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Cerusico

Di parole perdute e di crateri lunari

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Commento

 

Di parole perdute e di crateri lunari

 

A volte penso che, se non avessi fatto questo o quello, non avrei mai incontrato Marian. Ma il punto non è questo, vero? Cioè, avrei sempre incontrato Marian. La stavo cercando. Non so se capite cosa voglio dire, ma Marian mi faceva sentire essenziale, salvo.

La conobbi il giorno in cui persi la parola Resta, che non avrei più ritrovato. Né sarei stato più capace di usarla. Mi era già capitato con altre parole. Forse, ma non ci giurerei, la prima volta accadde con bua, un sabato pomeriggio al parco. Fu poi il turno della parola amico, che pareva troppo da femmine tra i compagni di scuola e quelli conosciuti d’estate. I villeggianti, li chiamava mia nonna. Non ricordo quando i villeggianti sono diventati turisti: nel dubbio, però, ho smesso di chiamare anche loro.
Vidi Marian la prima volta il 26 luglio. E come potrei dimenticarlo, quel giorno? Sarebbe stato come tanti altri, una montagnola di ore da abbattere, un po’ alla volta, fin quando non sarebbe rimasto più niente. Le immagino così, le mie giornate: un cumulo di sabbia che si forma mentre dormo e che ritrovo al mattino. Penelope disfaceva la tela di notte; io ho disgregato le mie ore ogni giorno.
Non avevo mai parlato con una straniera. Neanche con uno straniero, a dirla tutta. Marian era diafana, e non saprei cos’altro dire del suo aspetto se non che, quando si muoveva, tutta l’aria intorno sembrava vibrare, e dalla sua pelle si irradiava una luce tale da far pensare che si trattasse di un’apparizione. O forse, e non mi stupirebbe, ero solo io a guardarla così, incantato come se non si trattasse nemmeno di un essere umano, come se non facesse parte del mondo in cui mi muovevo anch’io. Come sarebbe stato possibile, poi? Io sgraziato e nerastro, lei capace di attirare sguardi e di generare meraviglia in virtù del semplice fatto che esistesse.
Attraversai la strada nelle mie ciabatte troppo piccole, diretto in spiaggia quando lei già tornava, irreale e fuori posto quanto me. E già allora avrei dovuto capire che eravamo fatti di opposti, che gli opposti a volte si completano e a volte non trovano il modo – ma proprio nessun modo – per potersi unire.
Era l’estate dei miei diciassette anni, non avevo mai dato un bacio a una ragazza e quel giorno pensai a lei, in maniera caotica e frammentaria, fino all’ora di cena. Era uso, a casa mia, che d’estate mangiassimo leggero a pranzo e a cena facessimo un pasto vero, come lo chiamava mio padre. Quella sera mia madre preparò gli spaghetti aglio, olio e peperoncino, col pepe macinato che portava colori e odori che, in un modo o nell’altro, avrei cercato per il resto della vita.
Mia madre cominciò a tossire di colpo, si portò una mano sul petto e cercò di aspirare aria. Il collo le si allungò fin quasi a spezzarsi e pensai, per un attimo di pura follia, che avrebbe continuato a estendersi fino a raggiungere il soffitto. Mi cadde la forchetta di mano quando mio padre la chiamò e lei cadde in avanti, la faccia negli spaghetti. Lui la prese per le spalle, la sollevò, sotto l’occhio destro di mia madre c’era un pezzetto d’aglio, sul volto i granelli di pepe sembravano lentiggini dal colorito troppo intenso.
Chiama il 118, mi disse mio padre mentre io ancora masticavo. Non mi è rimasto alcun ricordo di quello che dissi nella cornetta bianca, ma l’ambulanza arrivò e si portò via mia madre, di nuovo sveglia e sofferente, con un respiratore e uno sguardo terrorizzato fisso nei miei occhi. La bocca mi pizzicava per via del peperoncino quando salii in macchina con mio padre e seguimmo le sirene blu sul viale che costeggia il lungomare, mentre le persone passeggiavano spingendo passeggini, tenendosi per mano, scegliendo un gelato, guardando il mare, senza nemmeno farsi passare per la testa il fatto che a pochi metri ci fosse mia madre che non riusciva di colpo più a respirare, che mio padre sembrava aver perso le poche parole che aveva, e che io fossi talmente spaventato da essere calmo. Mi passò davanti agli occhi l’immagine della ragazza diafana, mi aggrappai a quei contorni indefiniti e surreali per cercare una via di fuga. Emerse e si sviluppò in quei minuti la mia natura di codardo, e non avrei fatto altro che fuggire ogni singolo giorno, con l’ansia di dover distruggere, nel modo più indolore possibile, la montagnola di ore che mi era concessa.
Parcheggiammo al pronto soccorso, seguimmo la barella in un corridoio lunghissimo dalle pareti azzurrine e dalle luci pallide e mortuarie. Mia madre non smetteva di guardarmi, avrei voluto dirle di smetterla, di smetterla di star male e di smetterla di guardarmi in quel modo, di smetterla perché mi stava costringendo a legare tutti i miei ricordi giovanili a quegli occhi, mentre io avrei voluto legarli al tiramisù che preparava la domenica mattina e al grembiule a fiori rosa che indossava in cucina.
Le dissi di non andare via, senza pensarci, senza nemmeno rendermene conto. Mio padre si fermò a guardarmi, lo notai con la coda dell’occhio perché la mia attenzione era solo per lei, per la donna che mi aveva messo al mondo alla quale dissi, in un sussurro, Resta.
Ma lei non restò. Se ne andò dopo poche ore. Complicazioni in seguito ad arresto cardiocircolatorio. Qualcosa del genere. Cose che accadono, anche se hai quarantuno anni e non hai ancora avuto tempo di dedicarti a tutte le cose che avresti voluto fare. Mia madre se ne andò il giorno in cui vidi Marian, e quello fu il giorno in cui compresi – e credetemi, su questo non ho mai cambiato idea – che non c’è modo, nella vita, di ottenere qualcosa senza perderne un’altra. E non puoi mica essere sicuro che quella che ottieni valga di più di ciò che hai perso, oppure che resti. È uno scambio alla cieca, azzardo puro.
Fu la notte in cui persi la parola Resta, quella che mi sarebbe servita una manciata di anni dopo: Marian aveva smesso di essere la figura eterea che aspettavo ogni mattina alle dieci, quando lasciava la spiaggia e la immaginavo rifugiarsi nel suo mondo incantato, ma era diventata una ragazza della mia età, col sogno di abbandonare la Polonia per vivere in Italia. Era lì che avrebbe voluto fare l’università, e trascorreva i pomeriggi invernali a studiare l’italiano, a cercare di leggere Buzzati e Volponi, ad appuntare su un quaderno tutte le parole nuove. E così i mesi passavano, io perdevo le parole, lei ne acquisiva sempre di più e riempiva ogni mio vuoto.
Ho rinunciato a tutte le parole che non mi erano servite, a quelle che avevo detto per sbaglio, a quelle che avevo detto troppe volte e che avevano finito per perdere di valore; ho smesso di usare le parole deludenti, quelle che mi avevano ferito, quelle con le quali avevo fatto del male. Ho cancellato dal mio vocabolario le parole che non mi piacevano e quelle che mi piacevano troppo, e mi ritrovo oggi a non poter dire quasi nulla, ma sapete cosa ho scoperto? Che servono poche parole, e che alla fine ce ne sarebbe stata una comune e semplice che avrebbe cambiato il corso della mia vecchiaia. Perché le parole sono rivestite del significato e dei ricordi che noi appiccichiamo loro addosso, con buona pace dei vocabolari.
Avevo finito per convincermi del fatto che le parole non mi servissero più, non ora che c’era Marian a riempire le mie vacanze estive e la cassetta delle lettere. La dipingevo di rosso il primo settembre, il giorno dopo la sua partenza, per far sì che fosse visibile per il postino. Non volevo che le lettere di Marian, piene di parole in italiano che io non usavo più, potessero andare perdute, che il postino non vedesse con chiarezza la cassetta postale della mia famiglia.
