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gierre13

Perché all'autore esordiente non si perdona nulla?

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Da alcune lettere di rifiuto pubblicate in giro si evince una dato fondamentale. Per l'esordiente non esiste alcuna forma di pietà. Ne cito qualcuna, così a caso. 

-Mi spiace, il suo romanzo non è innovativo (ma perché gli altri che tu editore pubblichi lo sono?)

-Ci saremmo aspettati una costruzione narrativa più complessa, con maggiori sottotrame e un'intreccio più raffinato (in pratica non ti possiamo candidare al premio Strega, per cui non se ne fa niente)

-La scrittura è a tratti monocorde e monotona (se lo è solo a tratti vuol dire che cambia... come cavolo fa a essere monotona se cambia?)

Non mi dilungo ulteriormente. Il succo è che nelle motivazioni di un rifiuto (quando ti arrivano) c'è un messaggio molto chiaro: ma come, tu povero cristo che rubi il tempo ad altro per scrivere, non sei nemmeno in grado di fornirmi un manoscritto che sia stupendo, adatto a farti vincere non il premio Strega, ma a poter essere candidato in futuro almeno al Nobel per la letteratura?

Cioè, detto in termini pratici, ci si aspetta che chi voglia intraprendere il percorso della scrittura debba già all'inizio proporre quantomeno un potenziale best seller mondiale. Se la scrittura è appunto un percorso, va affrontato per gradi. Un testo di un'esordiente non può avere le caratteristiche del best seller se non con qualche botta di culo (ahimè sempre molto rare). Di conseguenza appare come una certa velleità molto opinabile, trovare la motivazione del rifiuto partendo dal presupposto che è già un rifiuto. E' come se al provino discografico venissero scartati tutti quelli che non hanno la voce di Bono Vox degli U2 o non suonano la chitarra almeno con Keith Richards dei Rolling Stones. Senza calcolare che magari Bono Vox ha acquisito la sua padronanza vocale iniziando un percorso del quale qualcuno gli ha dato, almeno inizialmente, il lasciapassare per potersi mettere in mostra. Stesso dicasi per gli Stones o per qualunque altro mito del rock. In sostanza, l'editore se ti pubblica si aspetta come minimo che tu abbia scritto un capolavoro. Ma tu un capolavoro non lo scriverai mai se nessuno ha iniziato a pubblicarti.

Cosa ne pensate?

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Non mi ritrovo nello scenario che dipingi, @gierre13. Ho letto diversi romanzi di esordienti (con CE free di ogni tipo), e di molti altri titoli che non ho letto mi è capitato di sentire parlare... e in quasi tutti i casi mi sembra che si tratti di romanzi normalissimi, quando ben fatti e quando meno godibili, ma comunque distanti dal "capolavoro" di cui parli.

Sulla base di cosa sei convinto di questa teoria?

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Magari fosse come dici, @gierre13. In verità io vedo tanti romanzi di esordienti, pubblicati anche da grosse CE, dei quali si potrebbe fare tranquillamente a meno.

 

Il mio pensiero, in generale e cercando quindi di trovare una chiave costruttiva a questa discussione, è che i rifiuti andrebbero analizzati a fondo. La reazione peggiore è quella di scagliarsi contro il sistema, sentendosi derubati di qualcosa, foss'anche solo una possibilità. Credo che l'atteggiamento ideale sia quello di una sana e robusta autocritica, che porti in primis a una minore indulgenza nei confronti dei propri testi.

 

1 ora fa, gierre13 ha detto:

In sostanza, l'editore se ti pubblica si aspetta come minimo che tu abbia scritto un capolavoro.

 

Premesso che di capolavori in giro non ne vedo, nemmeno tra i grossi autori, qui secondo me trai una conclusione assai affrettata. L'interesse di una CE è avere il miglior testo possibile, che funzioni sotto quasi tutti i punti di vista: stile, trama, personaggi, commerciabilità. Nel panorama editoriale attuale, anche un buon libro non è garanzia di ritorno economico, va da sé che i criteri di valutazione su cosa pubblicare e cosa no debbano essere piuttosto rigidi e precisi. Ma ciò non implica che debba trattarsi di un "capolavoro". I capolavori, mi ripeto, sono rarità assolute.

