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Ton

[FdI 2019-1] Amore e Psiche

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commento

Cominciamo da un fatto certo: Suzanne mi aveva lasciato. Mi aveva lasciato lei, con una decisione delle sue; netta e inoppugnabile. Era successo poco dopo che ci eravamo trasferiti nel pied-à-terre al 75esimo in Rue de Vaugirard, un cantuccio di neanche una cinquantina di metri quadri con tende di organza e un grand lit in noce laccato bianco al centro, che avrebbe dovuto fare da porto nella tempesta della nostra relazione. L’avevamo acquistato un giorno che le nuvole se n’erano andate chissà dove, pagandolo con dieci anni di notti una sopra l’altra; lei a barcamenarsi tra i piatti sporchi di un bistrot e io ad insanguinarmi gli occhi su “Le Figaro” o il “France Dimanche” nella guardiola di una fabbrica petrolchimica a Levallois-Perret. Durante il giorno io dormivo e lei frequentava un circolo letterario a Montmartre e faceva altre cose che non so. Non avevamo poi molto in comune, ma eravamo stati travolti da una di quelle passioni che ti strappano i piedi dalla terra solida e ti sballottolano in aria finché gli pare, come un tornado, e poi all’improvviso ti rimettono giù e ognuno per la sua strada. Suzanne non aveva fatto in tempo a rimettere i piedi a terra ché un altro tornado se l’era presa, all’angolo tra il Tardieu e piazza Louise-Michel. Una sera prima di uscire aveva messo le mie mani nelle sue: la pelle bianca come porcellana dei piatti che lavava, morbide come appena insaponate. Mi aveva guardato negli occhi e detto che se ne andava, che era innamorata di un altro, un poeta o chessò io, che io ero un automa, che nulla mi scalfiva, che ero privo d’immaginazione, di sentimenti, che sembravo già morto da un pezzo e lei invece era ancora viva e immaginava e sentiva e aveva bisogno delle favole. Aveva bisogno di poesia. Aveva chiuso la porta dietro di sé e in quel momento il tornado aveva smesso di girare anche per me, ma io non ne avevo un altro pronto a raccogliermi e la caduta era stata rovinosa. Non mi ero mosso di un millimetro ma ero carambolato per tutta la stanza. Non avevo detto una sola parola, respiravo a malapena, ma avevo gridato come un uomo intrappolato in una casa in fiamme. Il mio corpo era ancora integro, eppure mi sentivo sparso in mille frammenti sul grand lit.

 

Grazie a Dio c’era il negozio di liquori all’angolo. Neanche una settimana dopo Suzanne si era trasferita da un’amica che faceva la parrucchiera a Pigalle, ed io mi cullavo su un’onda d’alcol che mi stava portando alla deriva. Ormai bevevo fuori e dentro ai pasti, mischiando il whisky ai cereali la mattina e preferendo l’acquavite all’acqua minerale. Una volta barcollai fino a Pigalle passando davanti le panchine sul boulevard de Clichy, nei pressi del Moulin Rouge. Erano le sei del mattino e i clochard dormivano su lamiere di cartone fradicio. Cercai la casa di Claire, l’amica di Suzanne, ma solo una volta arrivato mi resi conto che io Claire non l’avevo neanche mai vista. Non avevo idea di dove abitasse e la testa mi suggerì quello che suggeriscono le teste quando hanno più cognac che sangue in circolo: raccolsi da terra un quotidiano slabbrato e mi stesi su una panchina. Mi addormentai di colpo. Non so per certo quanto tempo passò, ma poi una mano venne a scuotermi e, aperti gli occhi, vidi due cose: il sole ormai alto sopra il mulino, e la faccia di Kevin. Abitava nell’appartamento confinante a quello che avevamo acquistato io e Suzanne e faceva il diacono al Saint-Jaques du Haut Pas.

«Che ci fai ridotto così?»

«Non sono cavoli tuoi» risposi. Non volevo essere scortese, quelle poche volte che l’avevo incrociato mi era sembrato un tipo gentile e posato. Le meningi però urlavano.

«Dovresti reagire, mon ami». Gentile e posato, ma non tanto originale.

«Sì, grazie. Adesso lo faccio eh.»

«Perché non facciamo due passi? Dai, vieni». Mi aiutò ad alzarmi e il mondo tornò in orizzontale. «Ho saputo di Suzanne, mi dispiace» disse.

«Sì, beh. Doveva andare così.» Non avevo per niente voglia di parlargli di Suzanne.

«Io non giudico, ma credo ti farebbe bene staccare la spina e andare via, per un po’.»

«Giusto» dissi «potrei farmi un bel puttan-tour, per riprendermi.» Per la prima volta mi guardò impietosito, non rispose. Cominciai a pensare che forse Suzanne non aveva poi tutti i torti su di me.

«Secondo te dove dovrei andare?»

«La settimana prossima organizziamo un viaggio coi fedeli per andare a vedere la Santa Sindone, a Torino. Ti aiuterebbe a cambiare aria.»

«Italia, eh? La Francia cominciava giusto a puzzarmi.»

 

Costruita sulle spalle di tre basiliche, con un monolite in pietra di Bussoleno che cantava la voce del Signore sulla testa della città, la cattedrale di Torino mi colpì per un particolare che condividevamo in quel periodo: era incompleta. Come me, la cattedrale si era fermata sul più bello, lasciando ad altri il compito di portare a termine i lavori con la fantasia. Quando entrai, presi per la prima volta coscienza dell’immortale. Di ciò che si prova al cospetto di un qualcosa che sembra essere sempre esistita, e con i suoi odori polverosi ti dice che, lei, esisterà per sempre. Sul fondo della navata centrale, tra l’abside e il coro, un'imponente struttura in marmo nero sembrava significare che, pur nell’immortalità, cala il buio. Rallentai il passo per godere di quella camminata nell’infinito, già consapevole della fine che la cattedrale mi mostrava. Sentivo i sussurri riecheggiare bassi tra le gambe della gente intenta a pregare. Al lato del fonte battesimale, un sussurro più intenso degli altri mi attirò come le sirene di Ulisse. Continuai a camminare senza fermarmi, come se stessi seguendo lo stesso percorso, già previsto. Dall’immortalità al mistero di un confessionale. La tenda di raso rossa era annodata al lato della cuccetta riservata al prete, mostrandone l’assenza, mentre quella riservata ai peccatori era tesa a celarne l’identità. Mi avvicinai come ipnotizzato, cercando di ovattare i passi sui mosaici di marmo. Sentii dei singhiozzi spasmodici trattenuti a stento tra i denti, un respiro sibilato.

«Amore mio». Una voce di donna.

«Amore, perché? Eravamo uno, tu e io… me l’avevi giurato… come Cristo… amore mio… come il fuoco che non brucia... »

All’inizio credetti che stesse pregando, ma poi mi sembrò quasi ascoltare un ritmo, una melodia. Come una poesia. Sta recitando una poesia? Da sola nel confessionale? Non sapevo bene perché, forse per la situazione, forse per il modo in cui quei versi mi arrivavano. Andarono dritti oltre il mio dolore, sovrapponendosi, stringendolo in un abbraccio. Dolore nel dolore, che cancellava il mio e mi restituiva, per la prima volta, alla mia vita.

