Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

DSGU

La Formula Magica - Cap. 4

Post raccomandati

 

 

Pokémon

 

Alla scuola elementare, a Milano, non capivo molto di libri e nemmeno tanto di parole, o almeno non ne ero per niente consapevole. Però qualcosa era successo nello scontro tra le due lingue, spagnolo e italiano. E il caso - o la globalizzazione - ha voluto che mi imbattessi in testi stranieri fin da piccolo.

 

Un bambino a scuola mi regalò il gameboy con Pokémon Giallo, versione inglese però. Io ero felicissimo di avere questo videogioco, specialmente perché mi piaceva tantissimo il cartone animato. E preso da questa magica gioia, mi ostinai a giocarci nonostante non capissi le parole che leggevo.

 

Ancora oggi mi ricordo come leggessi la parola CUT con la pronuncia italiana, e come sapessi esattamente quale fosse il suo effetto. Avevo capito che quelle tre lettere avevano un senso in un’altra lingua e non ne avevano lo stesso in italiano.

 

A un certo punto sarei riuscito ad ottenere il gioco in versione italiana, ed ecco che le parole inglesi avrebbero avuto la loro traduzione. CUT diventò TAGLIO, e THUNDER diventò TUONO.

 

Senza l’inglese forse non avrei capito così in fretta che il “fenomeno della traduzione” non si applicava solamente allo spagnolo e all’italiano. O forse senza le due lingue iniziali non avrei capito così velocemente che i videogiochi in inglese erano in un’altra lingua. E che in quella lingua erano lettere che avevano senso, e che quella lingua avrei potuto impararla.

 

 

In fondo al lago

 

Quando mi facevano arrabbiare, stavo semplicemente in silenzio. Forse avevo provato a parlare una volta o due. Forse ho notato come nessuno mi aveva ascoltato. Forse non mi avevano ascoltato come avrei voluto essere ascoltato io. Oppure forse non ero riuscito a dire le cose che avrei voluto dire.

 

Avrei voluto ricevere le domande giuste. Ma nessuno mi faceva le domande come avrei voluto io. Così imparai a stare in silenzio.

 

Semplicemente chiudevo la porta della mia anima. Se avessi potuto svolgere le attività quotidiane con l’abilità dei non-vedenti, probabilmente avrei chiuso fisicamente gli occhi. Non potendo farlo, perdevo il mio sguardo nel vuoto, distaccandomi dal presente e perdendo cognizione dei suoni e dei colori intorno a me.

 

Credo che la rabbia alimentasse una parte profonda di me, che mi faceva andare molto in basso da qualche parte misteriosa della Terra. Mi sentivo buio.

 

Come un buco nero mi sembrava di assorbire tutto, e più niente usciva fuori.

 

Ogni cosa mi attraversava, per finire nei meandri di un lago sotterraneo profondo e oscuro. Ma tutto questo aveva anche degli effetti su di me. Mi sporcava, in un qualche modo.

 

 

Trasloco

 

Ero così arrabbiato che nemmeno lo sapevo.

 

Il primo anno di scuola media a Milano mi aveva dato un bel po’ di sicurezza, probabilmente perché il ragazzo più forte della classe era anche uno a cui piaceva avere bei voti e mi rispettava molto, essendo io l’unico ad avere i voti al suo livello.

 

Le lezioni mi annoiavano per la velocità a cui andavano. Non so come sarebbe andata se avessi continuato lì la scuola. Ma poi ci fu il trasloco.

A Pioltello (in provincia) il livello delle lezioni era più alto, e non avevo nessun amico che mi ero portato dietro dalle elementari.

 

Sapevo istintivamente che avrei dovuto formare l’opinione degli altri nei primi giorni. Così, il primo giorno risposi a un bullo, che aveva provato a sfottermi, stringendo il mio braccio intorno al suo collo e tirandolo verso di me.

