Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

AdStr

[MI 128] Callisto e Dafne

Post raccomandati

Traccia di mezzogiorno: l'identità.

 

Callisto e Dafne

 

Sul cemento che fissa la lastra al muro sono cresciuti ciuffi d’erba, una cornice irregolare per il grigio venato del marmo. Biagio si accovaccia e inizia a rimuoverli, così da restituire alla lapide un aspetto simile a quelle che la circondano. Basta questo perché la mente gli rievochi un’immagine di suo padre Vincenzo; la conserva ancora cristallina, di fronte a sé come era stato allora: lui chino di schiena, i gesti ripetitivi sull’aiuola, la pistola che spuntava dai pantaloni dove si sollevava la maglietta.
Non ne faceva mai sfoggio in modo esplicito. Biagio la individuava mediante sguardi clandestini, quando un dettaglio gliene suggeriva la presenza.
La prima volta fu sul sedile anteriore dell’auto con cui venne a prenderli a scuola. Un evento eccezionale, da quando era andato via di casa.
Lui e sua sorella Ludovica trascorsero diversi giorni in quella macchina, probabilmente fino a sfiorare le due settimane. Loro padre li portò in giro per luoghi che forse non hanno mai attecchito alla memoria, scivolati via alla stregua delle immagini che Biagio fissava dal finestrino, più per arginare la noia che per interesse.
«Callisto» diceva Vincenzo. «Ieri ne hai compiuti nove, eh?»
Nessuno rispondeva.
«Dafne.» Nessuna risposta anche a quel richiamo.
Tornavano presto in balia dell’autoradio, disturbata dai rumori del motore e della strada.
L’ultima tappa del viaggio fu il casolare, che trovarono pressoché un rudere nel momento in cui ci misero piede. Durante il soggiorno in quelle campagne Biagio fu colpito soprattutto dal silenzio. Gli spazi intorno erano divisi fra coltivazioni e zone boscose; loro padre li lasciava andare nei boschi con una certa libertà, ma proibiva l’avvicinamento ai campi. Biagio, sulle prime, era rimasto a osservare ogni scorcio visibile dalle vecchie finestre: c’erano le alture dove la collina si faceva montagna, le macchie scure degli agglomerati di alberi, il rosso sbiadito di tetti isolati.
Guardava di fuori anche quel giorno. Il vento piegava le fronde e sollevava le sterpaglie, mentre i tuoni in lontananza annunciavano un temporale che tardava ad arrivare.
«A tavola» li chiamò Vincenzo.
Biagio si presentò per primo, come consueto, mentre il posto di sua sorella restava vuoto.
«Dafne!»
«Non mi chiamo così!» urlò Ludovica. Un modo efficace per farla comparire.
Mangiarono come erano abituati, guardando il proprio piatto.
«Callisto, il sale.»
Ci fu un flebile tuono.
«Il sale, per favore.»
Biagio stese il braccio per prenderlo.
«Stai fermo!» intervenne Ludovica.
«Ora basta» la redarguì freddo loro padre.
«Io-non-sono-Dafne! Lo capisci?»
Biagio si sentì conteso fra due forze ostili. Assecondò l’impulso di alzarsi e fuggire, ignorando i richiami alle sue spalle. Uscì in giardino, lo attraversò in direzione del bosco; quando comprese di essere inseguito, scattò per raggiungere il primo albero su cui arrampicarsi, uno dei vecchi ulivi.
Salì un ramo dopo l’altro.
Salì finché il suo piede destro non perse d’aderenza.
Irrigidito, guardò giù. Gli parve d’aver raggiunto la cima del mondo.
Ludovica fu la prima a presentarsi, piccola come non l’aveva mai vista.
«Biagio, dai, scendi di lì.»
«Andate via!»
«Ti farai male…»
Il vento ululava ancora, tenendo lontana la pioggia.
«D’accordo, vengo io su.»
«No!» strillò Biagio.
In quel momento adocchiò la sagoma di loro padre, immobile a diversi passi di distanza.
«Dafne…» A Biagio uscì un filo di voce. «Dafne, chiama papà.»
«Non iniziare anche tu!»
I loro guardi si sostennero, finché qualcosa non cambiò in quello di Ludo; la vide dirigersi verso la figura che attendeva defilata.
Al confronto con Vincenzo, l’albero sembrò molto più piccolo.
«Sono qui, Callisto. Sono qui.» Lo prese, lo strinse, lo riportò a terra.
Eppure, quando posò la prima suola sull’erba, Biagio sentì che non era stato lui a scendere dall’ulivo. Non era una semplice sensazione. Era una certezza.