Modificato da Cerusico
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55 minuti fa, gierre13 ha detto:

Da alcune lettere di rifiuto pubblicate in giro si evince una dato fondamentale. Per l'esordiente non esiste alcuna forma di pietà. Ne cito qualcuna, così a caso. 

Da questa frase e da come hai impostato il discorso quello che dici potrebbe valere solo per le CE big.

La micro editoria, al contrario, pubblica anche troppo. Siamo su una media di 67.000 titoli l'anno , molti dei quali di esordienti/emergenti.

Non mi pare che ci sia questa marea di rifiuti, tutt'altro!

Se poi da esordiente assoluto mandi a Einaudi... certo che ti rifiutano.

A me, al contrario, sono capitati sotto mano libri che sarebbe stato meglio non avessero mai visto la luce, che avrebbero avuto bisogno di un buon rifiuto. 

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5 minuti fa, nemesis74 ha detto:

La micro editoria, al contrario, pubblica anche troppo. Siamo su una media di 67.000 titoli l'anno , molti dei quali di esordienti/emergenti.

Esatto, concordo.

 

5 minuti fa, nemesis74 ha detto:

Se poi da esordiente assoluto mandi a Einaudi... certo che ti rifiutano.

Chiaro anche questo, ma le motivazioni di questi rifiuti non girano attorno al presunto problema denunciato in testa al topic. Lì subentrano altre dinamiche che poco hanno a che fare con la questione "capolavoro", "premio Nobel" e via dicendo. :D 

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Sì, necessita un doveroso chiarimento. Il mio discorso è riferito alle grosse CE.

Sono pienamente d'accordo che le case editrici pubblicano anche troppo, questo vale sia per le grandi che per le piccole. Le grandi pubblicano poco gli esordienti, ma questo è vero solo in parte. Non è impresa impossibile secondo me accedere anche alle grosse CE per un esordiente.

Il problema è nei rifiuti a monte di invii spontanei (che è prassi abbastanza comune). In pratica ciò che volevo sottolineare è che se il rifiuto è già scontato, la motivazione che si adduce è a volte incomprensibile. Pur di motivare il rifiuto si trovano mille difetti che se poi vai a scrutare bene, sono gli stessi anche di autori già accreditati. Perché allora non essere sinceri e dire: non ti pubblico perché in questo momento non pubblichiamo esordienti? O al limite non rispondere proprio.

Ma si rientra poi nel solito discorso, ovvero che gli esordienti sono anche un pubblico appetibile per le grosse CE. Se gli si dice la verità, si corre il rischio di perderli come lettori. Ecco il motivo per cui su Mondadori o su Rizzoli c'è la scritta "Invio manoscritti". Per dare comunque l'idea di una CE attenta a tutto anche se questo, secondo me, non corrisponde a realtà.

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Quello che mi premeva sottolineare è appunto questo. Perché un autore già affermato può permettersi di pubblicare anche un testo magari banale, vecchio, ripetitivo, denso di luoghi comuni e con una trama scialba. Mentre all'esordiente gli si dice "non ti pubblico perché la tua storia è scialba". Allora non pubblichi nemmeno le storie scialbe di autori già noti e risulti coerente. Senza considerare che poi l'autore già affermato che pubblica il lavoro scialbo e inconsistente, lo pagherà. Venderà all'inizio perché ha già il suo pubblico, ma questo pubblico dopo averlo letto, non se la metterà via. E lui perderà di credito. Quello che non capiscono a volte le CE, specialmente quelle grosse, è che qua nessuno è fesso. Il mercato secondo me non lo fanno loro. Lo facciamo noi. (People have the power...come diceva tempo fa Patty Smith)

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24 minuti fa, gierre13 ha detto:

Pur di motivare il rifiuto si trovano mille difetti che se poi vai a scrutare bene, sono gli stessi anche di autori già accreditati. Perché allora non essere sinceri e dire: non ti pubblico perché in questo momento non pubblichiamo esordienti? O al limite non rispondere proprio.

Ma spesso le grandi CE, infatti, non rispondono proprio...

E poi, non vorrei essere polemica, ma davvero gli esordienti hanno gli stessi difetti degli autori già affermati?