 

Tornato a Parigi, ricominciai a prendere sembianze umane. Con gli anni, tollerai anche la presenza di Suzanne e del suo nuovo compagno, Jacques, nelle serate con gli amici. Lui era un poeta. Un poeta vero, insomma. Pubblicato. Addirittura pare che ci mangiasse, con quello che scriveva, anche se sono convinto che entrambi si sfamassero più con l’assegno che passavo a lei ogni mese. Ma non m’importava più, avevo fatto pace con quel periodo della mia vita. Una sera ci ritrovammo come sempre negli ultimi mesi, il Giovedì, al circolo letterario a Montmartre. Jacques avrebbe letto la sua ultima raccolte di poesie, scritte nel periodo che chiamava “periodo oronero”. Mi sedetti vicino a Suzanne, appena prima che Jacques iniziasse a declamare:

 

Come Amore

Come Psiche

Come di due, uno

Come fuoco che non brucia

Come nebbia che non copre

Come acqua che non disseta

Amore mio

Come una promessa

Come una bugia

Come il fiume

Come le arance dalla Cina

Come Cristo

Come un marinaio

Amore mio

Come l’infinito

Come un addio.

 

Mi persi nelle parole. Dopo anni, finalmente riascoltavo la poesia di quella donna. O era di Jacques? No. Non era di Jacques. Forse non era neanche di quella donna. Forse entrambi l’avevano rubata a qualcun’altro, o a qualcos’altro. Qualcosa di più grande di noi.

Suzanne mi sfiorò il gomito.

«Tutto bene? Sembravi assente. Dov’eri?»

«In una chiesa, tanti anni fa.»

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1 ora fa, Ton ha detto:

la pelle bianca come porcellana dei piatti che lavava

Come la porcellana...

 

1 ora fa, Ton ha detto:

su lamiere di cartone fradicio

Lamiere di cartone? Sarà una tua licenza letteraria.:D

Un bel racconto scritto molto bene, a volte per uscire dal tunnel basta che ci sfiori qualcosa, o che qualcuno ci tenda una mano. Hai saputo descrivere il lutto per un amore e la rinascita a se stessi. Anche se il punto del confessionale, ammetto, non mi ha convinta al 100%, forse perché ho trovato blando il motivo,  la donna che sussurra la poesia, o la poesia solo accennata, anche se, dovendola risentire dopo, è stata la scelta corretta. In sintesi: Piaciuto.

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@Adelaide J. Pellitteri Grazie per essere passata :P dovendo scrivere il racconto attorno a una poesia, mi sono preso delle licenze poetiche :asd:

 

Contento che ti sia piaciuto comunque :rosa:

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Piaciuta @Ton , bravo! :)

 

Complimenti per l'originalità della trovata del primo ascolto della poesia, e poi per l'inserimento di un evento letterario da WD per la lettura successiva. Ahah.

Per i versi, te la sei cavata con l'enfasi del reiterato ripetere, ma va bene lo stesso. Testo ben costruito per sintassi e stile, ok l'elaborazione della perdita dell'amore come lutto da elaborare.

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@Ton

 

Dai, ti commento questo, intanto.

 

Ben scritto... si parlava altrove di stile letterario... ecco il tuo racconto, secondo me, ne è un ottimo esempio. Un racconto ben incorniciato, fra uno stile classico e moderno. Ugualmente ben alternata la dose di "cultura" (costruzioni delle frasi e descrizioni realistico-ambientali) e la dose di "modernità" (uno stile più a flusso di coscienza che ci porta a seguire i travagli interiori del protagonista).

 

I miei complimenti, davvero!

 

Poche semplici annotazioni personali...

 

4 ore fa, Ton ha detto:

Durante il giorno io dormivo e lei frequentava un circolo letterario a Montmartre e faceva altre cose che non so.

- Qui, diminuirei una "e", quella di mezzo, magari con virgola o "mentre": "io dormivo, mentre (invece) lei frequentava...".

- Ti ho segnato il verbo "fare", perché più avanti nel racconto lo usi un po'... ogni tanto potresti variarlo...

 

4 ore fa, Ton ha detto:

Non avevamo poi molto in comune, ma eravamo stati travolti da una di quelle passioni che ti strappano i piedi dalla terra solida e ti sballottolano in aria finché gli pare, come un tornado, e poi all’improvviso ti rimettono giù e ognuno per la sua strada.

Anche qui, secondo me si potrebbe ridurre una "e", ma dopo ancora ho visto che ne metti diverse e potrebbe starci con lo stile a "flusso di coscienza".

Bella, in sé, la metafora del tornado.

 

Bello che usi metafore e similitudini introdotte anche da "come"... oggi paiono passate sempre più di moda... a me piacciono molto.

 

4 ore fa, Ton ha detto:

 la pelle bianca come porcellana dei piatti che lavava, morbide come appena insaponate.

Qui, però, un "come" lo varierei per non ripetere. Ad esempio: "morbide quasi le avesse appena insaponate".

 

4 ore fa, Ton ha detto:

Non avevo detto una sola parola, respiravo a malapena, ma avevo gridato come un uomo intrappolato in una casa in fiamme.

L'immagine mi è piaciuta, anche se ti faccio notare una cosa che mi hanno da poco fatto notare anche a me: tecnicamente pare un controsenso, o meglio una affermazione che nega l'altra: se non dice una parola, non potrebbe "gridare"... forse aggiungerei "ma avevo gridato dentro di me come un uomo...".

O forse ho capito male io e il senso è proprio che non dice una parola di senso compiuto, ma emette solo un grido?

 

4 ore fa, Ton ha detto:

«Sì, grazie. Adesso lo faccio (virgola) eh.»

Ci metterei una virgola, prima del vocativo "eh".

E varierei almeno uno dei due "fare":

4 ore fa, Ton ha detto:

lo faccio eh.»

«Perché non facciamo due passi? Dai, vieni

 

4 ore fa, Ton ha detto:

Di ciò che si prova al cospetto di un qualcosa che sembra essere sempre esistita, e con i suoi odori polverosi ti dice che, lei, esisterà per sempre.

L'inciso per "lei" è più che voluto, per soffermarsi, eppure secondo me spezza molto la frase che scorrerebbe molto meglio senza. L'ideale (anche se io non lo uso praticamente mai) sarebbe forse un bel corsivo.

 

4 ore fa, Ton ha detto:

nero sembrava significare che, pur nell’immortalità, 

"Sembrava significare" non mi ha fatto impazzire, sia perché un po' si allittera, sia perché - secondo me - l'accostamento del "sembrare" stona un po' con il "significare" che solitamente è invece qualcosa di "sicuro" (un significato).

 

4 ore fa, Ton ha detto:

nell’infinito, già consapevole della fine che la cattedrale mi mostrava.

Qui mi sei piaciuto nell'immagine (dall'inizio della frase non quotata), eppure questa "fine" fa un po' a pugni con "infinito", sia perché un po' ripete parte del termine, sia perché appunto esprime il concetto opposto.

 

4 ore fa, Ton ha detto:

annodata al lato della cuccetta riservata al prete, mostrandone l’assenza, mentre quella riservata ai peccatori era tesa a celarne l’identità. 

Qui varierei "riservata"... ad esempio "quella destinata".

 

4 ore fa, Ton ha detto:

Come Amore

Come Psiche

Come di due, uno

Come fuoco che non brucia

Come nebbia che non copre

Come acqua che non disseta

Amore mio

Come una promessa

Come una bugia

Come il fiume

Come le arance dalla Cina

Come Cristo

Come un marinaio

Amore mio

Come l’infinito

Come un addio.

 

(Certo che se a lui pubblicano "ste cose" e ci campa pure...! xD) Scherzo, non sono riuscito a trattenermi, perdonami!

 

Per la poesia, seriamente forse direi... troppi "come"... 