 

Il giorno successivo tornò il sole. Biagio osservava Vincenzo lavorare nell’orto, chino con la maglietta che si sollevava a rivelare l’impugnatura della pistola. Decise di andargli incontro.
«Callisto» lo accolse.
«Che fai?»
«Le vedi queste? Da qui nasceranno le melanzane.» Gli dedicò un sorriso. «Tu mangi le verdure, no?»
«Mamma dice che vanno mangiate. Alcune mi piacciono, altre no.»
«E le melanzane?»
«Sono buone.»
«Ecco, spunteranno qui. Verrà un fiore e poi le vedrai crescere…»
«E quando?»
«Ci vuole tempo. Mesi.»
Biagio sapeva che frutti e verdure nascono dalle piante, ma quelle non gli sembravano adatte per farlo. Troppo striminzite.
«E intanto?»
«E intanto le curiamo. Così, come sto facendo.» Agitò una paletta. «Vuoi aiutarmi?»
Biagio lo affiancò. Riusciva a odorare il terreno mischiarsi con il loro sudore.

 

Quello stesso pomeriggio lui e sua sorella si spinsero nel bosco. Era la prima volta che lo facevano assieme. Lanciavano rametti nello stagno, i piedi penzolanti dal piccolo argine naturale.
«Sai cosa penso?» le chiese.
«Cosa?»
«Che questa è un’Isola-che-non-c’è.»
Ludovica rise. «E cosa te lo fa credere?»
«Beh, io non sono io e tu non sei tu. Cioè… sono io, ma non l’io di sempre.»
«Sei Callisto» convenne Ludo.
«E tu Dafne.»
Lei annuì con riluttanza.
«Sei una fata?»
«Cosa?»
«Dafne è un nome da fata.»
«Chissà…» gli rispose con un sorriso ammiccante.
Biagio lanciò un rametto e lo fissò galleggiare. «Forse anch’io ho un potere speciale.»
«Di sicuro ce l’hai.»
«Dici?»
«Certo. Qui tutti ne hanno uno.»
Ci rifletté su. Non si sentiva uno di quei bambini che vogliono volare o lanciare massi infuocati.
«Sai cosa… penso di saper parlare con i pirati.»
Ludovica lo guardava con fare interrogativo.
«E non solo. Anche con le fate.»
«Quindi serve un potere per… parlare?»
«Eh, sì. Nel mondo normale non so parlare con nessuno.»
«Dai, non mi pare…»
«Intendo come stiamo parlando noi due adesso. Solo Callisto ce la fa.»
Lasciarono spazio ai suoni della natura per un po’.
«Dafne?»
Lei fece passare un istante. «Sì?»
«Secondo te lui è come Uncino? È cattivo?»
La sentì sospirare. «Non è così semplice.»
«Lo so» rispose. «Mi ha chiesto di andare a pesca al fiume.»
«Lui?»
Biagio annuì.
«Ma cosa pensa di fare?»
«Scusa, a pesca uno ci va per pescare.»
«Ah, non intendevo quello… Lascia perdere.»
«Chissà se i pirati navigano anche sui fiumi.»
«Non devi fidarti di lui, Bi—Callisto.»
«Lo so. Ma sento che devo parlarci. Lui sa chi sono: mi chiama Callisto. Sa del mio potere e sa che sono l’unico che può parlargli. Magari ha solo bisogno di parlare.»
Sua sorella sbuffò, ma non aggiunse altro.
«Parlare è bello. Peccato che quando siamo normali non lo facciamo mai.»
«Ma a te, di tutti i superpoteri del mondo, sul serio interessa questa cosa del parlare?»
«Sì.»
Lei scosse la testa. «Sei un bambino tutto matto, ecco cosa.»
«È bello parlare con te» le disse.
La vide illuminarsi di una luce mesta.
«Non voglio perdere il potere. Non voglio andarmene da qui.» Biagio guardava la brezza increspare l’acqua. «Ora sono il vero me stesso. L’altro è… finto.»
«Finto?»
«Sì. Finto.»
Allora non sarebbe stato in grado di trovare parole migliori.
Mantenne la promessa e andò ad affrontare il pirata, più di una volta: a pesca, in lunghe passeggiate, nelle attività domestiche. Eppure non gli riuscì mai di parlare davvero con suo padre. Biagio ora sa che allora era troppo piccolo per far fruttare la sua intuizione. Semplicemente era un mondo così complesso che neppure il potere dell’alter ego sarebbe stato in grado di districare.
Gli ci sono voluti anni per capire cosa sia un rapimento, cosa la polizia, cosa sia un divorzio e cosa il carcere. Per capire che nella visione di famiglia di Vincenzo c’era stata la campagna e i suoi figli avrebbero dovuto portare nomi diversi. E ci sarebbe stata anche loro madre, se lei l’avesse voluto.
La tomba è pulita dalle erbacce, ma nulla può nascondere i segni dell’abbandono. Non fosse per quelle sue visite sporadiche, neppure il nome si leggerebbe più. Nel vaso per i fiori c’è soltanto un pugno di terra secca. Biagio ci adagia alcuni semi di melanzana; scava con la mano, mentre avverte l'odore del sudore che gli imperla la fronte.