Mi sembra un'affermazione azzardata perché:

1) è quasi impossibile categorizzare "gli esordienti" e "gli autori affermati" facendo di tutta l'erba un fascio; 

2) se proprio dovessi dare un giudizio generale, direi che spesso (cioè con le dovute eccezioni) la qualità degli esordienti è più bassa.

 

My two cents.

 

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@mercy 99% delle volte non rispondono. Ma qualche volta invece rispondono. E sarebbe meglio che non lo facessero per le sciocchezze che dicono... Anche perché la risposta è firmata da qualcuno (da cui parte il rifiuto) ma è stata redatta dallo stagista di turno che poveraccio non sapeva nemmeno cosa dire e magari non era stato nemmeno lui a leggere il testo. Ma visto che deve citare qualche riferimento per dare almeno l'idea che almeno la sinossi è stata letta, vengono fuori delle riposte ibride e prive di senso.

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11 minuti fa, gierre13 ha detto:

Perché un autore già affermato può permettersi di pubblicare anche un testo magari banale, vecchio, ripetitivo, denso di luoghi comuni e con una trama scialba.

 

Perché è già affermato, cioè per lo stesso motivo per cui la Barilla potrebbe comprare grano più scadente per il proprio prodotto, mentre la Pasta Pinco appena uscita sul mercato non può permetterselo: la seconda deve crearsi un mercato e la prima ne ha già uno grosso, che per una cosa chiamata resistenza al cambiamento ci metterà un po' a decidersi ad abbandonare la marca preferita a favore di una sconosciuta.

 

15 minuti fa, gierre13 ha detto:

Mentre all'esordiente gli si dice "non ti pubblico perché la tua storia è scialba". Allora non pubblichi nemmeno le storie scialbe di autori già noti e risulti coerente.

.

Questo è il motivo per cui, secondo me, una CE non dovrebbe mai rispondere con un rifiuto motivato. Non avendo il tempo di sviscerare i difetti, finiscono col riportare frasi di circostanza buone per ogni stagione: perdono solo tempo e non danno motivazioni valide. E perché non ne hanno, di solito: un libro viene scartato, alla fine, perché non si riuscirebbe a trasformarlo in un prodotto, o non si riuscirebbe a farlo in modo economicamente vantaggioso, e questa valutazione è fatta non sulla base di criteri oggettivi, ma secondo l'esperienza e l'intuito di chi valuta, che solo in parte possono essere razionalizzati.

 

 

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@swetty Mi hai letto nel pensiero. Era proprio quello che intendevo dire: sarebbe meglio non rispondere. La motivazione di un rifiuto non è spesso comprensibile e razionale per cui quando è così è meglio non rifugiarsi nelle frasi di circostanza. Si fa più bella figura.

Se una donna ti lascia e non ti dice il perché, forse è meglio così. Se non te lo vuole dire magari è perché non si può dire :-) 

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3 minuti fa, gierre13 ha detto:

sarebbe meglio non rispondere.

In quel caso sarebbe stato aperto un topic per capire le ragioni della mancata risposta e  chiedendosi se non sarebbe più opportuno rispondere comunque, anche con banalità, invece del silenzio/rifiuto. Anche per una questione di educazione. 

:D 

Una lamentela ci sarebbe sempre! Fa parte delle costanti dell'editoria.

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13 minuti fa, nemesis74 ha detto:

Fa parte delle costanti dell'editoria.

Che a loro volta fanno parte delle costanti dell'umanità.

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Se non si risponde, c'è sempre l'incognita: ma l'avranno letto oppure no etc. etc. 

Quello che intendevo io è che nella risposta se si vuole citare il motivo allora il motivo dev'essere quello vero. Oppure meglio non dirlo proprio. Del resto basta dire: non mi ha coinvolto, non mi è piaciuto, non si adatta alla linea editoriale etc. etc. Si parlava invece di risposte articolate dove viene anche citato il testo per garantire che è stato letto.

Ma fate attenzione perché a mio parere stiamo andando fuori argomento.

