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gierre13

Perché all'autore esordiente non si perdona nulla?

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Ni,, l'analessi è un mettere in pausa il tempo presente, e andare nel passato. 

L'analessi al suo interno a sua volta ha anisocronia.

Direi che usare l'analessi come dettaglio, quindi come parte dell'anisocronia, è appunto da fillerone anime anni 80. Un modo di fare per allungare il brodo in questi prodotti televisivi. Ma in letteratura non si trova, anche perché è un suicidio. 

Chi lo fa, è un temerario. 

Per quanto riguarda la diatesi è più un suggerimento per non far morire di vecchiaia il lettore. Passivo e riflessivo là dove non si può farne a meno. C'è gente ci inizia i paragrafi con le passive. Si chiama seppuku. 

 

 

 

 

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Mi sono documentato su Wikipedia:

L'anisocronia è una tecnica utilizzata in letteratura e consiste nella diversa distribuzione del tempo nel racconto. Il processo inverso si chiama isocronia.

L'anisocronia è un processo che modifica il ritmo e la velocità della narrazione e che regola la relazione fra il tempo storia narrata (intesa in termine di durata: minuti, ore, giorni) e l'estensione del testo (inteso come numero di pagine). Per esempio in un racconto il narratore potrebbe voler dare molto spazio in numero di pagine ad un evento che copre un lasso di tempo di pochi giorni e poche righe ad eventi che ricoprono in durata degli anni. Questa tecnica è usata per evidenziare la differenza di percezione fra tempo effettivo e tempo proprio.

Le anisocronie potrebbero definirsi effetti di ritmo. Si possono trovare in un testo tre tipi di anisocronie:

Il sommario, dove il tempo della storia è maggiore del tempo del discorso;

La scena, in cui il tempo della storia coincide col tempo del discorso;

L'analisi, nella quale il tempo della storia è inferiore al tempo del discorso.

Dall'alternanza di questi 3 effetti, si riesce a modulare il ritmo del racconto, rallentandolo, ravvivandolo, o bloccandolo.

 

Mi diverte che pur non sapendo il nome è un qualcosa che ho sempre utilizzato.

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1 ora fa, Renato Bruno ha detto:

Non ci staremo sopravvalutando?

 

Uno "stonato" talvolta non sa di esserlo finché qualcuno non glielo dice. 

E il poverino canta e fischietta sotto la doccia nella pia illusione di essere più intonato di Frank Sinatra, quando le sue "arie", invece, sarebbero molto più consone ai delicati solfeggi di Frank Matano...

 

 

 

 

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1 ora fa, Ospite ha detto:

Direi che usare l'analessi come dettaglio, quindi come parte dell'anisocronia, è appunto da fillerone anime anni 80

 

A quello mi riferivo quando parlavo di anisocronia alla Holly e Benji.

C'è un rallentamento voluto. Immaginiamo una scena. Cristiano Ronaldo avanza palla al piede, scarta due giocatori e arriva all'altezza del dischetto del rigore. A questo punto si ferma, si mette le braccia conserte sul petto, si piazza un mano sotto il mento come un filosofo e pensa: "Adesso che faccio? Se scarto anche il numero 9 avversario, poi mi esce il portiere. Uhmmm, forse è meglio se colpisco il pallone di piatto e lo passo al mio compagno che è messo meglio..."

Mentre lui ragiona, io vado in cucina e mi faccio un caffè: prendo la moka, il sacchettino del caffè e tutto. Alla fine metto il caffè in una tazzina e torno alla tivvù; e c'è ancora Ronaldo che ragiona sul da farsi: "... Però, se lo prendo si collo pieno potrei..." E io: "Okay, Rona', vado in bagno nel frattempo."