 

Il finale mi è assai piaciuto: buono anche tutto il ritorno di trama, del personaggio del poeta e delle sue poesia che si lega all'altra donna (forse una sua ex?)... mi fa venire in mente la riflessione che per ogni cuore che s'incontra, ce ne è un altro che si spezza...

 

Vabbeh... seriamente: complimenti!

Vado ad ascoltarmi Suzanne, ma la versione di Cohen o di De André?

 

Ciao!

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@Poeta Zaza già il fatto che tu, una poetessa per davvero, non mi abbia sputato in faccia, la considero una vittoria :D grazie!

 

@AndC ennò! S'era detto mazzate, così mi confondi :asd: il discorso della poesia/pubblicazione in realtà è voluto: sono cosciente che fa pena, quindi mi divertiva far passare questo schifo come un qualcosa di serio all'interno del racconto. Un po' anche per prendere in giro un certo tipo d'ambiente elitario/finto impegnato alla "maglioncino nero a girocollo e sigaretta" non so se rendo l'idea :asd:

 

Grazie soprattutto per il "letterario" :) era il mio obiettivo dopo i tanti appunti ricevuti per una scrittura troppo "cinematografica". Sono contento che sembra essermi riuscito. Sicuramente se avessi avuto il tempo, la voglia, la conoscenza necessaria o una sola delle tre, avrei modificato tutti i punti che mi hai indicato, perché sono assolutamente d'accordo con te.

 

Non chiedermi di scegliere, ascoltale entrambe :D 

 

Edit: ah, dimenticavo! Anche il controsenso di "urla ma sta zitto, carambola ma sta fermo" è voluto. Volevo appunto mostrare il contrasto forte, per descrivere quello stato d'animo in cui a volte ci si ritrova in stato di shock: dentro è esplosa una bomba e tutto si muove, ma all'esterno si è immobili come una statua di sale. Forse non m'è riuscito come volevo :P 

Modificato da Ton

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@Ton bel racconto, finora il mio preferito dei tre che ho letto dei tuoi. Non mi dilungo sullo stile perché tanto lo sai che sei bravo e te l'ho già detto altre volte (nonostante, per mio gusto personale, non amo molto certi parallelismi/frasi costruite che fai, li trovo un po' forzati). Soprattutto nella seconda metà li ho percepiti forzati, dalla parte della chiesa in poi (per esempio la chiesa incompleta come il protagonista), mentre la prima l'ho trovata tutta ispiratissima. Ho gradito anche la poesia (nonostante io non ci capisco nulla, quindi non so quanto il mio parare possa importare). Comunque mi è piaciuto, alla prossima. ( :

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Ciao @Ton,

Il tuo racconto mi è piaciuto davvero tanto, il finale mi ha sorpresa e lo stile mi ha davvero appagata. 

 

Non so se il messaggio che volevi mandare era il seguente, ma io ci ho percepito questo e te lo scrivo. 

L'amore e la perdita dell'amore sono sentimenti universali, tanto che in ogni parte del mondo e in ogni tempo, chiunque provi quel senso di svuotamento, te lo racconta più o meno nello stesso modo. 

 

Piccolo aneddoto personale: molti anni fa sono stata per una manciata di giorni a Torino, e sono andata a vedere la Sindone (ma non si dice Sacra Sindone? Tu hai scritto "santa", ma come fa un oggetto ad essere santo? Semmai sacro ;). Però potrei sbagliarmi, non sono molto pratica di religione). Nella cattedrale ho avuto delle sensazioni molto simili a quelle che descrivi tu, soprattutto tutto quella sensazione di trovarsi di fronte a "qualcosa che è sempre esistito". 

 

Talia 

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@Rhomer gracias cumpà :P per "altri tre" intendi quelli del MI? Mi interesserebbe sapere quali passaggi hai trovato "costruiti", se ne hai tempo e ti va, soprattutto perché scrivo di getto. Non per giustificarmi eh! Ma magari potrei rendere più fluido/naturale qualche passaggio che nella mia testa nasce troppo macchinoso :) comunque mi fa davvero piacere che ti sia piaciuto. Ho provato a semplificare la trama e i significanti puntando a una maggiore comprensione visto che spesso mi hanno criticato il cripticismo :asd:

 

@Talia direi che hai colto nel segno :) in fondo, le storie universali sono quelle che ci accomunano tutti. Si, ognuno ha sofferto per amore, e nella vita ognuno ha preso una strada diversa, ha cambiato vita, a volte solo per un episodio fortuito. Ognuno a modo suo ovviamente :) ma l'idea era quella. Non so, sarà che accostandomi alla poesia, e non capendone nulla, sono dovuto andare sul classico :asd:

 

Si può dire Sacra o Santa sindone, in realtà sul sito ufficiale dicono Santa. Ti ringrazio per il discorso di Torino, in cui io a dire la verità non sono mai stato :D ma a me quell'effetto lo fanno più o meno tutte le chiese quindi anche li ho pensato potesse essere qualcosa di "universale" o comunque di molto comune.

 

Grazie mille :rosa:

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4 ore fa, Ton ha detto:

per "altri tre" intendi quelli del MI?

Sì, sì, proprio quelli

 

4 ore fa, Ton ha detto:

Mi interesserebbe sapere quali passaggi hai trovato "costruiti"

Ma guarda, @Ton giusto alcune frasi nella seconda metà del racconto che, come ti dicevo prima, non incontrano il mio gusto personalissimo, dunque non credo ti serva davvero il mio feedback preciso in questione. Sono stili in fin dei conti, e io non sono un grande fan di certe frasi costruite (o meglio, mi piacciono dosate e non forzate). Te ne cito una va:

 

Il 21/6/2019 alle 13:50, Ton ha detto:

Come me, la cattedrale si era fermata sul più bello, lasciando ad altri il compito di portare a termine i lavori con la fantasia

Ecco, frasi di questo genere. Non te le ho citate prima proprio perché non le ritengo brutte di per sé, ma solo "forzate" (che poi, 'sto termine che caspita vuol dire ti chiederai, e io ti darei una spiegazione inutile, quindi a maggior ragione). E' il mio gusto personale, puoi anche fregartene altamente ( :

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@Rhomer grazie mille :) qui ognuno dice "solo" il proprio parere, e menomale! Un altro punto di vista serve sempre ;) sennò non si cresce.

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Il 21/6/2019 alle 13:50, Ton ha detto:

commento

Cominciamo da un fatto certo: Suzanne mi aveva lasciato. Mi aveva lasciato lei, con una decisione delle sue; netta e inoppugnabile. Era successo poco dopo che ci eravamo trasferiti nel pied-à-terre al 75esimo in Rue de Vaugirard, un cantuccio di neanche una cinquantina di metri quadri con tende di organza e un grand lit in noce laccato bianco al centro, che avrebbe dovuto fare da porto nella tempesta della nostra relazione. L’avevamo acquistato un giorno che le nuvole se n’erano andate chissà dove, pagandolo con dieci anni di notti una sopra l’altra; lei a barcamenarsi tra i piatti sporchi di un bistrot e io ad insanguinarmi gli occhi su “Le Figaro” o il “France Dimanche” nella guardiola di una fabbrica petrolchimica a Levallois-Perret. Durante il giorno io dormivo e lei frequentava un circolo letterario a Montmartre e faceva altre cose che non so. Non avevamo poi molto in comune, ma eravamo stati travolti da una di quelle passioni che ti strappano i piedi dalla terra solida e ti sballottolano in aria finché gli pare, come un tornado, e poi all’improvviso ti rimettono giù e ognuno per la sua strada. Suzanne non aveva fatto in tempo a rimettere i piedi a terra ché un altro tornado se l’era presa, all’angolo tra il Tardieu e piazza Louise-Michel. Una sera prima di uscire aveva messo le mie mani nelle sue: la pelle bianca come porcellana dei piatti che lavava, morbide come appena insaponate. Mi aveva guardato negli occhi e detto che se ne andava, che era innamorata di un altro, un poeta o chessò io, che io ero un automa, che nulla mi scalfiva, che ero privo d’immaginazione, di sentimenti, che sembravo già morto da un pezzo e lei invece era ancora viva e immaginava e sentiva e aveva bisogno delle favole. Aveva bisogno di poesia. Aveva chiuso la porta dietro di sé e in quel momento il tornado aveva smesso di girare anche per me, ma io non ne avevo un altro pronto a raccogliermi e la caduta era stata rovinosa. Non mi ero mosso di un millimetro ma ero carambolato per tutta la stanza. Non avevo detto una sola parola, respiravo a malapena, ma avevo gridato come un uomo intrappolato in una casa in fiamme. Il mio corpo era ancora integro, eppure mi sentivo sparso in mille frammenti sul grand lit.