L'argomento vero del mio topic è l'eccessiva aspettativa che a volte si nutre in un testo, di un esordiente in particolare.  Investire su nuovi talenti non vuol dire aspettarsi che al primo colpo mettano su il successo editoriale del secolo. Ma vuol dire accompagnarli in un percorso se si intuisce che dandogli questa opportunità qualcosa prima o poi uscirà fuori. Non a tutti ovviamente, ma solo quando queste potenzialità si riescono a intravedere. E' l'eccessiva rapidità del prodotto editoriale che brucia questo. Pubblico un esordiente, questo non fa il botto al primo colpo e allora lo brucio. Ma il botto al primo colpo lo si fa solo a Capodanno. E poi non ditemi che tutto ciò che arriva in libreria è bello... ci sono anche delle puttanate enormi che riempiono gli scaffali (mi si perdoni il termine). Per cui una in più o una in meno, passi. Se però in quelle diciamo ingenuità iniziali, si riscontra un potenziale futuro, è giusto esporle. Eì giusto osare. Ecco il topic riguarda l'eccessiva rigidità dei parametri editoriali che valgono per qualcuno (chi non è nessuno) mentre per altri no. Io penso che non sia un criterio corretto questo. Anzi. La rigidità dei parametri deve valere proprio per chi è già affermato. Se l'autore di grido e osannato dalla critica mi pubblica poi una puttanata, ha dieci volte più colpa di uno che affermato non lo è. E temo sia successo... Queste sono le costanti dell'umanità, dell'umanità in cui viviamo, purtroppo.

 

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5 minuti fa, gierre13 ha detto:

L'argomento vero del mio topic è l'eccessiva aspettativa che a volte si nutre in un testo, di un esordiente in particolare. 

 

Considerato che quasi tutti hanno un manoscritto nel cassetto, ci sono 25 milioni di scrittori in Italia e solo una ventina campano con i libri e fanno campare le proprie case editrici. I numeri non saranno proprio questi, ma un tredici al totocalcio è più facile.

 

Se una CE deve investire in qualcuno, accompagnarlo alla pubblicazione, seguirlo, ecc., questo bisogna che sia un futuro premio Nobel o quantomeno un futuro sfornatore di bestseller. Altrimenti sono solo soldi buttati. E per la cronaca, visti i trend di mercato, conviene investire in cuochi, non in romanzieri.

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1 ora fa, swetty ha detto:

visti i trend di mercato...

...a mio avviso ci ritroveremo ben presto nella preistoria della cultura, tutti cervelli "fini", dotati di incredibili apparecchiature elettroniche, in grado di far viaggiare gli atomi alla velocità della luce, di spiegare addirittura la creazione dell'universo, ma in difficoltà nell'imbracciare una penna e sparare qualche parola senza uccidere qualcuno...

 

;(

 

GS

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1 ora fa, gierre13 ha detto:

L'argomento vero del mio topic è l'eccessiva aspettativa che a volte si nutre in un testo, di un esordiente in particolare.  Investire su nuovi talenti non vuol dire aspettarsi che al primo colpo mettano su il successo editoriale del secolo. Ma vuol dire accompagnarli in un percorso se si intuisce che dandogli questa opportunità qualcosa prima o poi uscirà fuori. Non a tutti ovviamente, ma solo quando queste potenzialità si riescono a intravedere. E' l'eccessiva rapidità del prodotto editoriale che brucia questo. Pubblico un esordiente, questo non fa il botto al primo colpo e allora lo brucio.

Qui, però, entra in gioco il fatto che le case editrici sono aziende e in quanto tali per stare in piedi devono fatturare. Perciò – dal mio punto di vista – dall'esordiente, ma anche da parte di scrittori affermati, ci si aspetta un prodotto appetibile per il pubblico di riferimento, che venda e che faccia almeno rientrare dalle spese sostenute per stampa, promozione e distribuzione.

L'investimento sui nuovi "talenti" (parola non troppo azzeccata, a mio avviso) c'è e da costoro non ci si aspetta certo il successo editoriale del secolo al primo romanzo. Ma un libro che, nella sua categoria, possa voler essere comprato sì.

 

Riguardo il percorso di cui accenni, invece, lo vedo poco attuabile da parte di una grossa casa editrice, a meno di casi molto particolari: è un grosso dispendio di tempo e risorse, di cui comunque non si può essere certi del risultato che andrà a produrre. In questo sono d'accordo con @swetty, che con poco ha spiegato molto bene il concetto:

1 ora fa, swetty ha detto:

Se una CE deve investire in qualcuno, accompagnarlo alla pubblicazione, seguirlo, ecc., questo bisogna che sia un futuro premio Nobel o quantomeno un futuro sfornatore di bestseller. Altrimenti sono solo soldi buttati. E per la cronaca, visti i trend di mercato, conviene investire in cuochi, non in romanzieri.