La mia famiglia che ormai eravamo solo io e mio padre, e non saprei dire se io e lui fossimo una fotocopia, se io fossi un suo clone a venticinque anni di distanza, ma anche lui ormai non diceva più un sacco di cose, mi sembrava perdesse pezzi e parole ogni giorno, e sopra ogni altra cosa aveva perso quel sorriso stanco che regalava a mia madre e a me la sera, quando tornava a casa dal pastificio. Eravamo fiori secchi entrambi, ma io sbocciavo ogni estate; lui non lo fece più, si estinse piano, e capii che stava finendo quando iniziò a farmi carezze impacciate: un gesto di debolezza, per uno come lui, al quale imparò ad abbandonarsi. Io dedicavo ogni domenica mattina a preparare il tiramisù di mia madre, la sua ricetta incollata con lo scotch al frigorifero. Era tutto identico: ingredienti, marche, quantità, contenitori e strumenti, eppure non veniva mai come il suo. Mio padre lo mangiava e mi diceva che ero diventato bravissimo, anche se la mano e le labbra gli tremavano.
Marian si iscrisse alla facoltà di lettere a Bologna, perché aveva paura di Milano ed era intimidita da Roma. Nei piani di mia madre, io avrei dovuto continuare gli studi. Non capivo perché non volesse che seguissi le orme di mio padre: lui faceva un lavoro speciale, portava a casa la miglior pasta fresca che io abbia mai mangiato, e a me sarebbe piaciuta un’attività manuale, qualcosa che mi facesse dire, arrivato all’imbrunire di ogni giorno, che avevo realizzato qualcosa che prima non esisteva. Per mio padre, pur pragmatico, la volontà di mia madre diventò un nodo da non sciogliere per alcuna ragione. Mi iscrissi a Bologna anch’io, perché non distava molto da casa. E perché, naturalmente, lì avrei trovato Marian.
Marian riempiva le serate bolognesi di sogni, di film visti e di vicoli da scoprire. Preparavo il tiramisù, lei scriveva sceneggiature e ogni tanto veniva ad assaggiare la crema e a darmi un bacio sul collo. Aveva la capacità di farmi sentire necessario, perché se non ci fossi stato lei non avrebbe potuto sorridere in quel modo, e allora cosa si sarebbe perso il cielo.
Mio padre, nel frattempo, declinava rapidamente: si ammalò di assenza e si vestì di una vecchiaia precoce. Legò una corda al soffitto e solo l’intervento dei vicini evitò il peggio. Dimenticò, oltre alle parole, pezzi interi del suo passato, tutto ciò che non poteva più sopportare. Ne parlai con Marian, lei mi abbracciò senza dire niente, e in quell’abbraccio colsi la tensione vitale di chi non può rimanere imprigionato. Cosa vuoi che faccia?, mi chiese nel suo italiano pieno di congiuntivi ben posizionati. Resta, avrei voluto dirle, ma non potevo. E non potevo non solo perché quella parola era ormai svanita, al punto che non ero nemmeno più capace di articolarla; ma perché mi sentivo troppo fortunato, ad avere Marian, e quando ci si sente troppo fortunati si è più propensi alla rinuncia.
Rinunciai alla felicità e all’università, rinunciai a lei, mi disse che mi avrebbe scritto e che ogni tanto sarebbe venuta al paese, l’aria di mare le piaceva così tanto, ma le promesse sono fatte per avere significato solo mentre vengono pronunciate: un attimo dopo stanno già volando via, raggiungono la luna e si accoccolano sul fondo di un cratere dal nome impronunciabile di un fisico tedesco o di un astronomo russo. E lì, depositate e inermi, ci guardano ogni notte mentre noi, col naso all’insù, cerchiamo di trovare nel cielo le cose che abbiamo perduto.
Ho cercato Marian nelle interviste sui giornali, nelle sale scure dell’unico cinema del paese, standomene affondato in poltrone rosse che avevano ospitato i sogni e la noia di migliaia di persone. Ho provato a cercarmi nelle immagini dell’astro nascente del cinema mondiale, la regista polacca salita alla ribalta con un film malinconico e privo di speranza. Quando usciva un suo nuovo film andavo al primo spettacolo, guidavo per chilometri se necessario, e non ero soddisfatto se non memorizzavo ogni fotogramma. Smontavo e rimontavo le sue storie nella mia testa, cercando una traccia di me, anche flebile: un vezzo, un’espressione, una postura, una battuta di dialogo. Mi sembrava di vedermi dappertutto; finii per convincermi di non esserci, di essere stato dimenticato come la cassetta delle lettere vuota e arrugginita che avevo smesso di verniciare.
Lessi sui rotocalchi dei suoi due matrimoni falliti, riuscii a fingere un sorriso e ad augurarmi che fosse felice mentre la mia vita solitaria procedeva immota, divisa tra il pastificio e le domeniche mattina in cui non smettevo di preparare il tiramisù che, a volte, nemmeno mangiavo.
Pochi mesi fa, cercando notizie su di lei, ho scoperto che aveva intenzione di girare un nuovo film proprio nel mio paese. Diceva di sentirsi pronta a tornare nei luoghi della sua giovinezza più spensierata e sognante. Avvertii una sensazione sopita da tempo, da quell’estate del 1967 in cui lei era apparsa. Mi aggirai per casa inquieto, rimestando negli armadi e nei cassetti, rileggendo ogni sua lettera. E nel farlo, cercavo di scovare tra le righe ciò che ero per lei. Mi allenai per tornare a essere il ragazzo che aveva amato, ma lo specchio rimandava soltanto immagini di un uomo cupo e senza nulla da raccontare.
Quando iniziarono le riprese del film, presi l’abitudine di trattenermi nei luoghi in cui si girava, attento a non farmi notare: indossavo il fedora beige di mio padre e un paio di occhiali da sole, me ne stavo in mezzo alla gente certo che Marian non avrebbe potuto vedermi. Ma io, lei, la vedevo sempre. Sotto il sole di fine primavera faceva vibrare l’aria come cinquantadue anni prima, come se il tempo potesse incidere la sua pelle, ma non la sua energia vitale. Estasiato, rimanevo ad assistere fino a quando mettevano via l’attrezzatura e la folla di curiosi si disperdeva. Allungavo il collo oltre le recinzioni temporanee per scorgere qualcosa di me e di lei sui volti dei due giovanissimi attori che, nella mia mente, interpretavano lei e me.
Ieri sera, seduto in veranda con un bicchiere di Redbreast invecchiato dodici anni, cercavo di distinguere il mare oltre le luci della strada, e di ascoltarne i suoni. Le riprese erano finite proprio nel pomeriggio, tra gli applausi, e pensavo che non l’avrei più rivista. Già mi pentivo di non aver provato ad avvicinarmi a lei, quando un taxi parcheggiò di fronte casa.
Scese Marian, e l’auto ripartì. Si guardò intorno, si strinse nella giacca leggera, mentre la brezza le sollevava i capelli color cenere. Guardò verso la mia casa, la casa di mio padre, e incrociammo gli sguardi. Lo capimmo entrambi, nonostante fossimo a metri di distanza e le luci del patio fossero spente. Sorrise, e i denti brillarono sotto la luna piena, curiosa anche lei di assistere al miracolo.
Si incamminò, salì i tre gradini della veranda e sedette sulla sedia a dondolo, sempre libera. Entrai in casa, presi un bicchiere, tornai fuori e le versai due dita di whisky. Lo allungai con dell’acqua e glielo porsi, ma lei scosse il capo.
Rimanemmo seduti finché il vocio lungo il mare diminuì e poi sparì; ma lei restò, gli occhi incollati ai miei come per incidere dentro di me la sua esistenza.
Poi, senza alcun segnale premonitore, parlammo insieme.
In quelle interviste, dissi. Sai, disse lei.
Sorridemmo insieme, tenendoci legati attraverso gli sguardi, senza bisogno di altre forme di contatto. Qualcosa in lei si ruppe, una lacrima scivolò sulla pelle bianca del viso. Si alzò senza dire niente e fece per andarsene, passandosi il dorso della mano sotto entrambi gli occhi.
La guardai scendere i gradini senza riuscire a dire l’unica cosa che avrei voluto dirle, la stessa che avevo detto a mia madre la notte in cui se n’era andata, la stessa che avrei dovuto dire a Marian quando l’avevo lasciata a Bologna. Deglutii, nel panico, e mi sforzai di dirla, quella maledetta parola, ma dalla bocca non uscì alcun suono. Lei si stava allontanando e io stavo per perderla di nuovo
Ho preparato il tiramisù, riuscii a dirle di getto.
Lei fece ancora qualche passo verso il resto del mondo, come se non avesse sentito, o come se la mia voce non fosse più adatta a essere udita da qualcuno.
Poi si fermò. Si girò a guardarmi.
Ne mangiamo un po’, insieme?

