che si intrecciano in un unico grande flusso di sentimenti. Senza contare l'originalità dell'incipit e della narrazione che inizia in un concorso di poesie.

Dovessi trovare un difetto - ma trattasi di gusto personale - forse vai un po' troppo a capo all'inizio.

Fai conto che ho quotato tutti i tuoi suggerimenti. Intanto grazie per  l'augurio per il Fdl (compio gli anni il giorno di ferragosto) che ricambio ;), poi proseguo ringraziandoti anche per i suggerimenti che approvo in pieno. Una volta letti tutti è calato il velo di cecità che a volte mi prende (detta "la cecità dello scrittore in erba").

Posso dirti che all'inizio avevo usato il passato, ma rendendomi conto che molto narravo e poco mostravo (come dice anche @AndCho deciso di usare il presente per tirare il lettore subito in ballo, facendolo presenziare alla premiazione. Cambiare all'ultimo momento (prima di postare) è l'errore più grande che uno scrittore possa fare (mettiamolo tra le regole principali), ed ecco il pasticcio. Anche sugli altri particolari mi ero soffermata a riflettere "A come sarebbe..." senza venirne a capo; udivo il campanello di allarme senza comprenderne la causa. Per le ripetizioni sono volute e qui non mi si era inceppato il pensiero, rifletterò ma non prometto di darvi retta :P

 

 @AndC (non riesco a taggarti di nuovo) invidio il tuo modo di commentare, la tua attenzione, l'occhio-radar che ti ritrovi, ma come fai? 

Grazie infinite per tutto ciò che mi hai fatto notare. Non è facile in estate partecipare a questa lunga Kermesse (e chi vive dalle mie parti sa cosa intendo), ci sto provando e spero di arrivare fino in fondo (anche se non prometto nulla).:rosa:

Sono in arretrato con i commenti, spero di recuperare presto.

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Aprire il racconto con la poesia è stato deleterio. Avrei preferito trovarla nel mezzo per acclimatarmi col racconto. Non l'ho nemmeno finita perché non mi ha preso, magari nel corpo della narrazione, con una maggiore brevità, avrebbe avuto più senso.

Il racconto di per sé è tutto detto e niente narrato, sembra più una lettera, così almeno l'ho percepito io.

Il problema della traccia lutto è il verificarsi dell'inevitabile polpettone a caccia di commozione facile che, con me, non attacca. Ho trovato un ridondante accanirsi sulla figura del padre morto con una serie di cliché (tipo il lavorare per due lire).

Poi mi chiedo: ma perché tutti muoiono di malattia? Perché nessuno dei padri o parenti di questo tipo di racconto muore d'infarto fulminante, per esempio? Sarà che la malattia genera più commozione... almeno però narriamola.

Questo il mio modesto parere.

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@simone volponigrazie per il passaggio. "Purtroppo" il proprio vissuto conta, la mia esperienza con le malattie mi ha portato a cambiare il modo di vedere le cose e credo, anzi sono convinta, anche di scrivere. Lo so, i miei scritti spesso sono pregni di emozioni che in realtà non avrei voluto narrare, venute fuori caparbiamente contro la mia volontà. Apprezzo il tuo parere e ti ringrazio, ascoltare l'insoddisfazione di un lettore, amante di altro genere di scrittura, mi stimola a cercare altre strade a ricordarmi com'ero prima. Anche prima della malattia di mio padre. 

 

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Ciao, @Adelaide J. Pellitteri

A me la poesia è piaciuta molto, trovo sia la cosa riuscita meglio.

Questo il mio passaggio preferito

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Abbiamo fatto un viaggio,

Ma solo per sapere

Come sarebbe andata a finire.

Mi piace un casino 

 

Mentre alla fine ho percepito una lieve retorica, soprattutto qui

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Il mio debito è enorme, impagabile ormai!

Non potrò mai saldarlo, neppure

Fossi l'Eterno per regalargli il Paradiso.

 

La parte in prosa tiene testa alla parte iniziale, ma avrei mostrato qualcosa più del viaggio, della struggente empatia ritrovata del figlio, magari approfondendo il viaggio in auto. 

