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[Promettendo che sarò più presente sul forum quando avrò terminato la maturità, posto quello che è uno dei primi capitoli del romanzo cui sto lavorando e di cui ho redatto le prime cinquanta pagine. Così, giusto per avere un parere. Il mio venire dalla poesia si sente forse troppo, i personaggi sono solo uno strumento per costruire la distruzione e il romanzo ha ambizioni pseudo-esistenziali, ma va bene così: ci sarà tempo per cambiare. Un saluto!]

 

La famiglia è tugurio del delirio.

 

Sguardi intrecciati incensano la vita ed erigono statue in nome di Amore, despota che divarica le vertebre e li rende sepolcro di desideri trafugati, così abbarbicati alla paranoia del vivere: si sentono fragili di fronte a quella bambina che li osserva con occhi vispi.

 

Sta giocando con delle bambole che, un tempo, sono state della madre, perché purtroppo non possono permettersi molto di più. Non ora, non con l’affitto da pagare.

 

Sono felici, perché la vera felicità è povera: disadorna, si erge su pentole d’oro e anelli di diamanti, destinata a rimanere impressa come carezze grezze su un volto intessuto di utopie. La vera felicità è come la rima cuore-amore: banale.

 

«Ha i tuoi capelli, piccola.»

«E i tuoi occhi.»

«Sono così fortunato.»

«Perché?»

«Perché mi sono riscoperto innamorato.»

«Di lei?»

«Di lei e soprattutto di te.»

«Quante volte ti innamorerai ancora di me?»

«Forse ogni giorno.»

«Forse mai più.»

«Perché questo pessimismo?»

«Invecchierò anche io.»

«Tanto meglio: se invecchierai così bene, sarai una bellissima milf.»

«Daniele!»

«Che c’è? È la verità...»

«Sì, ma non dire certe cose davanti alla piccola.»

«Mh, va bene. »

 

Sorrisi lascivi stridono nell’anarchia dei giorni viscerali: potrebbero passare ore a scambiarsi silenzi eloquenti, a sedursi a vicenda con complimenti dirottati verso il nulla, per poi rivestirsi di concupiscenza nelle notti allucinate dai sessi schiusi come conchiglie.

 

Il tempo è tiranno che incede senza periclitare la voglia di amarsi: più invecchiano, più si riscoprono incatenati l’uno all’altra e meno a se stessi.

 

L’amore tra giovani è egoistico: parassita volto a colmare mancanze e fragilità esistenziali con corpi ingordi di vita. Poi cresciamo e ci riscopriamo carcasse del sentimento: uccisi, ci aggrappiamo l’uno all’altro pur di salvarci. Infine diveniamo baratro che accoglie l’abisso: ingolliamo le debolezze del compagno per farlo stare bene o, perlomeno, un poco meglio.

 

Amarci significa annientarci, significa tentare di rinascere insieme alla persona che ci ha annichilito: l’amore è masochismo, è costruzione della distruzione; è vedere l’anima genuflettersi davanti alle macerie del cuore e godere di ciò, perché consapevoli del fatto che stia nel malessere l’unica grande verità. Bramiamo la distruzione perché coscienti di non poter essere costruttori: la costruzione appartiene agli Dei, forse persino agli uomini del passato, ma noi siamo bestie che giocano a essere umani.

 

Possiamo anche provare a trascendere il tedio della vita quotidiana, ad ascendere all’infinito, ma guardiamo in alto, quando dovremmo guardare dentro: confinato nel finito, l’infinito non è altro che la percezione di tutto ciò che non siamo, perché è sul non-essere che ci concentriamo, piuttosto che sull’essere.

 

Siamo diventati trans-umani perché abbiamo distrutto Dio, senza accorgerci che, tentando di annientarlo, ci siamo riconfermati suoi schiavi: gli abbiamo concesso il potere su di noi nel momento stesso in cui abbiamo provato ad annichilirlo, poiché abbiamo ammesso di essergli inferiori, quando nulla è superiore all’uomo. Nemmeno l’Arte, perché è dall’uomo che essa discende: non è l’idea platonica, bensì quella cartesiana. Antropocentrismo in shot bollenti. Ed è in questo essere superiori che si nasconde la nostra più grande fragilità: soffriamo, perché spesso in noi emotività e raziocinio viaggiano su due binari paralleli, sempre pronti a deragliare e a schiantarsi l’uno contro l’altro.

 

Poi siamo mutati in dis-umani, dunque belve, perché come belve sappiamo, vediamo, ci accorgiamo di essere delirio, ma non sappiamo esplicitarlo: non sappiamo più chi siamo. La nostra vita è fingere di avere un’identità e talvolta persino fingere di fingere: siamo catastrofismo edulcorato dall’apparenza, ma l’unica grande realtà è la finzione, perché essa rivela ed è solo quando fingiamo di stare bene che stiamo male davvero e dunque siamo massimamente veri.