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@Cerusico buongiorno. :) 

 

Ho letto tre volte il tuo pezzo. Mi è piaciuto tantissimo. Ma proprio tantissimo.

Poche volte mi è capitato di dover tornare ancora e ancora a leggere ed emozionarmi come la prima volta. E stasera e domani lo rileggerò e sarà uguale.

Sono contenta tu abbia perso le parole per trovare questo testo. 

Non hai scritto un brano, l'hai sussurrato al vento...

È arrivato in un soffio, sulla pelle...

Si è arricciata e si è fatta d'oca. <3

 

MI hai tanto tanto commossa.

Ci tenevo a dirti che, se potessi, lo candiderei a miglior racconto del mese. MA non posso e mi auguro che qualcuno possa farlo per me.

 

 

PS: Avresti vinto il Ferragosto, secondo me. Il mio voto sarebbe stato sicuramente tuo, se entrambi avessimo partecipato.

 

 

 

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14 ore fa, Cerusico ha detto:

Le immagino così, le mie giornate: un cumulo di sabbia che si forma mentre dormo e che ritrovo al mattino.

Come le mie, con la differenza che nel mio caso è il lavoro che come un'onda o un venticello spazza via questa sabbia. Scherzi a parte, immagine bellissima questa (unita alla riga dopo che non ho riportato).

14 ore fa, Cerusico ha detto:

Marian era diafana

Diafana: aggettivo molto complicato per dire che era trasparente.

14 ore fa, Cerusico ha detto:

a volte non trovano il modo – ma proprio nessun modo – per potersi unire.

Mi hai ricordato "la solitudine dei numeri primi", libro che ho comprato perché - da laureato in matematica - avevo letto il titolo. Poi ho scoperto che non c'entrava niente e che i numeri primi sono nominati giusto una volta a centro del romanzo. :cerusico:

14 ore fa, Cerusico ha detto:

mentre le persone passeggiavano spingendo passeggini

La ripetizione ravvicinata non è proprio bellissima da leggere, ma la descrizione è così armoniosa che va via subito...

14 ore fa, Cerusico ha detto:

Mia madre non smetteva di guardarmi, avrei voluto dirle di smetterla, di smetterla di star male e di smetterla di guardarmi in quel modo, di smetterla perché mi stava costringendo a legare tutti i miei ricordi giovanili a quegli occhi, mentre io avrei voluto legarli al tiramisù che preparava la domenica mattina e al grembiule a fiori rosa che indossava in cucina.

:brillasguardo:

14 ore fa, Cerusico ha detto:

a cercare di leggere Buzzati e Volponi

Ipotizzo Paolo Volponi, ma non so se ci credi che è stato difficile togliermi l'idea che si trattasse di Simone...

14 ore fa, Cerusico ha detto:

Ho cancellato dal mio vocabolario le parole che non mi piacevano e quelle che mi piacevano troppo, e mi ritrovo oggi a non poter dire quasi nulla

Questa immagine molto bella la segnalo ad @AndC (lo saluto :ciaociao:).

14 ore fa, Cerusico ha detto:

La mia famiglia che ormai eravamo solo io e mio padre

Per quanto ne so segui molti corsi di scrittura perciò ti chiedo direttamente se è corretta quella frase (non è una presa in giro o altro, sono serio). Per me-lettore, le parole in grassetto la rendono molto complicata da leggere, oltre che "la famiglia che" non mi suona. :umh:

14 ore fa, Cerusico ha detto:

Era tutto identico: ingredienti, marche, quantità, contenitori e strumenti, eppure non veniva mai come il suo.

Leggendo il resto del racconto questa frase un po' stona perché è l'unica, come dire, "sotto di qualità". È come se mi trovassi di fronte a una statua d'oro e per coprire una piccola imperfezione usassi un pennarello giallo...

14 ore fa, Cerusico ha detto:

qualcosa che mi facesse dire, arrivato all’imbrunire di ogni giorno, che avevo realizzato qualcosa che prima non esisteva

Idem sopra.

14 ore fa, Cerusico ha detto:

Ho cercato Marian nelle interviste sui giornali, nelle sale scure dell’unico cinema del paese, standomene affondato in poltrone rosse che avevano ospitato i sogni e la noia di migliaia di persone.

Di tutto quello che ho scritto, penso che questa è l'unica annotazione sensata che ti faccio. Si capisce, andando avanti, che lei diventa regista famosa e il lettore non si sofferma molto sugli eventi intermedi focalizzandosi solo sul "prima" (universitaria) e "poi" (regista). Però effettivamente lei faceva lettere e non è facile questo salto di carriera, inoltre accennare alla sua carriera può darti modi di aggiungere qualche immagine e qualche parallelismo tra le loro vite.

 

In realtà le mie segnalazioni sono poca roba, per lo più scemenze: è come se guardassi la Pietà e poi mi fissassi a osservare le (eventuali) ragnatele che possono formarsi tra il complesso in marmo e la parete. Perché questo ho fatto.