Tornò dal bagno e in tivvù c'è ancora Ronaldo, con la palla tra i piedi, in area di rigore, che pensa. E io: "Rona', tiralo 'sto pallone! No, 'spe', dammi il tempo di allacciarmi la scarpa e poi tiri." Mi allaccio la scarpa e poi torno a guardarlo: "Adesso puoi tirare." E lui tira e fa goal :asd:

 

Nella realtà non può succedere, ma in Holly e Benji accade, eccome :D

 

1 ora fa, Ospite ha detto:

Ma in letteratura non si trova, anche perché è un suicidio. 

Chi lo fa, è un temerario. 

 

Non in maniera esasperata come in Holly e Benji, ma in alcuni gialli o thriller si usa sotto forma di analisi.

 

1 ora fa, Ospite ha detto:

Per quanto riguarda la diatesi è più un suggerimento per non far morire di vecchiaia il lettore. Passivo e riflessivo là dove non si può farne a meno. C'è gente ci inizia i paragrafi con le passive. Si chiama seppuku. 

 

Esatto! È un suggerimento, o una linea guida, come dicevo sopra, però molti scrittori dilettanti (come me) lo fanno sempre. Non so se questa cosa si chiami seppuku: mi documenterò, non ho mai sentito questa parola :D

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@dyskolos Ma figurati. Lo facevo anche io quando ho cominciato a scrivere.

Poi ho visto la potenza di questi suggerimenti. Libri più rapidi e precisi, più profondi e lettori talmente soddisfatti da rileggere per scoprire dettagli che possono essere sfuggiti.

E una volta che vedi che funziona, lo fai.

Sai tutte quelle domande che si leggono spesso dagli esordienti:

 

Come faccio a fare interessare?

Come creo suspance?

Come personaggi interessanti?

E i dialoghi?

E l'horror?

Come faccio a far passare un messaggio?

 

E sono anche le domande che avevo in testa io quando ho cominciato. E le risposte ci sono. Poi sta all'autore implementare la sua tecnica con l'esperienza.

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17 ore fa, dyskolos ha detto:

Spero di non essere troppo OT ;) se dico che è molto peggio quando l'aspettativa riguarda non già il testo ma la biografia dell'autore.

Giusto, ma torniamo al tema.

Tema: perché all'autore esordiente non si perdona nulla?

Svolgimento:

all'autore esordiente non si perdona nulla perché trattasi di fantozziana merdaccia che,  allo scopo di gratificare un ego in caduta libera, ambisce veder la sua schifezzuola pubblicata da primaria casa editrice ed esposta alla pubblica ammirazione, impilata in ordinate cataste prossime all'ingresso, in tutte le librerie del globo terracqueo. Ma chi crede di essere, Vespa, Totti, Corona? L'esordiente va ridimensionato, rimbrottato, umiliato, possibilmente sfruttato e spremuto, poscia fanculato. Ecco!  

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3 ore fa, Ospite ha detto:

@dyskolos Ma figurati. Lo facevo anche io quando ho cominciato a scrivere.

Poi ho visto la potenza di questi suggerimenti. Libri più rapidi e precisi, più profondi e lettori talmente soddisfatti da rileggere per scoprire dettagli che possono essere sfuggiti.

E una volta che vedi che funziona, lo fai.

Sai tutte quelle domande che si leggono spesso dagli esordienti:

 

Come faccio a fare interessare?

Come creo suspance?

Come personaggi interessanti?

E i dialoghi?

E l'horror?

Come faccio a far passare un messaggio?

 

E sono anche le domande che avevo in testa io quando ho cominciato. E le risposte ci sono. Poi sta all'autore implementare la sua tecnica con l'esperienza.

 

Ricordo quelle domande:D

I suggerimenti di scrittura sono spesso buoni. Il problema è che vanno personalizzati e non stanno nel codice penale: non ci mettono certo in gattabuia se non li seguiamo, eh! Alcuni invece li considerano norme inderogabili e così tutti i poveri personaggi hanno (1) "le lacrime che gli percorrono il viso" e quasi mai (2) "il viso percorso da lacrime". Magari qualche volta sta meglio la (2), no? Poi mi dicono: "Ehi dysk,  vedi che la diatesi attiva dà forza alla prosa; la passiva invece la rende più debole". Sta bene: non faccio mica fatica a riconoscere la forza e la debolezza delle diatesi. Ma se uno vuole indebolire la prosa, perché nel passo che sta scrivendo la prosa debole sta meglio, allora che lo faccia!