Modificato da AdStr

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @AdStr, il tuo è un racconto dalle tonalità tristi e malinconiche. Qui troviamo un padre che rapisce i figli e che ha con loro uno strano rapporto. La cifra più evidente di quest'uomo pare essere che, pur amandoli, non sa manifestare e dare amore in modo sano.

Ho trovato il racconto scritto in maniera molto piacevole, dia per struttura della trama che per lessico. 

 

Talia 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Il finale prende il racconto per coprirlo di significati. Tutto quadra tutto ha un senso. Bello il potere della parola.

@AdStr

Piaciuto :)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Quota

In quel momento adocchiò la sagoma di loro padre, immobile a diversi passi di distanza.
«Dafne…» A Biagio uscì un filo di voce. «Dafne, chiama papà.»
«Non iniziare anche tu!»
I loro guardi si sostennero, finché qualcosa non cambiò in quello di Ludo; la vide dirigersi verso la figura che attendeva defilata.
Al confronto con Vincenzo, l’albero sembrò molto più piccolo.
«Sono qui, Callisto. Sono qui.» Lo prese, lo strinse, lo riportò a terra.

Non ho capito bene cosa succede qui.

In un primo momento ho creduto che il soggetto di quel "Dafne, chiama papà" fosse papà, invece è Biagio sta chiedendo alla sorella di chiamare il padre. Il "filo di voce" mi fa credere che sia spaventato, come anche quel "sono qui, sono qui" del padre e il qualcosa che cambia nello sguardo di Ludovica. Non capisco però il perché di questa paura improvvisa (se è paura)

 

Nient'altro da segnalare, il racconto mi è piaciuto. Bravo @AdStr

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Talia Eh... In questo caso tutta la storia è un'iperbole narrativa, ma non è così raro che questa impossibilità di amare in modo adatto si manifesti in un genitore. Purtroppo.

Grazie infinite per la lettura. :rosa:

 

@Lauram

8 ore fa, Lauram ha detto:

Bello il potere della parola.

Eh sì. :D 

Grazie. <3

 

@Kuno Uhm, dici che ho esagerato con le cose che non riporto esplicitamente? La mia idea era questa, senti se ti può suonare: Biagio tentenna nella voce, in quella frase, perché nomina due parole "proibite", che gli fa strano dire, ossia Dafne e papà. Proibite nella comunicazione con sua sorella, intendo: lei non vuole farsi chiamare Dafne e non ne vuole sapere di associare Vincenzo al concetto di papà. La sua paura nel formulare la frase deriva da questo. Tutto qui. Ho esagerato, vero?

Ti ringrazio, vecchio ferro moltiplicatore di pesci. <3

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 9/6/2019 alle 23:44, AdStr ha detto:

Non ne faceva mai sfoggio in modo esplicito.