 

Funzionò per qualche giorno. Ma era un tipo ostinato, e aveva una sua gerarchia ben precisa in testa. Qualche giorno dopo capì che ero bravo a scuola, e da quel momento mi mise alla prova ancora e ancora. Per ottenere il suo rispetto avrei dovuto dimostrare il mio valore seguendo le sue regole di violenza e di ribellione. Scelsi di non farlo; lui continuò ad odiarmi e a mostrarmi il suo disprezzo.

 

Forse è grazie a lui che un paio di anni dopo mi iscrissi a karate. Sicuramente è lui che devo ringraziare per i pregiudizi, di cui ancora non mi sono liberato del tutto, nei confronti dei turchi.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@DSGU

 

Più o meno le mie impressioni generali sono le stesse delle parti precedenti, così come i consigli...

 

In generale le ripetizioni... sono troppe e fanno perdere l'effetto a quelle volute... ad esempio "lingua", il verbo "avere" (usato come ausiliare e non), "capire", "volere", "ascoltare", "domande", "silenzio", tutti i vari "forse" che usi sempre... insomma, questo è un po' il tuo stile di scrittura, ma secondo me diventa troppo...

 

12 ore fa, DSGU ha detto:

Ancora oggi mi ricordo come leggessi la parola CUT con la pronuncia italiana, e come sapessi esattamente quale fosse il suo effetto. Avevo capito che quelle tre lettere avevano un senso in un’altra lingua e non ne avevano lo stesso in italiano.

 

12 ore fa, DSGU ha detto:

Senza l’inglese forse non avrei capito così in fretta che il “fenomeno della traduzione” non si applicava solamente allo spagnolo e all’italiano. O forse senza le due lingue iniziali non avrei capito così velocemente che i videogiochi in inglese erano in un’altra lingua. E che in quella lingua erano lettere che avevano senso, e che quella lingua avrei potuto impararla.

 

12 ore fa, DSGU ha detto:

Quando mi facevano arrabbiare, stavo semplicemente in silenzio. Forse avevo provato a parlare una volta o due. Forse ho notato come nessuno mi aveva ascoltato. Forse non mi avevano ascoltato come avrei voluto essere ascoltato io. Oppure forse non ero riuscito a dire le cose che avrei voluto dire.

 

Avrei voluto ricevere le domande giuste. Ma nessuno mi faceva le domande come avrei voluto io. Così imparai a stare in silenzio.

 

 

12 ore fa, DSGU ha detto:

A un certo punto sarei riuscito ad ottenere il gioco in versione italiana,

Qui limerei la "d" eufonica.

 

12 ore fa, DSGU ha detto:

Mi sporcava, in un qualche modo.

Eliminerei "un".

 

12 ore fa, DSGU ha detto:

Ero così arrabbiato che nemmeno lo sapevo.

Bello!

 

12 ore fa, DSGU ha detto:

più forte della classe era anche uno a cui piaceva avere bei voti e mi rispettava molto, essendo io l’unico ad avere i voti al suo livello.

Ugualmente ritornano "avere voti"...

 

12 ore fa, DSGU ha detto:

Sapevo istintivamente che avrei dovuto formare l’opinione degli altri nei primi giorni. Così, il primo giorno risposi a un bullo, che aveva provato a sfottermi, stringendo il mio braccio intorno al suo collo e tirandolo verso di me.

 

Funzionò per qualche giorno. Ma era un tipo ostinato, e aveva una sua gerarchia ben precisa in testa. Qualche giorno dopo capì che ero bravo a scuola, e da quel momento mi mise alla prova ancora e ancora

Oppure "giorno/i"...

 

La parte sui bulli, le mani al collo, il karate... mi ricorda me da adolescente...!

 

Ciao!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
11 ore fa, AndC ha detto:

Più o meno le mie impressioni generali sono le stesse delle parti precedenti, così come i consigli...