 

Tempo addietro, feci leggere un libro a mio padre. Quando ebbe finito, mi disse con intenzione critica: "Vedi che il personaggio XYZ è troppo debole!" Wow, gli dissi "È proprio l'effetto che volevo ottenere: un personaggio debole che si barcamena in mezzo a personaggi forti."

In sostanza, una critica negativa si è tramutata in complimento :)

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@gierre13

 

Il punto, secondo me, si snoda lungo la differenza che intercorre fra "esordiente" e "dilettante"; laddove "esordiente" un tempo aveva ancora senso come addetto ai lavori (in questo caso di scrittura) che dopo studio e applicazione si apprestava a muovere i primi e timidi passi nel mondo del mercato editoriale; mentre "dilettante" è colui o colei che, spinto solamente dal nobile spirito artistico, pretende di essere considerato un genio per le sue innate qualità artistiche che non trovano riscontri nella realtà oltre la sua stessa opinione.

 

Dunque più che all'esordiente, io credo che sia al dilettante che non viene perdonato nulla, in quanto privo anch'egli di quel minimo di umiltà o senso di autocritica tale da fargli accogliere critiche o spingerlo ad applicarsi in un percorso di miglioramento.

 

Ciò che poi prima era "esordiente" è stato sostituito da "dilettante", la quale categoria ha ormai preso d'assalto le CE da decenni, tanto da contribuire a creare il grande abbassamento culturale che oggi stiamo vivendo; nonché a decretare tale "odio" verso la categoria "esordiente" cui nulla si perdona.

 

L'esordiente vero non esiste più... Ci sono milioni di dilettanti che vogliono diventare ricchi e famosi con i propri libri, ognuno credendo di meritarselo più dell'altro.

Fra questi, le CE possono puntare sui cavalli che credono gli faranno fare più incassi; il resto è inutile al mercato quanto alla cultura di un popolo che non legge può nulla sempre da decenni.

 

Non solo a tali "esordienti" non si deve perdonare nulla, ma è anche colpa loro se il sistema editoriale italiano è diventato una macchina sottoculturale...

 

Nessuno ha mai preteso che un esordiente fosse già un Nobel, ma che almeno fosse a conoscenza delle basi della grammatica italiana, quello sì.

 

Se dunque l'esordiente non ha la voce di Bono Vox - per riprendere il tuo esempio musicale - sarebbe come minimo sensato (un tempo lo era) che prima di mandare centomila demo a ogni casa discografica, sapesse intonare due note o accordare una chitarra, cosa che non si usa più fare...

 

È inutile girarci intorno: gli scrittori e pseudotali in Italia sono milioni, i lettori molti, molti meno...

 

Cosa veramente vogliamo? Ognuno ha la sua risposta, ognuno dirà la sua, in pochi saranno d'accordo...

 

Il futuro della scrittura non è nelle CE né nei libri... In Italia, l'epoca dei libri è terminata.

Facciamocene una ragione...

 

Questo, ovviamente, solo e sempre a mia personalissima opinione.

 

Dopodiché, se preferite, alzi la mano chi con la scrittura ci campa, chi legge-compra almeno un libro al mese; chi legge-compra esordienti... dubito che ci saranno milioni di braccia alzate...

 

Ciao!

 

 

 

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5 ore fa, gierre13 ha detto:

Mi diverte che pur non sapendo il nome è un qualcosa che ho sempre utilizzato.

Non preoccuparti: è @Ospite che... le sa tutte!

Sarebbe persino capace di dare del necroforo al beccamorto, dell'aruspice all'indovino, del marangone al falegname e del cerusico al chirurgo...

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5 ore fa, gierre13 ha detto:

Mi sono documentato su Wikipedia:

L'anisocronia è una tecnica utilizzata in letteratura e consiste nella diversa distribuzione del tempo nel racconto. Il processo inverso si chiama isocronia.