 

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@swetty Uno dovrebbe entrare in politica e promettere una pubblicazione a chiunque lo voti. Vincerebbe a mani basse.

 

@gierre13 Tornando alle cose serie. Il problema per me è sempre il solito, e continuo a ripeterlo dal giorno 1 che sono qua sopra: nessuno ha idea di come costruire una prosa, e poi una storia, che catturi l'attenzione. Facci caso, ci sono due tipi di scrittori oggi in Italia, gli esteti e velocisti. I primi sono sempre impegnati a ricercare le belle frasi e infarcire la prosa di inutili figure retoriche (di solito solo e soltanto similitudini. Nei loro testi ogni tre parole c'è un come), gli altri invece scrivono col turbo, non hanno rispetto del tempo del racconto, intere azioni, ore e giorni passano in tre parole, o anche peggio le tratteggiano con lo spazio bianco tattico.

Nel mezzo ai due estremi c'è poi un universo di sfumature, quelli che "creano" movimento ingolfando il testo di verbi di moto e azione, quelli che i dialoghi non li mettono, che si contrappongono a chi invece fa dire ai protagonisti anche le cose più inutili. Ho visto testi dove ogni volta che un personaggio ne incontra un secondo si ripete "ciao" come un mantra.

Tutto un ciao.

E potrei proseguire all'infinito. Alle volte mi chiedo se qualcuno abbia mai letto mezzo libro. Perché poi ci si chiede come mai certi libri vendano milioni di copie: forse perché al netto di storie non proprio al top, certi autori almeno sanno utilizzare tutti gli strumenti che sono richiesti per comporre un libro?

Ed è evidente, che se sei un esordiente e certi strumenti non li usi, perché nemmeno sai che esistono, non puoi essere preso. E qua non si parla delle storie o delle belle storie. La bella storia vale poco, molto poco. Anche perché anche le storie hanno le loro regole a parte per essere costruite.

Certo che poi ci si può chiamare Asimov e Dick, e allora l'idea geniale sopperisce a una prosa povera. Oppure si è Eco, e allora la prosa eccelsa compensa storie di poco spessore.

Ma appunto si tratta di grandi casi limite, persone che per loro natura avevano punti di forza talmente marcati che fregava nulla al lettore dei difetti. 

Un esordiente dovrebbe almeno avere la decenza di trovare un suo equilibrio tra tutte queste tecniche e regole.

 

Ad esempio: io continuo a rimanere allibito come nessuno parli di anisocronia. Di come usarla, quando usarla, perché usarla, e della difficoltà che questa comporta per lo scrittore, ma di come renda la prosa ricca e splendente, veloce nei punti giusti, e lenta quando serve per far gustare al lettore le parti interessanti.

Poi oh, meglio per me e per chi la usa. 

 

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Reduce (quasi nel vero senso della parola...) da una vacanza dedicata alla lettura di esordienti ed emergenti letti "a gratis" per un editore amico, ho conosciuto il terribile mondo dello scouting. Terribile perché, purtroppo, i libri "leggibili" di noi scrittorucoli sono una vera rarità: mi spiace dirlo, ma posso assicurare che trovare un romanzo "decente", cioè che non ti costringa all'abbandono dopo poche pagine o, addirittura, qualche riga, è un caso più unico che raro. Alla fine, al momento di compilare la scheda di valutazione, ti accorgi di essere impietoso: consecutio a vanvera, gerundi (endo e ando...), avverbi (ente...), spiegoni, anacronismi, errori grammaticali, incoerenze, inverosimiglianze, ripetizioni, tic verbali, sono la regola. Purtroppo...

Come sempre, è semplice vedere la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non accorgersi della trave che è nel tuo...

 

Diciamo la verità: preferiamo la recensione sincera e "cattiva" o quella edulcorata e gentile? Quale delle due è più utile allo "scrittore"?

 

Un editore che risponda è una rarità. Un editore che lo faccia senza peli sulla lingua un'eccezione. 