Forse un po' ridondante. Lo sfoggiare sottende già di per sé un mettere in mostra esplicito. Quindi volendo si può eliminare. 

 

Il 9/6/2019 alle 23:44, AdStr ha detto:

Mangiarono come erano abituati, guardando il proprio piatto.

invertirei "mangiarono guardando...".

 

Giusto due piccolezze, di pochissimo conto.

Per il resto solita ottima scrittura, ma ormai non serve neanche dirlo.

Quanto ai contenuti, la storia è portata avanti con cura e con dovizia di particolari, senza sfociare nel patetismo o nell'eccessiva retorica.

In particolar modo  ho apprezzato il dialogo tra i due bambini, originale ma estremamente realistico, data la loro età. 

Se ti dovessi muovere un minimo appunto forse non mi ha convinto appieno la struttura del brano, che parte dalla fine e va a ritroso, con la "pistola" come punto di contatto fra il presente e il passato. Magari si sarebbe potuto partire direttamente dalle scene con il padre e svelare la pistola e quindi il rapimento mano a mano, in modo da aumentare la tensione ed il successivo effetto sorpresa (ma probabilmente non era tua intenzione cercare tale effetto, quindi prendi questo mio appunto come una mera osservazione personale).

In definitiva, un bel lavoro e una piacevolissima lettura.

Alla prossima. Un saluto :) . 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Partiamo da Callisto e Dafne.

Callisto nella mitologia greca è una ninfa

Dafne una delle Naiadi

Il padre, Vincenzo, ama chiamare così i propri figli, Biagio e Ludovica. Per loro voleva una vita diversa, in campagna, con nomi diversi. (ma scegliere questi in particolare, non so...)

Sento il conflitto fra i tre personaggi, anche se i bambini non lo comprendono del tutto, e Biagio lo capirà solo molti anni dopo.

Biagio dice di avere dei poteri, la fantasia si inerpica, e riesce a vivere in un'altra realtà.

Inutile dirti che è scritto bene, la parte migliore (secondo me) è quella dei dialoghi tra i ragazzi.

Però, devo ammettere, che ho dovuto rileggere per afferrare meglio la trama, magari è che leggo da troppe ore e sto andando in tilt.

Bravo ma con un vago e inafferrabile dubbio, di quelli che non so spiegare. Mi perdoni? 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Andrea28

21 ore fa, Andrea28 ha detto:

Quanto ai contenuti, la storia è portata avanti con cura e con dovizia di particolari, senza sfociare nel patetismo o nell'eccessiva retorica.

In particolar modo  ho apprezzato il dialogo tra i due bambini, originale ma estremamente realistico, data la loro età. 

Mi fa molto piacere questo tuo feedback. In effetti è proprio quello che ricercavo come effetto.

Sulla questione della pistola, io pensavo che porre il focus iniziale su un dettaglio di quel tipo, a fronte di una narrazione così riflessiva, potesse generare un "effetto stonatura" che da leggere sarebbe stato stimolante. Forse ho toppato, no so. Ci rifletterò.

Grazie mille. :vecchiocazzuto:

 

@Adelaide J. Pellitteri Non è mai stata mia intenzione fare associazioni con la mitologia greca; ho pensato piuttosto a nomi improbabili (di persone che conosco, fra l'altro) che una madre senza una particolare fantasia non avrebbe mai accettato.

Mi dispiace che tu abbia fatto fatica a seguire la storia, che invece io ho cercato di rendere nel modo più lineare possibile. Penso che ormai sia una mia condanna.

Mi potresti fare un favore enorme? Potresti dirmi dove hai avuto difficoltà? Altrimenti non imparerò mai.

Grazie mille.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 9/6/2019 alle 23:44, AdStr ha detto:

Salì un ramo dopo l’altro.
Salì finché il suo piede destro non perse d’aderenza.
Irrigidito, guardò giù. Gli parve d’aver raggiunto la cima del mondo.

Qui ad esempio, ho pensato che il ragazzo sarebbe caduto dall'albero.