Posso fare un commento lunghissimo sulla ricchezza di immagine e sui sentimenti espressi (stavolta c'è un lieto fine). Posso fare un altrettanto lungo commento sul fascino della narrazione, ripensando a "magari se", "il coperchio", il "10WD" o quando ti ho fatto da beta. Pensando al cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna mi chiedo anche se questo c'entri qualcosa con il titolo (e con l'immagine delle promesse).

Non la faccio lunga, @Cerusico, ogni volta che ti leggo penso che tu sia uno scrittore che si diverte a fare l'aspirante e posta racconti qui. Magari nascosto dietro la maschera, come il tuo avatar.

 

Alla prossima lettura. :ciaociao:

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Sono tornata, @Cerusico

Ho riletto attentamente il testo, credo di essere riuscita a fare quello che volevi, ma non posso fare la conta. 

Io mi sono letta parola per parola, dosandole e cercando infinite inezie. Non ho trovato costrutti sbagliati e quando mi sono chiesta alcune cose, ti ho rigirato le domande nel file che allego.

Questo testo mi piace talmente tanto, che mi dispiace non averlo scritto io! Allora sai che ho fatto? Sono entrata dentro le parole, ho fatto caso a qualche ripetizione, a qualche rima, a qualcosa che modificherei non per migliorare una singola parte, non ci sono singole parti da migliorare, ma le sue relazioni con un prima e un dopo, con una piccola ripetizione, con una rima che precede o segue. Insomma, ho amplificato tutto per scovare piccole quisquilie.

Tutte cazzate, ma volevo farlo per la forza con cui mi sei rimasto addosso. Sulla pelle. Davvero.

Volevo lasciarti qualcosa.

 

Te la lascio qui

 

Non ho  potuto fare a meno di entrare dentro le parole.

Prendi quello che ti serve.

Grazie ancora per la lettura. <3

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16 ore fa, Cerusico ha detto:

e credetemi, su questo non ho mai cambiato idea – che non c’è modo, nella vita, di ottenere qualcosa senza perderne un’altra. E non puoi mica essere sicuro che quella che ottieni valga di più di ciò che hai perso, oppure che resti. È uno scambio alla cieca, azzardo puro

Bellissimo, bellissimo tutto il racconto che, come dice Rica, avrebbe senz'altro vinto la prima tappa del contest di Ferragosto. 

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@Rica, mi lasci senza parole, come il protagonista del racconto. Il tuo apprezzamento mi emoziona tanto. In particolare, quando dici:

 

20 ore fa, Rica ha detto:

Questo testo mi piace talmente tanto, che mi dispiace non averlo scritto io!

 

Non credo possa esistere riconoscimento più lusinghiero di questo. :arrossire:

 

Grazie per l'attenzione con cui hai letto il testo e per i tuoi suggerimenti di editing, dei quali approfitterò, assolutamente. Grazie ancora. :rosa:

 

@bwv582, ciao!

 

21 ore fa, bwv582 ha detto:

La ripetizione ravvicinata non è proprio bellissima da leggere

 

Hai ragione, non me n'ero proprio reso conto, nonostante fosse molto "fastidiosa".

 

21 ore fa, bwv582 ha detto:

Ipotizzo Paolo Volponi, ma non so se ci credi che è stato difficile togliermi l'idea che si trattasse di Simone...

 

Certo :D non ti nego che un po' è voluta: inizialmente avevo citato Calvino e Buzzati, ma poi ho optato per Paolo Volponi, sia per "variare" un po' dai nomi più standard, sia per il contesto WD. 

 

21 ore fa, bwv582 ha detto:

le parole in grassetto la rendono molto complicata da leggere, oltre che "la famiglia che" non mi suona.

 

Non è corretta, in effetti. Ho cercato una legatura col paragrafo precedente (cosa fatta anche in qualche altro punto del testo), come se fosse una naturale prosecuzione, ma soggetto e verbo non sono ben coordinati. La cosa, tuttavia, rende la frase piuttosto colloquiale, cosa che potrebbe anche essere concessa, diciamo così. Ci penserò, comunque.

 

21 ore fa, bwv582 ha detto:

Però effettivamente lei faceva lettere e non è facile questo salto di carriera, inoltre accennare alla sua carriera può darti modi di aggiungere qualche immagine e qualche parallelismo tra le loro vite.

 

21 ore fa, bwv582 ha detto:

Pensando al cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna mi chiedo anche se questo c'entri qualcosa con il titolo (e con l'immagine delle promesse).

 

Unisco queste due considerazioni. Sulla prima: avevo pensato al DAMS, poi ho scoperto che a Bologna il DAMS è stato inaugurato nel 1971, e allora ho optato per lettere. Non che sia impossibile che lei abbia poi proseguito e fatto un percorso nel cinema, al di là degli studi, però colgo il gancio con la seconda considerazione e mi chiedo se non sia possibile sfruttare la combinazione. Se l'incontro con Marian avvenisse nel 1969 (e, a quel punto, invece del ventisei potrebbe avvenire proprio il venti luglio), allora due o tre anni dopo, al momento dell'iscrizione all'università, lei potrebbe scegliere proprio il DAMS.

Forse involontariamente mi hai fornito un buon gancio. :)

 

Per il resto, hai speso parole così positive da lasciarmi senza parole, anche tu, rendendomi un buon alter ego del protagonista del testo. Sono lusingato dalla tua stima, e ti ringrazio doppiamente, anche per avermi voluto segnalare. :cerusico:<3

 

19 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Bellissimo, bellissimo tutto il racconto che, come dice Rica, avrebbe senz'altro vinto la prima tappa del contest di Ferragosto. 

 

Grazie, @Adelaide J. Pellitteri. Sono contentissimo che il testo sia arrivato anche a te, e che tu abbia apprezzato il tempo in compagnia delle mie parole, e dell'assenza delle stesse. :rosa:

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@Cerusico

 

E dunque ho letto... 

Bellissimo racconto, a parer mio!

 

Non farò un commento approfondito, perdonami, ma ti lascio i miei più vivi complimenti...

 

È scritto tutto più che bene. Ottima e commovente la storia, piena di poesia, nostalgia e ricordi.

 

Il gioco del "perdere le parole" è narrativamente sublime.

 

Se qualche piccolezza non mi ha personalmente convinto appieno, te la riassumo qui sotto:

 

- Forse è tutto troppo lungo, per reggere bene la tensione dall'inizio alla fine... O forse al contrario è troppo corto per condensarci le intere vite di tre/quattro personaggi principali.

- Qualche piccola ripetizione di termine c'è, ma non mi sono soffermato perché non risaltano molto e la storia è bella (e poi quotare da cellulare è un'agonia)...

In particolare, ci sono due o tre frasi in cui usi due "che" molto vicini.. quelle eventualmente le riformulerei.

- Alla fine non mi è piaciuto troppo il fatto che lui parli della sera precedente usando il tempo imperfetto... grammaticalmente ci starebbe meglio un passato prossimo...

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha detto:

Ieri sera, seduto in veranda con un bicchiere di Redbreast invecchiato dodici anni, cercavo di distinguere il mare oltre le luci della strada, e di ascoltarne i suoni. Le riprese eran

 

- Non sono certo di aver capito poi un punto fondamentale: ma il protagonista del racconto non è Italiano? 