 

Grazie a Dio c’era il negozio di liquori all’angolo. Neanche una settimana dopo Suzanne si era trasferita da un’amica che faceva la parrucchiera a Pigalle, ed io mi cullavo su un’onda d’alcol che mi stava portando alla deriva. Ormai bevevo fuori e dentro ai pasti, mischiando il whisky ai cereali la mattina e preferendo l’acquavite all’acqua minerale. Una volta barcollai fino a Pigalle passando davanti le panchine sul boulevard de Clichy, nei pressi del Moulin Rouge. Erano le sei del mattino e i clochard dormivano su lamiere di cartone fradicio. Cercai la casa di Claire, l’amica di Suzanne, ma solo una volta arrivato mi resi conto che io Claire non l’avevo neanche mai vista. Non avevo idea di dove abitasse e la testa mi suggerì quello che suggeriscono le teste quando hanno più cognac che sangue in circolo: raccolsi da terra un quotidiano slabbrato e mi stesi su una panchina. Mi addormentai di colpo. Non so per certo quanto tempo passò, ma poi una mano venne a scuotermi e, aperti gli occhi, vidi due cose: il sole ormai alto sopra il mulino, e la faccia di Kevin. Abitava nell’appartamento confinante a quello che avevamo acquistato io e Suzanne e faceva il diacono al Saint-Jaques du Haut Pas.

«Che ci fai ridotto così?»

«Non sono cavoli tuoi» risposi. Non volevo essere scortese, quelle poche volte che l’avevo incrociato mi era sembrato un tipo gentile e posato. Le meningi però urlavano.

«Dovresti reagire, mon ami». Gentile e posato, ma non tanto originale.

«Sì, grazie. Adesso lo faccio eh.»

«Perché non facciamo due passi? Dai, vieni». Mi aiutò ad alzarmi e il mondo tornò in orizzontale. «Ho saputo di Suzanne, mi dispiace» disse.

«Sì, beh. Doveva andare così.» Non avevo per niente voglia di parlargli di Suzanne.

«Io non giudico, ma credo ti farebbe bene staccare la spina e andare via, per un po’.»

«Giusto» dissi «potrei farmi un bel puttan-tour, per riprendermi.» Per la prima volta mi guardò impietosito, non rispose. Cominciai a pensare che forse Suzanne non aveva poi tutti i torti su di me.

«Secondo te dove dovrei andare?»

«La settimana prossima organizziamo un viaggio coi fedeli per andare a vedere la Santa Sindone, a Torino. Ti aiuterebbe a cambiare aria.»

«Italia, eh? La Francia cominciava giusto a puzzarmi.»

 

Costruita sulle spalle di tre basiliche, con un monolite in pietra di Bussoleno che cantava la voce del Signore sulla testa della città, la cattedrale di Torino mi colpì per un particolare che condividevamo in quel periodo: era incompleta. Come me, la cattedrale si era fermata sul più bello, lasciando ad altri il compito di portare a termine i lavori con la fantasia. Quando entrai, presi per la prima volta coscienza dell’immortale. Di ciò che si prova al cospetto di un qualcosa che sembra essere sempre esistita, e con i suoi odori polverosi ti dice che, lei, esisterà per sempre. Sul fondo della navata centrale, tra l’abside e il coro, un'imponente struttura in marmo nero sembrava significare che, pur nell’immortalità, cala il buio. Rallentai il passo per godere di quella camminata nell’infinito, già consapevole della fine che la cattedrale mi mostrava. Sentivo i sussurri riecheggiare bassi tra le gambe della gente intenta a pregare. Al lato del fonte battesimale, un sussurro più intenso degli altri mi attirò come le sirene di Ulisse. Continuai a camminare senza fermarmi, come se stessi seguendo lo stesso percorso, già previsto. Dall’immortalità al mistero di un confessionale. La tenda di raso rossa era annodata al lato della cuccetta riservata al prete, mostrandone l’assenza, mentre quella riservata ai peccatori era tesa a celarne l’identità. Mi avvicinai come ipnotizzato, cercando di ovattare i passi sui mosaici di marmo. Sentii dei singhiozzi spasmodici trattenuti a stento tra i denti, un respiro sibilato.

«Amore mio». Una voce di donna.

«Amore, perché? Eravamo uno, tu e io… me l’avevi giurato… come Cristo… amore mio… come il fuoco che non brucia... »

All’inizio credetti che stesse pregando, ma poi mi sembrò quasi ascoltare un ritmo, una melodia. Come una poesia. Sta recitando una poesia? Da sola nel confessionale? Non sapevo bene perché, forse per la situazione, forse per il modo in cui quei versi mi arrivavano. Andarono dritti oltre il mio dolore, sovrapponendosi, stringendolo in un abbraccio. Dolore nel dolore, che cancellava il mio e mi restituiva, per la prima volta, alla mia vita.

 

Tornato a Parigi, ricominciai a prendere sembianze umane. Con gli anni, tollerai anche la presenza di Suzanne e del suo nuovo compagno, Jacques, nelle serate con gli amici. Lui era un poeta. Un poeta vero, insomma. Pubblicato. Addirittura pare che ci mangiasse, con quello che scriveva, anche se sono convinto che entrambi si sfamassero più con l’assegno che passavo a lei ogni mese. Ma non m’importava più, avevo fatto pace con quel periodo della mia vita. Una sera ci ritrovammo come sempre negli ultimi mesi, il Giovedì, al circolo letterario a Montmartre. Jacques avrebbe letto la sua ultima raccolte di poesie, scritte nel periodo che chiamava “periodo oronero”. Mi sedetti vicino a Suzanne, appena prima che Jacques iniziasse a declamare:

 

Come Amore

Come Psiche

Come di due, uno

Come fuoco che non brucia

Come nebbia che non copre

Come acqua che non disseta

Amore mio

Come una promessa

Come una bugia

Come il fiume

Come le arance dalla Cina

Come Cristo

Come un marinaio

Amore mio

Come l’infinito

Come un addio.

 

Mi persi nelle parole. Dopo anni, finalmente riascoltavo la poesia di quella donna. O era di Jacques? No. Non era di Jacques. Forse non era neanche di quella donna. Forse entrambi l’avevano rubata a qualcun’altro, o a qualcos’altro. Qualcosa di più grande di noi.

Suzanne mi sfiorò il gomito.

«Tutto bene? Sembravi assente. Dov’eri?»

«In una chiesa, tanti anni fa.»