 

Il racconto comincia con Biagio davanti la tomba, poi narra dei giorni trascorsi insieme al padre (ok, si sente il conflitto, l'ho già detto) ma narri più il gioco tra i ragazzini, il super potere, insomma episodi che sembrano slegati dalla storia. Ci sta pure, ok i ricordi sono così, vagano senza percorrere una strada ben precisa, ma io lettore penso che in quel frangente accadrà qualcosa di determinante per la storia e invece no.  Me lo devi dire tu nell'ultimo paragrafo che Biagio capì solo molti anni dopo cosa fosse un rapimento, un divorzio ecc ecc...  E allora penso, no, dimmi piuttosto  come percepì l'assenza della madre in quei giorni, mentre giocava, descrivimi come il casolare lo abbia visto quale rifugio per banditi,  dimmi che...

Non devo insegnarti nulla solo ti metto a parte di ciò che mi è arrivato, e  può anche non significare nulla. Sicuramente altri non lo hanno percepito come me e allora sono io che ho cercato nel tuo racconto il mio filo logico.  :rosa:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
3 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Qui ad esempio, ho pensato che il ragazzo sarebbe caduto dall'albero.

Ok, ho capito, manca un passaggio in cui specifico che pure se il piede è andato a vuoto lui è riuscito comunque a reggersi. Pensavo che fosse abbastanza chiaro dal seguito.

Forse sto iniziando a inquadrare il problema: io do per scontato di non dover dire proprio ma proprio tutto, ogni singolo tassello; penso, piuttosto, di poter sorvolare su qualcuno perché tanto è inutile rimarcarlo, perché sarebbe solo aggiungere informazione inutile a quanto si può evincere benissimo dal resto del brano.

Penso che l'errore sia lì, a questo punto. Che non devo darlo per scontato e che, volta per volta, debba chiedermi: ma questa cosa la posso omettere davvero o magari qualcuno non riesce a farsi un quadro completo come vorrei?

Sì, è interessante. Una vera sfida, ti confesso, per via della mia forma mentale. Perché intendiamoci, io questo effetto mica lo ricerco. È del tutto involontario. Ci posso arrivare, semmai, ragionandoci a posteriori, ma ciò mi richiede un lungo lavoro di revisione, meglio se a distanza di tempo dalla stesura.

La vedo molto dura, insomma, ma spero di farcela.

 

Per il resto, non so che dirti. Io ho voluto parlare di determinate cose, non di altre. Io volevo parlare del problema dei ruoli, dei grossi problemi che un bambino di nome Biagio ha nel relazionarsi con le identità reali del padre e della sorella, tanto da doverle traslare in un altro mondo per poterci parlare. Può non interessare, ma non mi trovi d'accordo nel dire che il racconto avrebbe dovuto parlare di un'altra cosa. Comunque è il tuo punto di vista e lo rispetto.

Grazie, davvero. :rosa: 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
14 minuti fa, AdStr ha detto:

Può non interessare, ma non mi trovi d'accordo nel dire che il racconto avrebbe dovuto parlare di un'altra cosa

Infatti, come ti dicevo  sono io che ho commesso l'errore di cercare la mia logica nel tuo racconto, solo perchéavevo individuato un'altra la strada. 

Sai bene che anch'io "ometto" moltissimo e anche a me capita di non riuscire a far comprendere tutto. Solo chi ci legge può spiegarci cosa arriva e cosa no, e ciò nonostante ogni lettore è diverso. Uffa, che nell'aiuto che ti sto dando, proprio eccellente :D . Ma che vi vuoi fare? Abbiamo scelto un lavoro rognoso.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Il tuo racconto mi è piaciuto molto: mi piace come affronta un tema universale, quello di certe esperienze, o avventure, o conversazioni (d'accordo questa un po' estrema, ma è narrativa) vissute da bambini, o da giovani, e che si capiscono davvero solo da adulti.

Secondo me, ma è solo una mia opinione, aderisce più alla mia traccia che a quella dell'identità: il racconto inizia dalla fine, Biagio è davanti alla tomba del padre, ha imparato a piantare (e ad amare farlo) le verdure e solo ora capisce suo padre e quelle scene dell'infanzia. E solo ora riuscirebbe a parlargli davvero, ora che è troppo tardi e non c'è più.