 

Mi hai dato molto a cui pensare, in maniera più che positiva. Non vedo l'ora di elaborare le mie sensazioni e rispondere ai tuoi gentili e attenti commenti con l'impegno che si meritano. Per ora mi crogiolo nell'euforia di essere stato letto (e con tale considerazione) per la prima volta da qualcuno che non sia la mia famiglia più stretta o la mia dolce metà. È una bellissima esperienza, grazie. :)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @AndC :)

 

Volevo prendermi un momento per distanziarmi dalla gioia datami dai commenti così ben elaborati da parte tua. Oltre alle singole correzioni, per cui ti ho ringraziato nelle altre discussioni, ti ringrazio di cuore di avermi fatto notare la tendenza alla ripetizione. Da un lato, come hai bene intuito, sono coerenti con l'età del protagonista che man mano si rende conto di quello che succede intorno a lui e cerca di dare un senso alle cose. Dall'altro, a volte sono troppe anche per un bambino o un ragazzo. Se in più ci aggiungi le riflessioni dell'adulto che sta scrivendo, si rischia di avere meno pazienza con una sintassi infantile. Credo che una soluzione possa essere avvicinare un po' di più lo stile del bambino a quello dell'adulto e viceversa, come se stessero parlando tra di loro.

 

Un punto difficile, per il quale voglio ancora trovare una soluzione, è la demarcazione di quando parla uno e quando parla un altro. Quando è l'adulto che scrive e quando il bambino che ricorda? Quando è meglio il presente e quando il passato. E con i futuri come si fa? Per ora mi sono affidato a un tipo di scrittura vicina alla scrittura automatica per la stesura. E prima di postarli li avevo riletti, ma forse non con il distacco necessario. Leggere i tuoi commenti mi è stato molto utile perché alcune cose poco chiare proprio non ero riuscito a notarle. Nella mia testa c'erano delle pause che permettevano di dare più senso al ritmo, ma ancora non ho capito come riuscire a mettere questo ritmo nella storia.

 

Perdona il tempo che ci è voluto per rispondere ma, davvero, è stata un'esperienza così intensa ricevere i primi feedback a questa mia storia, che ho avuto bisogno di far passare quella bella sensazione lì, prima di poter rispondere. Cari saluti :)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @DSGU

 

Figurati! Io commento sempre con piacere, anzi ti ringrazio a mia volta per la risposta e l'attenzione stessa che hai dato alle mie annotazioni... magari altri utenti che passeranno ti diranno la loro che potrebbe essere differente...

 

Dei commenti, in generale, usa sempre ciò che credi possa esserti utile...

 

Riguardo a questo:

23 ore fa, DSGU ha detto:

Credo che una soluzione possa essere avvicinare un po' di più lo stile del bambino a quello dell'adulto e viceversa, come se stessero parlando tra di loro.

L'idea è interessante e, devo dire, mi piace... 

 

23 ore fa, DSGU ha detto:

Un punto difficile, per il quale voglio ancora trovare una soluzione, è la demarcazione di quando parla uno e quando parla un altro. Quando è l'adulto che scrive e quando il bambino che ricorda?

Certo non è facilissimo e questo "problema" un po' si sente nel testo... secondo me provare a ragionare su questa cosa del "dialogo", magari inteso come dialogo interiore potrebbe essere una soluzione... a me verrebbe in mente, in questo senso, di provare a presentare la storia proprio che quando ricorda, è come se il protagonista ritornasse bambino... non so meglio come spiegarmi, però mi viene in mente un paragone cinematografico... immagina di vedere un adulto che inizia a raccontare la sua infanzia, poi dalla scena dopo lo vediamo direttamente bambino... rendere questo in narrativa non è scontato e possono esserci diverse soluzioni possibili... adesso non saprei cosa meglio suggerirti, ma se già ci stai pensando da te, sono sicuro che qualche buona idea ti verrà in mente, magari facendo qualche prova di scrittura diversa... puoi rendertene conto... ad esempio - magari non c'entra niente - io ogni tanto provo a cambiare e faccio raccontare la stessa storia da un personaggio diverso, poi vedo quale delle due versioni mi convince di più...

 

A presto!

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×