Perché comunque, non dico tanto dal lessico, ma dall'ambientazione che si percepisce, lo sembra. Però Marian è Polacca e vuole andare in Italia come se fosse un altro posto ancora, diverso da dove vive il protagonista...

 

Per il resto, davvero un gran bel racconto, complimenti amico mio. Ben scritto, ottimo affondo narrativo, belle immagini, stile più che coerente dall'inizio alla fine e trama struggente. Mi sei davvero piaciuto!

Ciao!

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@Cerusico ciao. Il tuo testo è bellissimo, sul serio: un incanto. Lo trovo dolcissimo, tenero e triste, una carezza.

 

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

A volte penso che, se non avessi fatto questo o quello, non avrei mai incontrato Marian. Ma il punto non è questo, vero? Cioè, avrei sempre incontrato Marian. La stavo cercando. Non so se capite cosa voglio dire, ma Marian mi faceva sentire essenziale, salvo.

Questo mi ha subito portata alla Maga di Cortazar, in Rayuela. Già solo per questo il tuo testo mi piace moltissimo. 

 

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

La conobbi il giorno in cui persi la parola Resta, che non avrei più ritrovato. Né sarei stato più capace di usarla. Mi era già capitato con altre parole. Forse, ma non ci giurerei, la prima volta accadde con bua, un sabato pomeriggio al parco. Fu poi il turno della parola amico, che pareva troppo da femmine tra i compagni di scuola e quelli conosciuti d’estate. I villeggianti, li chiamava mia nonna. Non ricordo quando i villeggianti sono diventati turisti: nel dubbio, però, ho smesso di chiamare anche loro.

Questo pezzo lo adoro, è stupendo. Mi piace tantissimo la contrapposizione fra la perdita di una parola importante, una richiesta che è insieme un desiderio, con parole che si perdono crescendo, naturalmente. Sembra un albero che si spoglia, si prepara per l'inverno. Ineluttabile. E trovo bellissimo che questo rimanga per tutto il testo facendo ricordare come un lutto incida sul quotidiano. Mi pare si eliminino le parole -resta- per eludere il dolore della perdita, forse sfuggire al ricordo. Lo trovo tanto triste quanto vero: chi va via si porta sempre dieteo qualcosa di noi. 

 

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

Mi passò davanti agli occhi l’immagine della ragazza diafana, mi aggrappai a quei contorni indefiniti e surreali per cercare una via di fuga. Emerse e si sviluppò in quei minuti la mia natura di codardo, e non avrei fatto altro che fuggire ogni singolo giorno, con l’ansia di dover distruggere, nel modo più indolore possibile, la montagnola di ore che mi era concessa.

Più rileggo questo pezzo più me ne innamoro. Non condanno lui, che si dice codardo, anzi: lo guardo e vorrei essergli più vicina. Mi commuove la via di fuga, il tentativo di aprire una porta d'emergenza per evitare di pensare a quanto sta accadendo. Lo trovo innocente, fragile. E penso anche che se lui poi continua a fuggire, dopo quel giorno, lo fa proprio perché si chiama codarda, e non si perdona la propria umanità. Se una persona deve morire, non è detto lo debbano fare anche le persone che le stanno intorno. E cercare di salvarsi aggrappandosi a quel che c'è non è tradire ciò che sta passando l'altro: è piuttosto un riconoscersi, penso, e lasciare vivere quello che deve vivere, i ricordi belli. 

Poi, oltre a questo, volevo dire che trovo bellissimo il continuo fiancheggiarsi, nella storia, della vita - la ragazza - e della morte - la madre: mostri l'evolversi di una dualità che inizialmente è dicotomica, una esclude l'altra. Ma poi mi sembra che il rapporto cambi, alla fine (ma ci torno dopo) e queste due parti si riconoscano reciprocamente, in un equilibrio che le comprende entrambe assieme, con un'accettazione che prima manca.

 

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

Mia madre se ne andò il giorno in cui vidi Marian, e quello fu il giorno in cui compresi – e credetemi, su questo non ho mai cambiato idea – che non c’è modo, nella vita, di ottenere qualcosa senza perderne un’altra. E non puoi mica essere sicuro che quella che ottieni valga di più di ciò che hai perso, oppure che resti. È uno scambio alla cieca, azzardo puro

Ecco, qui vedo il contrappasso: un ciclo di vita si chiude per farne aprire un altro. Una vita che cede il passo ad un'altra vita segnata dalla morte della prima. 

 

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

E così i mesi passavano, io perdevo le parole, lei ne acquisiva sempre di più e riempiva ogni mio vuoto.

Questa contrapposizione ricalca quella di prima, e mi spinge a concentrarmi su di lui, anziché sulla madre e su di lei. Lei che ha parole per lui, parole che lui non dice e lei sì. Mi dice che è presto, per lui. Che non ce la fa, che è bloccato, e quindi muto. 

 

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

riempiva ogni mio vuoto.
Ho rinunciato a tutte le parole che non mi erano servite, a quelle che avevo detto per sbaglio, a quelle che avevo detto troppe volte e che avevano finito per perdere di valore; ho smesso di usare le parole deludenti, quelle che mi avevano ferito, quelle con le quali avevo fatto del male. Ho cancellato dal mio vocabolario le parole che non mi piacevano e quelle che mi piacevano troppo, e mi ritrovo oggi a non poter dire quasi nulla, ma sapete cosa ho scoperto? Che servono poche parole, e che alla fine ce ne sarebbe stata una comune e semplice che avrebbe cambiato il corso della mia vecchiaia

Però, ecco, il suo perdere parole come foglie non è passivo. Mi sembra lui lo scelga, quasi come se stesse dicendo no al suo soffrire, si stesse ribellando. E in quella che all'inizio mi era parsa una forma di dolore adesso mi si presenta come una forma di reazione anche se non di forza. Forse sbaglio, ma è come se lui volesse cancellarsi, dire no a sé stesso, come se scegliesse di rinunciare al diritto di parlare, esprimersi, esistere. Penso che avrebbe voluto essere al posto della madre, che abbia vissuto come ingiusta la sua morte così prematura. E io torno ad un uomo che ho conosciuto tempo fa che aveva rinunciato a tutto dopo che la moglie gli era morta (alla stessa età, 41 anni) per tumore. Era diventato un fantasma, si rifiutava qualsiasi contatto con ciò che era stata sua moglie, non entrava nemmeno nella camera da letto, piena del suo odore. Alla fine, ha perso la casa e, lentamente, anche i figli. Non l'ha fatto per cattiveria, ma perché non sapeva più tenere sé stesso aggrappato alle cose della sua vita. Penso sia per lui che il tuo racconto mi ha commossa tanto: mi permette di capire le azioni di qualcuno che, all'epoca, facevano solo male. Per questo io ti ringrazio tanto, soprattutto per questo.