 

Siamo tutti alétheia: verità nascosta che si disvela. E non c’è umanità nella rivelazione: umano è chi sempre domanda, non ciò che ha risposta.

 

Quindi chi siamo noi? Forse siamo quell’uomo che abbraccia la moglie, la donna che si lascia coccolare, o la bambina che li osserva, incuriosita, con sguardo serpigno, per poi avvicinarsi, sfiorare la gamba della madre, slanciarsi per essere presa in braccio e chiederle:


 

«Mamma, perché oggi desidero morire?»

 

Ha sette anni e il Dolore è già il suo Dio.

 

Lo scenario muta, polimorfo come il grande Teatro: la donna, una stella crollata; il padre, barlume di una razionalità liquefatta; la bambina, un sorriso tratteggiato di catastrofe.

 

Distruzione psichica: tragedia lirica. Necrosi di ogni utopia genitoriale.

 

La famiglia è tugurio del delirio: forse non siamo nulla, se non una distopia concretizzata.

 

 

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Ecco: ovviamente ho fatto un casino. Inizialmente avrei dovuto pubblicare il capitolo "La Mirra di Alfieri", però poi ho optato per un altro e ho dimenticato di cambiare il titolo. Chiedo perdono. >.<

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Ospite AndC

Ciao @EmperorOfDisaster

 

 

Il 26/5/2019 alle 21:25, EmperorOfDisaster ha detto:

Sguardi intrecciati incensano la vita ed erigono statue in nome di Amore,

Non credevo neanche esistesse come verbo... :D

 

Il 26/5/2019 alle 21:25, EmperorOfDisaster ha detto:

Sguardi intrecciati incensano la vita ed erigono statue in nome di Amore, despota che divarica le vertebre e li rende sepolcro di desideri trafugati, 

"Divaricare"... non che sia sbagliato... il suo significato è "scostare l'una dall'altra parti del corpo"... però, nell'immaginario comune si pensa alle gambe... immaginare come si divarichino le vertebre, secondo me, non è immagine scontata e quindi difficile da visualizzare... ci avrei comunque visto meglio delle "costole", più che delle vertebre, tanto più che in qualche modo dovrà renderli un "sepolcro", in qualche modo un "contenitore"...  

Non è chiarissimo il "li" a chi si riferisce, se agli "sguardi" o ai due personaggi dietro e creatori di tali sguardi.

 

Il 26/5/2019 alle 21:25, EmperorOfDisaster ha detto:

l tempo è tiranno che incede senza periclitare la voglia di amarsi:

Anche questo "periclitare" è un termine molto ricercato, ma mi piace...

 

Il 26/5/2019 alle 21:25, EmperorOfDisaster ha detto:

marci significa annientarci, significa tentare di rinascere insieme alla persona che ci ha annichilito: l’amore è masochismo, è costruzione della distruzione; è vedere l’anima genuflettersi davanti alle macerie del cuore e godere di ciò, perché consapevoli del fatto che stia nel malessere l’unica grande verità. Bramiamo la distruzione perché coscienti di non poter essere costruttori: la costruzione appartiene agli Dei, forse persino agli uomini del passato, ma noi siamo bestie che giocano a essere umani.

 

Possiamo anche provare a trascendere il tedio della vita quotidiana, ad ascendere all’infinito, ma guardiamo in alto, quando dovremmo guardare dentro: confinato nel finito, l’infinito non è altro che la percezione di tutto ciò che non siamo, perché è sul non-essere che ci concentriamo, piuttosto che sull’essere.

 

Siamo diventati trans-umani perché abbiamo distrutto Dio, senza accorgerci che, tentando di annientarlo, ci siamo riconfermati suoi schiavi: gli abbiamo concesso il potere su di noi nel momento stesso in cui abbiamo provato ad annichilirlo, poiché abbiamo ammesso di essergli inferiori, quando nulla è superiore all’uomo. Nemmeno l’Arte, perché è dall’uomo che essa discende: non è l’idea platonica, bensì quella cartesiana

La ripetizione di "annichilire" mi ha colpito, nel senso che la varierei perché risalta... sei stato molto ricercato in tutto il testo... userei un sinonimo... volendo anche per "annientare" che ritorna.

 

Il 26/5/2019 alle 21:25, EmperorOfDisaster ha detto:

di essergli inferiori, quando nulla è superiore all’uomo. Nemmeno l’Arte, perché è dall’uomo che essa discende: non è l’idea platonica, bensì quella cartesiana. Antropocentrismo in shot bollenti. Ed è in questo essere superiori che si nasconde la

Qui la ripetizione di "superiore/i" anche risalta, ma mi sembra voluta... ciononostante, valuterei se cambiarla o meno.