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@Plata grazie per il commento. Hai ragione la chiusa della poesia e un po' bambinesca e soprattutto non adatta al personaggio cui l'attribuisco. Grazie per il suggerimento di sviluppare meglio la parte del viaggio, in effetti avevo ancora quattromila caratteri da potere sfruttare a vantaggio della storia. :sss:

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Ciao @Adelaide J. Pellitteri

mi è piaciuta moltissimo l'idea da cui sei partita: la declamazione della pesia vinta ad un concorso. Mi sono così scervellata per far dire dei versi a voce alta alla protagonista del mio racconto... La tua idea dimostra che le cose più semplici sono le migliori. In fondo è molto più realistico dire dei versi in un'occasione come quella del tuo testo. Averci pensato prima (quello che di solito penso quando leggo qualcosa che funziona tanto bene da sembrare ovvio!). Poi poesia e chiusa in prosa scorrono  benissimo. Brava Adelaide!

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@ivalibri grazie, contenta che ti sia piaciuto.

3 ore fa, ivalibri ha scritto:

Poi poesia e chiusa in prosa scorrono  benissimo

Grazie, volevo che la poesia e la storia fossero perfettamente intrecciate, che lo poesia fosse insomma l'anticipazione,  il sunto, l'essenziale della storia che poi andavo a raccontare, e che la storia aprisse solo un po' di più il sipario sui due personaggi, anzi sulle due persone. :rosa:

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Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Appena finisco di declamare la mia poesia, l’applauso è esploso, qualcuno si è pure alzato in piedi.

Idealmente anch'io. Bellissima la poesia, bellissimo e struggente l'omaggio che ne segue.

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Bella la poesia, ma l'insieme non mi convince completamente, perché il testo pare quasi una parafrasi dei versi.

Confesso di non averci pensato, leggendo il racconto, ma dando un'occhiata ai commenti direi che concordo con il parere di @Poeta Zaza , proprio per il fatto che anche il concetto del debito immenso, non saldabile, è ribadito nel finale.

A mio parere dovresti fare una scelta: tenere la poesia com'è e dare un'altra impostazione al testo (che può essere pure il momento della premiazione, ma meno ribadito punto per punto), oppure seguire il consiglio di @simone volponi , alleggerire i versi, magari rendendoli anche meno espliciti, magari ridisponendoli pure nel racconto (con un'introduzione narrativa che mostri metaforicamente il dramma di un uomo smarrito, di un debitore insolvente, per creare attesa nel lettore, che poi i versi amplificheranno e la premiazione più una riflessione conclusiva arriveranno a sciogliere). Insomma: sviluppare di più la storia, mostrando molto di più (anche con flashback, magari) anziché narrare soltanto.

Capisco che non è per nulla facile: proprio nella struttura che hai dato e nell'episodio del ritiro del premio sta il senso di questa storia. Tuttavia mi sento di consigliarti di provare.

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27 minuti fa, queffe ha scritto:

Bella la poesia, ma l'insieme non mi convince completamente, perché il testo pare quasi una parafrasi dei versi

Infatti, nel mio intento (evidentemente sbagliando) era ciò che volevo: due strutture diverse (poesia e prosa) a raccontare in parallelo la medesima storia. La "descrizione" degli eventi che hanno fatto scaturire i versi. Il vincitore ripercorre le tappe del loro vissuto, ed è  decisamente una ripetizione ma che, quantomeno, avrei dovuto scrivere con più inventiva. 

Apprezzo i vostri suggerimenti, mi fanno capire come i nostri percorsi mentali siano difficili da trasmettere, mentre il vero scrittore è proprio in questo che non deve fallire. 

Probabilmente sarebbe più saggio lasciare la poesia abbandonando la prosa che le ho costruito intorno. Rifletterò.

Intanto grazie infinite, ogni suggerimento è unico, recepisco sempre nuovi insegnamenti. :rosa:

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Cara @Adelaide J. Pellitteri l'applauso è anche per te che alla fine riconosci il valore di tuo padre. ( non so se il racconto sia autobiografico)Purtroppo non posso dire altrettanto del mio di padre, che decise di rimanere emigrato in Brasile abbandonando me ed i miei fratelli in tenera età compresa la mia mamma. Ma meglio che sia andata cosi, perche spesso aveva l'abitudine di alzare le mani a mia madre perciò mi sono salvato dalla galera.