Per qual motivo trovare da ridire con noi scribacchini alle prime armi? Meglio non motivare il rifiuto.

 

E adesso viene il peggio: qualora un editore educato risponda con un bel no motivato, sappiate che cercherà di farlo gentilmente: nessuno vi dirà che avete scritto una schifezza, che è meglio dedicarsi ad altro e che non sapete tenere una penna in mano. Vi addolciranno la pillola.

 

 

Quasi tutti! Conosco un certo @Renato Bruno... Un caratteraccio!

 

 

12 minuti fa, Ospite ha detto:

Ad esempio: io continuo a rimanere allibito come nessuno parli di anisocronia.

 

anisocronia: la famosa socronia degli ani... Giusto?

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@Ospite non penso che le belle storie contini poco. Penso che quello che tu dici sia molto soggettivo. Sono cose che pensi tu, altri potrebbero pensarla in maniera differente. Ed è una fortuna questa, sia in campo letterario che no.

 

@Fraudolente sono d'accordo con te. Le recensioni dure, brusche aiutano a crescere meglio dei rifiuti melliflui e infarciti di frasi belle e finti complimenti. Basta che queste recensioni siano vere e non preconfezionate. Alcune delle stroncature più forti che ho preso hanno generato la voglia di scrivere ancora e di ottenere buoni risultati.

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@Fraudolente Quello che tu dici lo aveva già detto Snoopy scrittore negli anni 60:

 

Gentile autore

La ringraziamo di averci inviato il suo manoscritto.

Ci duole in maniera profonda dirle che però non possiamo pubblicarlo.

Pur tuttavia ci sentiamo anche di aggiungere che in fin dei conti... non ci duole poi così tanto.

 

Cordiali ed affettuosi saluti

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@gierre13 Il problema è quello. Non è una questione soggettiva.

La scrittura come ogni altra forma d'arte ha le sue regole. Vanno conosciute, poi sta all'autore decidere quali applicare, come, dove, perché e in che misura. Questa storia che la scrittura non ha regole, e che un autore è libero di fare e disfare a proprio piacimento è una favola.

Voglio dire, liberissimi di non creare anisocronia. Così come io posso decidere di scrivere un libro che sia letto da destra a sinistra. O un pianista non rispettare il tempo d un determinato spartito, accelerare e rallentare quando meglio crede... però poi quando va in sala davanti al pubblico forse se ne pente.

Se si vuole ignorare il come, benissimo. Però che sia una scelta consapevole, e non per non voglia di imparare o informarsi. Perché poi mi tocca leggere appunto che le CE rifiutano senza nemmeno leggere, che sono brutte e cattive.

E lasciando da una parte le CE, quando vi prende in mano un lettore abituato a leggere libri scritti con tutti i crismi del caso (in questo caso si parla di anisocronia) se ne accorge che c'è qualcosa che non va. Poi non è un professionista, e non sa dare un nome a cosa non vada, ma di sicuro che il nostro testo è diverso, che so, da Harry Potter, se ne rende decisamente conto.

 

 

  • Grazie 1

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@Ospite mi fai dire cose che non ho detto. Non ho detto che la scrittura non ha regole.

Ho solo detto che io come lettore preferisco le storie allo stile. Leggo più volentieri una bella storia scritta con uno stile non eccelso che una storia banale scritta in maniera stupenda. È un mio parere e visto che il libro lo devo leggere io, compro e leggo quello che mi piace. Tutto qui.

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18 minuti fa, gierre13 ha detto:

@Ospite mi fai dire cose che non ho detto. Non ho detto che la scrittura non ha regole.

Ho solo detto che io come lettore preferisco le storie allo stile. Leggo più volentieri una bella storia scritta con uno stile non eccelso che una storia banale scritta in maniera stupenda. È un mio parere e visto che il libro lo devo leggere io, compro e leggo quello che mi piace. Tutto qui.

 

Però siamo scrittori, e come tali dovremmo ragionare. E perché ti ritengo uno scrittore, parlo in un certo modo. Se poi stavi intervenendo da lettore, ho frainteso io. E allora lì non ho proprio niente da dire.

 

 

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1 ora fa, Fraudolente ha detto:

anisocronia: la famosa socronia degli ani... Giusto?