L'anisocronia è un processo che modifica il ritmo e la velocità della narrazione e che regola la relazione fra il tempo storia narrata (intesa in termine di durata: minuti, ore, giorni) e l'estensione del testo (inteso come numero di pagine). Per esempio in un racconto il narratore potrebbe voler dare molto spazio in numero di pagine ad un evento che copre un lasso di tempo di pochi giorni e poche righe ad eventi che ricoprono in durata degli anni. Questa tecnica è usata per evidenziare la differenza di percezione fra tempo effettivo e tempo proprio.

Le anisocronie potrebbero definirsi effetti di ritmo. Si possono trovare in un testo tre tipi di anisocronie:

Il sommario, dove il tempo della storia è maggiore del tempo del discorso;

La scena, in cui il tempo della storia coincide col tempo del discorso;

L'analisi, nella quale il tempo della storia è inferiore al tempo del discorso.

Dall'alternanza di questi 3 effetti, si riesce a modulare il ritmo del racconto, rallentandolo, ravvivandolo, o bloccandolo.

 

Mi diverte che pur non sapendo il nome è un qualcosa che ho sempre utilizzato.

 

Ora potrai farlo con cognizione di causa.

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1 ora fa, AndC ha detto:

Ciò che poi prima era "esordiente" è stato sostituito da "dilettante", la quale categoria ha ormai preso d'assalto le CE da decenni, tanto da contribuire a creare il grande abbassamento culturale che oggi stiamo vivendo; nonché a decretare tale "odio" verso la categoria "esordiente" cui nulla si perdona.

Sono d'accordo, anche se c'è dilettantismo e dilettantismo: una volta, quando gli umani campavano in media 40-50anni, un ventenne aveva accumulato esperienze che oggi neanche a quarant'anni. Capitava che un giovane artista (ad esempio, pittore o scultore) si dilettasse anche di filosofia, matematica ed altro. Forme di dilettantismo che oggi, nell'era delle specializzazioni, sarebbero inconcepibili. Più che di dilettantismo, si trattava, però, di eclettismo, mentre oggi spesso, più che di dilettantismo, si tratta di pressappochismo, fomentato ed esaltato dalla imperversante cultura dei social. Pressappochismo cui molto, troppo si perdona.

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@cheguevara

Giustissima precisazione, diciamo che io ho usato il termine "dilettanti" più per rendere l'idea di "non professionisti allo sbaraglio", più che per farne una connotazione specifica adatta al caso.

Siano dunque pressappochisti, menefreghisti o quello che uno vuole, per me il concetto di base non cambia...

 

Più di ogni altra arte, la scrittura (essendo che come popolo alfabetizzato l'impariamo tutti alle scuole d'obbligo) dà in qualche modo il diritto o l'illusione di pensare che sia un'arte alla portata di tutti, senza bisogno di particolari e ulteriori studi o affinamenti... cosa che già per la musica non è fortunatamente così scontata.

 

Se magari un italiano su cinque (le statistiche le sto inventando a puro esempio) pensa che anche non sapendo cantare si possa provare a fare audizioni di canto; quattro (se non addirittura cinque) italiani su cinque pensano "siccome ho scritto qualcosa, delle pagine, un romanzo, un pensierino, va pubblicato... o almeno io ci provo" quindi inviano alle CE...

 

Come dire: nella scrittura non esiste né mai è esistito un senso di "pudore" artistico per cui "non si invia alle CE se non si è convinti del proprio lavoro, delle proprie capacità"... il che non significa di aspettare di aver scritto il best seller, ma neanche inviare il primo romanzo (o addirittura bozza di romanzo incompiuto) scritto in tre mesi, che poi già a rileggerselo da soli dopo sei mesi si storce la bocca...

Purtroppo, nella scrittura la prassi è... "io invio, al massimo non rispondono".

 

Poi, appunto ci sono quelli che credono sia obbligo delle CE pubblicarli...