Sull'identità... secondo me parla più di difficoltà a comunicare, di incomprensione, di scontro tra velleità e realtà, che di vera e propria identità. Certo, Biagio bambino dice qui no sono più io, ma è solo perché in un altro contesto, una sorta di mondo magico per lui, dove può parlare e comportarsi in modo diverso dal suo quotidiano.

Se devo trovare un aspetto che mi sembra mancare è quello dell'assenza della madre: i bambini sono stati portati via da un padre che ormai vedono poco, per almeno due settimane, in un casolare mezzo abbandonato, e non c'è nemmeno un "quando torniamo a casa", "posso chiamare mamma". Però penso che sia semplicemente la scelta di puntare il focus solo sul rapporto dei bambini tra loro e dei bambini con il padre e ci sta.

Una lettura molto apprezzata

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@AdStr, scritto come al solito divinamente.

Quanto al resto - identità, poteri, significati nascosti, nomi, eccetera - non sono abbastanza intellettuale e strutturato per entrare in sintonia o commentare al livello degli altri.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @AdStr, mi è piaciuto molto il tuo racconto, soprattutto nel momento di  confronto e dialogo con la sorella. Mi è piaciuto molto, poi, che nel mondo fra parentesi imposto dal rapimento dal padre, e nel nome che gli ha dato lui, il bambino si senta vero: la sorella reagisce normalmente, come fosse la ragione e la logica, lui no, e si sente bene, si sente vero in quella finzione, e forte, tanto da parlare. Mi chiedo se questo è dovuto dal contesto nel complesso o dal luogo, o dal fatto che sia il padre a dargli un nome diverso dal suo, e il padre è un uomo con la pistola, mica uno che non sa parlare. È un uomo senza paura, e il nome che sceglie per lui è forte come lui: Biagio sente tutto questo? 

 

Vorrei poi farti i complimenti: io detesto i nomi nelle storie, non mi vanno proprio giù e li perdo subito, mi distraggono e mi creano confusione, sempre. Nella tua storia i nomi mi sono rimasti impressi (non tutti, solo i due del bimbo e dafne, gli altri già mi sono scivolati via) e non mi hanno disturbata. 

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @AdStr

e niente, sapevo già che mi piace come scrivi però vorrei premiare anche altri autori e non sempre tu. Mi sa che mi toccherà anche questa volta!

Il racconto mi è piaciuto molto, sia per come è scritto (e tu sei indubbiamente molto bravo) ma anche per la storia, per la figura di questo padre (a proposito, a me è piaciuto il dettaglio della pistola così com'è, ma si sa ogni lettore è diverso e percepisce in maniera diversa) e dei due bambini. Molto bella la questione dei nomi, mi ha ricordato un mio parente acquisito, anche lui divorziato aveva l'abitudine di cambiare i nomi ai figli all'anagrafe (essendo avvocato nel paese di mio marito si può fare facilmente). Il nome è ciò che ci definisce e simbolicamente è molto forte questo sdoppiamento, ed è vero che i figli fanno fatica a schierarsi da una parte o dall'altra. I miei nipoti usano infatti entrambi i nomi (tra l'altro anche questo mio parente usava nomi molto insoliti, proprio per distinguersi dalla normalità della ex moglie). Va be' a parte questi miei aneddoti familiari che magari non ti interessano, credo che tu abbia centrato molto bene la questione dell'identità. Bravissimo!

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @AdStr , se nel racconto al MI precedente mi avevi un po' annoiato, qui tutto l'opposto, decisamente! La storia mi ha preso dall'inizio alla fine. Certo, all'inizio ero titubante (avevo percepito la rivelazione del rapimento, però ugualmente era poco limpida, giustamente direi) ma alla fine tutto ha preso forma. Che altro aggiungere, forse la parte dell'albero non mi ha convinto, con frasi poco chiare che, secondo me, confondono il lettore. Per il resto tutto ok. Bravo.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Mi fai riflettere, @AdStr, ed è un periodaccio per riflettere... Non ne ho tempo. Stavo per scrivere "torno per un commento più ragionato", ma tanto già lo so che va a finire che non torno, quindi te la butto dritta al punto: si vede che stai modificando alcune cose della tua scrittura. Già sei bravo a scrivere in un modo e vuoi metterti alla prova per fare ancora di meglio. Bene, l'altra volta mi hai convinto che avevo torto (o meglio, che avevo scritto senza rifletterci troppo), fai bene e basta. Penso però che sei ancora a metà percorso. Alcune cose rimangono criptiche, si intravede un certo simbolismo ma non si coglie in pieno (perché l'isola che non c'è? Bimbi perduti... occhei, ombre, bimbi che non crescono... mumble...) altre cose non mi convincono pienamente nella struttura (eccezion fatta per il finale che invece riscatta di molto la storia).