Caro @Tonl'immagine di Corto Maltese ti va a pennello, il tuo racconto ha fatto scorrere nella mente tutte le delusioni subite nel corso della mia vita. La ferita più sanguinante me l'ha causata proprio lei "Marì" (nome di comodo)la passione mi rese cieco e stavo per punire severamente  l'artefice della fine della nostra relazione e chi era costui? Il cognato che dai soli miei tratti somatici architettò  una calunnia contro di me definendomi un fannullone, delinquente pericoloso ecc...ecc...se vuoi saperne di più nella sezione racconti ho posto questa storia il titolo è "Marì" Ma torniamo al tuo attraente racconto, lo trovo fluido molto comprensivo e se lo è a me stai pur sicuro che  chi se ne intende lo definirà sublime. Di errori non ne ho visti e come potrei accorgermi considerando la mia situazione. Ti auguro una  buona settimana e tanta fortuna

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Ciao @Ton, come promesso, trovo il tempo per leggerti e commentarti. Comincio subito con il dire che sì, abbiamo due stili molto diversi. Rispetto alle mie, le tue frasi si allungano e prendono il tempo che meritano, dilatandosi. Hai una prosa molto più descrittiva e densa.

Vado ora sul racconto. Premetto che non sono un grande fan della Francia: adoro il loro cinema e i loro formaggi, ma penso che non ambienterei mai un racconto o un libro in quel paese in primo luogo perché non l’ho mai “vissuto”; in secondo luogo, per il motivo di cui sopra. Questo mio limite, lo ammetto, non mi ha fatto immergere subito nella narrazione. Però lo leggo, e mi colpisce con una frase:

Il 21/6/2019 alle 13:50, Ton ha detto:

Come me, la cattedrale si era fermata sul più bello,

Ho vissuto per un paio di anni a Torino, durante l’università, e conosco bene quella chiesa. È stato questo paragone ad avermi catturato e ad avermi fatto proseguire con il resto del racconto, che infatti non mi delude e continua nominando il marmo nero, quello che colpisce tutti, in quella chiesa. Dal ritorno a Parigi fino alla fine, la narrazione mi pare un po’ più accelerata. Da un lato, ho pensato, perché non rimaneva molto altro da dire: il protagonista ha superato le difficoltà legate a quel periodo della sua vita e questo è quel che ne rimane; dall’altro, in quest’ultima parte c’è la poesia a fare da contrappeso e da fungere da madeleine proustiana (per restare in tema Francia ;)) e a riportarci indietro a qualche paragrafo fa. L’equilibrio del testo viene dunque bilanciato dalla lirica.

Il racconto mi è piaciuto, tempi ben scanditi (nonostante la riflessione sull’ultima parte) e protagonisti credibili e veritieri (ahimè, purtroppo donne fin troppo reali xD)

Questo racconto mi serve anche per riflettere sul discorso che facevamo sulla prima persona, dato che anche tu, qui, l’hai usata. Non so se tra queste parole ci sia del tuo vissuto, ma sembrerebbe di sì, almeno in parte. Se no, sei stato bravo a staccarti e a immedesimarti nella pelle di qualcun altro e a parlare per lui.

P.S. Adesso sto lasciando a “decantare” un racconto che ho finito di scrivere da poco, sempre in prima persona. Tra una settimana, quando lo andrò a riprendere, vedrò quanto sia riuscito a staccarmi, tenendo conto di quello che mi avevi fatto notare.

 

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Il 21/6/2019 alle 13:50, Ton ha detto:

commento

Cominciamo da un fatto certo: Suzanne mi aveva lasciato. Mi aveva lasciato lei, con una decisione delle sue;(il punto e virgola è desueto, meglio un punto qui) netta e inoppugnabile. (Vai a capo, che fai il muro di parole e non è bello) Era successo poco dopo che ci eravamo trasferiti nel pied-à-terre al 75esimo in Rue de Vaugirard, un cantuccio di neanche una cinquantina di metri quadri con tende di organza e un grand lit in noce laccato bianco al centro, che avrebbe dovuto fare da porto nella tempesta della nostra relazione. (A capo) L’avevamo acquistato un giorno che le nuvole se n’erano andate chissà dove, pagandolo con dieci anni di notti una sopra l’altra (metti una virgola qui); lei a barcamenarsi tra i piatti sporchi di un bistrot e(virgola) io ad (D euforica, via) insanguinarmi gli occhi su “Le Figaro” o il “France Dimanche” nella guardiola di una fabbrica petrolchimica a Levallois-Perret. Durante il giorno io dormivo e lei frequentava un circolo letterario a Montmartre e faceva altre cose che non so. (a capo) Non avevamo poi molto in comune, ma eravamo stati travolti da una di quelle passioni che ti strappano i piedi dalla terra solida e ti sballottolano in aria finché gli pare, come un tornado, e poi all’improvviso ti rimettono giù e ognuno per la sua strada. (a capo) Suzanne non aveva fatto in tempo a rimettere i piedi a terra ché un altro tornado se l’era presa, all’angolo tra il Tardieu e piazza Louise-Michel. Una sera prima di uscire aveva messo le mie mani nelle sue: la pelle bianca come (la) porcellana dei piatti che lavava, morbide come appena insaponate. Mi aveva guardato negli occhi e detto che se ne andava, che era innamorata di un altro, un poeta o chessò io, che io ero un automa, che nulla mi scalfiva, che ero privo d’immaginazione, di sentimenti, che sembravo già morto da un pezzo e lei invece era ancora viva e immaginava e sentiva e aveva bisogno delle favole. (a capo) Aveva bisogno di poesia. Aveva chiuso la porta dietro di sé e in quel momento il tornado aveva smesso di girare anche per me, ma io non ne avevo un altro pronto a raccogliermi e la caduta era stata rovinosa. Non mi ero mosso di un millimetro ma ero carambolato per tutta la stanza. Non avevo detto una sola parola, respiravo a malapena, ma avevo gridato come un uomo intrappolato in una casa in fiamme. Il mio corpo era ancora integro, eppure mi sentivo sparso in mille frammenti sul grand lit.

 

Grazie a Dio c’era il negozio di liquori all’angolo. Neanche una settimana dopo Suzanne si era trasferita da un’amica che faceva la parrucchiera a Pigalle, ed io mi cullavo su un’onda d’alcol che mi stava portando alla deriva. Ormai bevevo fuori e dentro ai pasti, mischiando il whisky ai cereali la mattina e preferendo l’acquavite all’acqua minerale. (a capo) Una volta barcollai fino a Pigalle passando davanti le panchine sul boulevard de Clichy, nei pressi del Moulin Rouge. Erano le sei del mattino e i clochard dormivano su lamiere di cartone fradicio. Cercai la casa di Claire, l’amica di Suzanne, ma solo una volta arrivato mi resi conto che io Claire non l’avevo neanche mai vista (di non averla nemmeo vista... troppi "che" in generale, meglio toglierne qualcuno). Non avevo idea di dove abitasse e la testa mi suggerì quello che suggeriscono le teste quando hanno più cognac che sangue in circolo: raccolsi da terra un quotidiano slabbrato e mi stesi su una panchina. Mi addormentai di colpo. Non so per certo quanto tempo passò, ma poi una mano venne a scuotermi e, aperti gli occhi, vidi due cose: il sole ormai alto sopra il mulino, e la faccia di Kevin. Abitava nell’appartamento confinante a quello che avevamo acquistato io e Suzanne e faceva il diacono al Saint-Jaques du Haut Pas.

«Che ci fai ridotto così?»

«Non sono cavoli tuoi» risposi. Non volevo essere scortese, quelle poche volte che l’avevo incrociato mi era sembrato un tipo gentile e posato. Le meningi però urlavano.