 

xD

Mi fa ridere che per illustrare certi concetti "altisonanti" spesso basta ricorre a cose "bassisonanti".

Nel nostro caso, non c'è miglior modo per capire cos'è l'anisocronia che guardare "Holly e Benji". La parodia dei Gem Boy (alta letteratura :D) dice: "Io credevo che un giocatore stesse concentrato solo sul pallone, invece questi hanno lunghi flashback, ma l'avversario in quel momento dov'è?"

 

2 ore fa, Fraudolente ha detto:

Terribile perché, purtroppo, i libri "leggibili" di noi scrittorucoli sono una vera rarità: mi spiace dirlo, ma posso assicurare che trovare un romanzo "decente", cioè che non ti costringa all'abbandono dopo poche pagine o, addirittura, qualche riga, è un caso più unico che raro

 

Secondo me, dipende anche dalle cosiddette "regole di scrittura". Se noi scrittorucoli seguiamo quelle regole pedissequamente, alla fine vengono fuori libri tutti uguali. Ma è un circolo vizioso, perché, se non le segui, ti dicono che il tuo testo non risponde ai criteri del mercato, allora devi seguirle; ma, se le segui, i libri vengono tutti uguali; allora non le segui più… e sei "punto e a capo".

Il segreto sta nel conoscerle bene, nel seguirle criticamente e nel romperle quando è necessario, considerandole non regole ma linee guida, altrimenti l'omologazione è dietro la porta.

 

8 ore fa, gierre13 ha detto:

Ma fate attenzione perché a mio parere stiamo andando fuori argomento.

L'argomento vero del mio topic è l'eccessiva aspettativa che a volte si nutre in un testo, di un esordiente in particolare

 

Spero di non essere troppo OT ;) se dico che è molto peggio quando l'aspettativa riguarda non già il testo ma la biografia dell'autore.

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Però il flashback non è anisocronia. È analessi. Una cosa un tantino differente differente.

 

Anche questa cosa dei libri tutti uguali se si applicano queste tecniche è una bella favola XD 

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Dunque, non ho letto con attenzione tutti i commenti di cui sopra, ma noto come ancora una volta si imposti la discussione sulle colpe degli altri.

Nel mondo ideale che ancora non c'è, chi scrive dovrebbe soprattutto e sempre essere spietatamente onesto con sé stesso. E il sé stesso dello scrittore si costruisce nel tempo, a fatica, con sacrificio, accumulando delusioni sconcerto rabbia e spirito critico spietato verso la propria lingua scritta. La limatura di una frase, di un periodo di un capitolo è operazione di rilettura delicata e complessa, che mostra la nostra competenza o la nostra momentanea incompetenza. Per la competenza ci vuole dedizione, passione, energia, tempo e letture infinite, ed altrettanto coinvolgimento e sincerità occorre per riconoscere la nostra incompetenza, perché ancora abbiamo molto da imparare dai nostri errori. 

 

Considerato il già pubblicato (senza tener conto del mercato) il mio/tuo/suo scritto perché dovrebbe imporsi all'attenzione del lettore-agente/editore/recensore? 

Non ci staremo sopravvalutando?

Siamo in grado veramente di scrivere? Cioè: sia per un bigliettino di auguri sia per una lettera alla fidanzata, riusciamo a far emergere il nostro stile, il nostro modo unico di dare suono ed espressione viva alle nostre parole? La nostra passione e cura per le parole è abito quotidiano o vezzo solo per un saltuario autocompiacimento? 

Considerato che il primo ri-lettore del mio testo sono io, sono io in grado di prendere le distanze dal mio testo per aggiustarlo o riscriverlo in altro modo? 

Prima di puntare il dito verso o contro le CE (ed ognuno ha sempre ottime motivazioni per farlo), sono io capace onestamente di riconoscere le lacune le imperfezioni gli errori di impostazione le debolezze lessicale e strutturali che a me come lettore/scrittore pregiudicano la riuscita la scorrevolezza la comunicazione l'impatto il coinvolgimento del testo da me proposto? E se non ne sono in grado, sono aperto sono disposto ho la forza ho l'umiltà costruttiva di accogliere critiche appunti e anche scappellotti sulla nuca? 