 

Il 26/5/2019 alle 21:25, EmperorOfDisaster ha detto:

Antropocentrismo in shot bollenti.

L'immagine di shot (intendi i "bicchierini di liquori"?) mi sembra molto fuori contesto rispetto a tutto il resto... una metafora che riporta ai pub.

 

 

Caro @EmperorOfDisaster... il testo è sicuramente molto ricercato, e in questo è ben scritto... uno stile molto ricercato, non di facile approccio-lettura.

La difficoltà maggiore non è tanto nella terminologia, quanto e piuttosto nell'accostare al volo le immagini delle parole, che non sono scontate.

 

Questo è un punto di forza, ma al contempo può essere un ostacolo per una lettura di più ampio e condiviso approccio... come dire: è un bel testo, di "nicchia", se posso permettermi.

 

Ciò che poi non aiuta, almeno in questo momento, è la totale assenza di una storia, se non un vago accenno attraverso i personaggi, ma non si intuisce né si capisce troppo.

Il tutto diviene dunque ed effettivamente più una sorta di trattato-speculazione filosofica che racconto vero e proprio inteso come sviluppo di storia e personaggi.

Lo stile diventa allora molto "spiegativo" delle stesse teorie che la voce narrante mette in campo... ci sta spiegando il senso della vita dal suo punto di vista e lo fa con termini ripetuti di spiegazione, come ad esempio "significa", o con l'uso molto reiterato dei "due punti".

 

In generale, mi piace come scrivi, è una scrittura non improvvisata e ricercata... forse e per ora troppo estrema per mantenere da sola e a lungo andare l'attenzione alla lettura... per questo lavorerei al contempo anche su una trama (che sia pura la "costruzione della distruzione" come da te accennato - anzi, molto interessante tale aspetto).

 

Ovviamente, il tutto, a mia semplice opinione personale, qualora possa esserti in qualche modo utile per un confronto.

 

Ciao e al prossimo capitolo!

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Ciao ho appena finito di leggere il tuo capitolo, trovo che sia molto profondo, hai accennato che provieni dalla poesia e si sente molto, anche dalle parole molto complicate, come "disadorna" o "annilichire".

In sé trovo il pezzo,  perfetto. Dal testo sono riuscita a capire che parla di un uomo e una donna che hanno avuto una bambina, che hanno dei problemi economici, hai descritto molto bene i vari pensieri che affliggono la protagonista, ma credo che questa sia solo un'introduzione alla storia vera, anche perché non sono riuscita a cogliere la trama almeno per adesso. Perdonami se non sono molto esaustiva, ma è la prima recensione che faccio e non riuscirei a dirti altro. Ti faccio i miei complimenti però, perché scrivi in un modo impeccabile. Aspetto il prossimo capitolo.

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@Anglares, grazie mille! La prossima voltà starò più attento.

 

@AndC, ciao! Ammetto che, se la ripetizione di "superiori" è voluta, non sono volute quelle di "annientare" e "annichilire". Per quel "li" iniziali, v'è un capitolo precedente che chiarisce tutto, in quanto "La famiglia è tugurio del delirio" è il terzo capitolo vero e proprio: prima ve ne sono altri due e un'introduzione in cui si spiega il progetto. Invece l'immagine dello "shot" è voluta, perché tutto il testo verterà sulla contrapposizione tra barocco e terra-terra, tra astratto e concreto, tra aulico e violento. Invece, per quel che riguarda la storia, essa è tutta delineata nell'introduzione, ma di fatto si dipana molto lentamente, perché, sebbene l'intreccio sia complesso, mi interessano di più i personaggi come veicoli introspettivi di una filosofia di vita. La storia c'è, comunque, anche se qui non si scorge. Ti ringrazio per essere passato e per gli spunti di riflessione, che ho trovato utili! Provvederò a modificare laddove necessario. Un saluto! ^^

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Il 30/5/2019 alle 10:50, Gio gio ha detto:

Ciao ho appena finito di leggere il tuo capitolo, trovo che sia molto profondo, hai accennato che provieni dalla poesia e si sente molto, anche dalle parole molto complicate, come "disadorna" o "annilichire".

In sé trovo il pezzo,  perfetto. Dal testo sono riuscita a capire che parla di un uomo e una donna che hanno avuto una bambina, che hanno dei problemi economici, hai descritto molto bene i vari pensieri che affliggono la protagonista, ma credo che questa sia solo un'introduzione alla storia vera, anche perché non sono riuscita a cogliere la trama almeno per adesso. Perdonami se non sono molto esaustiva, ma è la prima recensione che faccio e non riuscirei a dirti altro. Ti faccio i miei complimenti però, perché scrivi in un modo impeccabile. Aspetto il prossimo capitolo.