«Dovresti reagire, mon ami». Gentile e posato, ma non tanto originale.

«Sì, grazie. Adesso lo faccio eh

«Perché non facciamo due passi? Dai, vieni». Mi aiutò ad alzarmi e il mondo tornò in orizzontale. «Ho saputo di Suzanne, mi dispiace» disse.

«Sì, beh. Doveva andare così.» Non avevo per niente voglia di parlargli di Suzanne.

«Io non giudico, ma credo ti farebbe bene staccare la spina e andare via, per un po’.»

«Giusto» dissi «potrei farmi un bel puttan-tour, per riprendermi.» (a capo) Per la prima volta mi guardò impietosito, non rispose. Cominciai a pensare che forse Suzanne non aveva poi tutti i torti su di me.

«Secondo te dove dovrei andare?»

«La settimana prossima organizziamo un viaggio coi fedeli per andare a vedere la Santa Sindone, a Torino. Ti aiuterebbe a cambiare aria.»

«Italia, eh? La Francia cominciava giusto a puzzarmi.»

 

Costruita sulle spalle di tre basiliche, con un monolite in pietra di Bussoleno che cantava la voce del Signore sulla testa della città, la cattedrale di Torino mi colpì per un particolare che condividevamo in quel periodo: era incompleta. Come me, la cattedrale si era fermata sul più bello, lasciando ad altri il compito di portare a termine i lavori con la fantasia. Quando entrai, presi per la prima volta coscienza dell’immortale.(Una virgola al posto del punto) Di ciò che si prova al cospetto di un qualcosa che sembra essere sempre esistita, e con i suoi odori polverosi ti dice che, lei, esisterà per sempre. Sul fondo della navata centrale, tra l’abside e il coro, un'imponente struttura in marmo nero sembrava significare che, pur nell’immortalità, cala il buio. Rallentai il passo per godere di quella camminata nell’infinito, già consapevole della fine che la cattedrale mi mostrava.

(e vacci a capo) Sentivo i sussurri riecheggiare bassi tra le gambe della gente intenta a pregare. Al lato del fonte battesimale, un sussurro più intenso degli altri mi attirò come le sirene di Ulisse.

 

 

Non ho ben capito il passaggio della chiesa. Lui ascolta un confessionale, gli sembra una poesia, e si riappacifica con il passato amoroso che torna nel presente ben accetto... mh, mi manca qualcosa, o forse sono io a non arrivarci.

In generale vai a capo, usa meno "che".

Stile dignitoso per il genere di racconto proposto.

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@simone volponi grazie per essere passato :) sicuramente aveva bisogno di un editing (di qualsiasi tipo :asd: ).

 

Il passaggio non è proprio così diretto. La "redenzione" non è mostrata, è solo suggerita. Poi c'è uno stacco di un po' di anni... volevo suggerire due cose:

 

- che a volte basta un niente, un secondo, per cambiarci la vita (o la prospettiva), in positivo o in negativo

 

- che quando si soffre, la sofferenza altrui aiuta a mettere a fuoco e a fare un peso specifico alla nostra

 

Non c'è una morale, il tutto è appunto "suggerito" perché continuo nella mia crociata de "un racconto non deve per forza avere un senso unico" :P preferisco che la gente legga e ne tragga una propria idea, una propria morale, e che riempia i buchi a modo proprio... se è un approccio sbagliato non lo so, per ora a me sembra sensato, ma mi rendo conto che è un rischio e che è già stato poco apprezzato in precedenza.

 

:rosa: 

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Mi spiace per il ritardo con cui commento, @Ton, pensa che desidero essere in ferie con ogni fibra del mio corpo. :super:

Non mi soffermo a farti complimenti perché la storia è bella e trascinante ma...

Mi soffermo su quest'ultimo "ma", ho un unico dubbio da condividere con te.

Il "ma" riguarda la narrazione. Mi sembri indeciso tra un flusso di coscienza e/o un racconto spigoloso, parlato e un racconto più classico; dico "indeciso" perché immagino che il cambio di registro e di narrazione possa essere propedeutico alla crescita (la chiamo così) del personaggio, crescita intesa come superamento del proprio istinto e scoperta di qualcosa di meglio. Però è questo il dubbio, mi sembra che resti su questo "limbo" narrativo: nella prima parte sembri troppo pulito per essere ruvido mentre nella seconda sembri troppo ruvido per essere pulito.

Questo limbo - non mi viene un'altra parola - mi dà un senso di distacco del protagonista che invece è direttamente coinvolto e voce narrante. Questo aspetto, inoltre, lo ritrovo anche nel modo di raccontare gli eventi con pochi pensieri, entriamo poco nella sua mente, se non con alcune piccole descrizioni qua e là

Il ‎21‎/‎06‎/‎2019 alle 13:50, Ton ha detto:

Le meningi però urlavano.

come questa per esempio. Manca ogni tanto qualcosa che ci faccia entrare nella sua mente - occhio, non sto dicendo che deve venire fuori una soap - anche poco, qualcosa da vedere nella sua mente. Per es., si risveglia ubriaco fradicio sulla panchina...

Il ‎21‎/‎06‎/‎2019 alle 13:50, Ton ha detto:

Non so per certo quanto tempo passò, ma poi una mano venne a scuotermi e, aperti gli occhi, vidi due cose: il sole ormai alto sopra il mulino, e la faccia di Kevin. Non so nemmeno se fosse lui, ero come uno che aveva preso un pugno nello stomaco dalla vita e si era arreso in quei quattro fogli fradici di cartone.

Trovarmi Kevin davanti è l'ennesimo richiamo a qualcosa che non esiste, la faccia pulita di un mondo che mi fa schifo a cui non importa se ci sono o crepo. La stessa vita che mi stringe le budella e ho solo il tempo di girarmi e vomitare roba che neanche sapevo di avere dentro. [...]

«Dovresti reagire, mon ami».

Ma fottiti tu e quello schifo di etichetta cordiale che hai appiccicata addosso e fa il paio con la faccia pulita; ho appena espulso un demone e tutto quello che fai e comportarti da difensore d'ufficio. Fottiti bastardo! Tu e la tua vita perfetta che non è fatta di troie che ti voltano le spalle al primo poeta o di altre che si fanno pagare...

Ho aggiunto qualcosa in citazione perché sennò ho idea che non si capisce dove faccio l'esempio e dove scrivo. :D

Nota: ho volutamente esagerato e, comunque, per quanto mi possa impegnare, non riesco a scrivere un racconto del genere... forse sono troppo nerd. :libro:

Spero comunque che ho reso l'idea. Ripeto che però è un singolo aspetto su cui ho un dubbio, un singolo aspetto di un racconto che comunque trovo bello e con una bella storia. Tra l'altro secondo me ci sta anche la "conversione" e la percezione di una certa spiritualità anche solo nella visita a una chiesa: se in un momento di debolezza o fragilità si rischia di prendere strade sbagliate allora in un momento di debolezza e fragilità per chi si trova in strade sbagliate si rischia di prendere strade più corrette, no? :P

 

Giusto qualche appunto specifico, sperando di non ripetermi con gli altri validissimi commenti che hai ricevuto (e sperando di essere utile). :)

Il ‎21‎/‎06‎/‎2019 alle 13:50, Ton ha detto:

L’avevamo acquistato un giorno che le nuvole se n’erano andate chissà dove, pagandolo con dieci anni di notti una sopra l’altra

In un racconto di questo tipo, con un linguaggio "parlato" e/o "ruvido" e la narrazione a flusso di coscienza, "acquistato" è un verbo pulito pulito, da anziana pensionata che va a fare spesa la mattina alle 11 perché non trova nessuno che tutti lavorano e lei no (gnègnègnè :vecchiocazzuto:).