Visto che stiamo in argomento sento che ti devo raccontare quello che è successo proprio l'altro giorno: Uno dei miei cinque figli, mi ha messo tra le mani un po di denaro, gli ho domandato il perchè; mi ha risposto, è un anticipo  per i soldi che hai speso per la mia specializzazione di capitano, gli ho risposto ma tienili per te che hai che hai tre figli e moglie da mantenere,  sono rimasto senza fiato quando mi ha risposto: fai il tuo romanzo autobiografico perchè lo dobbiamo distribuire hai nostri figli che leggendo sapranno  chi era nostro padre e cioè il loro nonno. Davvero molto bello il tuo racconto , Grazie della lettura a presto

 

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@flambar che piacere leggere il tuo commento, soprattutto perché con ciò che mi hai raccontato sei tu il padre di questo racconto. Il mio testo non è esattamente autobiografico per quanto riguarda la trama ma assolutamente veritiero nella sostanza. Ho adorato mio padre, un uomo, per me, in gambissima che mi ha insegnato davvero tanto e al quale devo, insieme a mia madre, la gioia di vivere, la capacità di credere in me stessa e negli altri.

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25 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

@flambar che piacere leggere il tuo commento, soprattutto perché con ciò che mi hai raccontato sei tu il padre di questo racconto. Il mio testo non è esattamente autobiografico per quanto riguarda la trama ma assolutamente veritiero nella sostanza. Ho adorato mio padre, un uomo, per me, in gambissima che mi ha insegnato davvero tanto e al quale devo, insieme a mia madre, la gioia di vivere, la capacità di credere in me stessa e negli altri.

Grazie @Adelaide J. Pellitteri  ho solo fatto il mio dovere e niet'altro.

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Permettetemi un off topic (te ne chiedo scusa, @Adelaide J. Pellitteri) :

@flambar , quello che hai raccontato è molto bello e puoi essere fiero di avere dei figli così. Basta che non ti venga in mente di pagare un editore per far pubblicare i tuoi racconti. Ricorda che, così come un marinaio deve essere pagato da un armatore per il suo sudore e la fatica sulla nave (e non deve, invece, pagare lui per lavorare), così un autore deve essere pagato per i suoi scritti, e non pagare per vederli diventare libri. Se vuoi puoi spendere qualcosa per il giusto lavoro di un editor, che ti aiuterebbe a sistemare "professionalmente" i tuoi manoscritti (lasciandoci dentro tutta la tua passione e la tua esperienza di vita, naturalmente: proprio qui sta la capacità di un bravo editor). Ma pagare per pubblicare un libro mai!

 

Come spesso fai tu in modo bello e sincero, anch'io ti auguro tanta fortuna e che i tuoi desideri si avverino presto! 

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Carissimo @queffestai certo che non pubblicherò  mai un mio lavoro pagando. Però voglio che il  manoscritto si formi fino alla fase finale. In  questo momento sto cercando  un professionista che sistemi professionalmente il manoscritto ( lasciandoci dentro tutto quello che è mio). Grazie  di avermi aperto gli occhi.  Ti auguro una buona domenica e tanta fortuna

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@Adelaide J. Pellitteri:)ti commento  pensando a un film :"indovina chi viene a cena". Nella parte del dialogo tra padre e figlio il padre elenca le cose che ha fatto per il ragazzo per farlo diventare quello che è; il figlio lo ringrazia ma nello stesso tempo gli ricorda con educazione e rispetto che è quello che avrebbero fatto tutti i genitori...

Il tuo racconto mi ha ricordato molto quel momento. Sappiamo che il genitore non rinfaccia, abbiamo il divieto di esternare gratitudine per non "offenderlo". A ogni "grazie" corrisponde un "figurati, non devi ringraziarmi," finché non si arriva a un punto che solo le parti coinvolte sanno riconoscere in cui ci si sente in dovere di sdebitarsi di tutto. Tu hai saputo cogliere quell'attimo. 

Ciao :)

 

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@Adelaide J. Pellitteri Ciao.

Volevo passare e lasciarti una piccola critica, ma non so bene cosa dire. So solo che ho un piccolo problema col modo in cui hai deciso di narrare la storia. Ho lasciato un commento altrettanto inconcludente sotto il racconto di Emy, a dire il vero, perché ho trovato lo stesso difetto anche lì, ma purtroppo nemmeno io so dirti/vi di preciso cosa mi disturba.

Penso di avere un problema con i racconti in cui le informazioni, tutte le informazioni, vengono impilate una dietro l’altra, disossate e servite sul vassoio già tagliate in comodi bocconi. Di là ho parlato di “spiegone”, ma forse non è il termine giusto. È che è un modo di narrare che trovo piatto, troppo ordinato, troppo facile. Mi dai i fatti, mi dici come si sente il protagonista, cosa pensa. Sei molto esplicita ed esaustiva, non mi lasci nemmeno un buchino bianco da colorare per conto mio, magari uscendo dai bordi. Le informazioni sono già messe in ordine, così non posso neanche unire i puntini e scoprire il disegno da me.