 

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

La mia famiglia che ormai eravamo solo io e mio padre, e non saprei dire se io e lui fossimo una fotocopia, se io fossi un suo clone a venticinque anni di distanza, ma anche lui ormai non diceva più un sacco di cose, mi sembrava perdesse pezzi e parole ogni giorno, e sopra ogni altra cosa aveva perso quel sorriso stanco che regalava a mia madre e a me la sera, quando tornava a casa dal pastificio. Eravamo fiori secchi entrambi, ma io sbocciavo ogni estate; lui non lo fece più, si estinse piano, e capii che stava finendo quando iniziò a farmi carezze impacciate: un gesto di debolezza, per uno come lui, al quale imparò ad abbandonarsi.

 Il pezzo che viene dopo è davvero una piccola fitta: il ragazzo che fa il tiramisù non è un "resta", ma un "torna" sicuramente sì. E quasi vedo il padre e il ragazzo come due facce dello stesso sentire, che vanno avanti chiusi ognuno nella propria parte di dolore e si cercano, si vedono, ma non si toccano davvero. E quel tiramisù che dovrebbe essere un collante fa solo male. È troppo presto. 

 

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

lei mi abbracciò senza dire niente, e in quell’abbraccio colsi la tensione vitale di chi non può rimanere imprigionato. Cosa vuoi che faccia?, mi chiese nel suo italiano pieno di congiuntivi ben posizionati. Resta, avrei voluto dirle, ma non potevo. E non potevo non solo perché quella parola era ormai svanita, al punto che non ero nemmeno più capace di articolarla; ma perché mi sentivo troppo fortunato, ad avere Marian, e quando ci si sente troppo fortunati si è più propensi alla rinuncia.
Rinunciai alla felicità e all’università, rinunciai a lei

Questo per me conferma quello che dicevo prima: lui non sente - sceglie di non avere diritto a dire ci sono, ad esserci. Non so se sia sbocciato davvero ogni estate, se lo ha fatto però, i suoi petali mi sembra fossero convertiti al nulla. O forse, bastava che la ragazza rimasse senza che lui glielo dicesse, per cambiare tutto. Forse lui lo aspettava: ti ricordi che puoi parlare ed esistere, quando qualcuno te lo dimostra. Dice a te, che non dici resta, di restare e lo dico anche per questo:

 

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

Smontavo e rimontavo le sue storie nella mia testa, cercando una traccia di me, anche flebile: un vezzo, un’espressione, una postura, una battuta di dialogo. Mi sembrava di vedermi dappertutto; finii per convincermi di non esserci, di essere stato dimenticato come la cassetta delle lettere vuota e arrugginita che avevo smesso di verniciare.

 

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

Ho preparato il tiramisù, riuscii a dirle di getto.
Lei fece ancora qualche passo verso il resto del mondo, come se non avesse sentito, o come se la mia voce non fosse più adatta a essere udita da qualcuno.
Poi si fermò. Si girò a guardarmi.
Ne mangiamo un po’, insieme?

Alla fine, qui, lui ha imparato un nuovo modo per dire "resta", e la cosa stupenda, che chiude perfettamente il quadro, è che lo fa con il tiramisù, il ripetere sua madre morta nella sua vita. Per questo prima ho detto che la dicotomia non c'è più: vita e morte si accettano, hanno imparato a convivere. 

 

Per riassumere, ho adorato il tuo testo. Ti ringrazio tantissimo per averlo scritto. È bellissimo, un soffio di umanità, tristezza e speranza. E luce, alla fine. 

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(y) @Cerusico

 

Bello questo racconto, poetico, introspettivo e commuovente. Ma sei tu :cerusico:che l'haì scritto? Wow! :super:

 

P.S.: Uno per tutti: il simbolismo della cassetta postale è un valore aggiunto al racconto!

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Il 25/6/2019 alle 16:44, AndC ha scritto:

Il gioco del "perdere le parole" è narrativamente sublime.

 

Non sai quanto mi faccia piacere questo apprezzamento, @AndC. Molto del racconto, e della sua idea originaria, muove proprio intorno a questo "gioco", e credo che se arriva questo, arriva tutto.

 

Su qualche ripetizione ci ho lavorato e ci sto lavorando in fase di revisione. L'ambientazione è italiana: mi sono chiesto se potesse confondere l'indicazione del whisky, e ho optato per rimuovere il dettaglio, peraltro superfluo.

 

Sulla lunghezza non saprei, onestamente: a me sembra che abbia il respiro che deve avere, ho tagliato ancora qualcosina, ma parliamo di poche cose, una manciata di caratteri per scendere sotto i 15.000.

 

Per il resto, grazie e basta, come sempre. <3

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Grazie a te, carissimo @Cerusico

 

Scusa, volevo aggiungere solo questo:

8 minuti fa, Cerusico ha scritto:

. L'ambientazione è italiana: mi sono chiesto se potesse confondere l'indicazione del whisky, e ho optato per rimuovere il dettaglio, peraltro superfluo.

 

A me è apparso chiaramente ambientato in Italia, dove il protagonista vive ed effettivamente qui, ad esempio, lo specifichi meglio:

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

Mi iscrissi a Bologna anch’io, perché non distava molto da casa.

 

La frase che però mi aveva sollevato qualche dubbio in merito era stata questa:

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

ma era diventata una ragazza della mia età, col sogno di abbandonare la Polonia per vivere in Italia. Era lì che avrebbe voluto fare l’università, e t

E dunque, alla luce del tutto consiglieri una piccola modifica: quello che io ho percepito come mancanza è il "qui" in Italia, ossia lo stesso posto dove vive il protagonista, mentre il "lì" può essere fuorviante, perché fa pensare a un luogo "altro" rispetto a dove vive lo stesso protagonista. Marian vuole andare "lì in Italia" e non "qui in Italia"... non so se mi sono spiegato meglio...

 

Ciao!

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Ciao Luca,

 

alla fine un commento te lo lascio, uomo di poca fede. 

Ormai credo di riuscire a distinguere alcuni elementi ricorrenti nella tua scrittura. Ci sono dei temi che si ripetono: i rimpianti, i sentimenti inespressi, la fragilità interiori, i ricordi d'infanzia, i ricordi legati a oggetti, cibi o luoghi che assumono quindi un intenso valore simbolico. I simboli in generale direi che ti piacciono. 

Hai un modo di trattarli che mi sembra un po' "alla giapponese". Mi ricorda molti film di animazione giapponese in cui i sentimenti non sono mai allo scoperto ma sotto un velo di apparenza, eppure sono intensi e riescono comunque ad emergere. La scena finale ne è un esempio palese. Poche parole vengono scambiate eppure hanno un significato immenso. 

Dopo tutte le cose che ti hanno detto qua sopra non penserai che ti dica qualcosa di intelligente, vero?

Ah, ecco. Meno male.

Solo sono d'accordo con AndC che le dinamiche di trasferimento/studio/residenza dei due mi sono sembrate un poco confuse. 

Mi è piaciuto molto tutto: le parole perse, i crateri lunari, il protagonista insicuro (altro tema ricorrente). 

Mi sono annoiata solo un pochino nel passaggio da quando lei se ne va a quando si ritrovano, mi è sembrato un po' troppo un elenco di fatti rispetto al resto del racconto, che invece è ricco di attenzione e sensibilità. Però credo sia necessario per esaltare l'effetto "wow" quando lei ricompare.

 

Bravo come sempre (quanto costa l'iscrizione al tuo fan club?).

 

Ciao.

