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MI126

Traccia di mezzanotte: L'assenza

 

 

 

Ci chiamavano così.

D’altronde, era così che ci sentivamo. Io più che mio fratello.

Avevo otto anni a quel tempo e non sapevo, o meglio, non avevo ancora capito quali cambiamenti epocali stesse per vivere il mio mondo.

Mio fratello ne aveva tredici, e forse proprio per questo soffrì assai meno per quell’assenza.

Gli ormoni in rivoluzione gli stavano portando nuovi desideri, tante fantasie. Avrebbe avuto la sua "famiglia" fatta di amici e complotti.

A quell’età se ne fanno molti, di complotti, occupano quasi tutto il tempo degli adolescenti.

Io no, non avrei avuto nulla di tutto ciò.

Entrambi, comunque, vivevamo di “elemosina”. Quando scendevamo giù, in Sicilia, finivamo ospiti di parenti mai amati, mai conosciuti realmente.

«Bigotti, reclusi in tradizioni da vecchio film», diceva sempre mio fratello; glielo avevano ripetuto come un mantra i nostri genitori.

Il sud, un luogo da dove si fugge per questo e per molti altri motivi.

 

Dove fossero quei due era noto a tutti.

Mio padre, manager teatrale, era sempre in giro. Viveva dietro le quinte di palcoscenici famosi, sempre in posizione strategica ad osservare la platea per misurare il gradimento dell’artista, suo protetto.

Traeva un appagamento fisico e mentale dal lavoro, e oggi che non lo rimprovero più, credo fermamente sia la qualità fondamentale per un uomo di successo. 

Mia madre, invece, preferiva essere sempre altrove rispetto al punto esatto in cui l'avrebbe voluta il dovere. Era l’unico modo che conosceva per soddisfare la sua voglia di libertà, sfoggiava così anche la sua indipendenza economica.

Lo stipendio che le passava il Ministero della Pubblica Istruzione, in realtà, non sarebbe bastato neppure per un terzo delle sue esigenze, ma tant'è era docente universitaria e si definiva indipendente.

Quasi mai insieme nemmeno come coppia, i miei amavano vivere immersi in progetti fortemente personali e individuali.  

Dava loro prestigio e ne giustificava l'assenza.

Dopo tutto non per nulla vivevamo nell’agiatezza.

Il nostro appartamento era, da sempre, più simile a un ostello: artisti, amici e colleghi, arrivavano senza mai preoccuparsi di cercare un albergo.

Noi - abitazione immensa e ospitale - personificavamo già il futuro, quello senza frontiere, quello delle nuove generazioni, in continuo movimento da un capo all'altro dell'emisfero.

Mi svegliavo al suono di mille lingue diverse e dialetti regionali, poi... niente regole né privacy. Alcuni andavano in bagno lasciando la porta socchiusa.

A mio padre ho perdonato molto, anche questa invasione barbara, a mia madre no.

Era lei che gestiva i flussi, limitava i nostri spazi e le sue eterne assenze. In compenso i nostri giocattoli erano sparsi per tutte le stanze ed era con questa strategia che ci illudeva; credevamo la casa tutta nostra. Solo nostra.

In definitiva, i miei abitavano in un mondo tutto loro, mentre noi vivevamo assicurati a babysitter con tanto di "pedigree", custoditi come lingotti in cassaforte.

Eppure, a quel tempo sarei stata capace di annegare dentro al piatto doccia.

 

Il freddo di quei giorni non lo dimenticherò mai, una rarità in quella terra di vacanze che avevo sempre incontrato in giornate di sole e cielo limpido.  Ma - adesso lo so - era solo il mio mondo che cominciava a smantellarsi. Il guasto alle pompe di calore, credo sia stato solo il culmine di un gelo più grande, profondo, da tempo in avanzamento; per anni era rimasto nascosto dietro tendoni da circo, dentro le vetturine di giostre pazzesche, obliato dai colori sgargianti della mia prima infanzia. 

Quei giorni li ricordo come i più disastrosi della mia vita.

Ma perché eravamo venuti in inverno?

 

I miei ricci e i miei occhi scuri erano i legami che avevo con gente quasi sconosciuta, residuo e ripetizione di tratti somatici ai quali difficilmente si sfugge. Che fossi del Sud, quindi, era stato scritto sulla mia pelle, bruna, facile all'abbronzatura.

Fu durante le feste di Natale, e furono quei parenti a farmi veramente male, con i loro sguardi, gli abbracci, i baci e le mezze parole.