Continua così lo stesso, perché senza percorso non c'è approdo. Ma, penso, non siamo ancora all'approdo.

Spoiler


Il 9/6/2019 alle 23:44, AdStr ha detto:

Modificato domenica alle 23:57 da AdStr

:wtf:Perchè? Perché?! Sai cosa significa, questo, per me, no? 

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @AdStr bellissimo racconto, mi è davvero piaciuto tanto, lo trovo molto visivo. L'unico punto in cui scivola è il momento dell'albero, ma non per il piede che trova appiglio o meno, secondo me per l'intervento del padre. Quando il bambino sale sull'albero io ho immaginato un albero abbastanza grande, mentre leggendo del salvataggio del padre mi sono ritrovata di fronte a un arbusto basso. Avrei speso due parole in più sul quel momento. Per quanto riguarda l'aderenza alla traccia, trovo che il racconto rientri meglio nella mezzanotte che non nel mezzogiorno, capisco, almeno credo, che l'identità qui sia da ricondurre al fatto che il padre nega ai figli i loro nomi e la vita che conoscono per portarli nella vita che sognava lui con nomi di sua scelta. Io e @Befana Profana siamo arrivate alla conclusione che ci siamo capite solo io e lei per quanto riguarda le nostre tracce xD poco male, il tuo racconto mi piace proprio!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @AdStr

Mi è piaciuta molto la storia drammatica vissuta e raccontata dal punto di vista dei bambini. All'inizio non capivo perché Vincenzo chiamasse i figli con nomi diversi dai loro. Ho pensato che fosse impazzito per qualche motivo e nella sua realtà distorta vedesse i ragazzi e se stesso attraverso chissà quale strano ingranaggio mitologico. Altra cosa che non capivo però era questa:

Ludovica e Biagio sono un maschio e una femmina; Callisto e Dafne sono due ninfe della mitologia greca. Insomma mi sono fatta un film mio mentre leggevo. Poi alla fine ho capito che forse i nomi del titolo non volevano essere un riferimento mitologico.

Il padre ha cambiato i nomi dei figli  per paura di essere riconosciuto da chi lo ricercava. Ho pensato alla fine

Grazie per la storia e alla prossima(y)

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Eccomi qui.

 

@Befana Profana Oh, quasi non ci credo. :D Leggere il tuo commento mi ha regalato un sorriso tipo questo.

Non ho molto da dire per la questione della traccia: evidentemente qualcosa ho frainteso. :eheh: L'inizio dalla visita alla tomba non l'ho scritto in vista della tua traccia, ma per la struttura del racconto e per il significato che hanno i gesti all'inizio (lo strappare le erbacce) e alla fine (i semi nel vaso). Io volevo proprio parlare del casino nelle identità dei due bambini, e all'inizio avrei voluto anche celare quella del padre per rivelarla alla fine... ma non avrebbe funzionato, ho pensato poi, troppa carne sul fuoco. Al contrario, per la tua traccia non ho mai pensato che fosse adatto, un po' perché la morte è una fine un po' troppo generica, in questo caso, un po' perché sono passati anni e mi sembrava inadatto.

Comunque oh, l'ho capita strana io, stavolta.

Mi ha fatto davvero piacere il tuo apprezzamento e il fatto che abbia capito le mie intenzioni.