Prima, molto prima di additare colpe e cattiverie agli addetti ai lavori, guardiamoci allo specchio. La scrittura ci rappresenta, nel bene come nel male. E se ci rappresenta, allora cresce con noi, matura con noi, migliora bel e con il nostro viverre.

 

Pochi giorni fa  ho fatto un servizio fotografico al Roseto comunale di Roma, all'Aventino, un giardino meraviglioso. Avevo addosso tre machine fotografiche digitali più nello zaino la mia cara 35mm reflex analogica con rullino. Ci sono andato apposta, quindi ero vestito per l'occorrenza, cioè per fare il rettile tra le piante di rose, per inquadrarle dal basso alle nove del mattino e con i gomiti sulla terra. Intorno a me gente con i cellulari che dall'alto riprendeva le rose. Vado al Roseto ogni anno, e ogni volta provo una prospettiva diversa prima di scattare. Le rose sono una gioia per chi fotografa, per provare la profondità di campo, i tempi e le esposizioni, gli obiettivi, gli sfocati,  i primi piani e gli sfondi. E adesso, dopo anni e anni di pratica posso dire che sono pronto per "Gardenia" , sono pronto per la pubblicazione delle "mie" rose sulle riviste con carta patinata.  Non lo faro, ma desso so che potrei farlo, adesso so come mettere insieme gradevolmente tecnica ed estetica, so come dare un'anima non scontata all'immagine bella. Non sono ancora tecnicamente pronto per la scrittura per gli altri, ma sento che il tempo giusto s'approssima. Mi resta solo da trovare la mia soggettiva angolazione di ripresa. Non facile, ha a che fare con l'interiorità, con la serenità, con il fraseggio verbale che diventa espressione del mio concepire la vita e il mondo, retoricamente parlando.    

 

Un saluto.            

 

 

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@Renato Bruno Esordisci dicendo che tutto si imposta sulle colpe degli altri e poi, senza aver letto i commenti, dai comunque la colpa a qualcuno?

Scherzo ovviamente...

Nessuno da la colpa agli editori brutti e cattivi o tanto meno agli esordienti o scrittori che dir si voglia ansiosi di scrivere e magari brutti e cattivi anche loro.

Non c'è colpa di nessuno, secondo me. Qualche luogo comune da sfatare forse, quello sì. Il mondo editoriale è bello proprio per questo. Si cresce poco alla volta, si matura nel tempo e se poi se questa crescita è avvenuta i frutti si raccolgono. Del resto il rifiuto c'è dovunque, anche se presenti il curriculum per fare il cassiere alla DESPAR. Poi magari impari meglio a far di conto e se non ti assume la DESPAR vai alla CONAD dove ci sono persone oltre cose (oddio...io il cassiere che mi aiuta a caricare la spesa in macchina o che aiuta mia moglie a partorire non l'ho mai incontrato però)

In ogni caso quoto pienamente  ciò che hai detto "la scrittura ci rappresenta, nel bene o nel male".

 

E ti dirò...sono molto più ottimista di un tempo e penso anche io che se metti tutto te stesso e il tuo impegno in qualcosa, qualunque cosa sia, ci riesci. 

 

 

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9 minuti fa, Ospite ha detto:

Però il flashback non è anisocronia. È analessi. Una cosa un tantino differente differente.

 

Sì, è analessi, ma funzionalmente è un modo per modificare l'andamento temporale di un fatto, quindi funzionalmente l'analessi è anisocronia se usata alla "Holly e Benji". Nella realtà, se, mentre giochi ti distrai mezzo secondo, ti soffiano il pallone. Invece nella finzione il calciatore sta tre ore a congetturare su come colpire il pallone, se va colpito così o colà, e poi lo colpisce. Evidentemente c'è una discrepanza tra il tempo della finzione narrativa e il tempo della realtà. Per me, quel tipo di analessi crea anisocronia.

 

9 minuti fa, Ospite ha detto:

Anche questa cosa dei libri tutti uguali se si applicano queste tecniche è una bella favola XD 

 

Be', non ero convintissimo nemmeno io mentre lo scrivevo, ma riflettiamo: se ti metto la regola che "bisogna evitare la diatesi passiva", allora tutti scrivono con la diatesi attiva anche quando non va bene.

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