Mi arrivano i fatti, le informazioni, ma non mi “diverto”. C’è troppo poco non detto.

 

Ah, una cosa importante: non è così dall’inizio alla fine. Provo a citarti la parte che non mi ha convinto molto:

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Severo fino al punto di definirlo dispotico e infine amabile come il più tenero dei padri

 

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Negli anni Settanta ero un ragazzo ribelle come tanti, un capellone. Avevo pure cominciato a bere birra senza limiti, a fumare sigarette senza numero, e non solo quelle senza filtro. A noi giovani di allora sembrava di essere liberi solo vivendo in questo modo.

Se ne accorse subito e più di una volta venne a tirarmi via dai miei rifugi. Non ho mai capito come facesse a scovarmi. Mi sentivo ridicolo davanti ai miei amici che lasciavo, oltre che a ridere di me, a godersi il resto della serata. Alla fine, smisi di frequentarli per mettere punto alla mortificazione. Credevo di avere scelto io, invece era stato mio padre a non lasciarmi preda di quella libertà stupida e pericolosa. Una felicità folle che credevo incommensurabile, alla quale non avrei mai rinunciato se non fosse stato per lui che veniva a strattonarmi ogni volta che mi lasciavo andare.

Dio solo sa quanto l’ho odiato.

Per questo ancora mi commuovo, ogni volta che si parla di mio padre. L’uomo che giudicavo un fesso per non avere raggiunto nessun traguardo rispettabile, che vedevo sempre chino a lavorare per due lire senza mai una parola di ribellione contro il sistema che invece combattevo da spregiudicato; lo ritenevo senza aspirazioni mentre con i miei amici discutevamo principalmente di due cose: di come migliorare il mondo e di erba buona.

Ha vinto lui, il ribelle che si è ribellato alla mia giovinezza, quella che non avrebbe dato frutti, che non mi avrebbe visto oggi poeta e magistrato.

Tutte le rinunce per farmi studiare le compresi solo tenendogli le mani in quei mesi di agonia.

 

Si può parlare di spiegone? Non so, mi sembra una cosa abbastanza diversa.

 

Mi pare che nessuno abbia avuto la mia stessa impressione, quindi è probabile che io stia impazzendo. Speriamo sia solo il caldo, magari a settembre mi riprendo. Comunque, dopo averci pensato per qualche giorno ho deciso di lasciarti in ogni caso questo commentino molto confuso. Magari un paio di parole su mille ti tornano utili.

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@Kunograzie infinite per avermi lasciato il tuo "commentino confuso" (mi piace questa definizione:D); mi hai fatto carpire che: i pareri non sono unanimi, e ciò non mi aiuta. Comprendo quando dici che c'è troppo detto (e chi ricorda i miei scritti sa che, al contrario, amo molto il non detto),ma qui ho fatto un lavoro diverso (e che ho già spiegato più  su) e che mi ha dato esiti così differenti da non potermi raccapezzare. :aka:

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Ciao Adelaide, ti reputo una maestra del racconto breve - anzi brevissimo - ma stavolta, sarò sincero, non mi hai convinto appieno.

Il brano mi sembra un po' troppo raccontato (avrei preferito qualche frammento di vita condivisa tra i due. C'è il pezzo del viaggio ma non mi sembra particolarmente incisivo) e le emozioni troppo spiegate, non c'è spazio per i chiaroscuri che eri stata così brava a mettere su carta nel tuo "Il re di Cuba" (che mi era piaciuto moltissimo). E' già il protagonista a inizio racconto a mettere subito in chiaro le cose:

Il 23/6/2019 alle 22:59, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Severo fino al punto di definirlo dispotico e infine amabile come il più tenero dei padri,

Avrei invece preferito che avessi permesso al lettore di arrivarci da solo al termine del racconto ---> il padre sarà stato pure "stronzo" certe volte ma lo ha fatto per amore del figlio.

 

Spero di essermi - più o meno - spiegato (è caldo e sono stanco e le mie facoltà intellettive un po' compromesse :D )

Un saluto e alla prossima :) . 

 

 

 

 

 

 

Modificato da Andrea28

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