 

Ecco, credo che queste siano le principali categorie di "esordienti" che le CE non apprezzano troppo e cui perdonano poco...

 

Gente che magari la senti dire "io non leggo, ma a vent'anni ho già finito il mio terzo romanzo, però non capisco perché le CE non mi pubblicano... saranno brutte e cattive, o più semplicemente non capiscono l'innovazione della mia scrittura?".

 

Ciao!

 

 

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12 ore fa, AndC ha detto:

Gente che magari la senti dire "io non leggo, ma a vent'anni ho già finito il mio terzo romanzo, però non capisco perché le CE non mi pubblicano... saranno brutte e cattive, o più semplicemente non capiscono l'innovazione della mia scrittura?".

D'accordo in linea di massima. Per la parte quotata, mi sembra che tu stia generalizzando dei casi limite. Sarebbe cosa buona e giusta se le CE rifiutassero la monnezza, ma avrebbero dovuto leggerla e rifiutarla perché, appunto, monnezza. Ho, invece, la vaga sensazione che le selezioni (chi le fa sul serio) prescindano spesso dalla vera valutazione della validità dello scritto, concentrandosi invece sulla commerciabilità dello stesso, in particolare sulla probabilità che l'autore sconosciuto possa essere o diventare venditore di successo della propria opera. Inoltre le micro aziende editoriali, di cui il mercato pullula, se e quando fanno selezione affidano il compito a lettori esterni mal pagati o spesso non pagati e la cosa non può che incidere negativamente sul risultato della selezione stessa. Questo è ciò che penso e, come sempre, posso sbagliare.

Ricambio i saluti.

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@cheguevara Quoto ciò che hai detto.

 

Sfatiamo il luogo comune che l'autore è sempre cattivo, poco preparato, invadente etc. etc. e che non rispetta le CE.

Valutare se un'opera rientra nei criteri minimi di pubblicazione per chi è addentro al settore necessita di pochi minuti e poche pagine lette. Quindi non è il tempo che manca ma la volontà. Diciamo che esistono canali preferenziali per cui l'opera verrà presa almeno in considerazione a prescindere dal suo valore intrinseco, che è cosa comunque molto soggettiva. Non sempre è così ma molte volte si, almeno questo è il mio pensiero. 

Secondo me ripeto non esistono i buoni e i cattivi. Gli autori sono i cattivi e gli editori poverini sono vittime dei cattivi autori che li tartassano. Una CE senza autori non è una CE. Non avrebbe ragione di esistere. Quindi se vogliono essere rispettate dagli autori (che sono anche lettori perché le figure sono inscindibili - mamma mia che parola complicata che ho trovato) rispettino anche loro. E così vissero tutti felici e contenti.

Una sola considerazione polemica (per scherzare ovviamente)... Utilizzate meno anisocronia almeno nei commenti, perché il ritmo di alcuni commenti è così lento che si fa fatica a leggerli per intero. Se ti vuoi far leggere, il lettore deve arrivare in fondo alla storia (al commento in questo caso) con maggiore rapidità. 

E con questo sono pronto a essere trafitto dalle freccette rosse. :-)

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Rispondo parlando ovviamente solo per la nostra esperienza, quella di piccolo editore che pubblica pochi libri l'anno.
È vero che quando motiviamo un rifiuto ci limitiamo a poche frasi sintetiche , ma il tempo è tiranno e fornire schede di valutazione non è mestiere da editore.
Però nonostante questo, cerchiamo di fornire opinioni che ci auguriamo possano risultare utili, e che sicuramente sono sincere. Se il problema non è la qualità della scrittura ma la difficoltà di trovare un mercato per il libro, noi lo specifichiamo sempre.
Penso comunque che un autore, sbollita magari la delusione iniziale, riesca a distinguere un giudizio evidentemente pretestuoso da uno magari troppo stringato, ma potenzialmente istruttivo.