Ciao! Perdona il ritardo, ma la maturità mi ha rubato molto tempo. La trama, in realtà, è un po' novecentesca, nel senso che è molto introspettiva e si dipana in molti capitoli. Diciamo che questo capitolo è il primo vero capitolo, in quanto i primi due servono più da introduzione. Comunque, ti ringrazio tanto, anche per non essere rimasta, ecco, turbata dai termini poetici: la poesia rimane la mia più grande passione, nel bene e nel male. Alla prossima! 

 

@Gio gio

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Ciao @EmperorOfDisaster,

non ho molta esperienza all’interno del sito e nelle recensioni, per questo per ora mi sono sbilanciata poco nei commenti, ma dopo aver letto questo tuo capitolo – che da quello che ho capito vuole essere il prologo di un romanzo discretamente ambizioso nei contenuti – ho pensato di condividere la mia opinione da profana. Valga quel che valga, magari ti sarà d’aiuto!

È evidente che il tuo intento sia di dare al testo uno spessore filosofico, tuttavia il contenuto pare troppo sentenzioso per essere filosofico: non induce a riflessioni, non apre interrogativi, fornisce solo le risposte assolute e direi quasi personali del narratore. Perciò il monologo mi dà l’impressione di essere sterile, manualistico e fine a se stesso, completamente slegato dai personaggi che sono estranei al discorso. La scena principale con i protagonisti, che dovrebbe in teoria reggere e dare un senso a queste riflessioni, in realtà galleggia in un mare di parole che sembrano andare in un'altra direzione e sono scollegate dai fatti.

Il dialogo di apertura tra i genitori viene presentato come l’esempio evidente di ciò che il narratore spiega, ma mi sembra gettato lì per caso, risulta forzato e non accompagna il lettore nella comprensione delle conclusioni che vengono tratte nel mentre e a fine capitolo.

Inoltre, tutte queste sentenze sono ingenue e immature per essere spacciate per universali da un narratore esterno che – per la natura del suo stesso ruolo – conosce tutto, sa tutto ed è super partes. Le troverei adeguate se nascessero dall’ingenuità di uno dei personaggi che procede in un proprio percorso di crescita. Così però sono semplicemente frasi dal contenuto spesso scontato e banale, espresse in un gergo eccessivamente e inadeguatamente elaborato e pieno di fronzoli per un testo in prosa, gergo volto a nobilitare e rendere complesso un pensiero che non lo è poi tanto.

Per il resto, le tematiche mi sembrano un poco anacronistiche. Il testo, con tendenze decadentiste, ha l’aria di essere un riassunto semplificato di un manuale di filosofia di quinta superiore, in cui i pensieri nietzschiano, cartesiano e pirandelliano vengono accostati innocentemente per darci la chiave di lettura dell’essere, spacciati come riflessioni originali e non come concetti assodati e di fatto superati della storia della filosofia e della letteratura, quali in realtà sono.

La parte finale, in cui il capitolo si trasforma quasi in una sorta di prologo teatrale – dove gli eventi non vengono raccontati, ma snocciolati in maniera stringata e didascalica con la tecnica del metateatro, in cui l’autore strizza l’occhio al pubblico e dice “ora la scena cambia” – mi sembra fuori contesto e poco pertinente allo stile tenuto precedentemente.

Lo stile è… troppo. È bene usare un lessico forbito qualora lo si possieda, se utilizzato in maniera efficace in un contesto che lo richieda. In questo caso però, l’impressione che ne traggo è che il linguaggio stoni con il contenuto, ovvero: le scelte lessicali, arcaiche o desuete, non sono necessarie per la comprensione del pensiero, anzi la ostacolano, non rendono immediato il significato. A tratti le frasi richiedono quasi di essere parafrasate, non perché le immagini siano troppo complesse per essere assorbite, ma perché non sono efficaci, non mi sembra dicano quello che pensi vogliano dire.

Infine, il registro della parte narrata fa a pugni con il registro dei dialoghi dei personaggi e a volte è incoerente pure con se stesso, per essere brutale diventi triviale, hai cadute di stile che secondo me non creano lo sperato contrasto tra tragico ed elegiaco, proprio a causa dell’abuso di aulicismi.

Ciò che funziona per la poesia, difficilmente ottiene lo stesso effetto nella prosa. Sei un autore molto interessante per me, soprattutto nella sezione poesia, e queste sono ovviamente impressioni mie, ma almeno potrai avere un quadro più generico di quale effetto il tuo testo possa sortire su un pubblico vario, che è sempre utile per essere consapevoli. Sapendo sempre che non scrivi per le riflessioni di un singolo lettore, perciò considera quello che ti ho detto con relatività, traendo il meglio e buttando nel cestino tutto quello che ritieni possa non avere un valore utile!

Spero di non essere stata eccessivamente diretta e di non averti offeso, sono molto curiosa di sapere come si evolverà il racconto perciò spero che condividerai altri capitoli in futuro! :)

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