Basta un (più) semplice "preso" secondo me.

Il ‎21‎/‎06‎/‎2019 alle 13:50, Ton ha detto:

Durante il giorno io dormivo e lei frequentava un circolo letterario a Montmartre e faceva altre cose che non so.

So che in un certo senso parli "oggi" di eventi passati, ma non è bellissimo quel "so" al presente dopo il "faceva".

Il ‎21‎/‎06‎/‎2019 alle 13:50, Ton ha detto:

non aveva fatto in tempo a rimettere i piedi a terra ché un altro tornado se l’era presa

Non credo sia un "ché" (in luogo di "perché" o simili), ma più un generico "che" pronome relativo.

Il ‎21‎/‎06‎/‎2019 alle 13:50, Ton ha detto:

Ormai bevevo fuori e dentro ai pasti, mischiando il whisky ai cereali la mattina e preferendo l’acquavite all’acqua minerale.

Come dicevo per "acquistare" sopra... è un po' linguaggio da medico della mutua, puoi provare anche un semplice "di continuo". Ripeto: è che secondo me in questo tipo di narrazione espressioni some questa sono troppo delicate o pulitine.

Il ‎21‎/‎06‎/‎2019 alle 13:50, Ton ha detto:

mi attirò come le sirene di Ulisse

Penso "con" perché non erano sue (amiche/colleghe/...) ma avevano fatto effetto su di lui.

Il ‎21‎/‎06‎/‎2019 alle 13:50, Ton ha detto:

Con gli anni, tollerai anche la presenza di Suzanne e del suo nuovo compagno, Jacques, nelle serate con gli amici. Lui era un poeta. Un poeta vero, insomma. Pubblicato. Addirittura pare che ci mangiasse, con quello che scriveva, anche se sono convinto che entrambi si sfamassero più con l’assegno che passavo a lei ogni mese.

Leggendo questo passaggio mi sembra strano che il protagonista "tollera" che la sua ex si rifà una vita e continua anche a prendere il mantenimento... Come dire, ci può anche stare, ma per un protagonista come quello, incavolato con il mondo e incrinato nell'animo potrebbe essere un "quella se la spassa con i soldi miei"...

 

Piccolezze comunque! Alla prossima lettura e in bocca al lupo con il FdI. :ciaociao:

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@bwv582 grazie per essere passato <3 sono da mobile e in vacanza :asd: quindi scusa per il commento/flusso di coscienza.

 

Sono d'accordo sul linguaggio troppo pulito e sui pensieri del protagonista. Per il primo, credo che il mio problema sia semplicemente dettato dalla paura di banalizzare il personaggio: una persona incazzata con la vita non deve per forza di cose essere o comportarsi troppo da stronzo, no? Sennò andiamo verso la direzione che chi è veramente incazzato non può non bestemmiare e robe del genere... non so, sicuramente qualche parola è fuori posto, ma siccome tengo molto a cuore la psicologia dei personaggi, mi dispiacerebbe non dargli una possibilità di tridimensione :P ... cazzata?

 

Per il secondo punto, avrei sfortunatamente bisogno di almeno un 40.000 caratteri per fare un racconto breve ed entrare ogni tanto nella testa del protagonista :asd: in genere, nelle mie storie succedono un mucchio di cose e non c'è quasi mai spazio per i pensieri, anche se io cerco di comunicarli in maniera indiretta attraverso le azioni e le descrizioni dal punto di vista del personaggio, e poi i pensieri lasciarli intuire al lettore. Non so se riesce però. 

 

Il ché me l'ha corretto @mercy :tze: :P 

 

Il tollerare, di nuovo, è per un fatto di tridimensionalità. Alla fine il protagonista del racconto è un tipo che ha risolto i suoi problemi rassegnandovisi e accettando il prossimo in tutte le sue forme, anziché combattendosi con l'alcol e la rabbia. E poi è franzòse, deve pur sottomettersi :asd:

 

Grazie e alla prossima :rosa:

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Il lutto è qui declinato nella fine di una relazione sentimentale, o meglio nell'incrociarsi di addii tra la Francia, l'Italia e l'universalità di una poesia. Scrittura ben sostenuta come al tuo solito.

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12 minuti fa, Ton ha detto:

Il ché me l'ha corretto @mercy :tze: :P 

Eccerto! Quando le mie note ti vanno bene, taci; quando qualcuno le contesta, è colpa mia. :tze:

 

Il 21/6/2019 alle 13:50, Ton ha detto:

Suzanne non aveva fatto in tempo a rimettere i piedi a terra ché un altro tornado se l’era presa, all’angolo tra il Tardieu e piazza Louise-Michel.

Comunque secondo me è "non aveva fatto in tempo a rimettere i piedi a terra perché un altro tornato..."

Se fosse pronome relativo a cosa si riferirebbe? :fuma:

 

Spoiler

 

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Caro @Ton, buongiorno :)

È la prima volta che ti leggo, e me ne dispiaccio.

Di tutto il racconto, alla prima lettura, cosa non mi aveva convinto erano quei versi a songhiozzo nel confessionale, ma una volta arrivato in fondo mi è stata chiara la scelta.

La tua scrittura è sublime, il tuo stile, la forma e tutti gli annessi e connessi del caso, sono ineccepibili.

Mi è piaciuta la metafora iniziale della tempesta, le descrizioni della basilica, l'incontro con Kevin, la scelta eccellente e originale di alcuni termini (giornale slabbrato, ad esempio - tra l'altro magari non te lo sei neppure inventato, ma è di uso "comune", fatto sta che mi è piaciuto), il finale, tutto insomma. Ecco, forse la poesia non mi ha soddisfatto pienamente, ma comunque, a livello di stile,  calca bene la prosa del racconto.

Per ora, e nessuno me ne voglia, è il brano che mi è piaciuto di più: secondo me è perfetto, e se mi mettessi a quotare delle parti, sarebbe solo e sempre per dirti "complimenti!"

 

Bravo bravo bravo! 

:)

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@mercy tutto quello che fai mi va sempre bene <3 taccio perché sennò ti monti la testa, già sei messa male in merito :asd:

 

@Vincenzo Iennaco grazie! :rosa:

 

@luca c. al "me ne dispiaccio" ho temuto il peggio :asd: non so che dire, grazie infinitamente :) sento di essere migliorato un pochetto da quando sono qui, unicamente grazie ai vostri commenti. Poi se mi sbaglio e faccio schifo uguale pazienza :D ma sapere che c'è qualcuno a cui piace quello che scrivi mi restituisce da tutte le paranoie e la mia totale mancanza di autostima. 

 

Grazie :rosa:

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9 ore fa, mercy ha detto:
Il 21/6/2019 alle 13:50, Ton ha detto:

Suzanne non aveva fatto in tempo a rimettere i piedi a terra ché un altro tornado se l’era presa, all’angolo tra il Tardieu e piazza Louise-Michel.

Comunque secondo me è "non aveva fatto in tempo a rimettere i piedi a terra perché un altro tornato..."

Se fosse pronome relativo a cosa si riferirebbe? :fuma:

Premetto che sono reduce da una giornata di lavoro e la lucidità è quella che è... perciò come si chiama il "che" che regge una subordinata? Quello lì, ho detto pronome relativo, ma in generale quel "che" lì che ho usato anche ora in quest'ultima subordinata (l'ho segnato in grassetto).