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18 ore fa, Nativi Digitali Edizioni ha detto:

Rispondo parlando ovviamente solo per la nostra esperienza, quella di piccolo editore che pubblica pochi libri l'anno.
È vero che quando motiviamo un rifiuto ci limitiamo a poche frasi sintetiche , ma il tempo è tiranno e fornire schede di valutazione non è mestiere da editore.
Però nonostante questo, cerchiamo di fornire opinioni che ci auguriamo possano risultare utili, e che sicuramente sono sincere. Se il problema non è la qualità della scrittura ma la difficoltà di trovare un mercato per il libro, noi lo specifichiamo sempre.
Penso comunque che un autore, sbollita magari la delusione iniziale, riesca a distinguere un giudizio evidentemente pretestuoso da uno magari troppo stringato, ma potenzialmente istruttivo.

Giusto. Parlando per me, non c'è delusione che debba sbollire in caso di rifiuto, perché il rifiuto lo metto in conto al momento dell'invio del manoscritto. Purtroppo siete tra i pochi che comunicano il rifiuto e tra i pochissimi che ne forniscono una motivazione non stereotipata. Saluti.

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@gierre13

Non molto tempo fa ho ricevuto un rifiuto da un'agenzia editoriale nel quale mi è stato detto che, nonostante la trama fosse originale e commerciale, c'erano dei problemi non così gravi da non essere corretti con un editing. 

 

Ora, in un primo momento anche io non l'ho presa benissimo, però, come altri utenti hanno detto, il mondo dell'editoria e della scrittura è una realtà difficile e sempre più competitiva, è un cammino tortuoso dove la luce è davvero molto in fondo al tunnel. 

Detto questo, sono convinto che se ci metti passione, dedizione, umiltà e voglia di migliorare e metterti in discussione, prima o poi alla pubblicazione ci arrivi, seppur con una piccola CE. 

Poi, se vuoi un riscontro oggettivo, io ti consiglio di rivolgerti a un editor. 

 

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Io concordo sul fatto che, spesso, la mancata pubblicazione sia meritata. Che l'esordiente tenda a sopravvalutare la propria creatura è cosa ormai risaputa. Che un buon libro (1 su 10.000) non ottenga la pubblicazione, la tanto ambita occasione, è comunque possibile, e le ragioni, purtroppo, sono e resteranno innumerevoli. Potrebbe non essere il momento propizio per quella determinata storia, chissà, magari avrebbe dovuto nascere negli anni '90 o nel 2025. Il fattore "fortuna" ha il suo peso, ma parliamo di una piccolissima (o inesistente) parte di inediti. 

Se fossi editore ci andrei piano anche io, come ho sempre sostenuto in altre discussioni. Non si tratta del giornalino della scuola dove tutti possono metterci mano, l'editore ci investe soldi e la propria reputazione (cosa non da poco). 

- Ma esordiente x non ha scritto un capolavoro eppure è sugli scaffali delle migliori librerie - potrebbe sbottare qualcuno. 

Può darsi che il testo x, vuoto ai miei occhi, abbia invece ammaliato la CE big e convinto il direttore editoriale. È plausibile e non ci vedo niente di male. A volte può fare la differenza finire al posto giusto al momento giusto. 

Mi avete fatto pensare al film Million dollar baby xD

- La gente muore ogni giorno Frankie, mentre lucida il pavimento o lava i piatti, e sai qual è il loro ultimo pensiero? Non ho mai avuto un'occasione... 

 

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Il ‎30‎/‎05‎/‎2019 alle 21:56, Luciano91 ha detto:

Io concordo sul fatto che, spesso, la mancata pubblicazione sia meritata.

Aggiungo che spesso è  la pubblicazione a essere immeritata. Lo è quando una piccola CE tende a far numero, a pubblicare chiunque per incassare i proventi della vendita on demand delle poche copie che l'illuso pseudo-scrittore piazzerà presso amici e parenti. La cosa peggiore è che, andando avanti di questo passo, diventa difficile sentirsi veramente gratificati dall'essere stati pubblicati.

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