 

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Mi è piaciuto il modo, a mio avviso magistrale, con cui hai sviluppato la storia in termini di equilibri interni, cioè di proporzione tra espressione e significato. Il tema, nostalgico e sentimentale, non è di quelli per cui impazzisco, ma la narrazione mi è sembrata mostrare una notevole padronanza del "genere" in cui presumo di identificare il testo. Ci ho visto anche un po' di editing da fare, a cominciare dalla punteggiatura, ma debbo riconoscere di essere stato impressionato dalla visione convincente e compiuta del soggetto, che è stato sviluppato senza inciampi e senza banalità su un blocco abbastanza lungo. Certi dettagli psicologici, "buttati", direi, ad arte qua e là, mi sono sembrati indovinatissimi, anche se, alla fine, aprendo e chiudendo subito una parentesi sul contenuto, non sono altrettanto convinto del fatto che nel mondo reale il protagonista avrebbe in qualche modo "ritrovato" il suo "vero amore" dopo cinquant'anni, o che dovesse l'infelicità a una specie di "blocco" emotivo che gli avrebbe impedito di trattenerla, come pare lasci intendere senza intenderlo. Tuttavia, va anche detto che la felicità ritrovata nella senilità ha funzionato alla grande con Marquez (L'amore ai tempi del colera), quindi, anche in questo, alla fine, potrei sbagliare.

Modificato da gecosulmuro

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@Cerusico Luca, sono senza parole, non so quante ne ho perse leggendo e quante ancora ne perderò nelle letture successive perché stanne certo che ce ne staranno, di letture successive. Scritto nel modo magistrale, è il tuo racconto più bello, secondo me. Piaciuto tanto, tanto. Ho gli occhi lucidi, mannaggia a te! 

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Il 27/6/2019 alle 13:34, Shikana ha scritto:

Questo mi ha subito portata alla Maga di Cortazar, in Rayuela.

 

Ciao, @Shikana :) parto da qui: non ho ancora letto Cortazar, mi piace l'idea che tu abbia colto una connessione. Dopotutto, tutti i testi hanno come sfondo un retaggio letterario condiviso, appartengono a un quadro più ampio, spesso senza che l'autore ne sia del tutto consapevole.

 

Il 27/6/2019 alle 13:34, Shikana ha scritto:

Mi commuove la via di fuga, il tentativo di aprire una porta d'emergenza per evitare di pensare a quanto sta accadendo. Lo trovo innocente, fragile.

 

Lo è, infatti. E una via di fuga è proprio il muro comunicativo che il personaggio pone tra sé e il resto del mondo, attraverso la progressiva eliminazione di parole associate a momenti dolorosi. Segno di fragilità, e del suo modo di stare al mondo.

 

Il 27/6/2019 alle 13:34, Shikana ha scritto:

E quasi vedo il padre e il ragazzo come due facce dello stesso sentire, che vanno avanti chiusi ognuno nella propria parte di dolore e si cercano, si vedono, ma non si toccano davvero. E quel tiramisù che dovrebbe essere un collante fa solo male. È troppo presto. 

 

Sono ammirato, perché hai saputo cogliere delle sfumature, nella tua lettura, davvero non banali. Hai visto in maniera chiara elementi più o meno nascosti, connessioni tenui. Mi conforta molto, perché significa che sono abbastanza nette da emergere a una lettura attenta e di qualità come quella che - bontà tua - mi hai concesso.

 

Il 27/6/2019 alle 13:34, Shikana ha scritto:

Alla fine, qui, lui ha imparato un nuovo modo per dire "resta", e la cosa stupenda, che chiude perfettamente il quadro, è che lo fa con il tiramisù, il ripetere sua madre morta nella sua vita. Per questo prima ho detto che la dicotomia non c'è più: vita e morte si accettano, hanno imparato a convivere. 

 

Non posso che ripetere quanto detto sopra: sei entrata nel testo in maniera profonda, e quando capita è davvero una specie di piccola magia. Ti sono grato non solo per l'apprezzamento, che mi fa tanto piacere, ma soprattutto per l'attenzione e per la sensibilità con cui ti sei approcciata al brano. :rosa:

 

Il 27/6/2019 alle 13:49, Poeta Zaza ha scritto:

Ma sei tu :cerusico:che l'haì scritto? Wow! 

 

Ebbene sì, credo di aver tanta bruttura da esorcizzare e di volerlo fare attraverso storie un po' sognanti. :)

 

Il 27/6/2019 alle 13:49, Poeta Zaza ha scritto:

Uno per tutti: il simbolismo della cassetta postale è un valore aggiunto al racconto!

 

Felice che tu lo abbia apprezzato, @Poeta Zaza, perché molto è giocato proprio sul simbolismo (e in questo ha ragione @Thea, ho una certa propensione per l'utilizzo di simboli e trovo rappresentino un modo molto potente per trasmettere emozioni con la scrittura, senza necessariamente scadere nel sentimentalismo).

 

Grazie ancora. :rosa:

 

22 ore fa, Thea ha scritto:

Ormai credo di riuscire a distinguere alcuni elementi ricorrenti nella tua scrittura. Ci sono dei temi che si ripetono: i rimpianti, i sentimenti inespressi, la fragilità interiori, i ricordi d'infanzia, i ricordi legati a oggetti, cibi o luoghi che assumono quindi un intenso valore simbolico. I simboli in generale direi che ti piacciono. 

 

In primis, notevole che tu abbia sconfitto la pigrizia per commentare, mi lusinga la cosa. :D

 

Sì, direi che più o meno quelli sono i temi che mi stanno più a cuore. La cosa interessante è che emergono di loro spontanea volontà, non sono pilotati, e questo mi fa capire che si tratta di cose che "sento".

Sul simbolismo, come dicevo poco sopra, credo rappresenti un buon modo per esprimere sentimenti in narrativa (così come al cinema, forse ancora di più). Se si riesce a caricare un luogo o un generico oggetto di significati, quando poi lo si utilizza scenicamente l'impatto è notevole, almeno su di me. Ci si prova, insomma.

 

22 ore fa, Thea ha scritto:

Bravo come sempre (quanto costa l'iscrizione al tuo fan club?).

 

Chiedo e ti faccio sapere :comedicitu: a parte gli scherzi, grazie mille. 

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Il 28/6/2019 alle 11:19, AndC ha scritto:

E dunque, alla luce del tutto consiglieri una piccola modifica: quello che io ho percepito come mancanza è il "qui" in Italia, ossia lo stesso posto dove vive il protagonista, mentre il "lì" può essere fuorviante, perché fa pensare a un luogo "altro" rispetto a dove vive lo stesso protagonista.

 

Perfetto, ho sfruttato quest'ottimo suggerimento per evitare qualsiasi possibile ambiguità. Grazie mille, Andrea! <3

 

@gecosulmuro, piacere di incrociarti. Ti ringrazio per il commento, davvero lusinghiero dal mio punto di vista. Non so ancora bene se si tratti di un genere in cui mi muovo bene, o che sia quello in cui intendo farlo, tuttavia ricevere un riscontro circostanziato come il tuo mi indica quantomeno una possibile direzione per la mia scrittura. E sull'editing, ci mancherebbe :) è necessario per chi è già davvero bravo e avanti lungo il cammino, figuriamoci per un aspirante autore.

Grazie ancora, e alla prossima.