Per il resto, hai scritto un ottimo racconto con un'altrettanto ottima beta reader, @Ton. :super:

9 ore fa, Ton ha detto:

una persona incazzata con la vita non deve per forza di cose essere o comportarsi troppo da stronzo, no? Sennò andiamo verso la direzione che chi è veramente incazzato non può non bestemmiare e robe del genere...

Sì, sì, infatti dicevo in generale. Non intendo che se la narrazione è tagliente allora tutti i personaggi ce l'hanno con il mondo. Forse non si è capito perché ho fatto un esempio in cui il tuo personaggio effettivamente poteva avercela con il mondo. Per i 40000 caratteri di cui parli al posto degli 8000... giusto, non ci avevo pensato.

Di nuovo, buon proseguimento con il FdI e buona serata. :)

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5 minuti fa, bwv582 ha detto:

Premetto che sono reduce da una giornata di lavoro e la lucidità è quella che è... perciò come si chiama il "che" che regge una subordinata? Quello lì, ho detto pronome relativo, ma in generale quel "che" lì che ho usato anche ora in quest'ultima subordinata (l'ho segnato in grassetto).

Ma questo è pronome relativo! :) 

quel "che" lì che (= il quale) ho usato...

Intendi il che "congiunzione subordinante". Vo a vederlo, ovviamente con il supporto della Treccani che non sbaglia mai.

fonte 1 e fonte 2

"Che" è pronome ma, cosa che ci interessa qui, è congiunzione subordinante (in dichiarative, causali, consecutive, finali e temporali; può avere valore esclusivo, comparativo o accettuativo...). Insomma "che" è come il jolly. xD

Quindi Bw, escludo che nella frase di @Ton fosse pronome relativo, ma.

Secondo me, però, nel caso della frase in questione introduce proprio una causale, come in questo esempio, quindi direi "ché".

 

Poi magari passa qualcuno di bravo e mi fa nera, eh?

Fiori per voi. :sss: :sss:

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Un paio di immagini masticate e rimasticate, tipo la pelle bianca come porcellana, la voce che attira come le sirene di Ulisse e un’altra che però ora non trovo più. 

Forse insisterei qualche riga in più sull’effetto che la chiesa e la voce nel confessionale ha avuto sul protagonista, non so perché ma non l’ho percepita come la scena fondamentale che invece dovrebbe essere.

 

Mi è piaciuto e ho trovato alcune belle frasi. Ciao @Ton

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Ciao, @Ton

Sono d'accordo con Kuno, il consiglio è di tagliare e snellire certe frasi e risparmiare qualche cliché.

Taglierei anche qualche aggettivo, ma quello è gusto personale. Il racconto è valido e mi piace, i poeti puzzoni sono sempre affascinanti. La poesia la trovo ridondante, credo sia voluto ma io avrei tagliato anche lì.

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Molto piaciuta la parte iniziale. Piaciuta talmente tanto da creare in me lettore delle alte aspettative su quella finale, aspettative che vengono in parte tradite dalla scena nel confessionale, blanda e forzatamente risolutiva della situazione che eri stato così bravo a creare in precedenza, come se non avessi trovato un espediente migliore per "uscirtene". 

Poi si scivola verso un giusto e onesto finale. La poesia è bruttina e pretenziosa come giusto che sia. 

Considerato lo squilibrio tra le due parti, è una prova discreta.

Un saluto. 

Modificato da Andrea28

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Ciao, a me il racconto è piaciuto molto fin da subito, sia per l'ambientazione che per lo stile, descrittivo ma immediato e vivace. Mi sono piaciute anche le metafore (ho un debole per le metafore), sia quella del tornado

Il 21/6/2019 alle 13:50, Ton ha scritto:

Suzanne non aveva fatto in tempo a rimettere i piedi a terra ché un altro tornado se l’era presa, all’angolo tra il Tardieu e piazza Louise-Michel

xD

sia il parallelo con la cattedrale incompiuta

La scena del confessionale è forse un po' affrettata,  all'inizio ho pensato che la donna avesse una relazione col prete, e non si fosse accorta che non c'era... :facepalm:(è anche colpa dell'ora tarda, quindi non fartene un cruccio). Invece, se non ho frainteso, lei dice quelle cose parlando tra sé, come una sorta di preghiera/sfogo. Il cambiamento, "l'illuminazione" del protagonista invece ci sta, perché viene in un momento in cui lui sta già iniziando a guarire dalla perdita e ha solo bisogno di un segno.

L'unico suggerimento, che mi pare ti abbiano già dato, è di andare a capo più spesso, così si staccano anche di più i concetti e le molte belle frasi nel mezzo.

Una bella storia comunque, letta molto volentieri:)

 

 

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Bel racconto, pieno di sentimento. L'incipit è immediato, lapidario, l'incontro col prete ben delineato e il parallelo tra l'architettura e lo stato d'animo del protagonista toccante.

L'informazione che lui passi gli alimenti alla sua ex mi è arrivata un po' inaspettata: non si capisce bene che fossero sposati, l'impressione è che vivessero in un mondo di passione e che non stessero insieme da troppo tempo, formando una coppia stabile. 

 

"Non avevamo poi molto in comune, ma eravamo stati travolti da una di quelle passioni che ti strappano i piedi dalla terra solida e ti sballottolano in aria finché gli pare, come un tornado, e poi all’improvviso ti rimettono giù e ognuno per la sua strada."

 

Sembrano più una coppia d'amanti che di conviventi, ma questo dettaglio si può sistemare facilmente. 

Il momento della caduta è forte, anche il dettaglio dei cereali e dell'acqua/acquavite distraggono un po' l'attenzione, focalizzata più sulle parole che su ciò che accade a lui.

 

L'incontro con il prete è buono, forse il dialogo potrebbe avere qualche tocco in più di naturalezza, ma già così va bene. Molto più affascinante il testo percepito in chiesa, nella sua incompiutezza. 

Nel finale l'evoluzione del protagonista è portata a compimento con immediatezza e semplicità. Da qui la sua forza.

 

Per quel che riguarda lo stile, ci sono momenti molto scorrevoli e incisivi, seguiti da periodi lunghi e un po' faticosi, soprattutto nel paragrafo iniziale.

 

"Era successo poco dopo che ci eravamo trasferiti nel pied-à-terre al 75esimo in Rue de Vaugirard, un cantuccio di neanche una cinquantina di metri quadri con tende di organza e un grand lit in noce laccato bianco al centro, che avrebbe dovuto fare da porto nella tempesta della nostra relazione."

 

Dopo due periodi brevissimi questo e i seguenti sono un po' spaesanti: troppe informazioni, troppi dettagli, pochi respiri. Dopo succede molto meno e si è più presi dalla storia. Non ti nascondo che stavo per desistere dopo le terza e quarta frase, invece sono contenta di essere arrivata alla fine. 

 

Per quanto riguarda il francese: anche qui, troppe parole in lingua nel primo paragrafo, alcune in corsivo, altre no. I titoli dei giornali non c'è bisgno di metterli tra virgolette e probabilmente neppure in corsivo. "pied-à-terre al 75esimo in Rue de Vaugirard" al 75esimo è brutto sia da leggere, sia da pronunciare, sia da immaginare. I nomi di luogo non li metterei in corsivo, soprattutto Montmartre, che è ben noto agli italofoni. 

 

La poesia è semplice e incisiva; le riprese anaforiche amplificano il sentimento amoroso e la rima finale un po' lontana dà la sensazione di circolarità e di compiutezza.

 

Snellendo un po' il primo paragrafo, comunque, il racconto ha un suo corpo solido e fa recepire bene il messaggio di fondo.

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