Grazie di cuore. :rosa:

 

@Macleo ti ringrazio dei complimenti. Certo, da un lato mi dispiace che ci sia questa barriera, ma i gusti sono gusti. :) 

 

@Shikana Ma sai che succede tantissimo anche a me questa cosa dei nomi? Se prima non ci associo un'entità ben precisa, che è riuscita a formarsi e attecchire nella mia testa, non c'è mica verso che me li ricordi. xD 

Quindi il tuo complimento per me vale il doppio. Grazie infinite per l'apprezzamento e per le tue osservazioni. :rosa: 

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
31 minuti fa, AdStr ha detto:

Oh, quasi non ci credo

Cioè, vuoi dire che di solito ti dico solo robacce? No, dai, non sono cattiva :s (manca un faccino che sporge il labbro inferiore, sul punto di piangere) 

34 minuti fa, AdStr ha detto:

perché la morte è una fine un po' troppo generica,

Non intendevo la morte in sé: sono la visita alla tomba, e i gesti dello strappare le erbacce che sono il punto d’arrivo, la fine, del percorso di comprensione del padre, di se stesso... io vedevo così la cosa. Ma quanto al frainteso le tracce... io e @Kikki ci siam capite solo tra noi, mi sa :lol:

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@ivalibri Grazie davvero. :arrossire: Anche per aver condiviso la tua storia.

Per quello che vale, sappi che la stima è reciproca. ^_^

 

@Rhomer E lo vedi che era sufficiente togliere quei maledetti sassi dalle scarpe?

Dai, la smetto di fare l'idiota. Sono felicissimo che la lettura ti sia stata meno indigesta. Quell'effetto di presa di consapevolezza lenta attraverso il racconto credo faccia un po' parte di me, e la cosa importante è che non risulti spiacevole; certo, occorre dosare bene tutti gli equilibri. Per fortuna stavolta più o meno è andata. :) 

Grazie di tutto, anche per il feedback sull'albero: siete stati in tanti a dirmelo, e i vostri commenti sono una risorsa preziosissima.

 

@Kikki  :eheh:

Come dicevo poco più su alla tua collega, credo di aver capito male qualcosa. Nella mia idea, il fulcro della questione dell'identità era esattamente quello che hai indicato tu.

Mi dispiace di aver fatto un po' di confusione nel passaggio cruciale dell'albero, ma dall'altro è meglio così: sono felice di capire dove posso imparare per migliorarmi. :D 

Sono comunque molto contento che il significato globale sia giunto intatto e che tu l'abbia gradito.

Grazie. :rosa:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Edu Grazie infinite per il supporto e per la pazienza. Sono perfettamente cosciente che la distanza dalla "perfezione" sia ancora considerevole. So bene che la navigazione sarà molto lunga. E ti dirò, sono felice così: sarebbe terribile, per me, sapere di essere arrivato da qualche parte, mi piace pensare di aver sempre nuove strade da esplorare. Ogni tanto ho il sospetto che non ci arriverò mai a un approdo, che il mio posto sia il viaggio. Penso che sarà sempre così, e che finirà soltanto con la fine della mia vita, quando sarà. :) 

Che dici, ci incontriamo da qualche parte lungo la rotta? :D Oppure mi stai osservando laggiù dall'approdo?

 

@Alba360 Ti ringrazio per la lettura. Non avevo alcuna intenzione di creare confusione con i nomi: per me Callisto è un nome (improponibile) da uomo. Un mio zio si chiama così, e anche il padre di un mio amico di infanzia. Così, nel pensare a un nome improponibile per il protagonista, ho subito pescato quello. 

Temo che ci sia sempre il problema del "simbolismo involontario" di cui parlava Eudes, ahimè. Dovrò lavorarci parecchio, e ti ringrazio per l'aiuto nel mettere a fuoco la questione.

Come ho detto al tuo compare quassù, la strada è ancora lunghissima.

:sss:

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

La drammatica della storia viene isolata per dare voce alla grammatica relazionale. Nella dialettica sottintesa e infranta che li ha portati a trovarsi fin lì e in quella acerba e in divenire del giovane Biagio.

Pur essendomi piaciuto, trovo però che nel racconto (e nella passeggiata dei due ragazzi in particolare) manchi un accenno alla figura materna. Ai fini della storia forse può anche non essere rilevante, tanto che io ho pensato che fosse morta e i ragazzi affidati ai servizi sociali perchè Vincenzo è un delinquente. Ma nel caso li avesse rapiti perché la ex moglie non glieli fa vedere allora penso che la madre dovrebbe comparire almeno in un accenno nei pensieri dei figli.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×