 

Il 30/6/2019 alle 21:17, Emy ha scritto:

@Cerusico Luca, sono senza parole, non so quante ne ho perse leggendo e quante ancora ne perderò nelle letture successive perché stanne certo che ce ne staranno, di letture successive. Scritto nel modo magistrale, è il tuo racconto più bello, secondo me. Piaciuto tanto, tanto. Ho gli occhi lucidi, mannaggia a te! 

 

@Emy, cosa posso dirti, se non grazie? Grazie per il tuo sostegno e per la tua fiducia: li ho sempre sentiti e mi aiutano tanto. Contentissimo che il racconto ti sia piaciuto e che ti abbia emozionata. :rosa:

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Un racconto sul quale ho veramente poco da dire: scritto con grande perizia, narrativamente ben costruito, con una trovata davvero interessante: la perdita delle parole, che prosciuga nel protagonista la capacità di comunicare gli'intenti, il significato e le emozioni che a quelle parole abbiamo affidato il compito di rappresentare. Senza però togliergli la facoltà di provarle, quelle emozioni.

 

La storia di una vita che a poco a poco si svuota di potenzialità. Non di speranze, ché, con l'irruzione della vita reale, il personaggio pare predestinato a non avere fin dall'inizio.

Lucida e rassegnata è la posizone assunta dal protagonista. Efficacemente malinconica l'atmosfera di tutto il racconto, con il pregio di non indurre mai alla commiserazione.

 

Solo un passaggio mi ha lasciato vagamente perplesso:

Il 23/6/2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

Ieri sera, seduto in veranda con un bicchiere di Redbreast invecchiato dodici anni, cercavo di distinguere il mare oltre le luci della strada, e di ascoltarne i suoni.

Perché – mi chiedo – questo dettaglio? In una storia nella quale solo le parole perdute sono dettagli, perché anche ogni dettaglio che tu usi nella narrazione conduce al significato profondo di una parola perduta, perché un'immagine così caratterizzante?

L'Irish citato mi pare quasi un vezzo (non che il personaggio non possa aver vezzi. Però...).

D'accordo: è un liquore da meditazione, coerente con il passaggio, ma a me pare solo una ricercatezza che mi sembra stonare nel personaggio che mi sta narrando la propria storia in questo modo. Non ti sto contestando nulla, bada bene, non sto cercando di fare il pignolo a tutti i costi: penso soltanto che, in un racconto dove ogni cosa detta pare pesata con attenzione, e misurata per apparire naturale nonostante l'operazione di dosatura (cosa che, alla fine, ti porta ad ottenere un risultato complessivo notevolissimo), forse anche questo dettaglio è un messaggio. Che però non comprendo, e questo mi dispiace. E (sarà che li conosco) vedo la bottiglia, vedo il colore del distillato, e penso alla sensazione un po' snob (anche piacevolmente snob, se vogliamo) che è l'idea che, a me, dà quel whiskey. E non la vedo addosso al tuo personaggio, che con tanto disincanto si sta raccontando.

 

Il finale lo trovo splendido, nel suo offrire una battuta senza rivelare chi è che la fa. Conclude senza concludere. È esplicito senza lasciare alcun appiglio che porti ad un'interpretazione certa.

«Béccati questo finale, caro lettore. E fanne ciò che vuoi.»

Sì, sì: approvo (per quanto possa esserti utile la mia approvazione).

 

Concludo comunicandoti che ho scelto questo racconto come il migiore della mia settimana nella Settima Luna.

 

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Il ‎23‎/‎06‎/‎2019 alle 22:01, Cerusico ha scritto:

che non c’è modo, nella vita, di ottenere qualcosa senza perderne un’altra. E non puoi mica essere sicuro che quella che ottieni valga di più di ciò che hai perso, oppure che resti. È uno scambio alla cieca, azzardo puro.

Uffa, questo antipatico baratto poco equo!!!

Ma, fonti ufficiali, dicono che è scritto nero su bianco nelle microscopiche righe del contratto che abbiamo firmato prima di nascere qui… Mannaggia!

Ma se il prezzo per aver ritrovato la serenità (felicità?) è quello di aver aspettato cinquant'anni, ben venga.

C'è gente che la cerca per tutta la vita.

Basta alla fine trovare qualcosa che valga il prezzo del biglietto che abbiamo pagato per essere qui...

Ma forse il tuo protagonista qualcosa sa di tutto questo meccanismo: e infatti mi lascia un buon sapore dentro il modo in cui finisce il tuo racconto.

Tutto va come deve andare...

 

Niente da dire, @Cerusico ,

veramente un bel racconto.

Un Gran Bel Racconto!

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Ciao, @queffe. :)

 

Sono molto contento della tua lettura, hai colto il disincanto che il personaggio usa per raccontarsi, travestito a tratti da una indole sognante ma che, nelle mie intenzioni, doveva rimanere sempre ben ancorato alla perdita progressiva di possibilità.

 

Sulla tua considerazione sul whisky: hai pienamente ragione, tant'è vero che già la mattina dopo aver postato il racconto, rileggendolo, ho eliminato quel dettaglio. Lì filtra nel testo un vezzo dell'autore, che proprio ci tiene a mettere un tocco di sé :D ma era doppiamente inadatto: sia a caratterizzare il personaggio, come hai notato, sia come dettaglio narrante, superfluo e distraente.

 

Ti ringrazio per aver scelto il racconto per la tua settimana, e per il commento utile e lusinghiero.

 

 

Il 20/7/2019 alle 20:20, caipiroska ha scritto:

C'è gente che la cerca per tutta la vita.

Basta alla fine trovare qualcosa che valga il prezzo del biglietto che abbiamo pagato per essere qui...

 

Forse è proprio quella la cosa difficile, e talvolta demotivante: non trovare, o nemmeno capire, cosa ci sia a valere il prezzo. Ma sono convinto che ci sia, e che pazienza e fedeltà a un ideale possano venire ripagati, prima o poi.

 

Grazie mille!

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Caspita @Cerusico

 

ma che piccolo capolavoro hai creato.

E' stupendo, un piccolo romanzo o un breve film contenuto in un racconto.

La ricchezza e allo stesso tempo l'essenzialità con cui narri molto, con dovizia di particolari, ma in equilibrio e una economia di parole che possiedono solo i grandi narratori.

E infine una conclussione che volge al positivo, un happy end a cui abbiamo perso l'abitudine, ma dimostri che è possibile ne esistano ancora.

Questo pezzo per la sua completezza avrei potuto leggerlo nei migliori autori (anche classici) che ho letto nella mia vita.

Un'ividia feroce e tutta l'ammirazione per tanta maestria.

 

Smettila per favore di scrivere così bene che fai crollare l'autostima di tutti gli aspirati scribacchini negletti come me.

 

Un saluto e un ringarziamento.

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@Nightafter, ti ringrazio davvero tanto per le parole spese, per quanto mi mettano un po' in imbarazzo. :D La verità è che ci si prova, si fallisce (spesso) e qualche volta si riesce un pochino meglio, ma la strada è parecchio lunga, e sento di doverne percorrere ancora a non finire. Tuttavia, parole di apprezzamento come le tue mi confortano, perché penso che quando le cose funzionano meglio arriva qualcosa al lettore e di questo sono felice.

 

Grazie anche a te, @Edu. :) 

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