Loro mi svegliarono da uno stordimento che fino ad allora non avevo compreso fino in fondo, e quello che avevo timidamente provato nei confronti della donna che mi aveva partorito, esplose dentro di me con una rabbia che ancora oggi mi fa stare male.

È troppo doloroso l'odio e nessun bambino dovrebbe conoscerlo e provarlo, nemmeno un adulto dovrebbe, ma per un bambino questo sentimento fa più male che ad altri, il dolore provato non passa più; rimane come una “figura” partecipe, presente in ogni tua scelta, nel tuo futuro.

 

“Gli orfanelli milanesi dormono a te?”

Era questa la frase che avevo sentito da dietro una porta, zia Maria parlava di noi rivolgendosi alla zia Giovanna.

Eravamo noi gli orfanelli!?

Rimasi pietrificata e il senso dell’abbandono, del quale percepivo improvvisamente l’immensità, fu devastante. Mi afferrò alle gambe, me le sentii spezzare, caddi.

L'assenza di mia madre... il pozzo in cui precipitavo. 

Non ho memoria dei giorni successivi, tanto che non saprei dire se lei abbia trascorso con noi quell’ultimo Natale oppure no. Non riesco nemmeno a ricordare se davvero abbia mai trascorso qualche giorno con noi, con me.

Non capii nemmeno mio fratello che quella notte, invece di consolare il mio pianto, mi raccontò di come fosse stata diversa la loro vita prima che arrivassi io. Mi parlò di mamma e papà, di gite sui prati, vacanze e fotografie. Lo presi a pugni, lo graffiai... mi tenne i polsi fino a farmi male. «È solo colpa tua se ci lasciano qui!» disse, e mi scaraventò sul letto. Poi uscì sbattendo la porta.

 

Oggi so di essere cattiva perché a mia madre non ho perdonato niente. Niente!

A mio padre, invece, ho perdonato tutto, perfino il fatto di non essere mio padre.

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@Adelaide J. Pellitteri, un racconto difficile e complicato, spesso poco plausibile.

 

15 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

non capii nemmeno mio fratello che quella notte, invece di consolare il mio pianto, mi raccontò di come fosse stata diversa la loro vita prima che arrivassi io

 

15 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

A mio padre, invece, ho perdonato tutto, perfino il fatto di non essere mio padre.

 

Frasi che non mi sono chiare, come altre, del resto.

Come se mancasse qualcosa che non so e non posso sapere, come se avessi perso qualche puntata.

L'assenza della madre non mi sembra centrale e convincente, ma magari non ho capito qualcosa.

Peccato perché il tuo modo di scrivere è veramente eccezionale.

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@Macleo grazie per il massaggio, sono convinta che tu abbia ragione. Mancano troppi passaggi. Quando si scrive senza avere abbastanza tempo mi succede così. Raro trovarmi nella giusta ispirazione. Con i tempi stretti o scrivi di getto e ti viene bene oppure cominci a togliere, aggiungere, cercare la storia, eliminare il superfluo, rimodellare quando sei già a metà perché capisci che lo spazio non sarà sufficiente... Insomma non è un discolpa ma una colpa, la rapidità  mi riesce una su mille, per il resto delle volte solo dietro riflessione e costruzione. Grazie comunque del tuo commento e dell'apprezzamento sulla mia scrittura. 

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Comunque la storia vuole dire che i due genitori vivevano vite indipendenti, senza alcun attaccamento nemmeno ai figli. Alla fine viene fuori una colpa di fondo e cioè che la bambina non è figlia del marito. Ecco perché la piccola si ritrova a vivere dentro i meccanismi di un rapporto genitoriale interrotto. Alla fine il fratello sa cosa e successo e l'accusa. I ragazzi vengono portati in Sicilia perché la situazione ŕ degenerata e la separazione prende una piega definitiva. La bambina rappresenta "l'errore" irreparabile. La piccola perdona il padre (pur colpevole della sua assenza, vittima di un tradimento). Mentre alla madre non perdona nulla. Ma ho detto troppo poco, insufficienti gli elementi a disposizione del lettore. La trama non si afferra.

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@Adelaide J. Pellitteri, ho letto il commento che precede... Ma a me la storia era piaciuta così come è, e avrei sacrificato tranquillamente la falsa paternità: rimaneva un bel racconto su figure genitoriali assenti, scritto - sono d'accordo con MacLeo - meravigliosamente .

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@Adelaide J. Pellitteri:) è veramente un bel racconto. Belli i salti nel tempo, le motivazioni nel passato non si confondono con quelle del presente. Ogni riferimento ha il proprio spazio, segue un ordine fino al finale. Gli stati d'animo descritti nel non detto, arrivano al lettore. Ogni personaggio è ben delineato. La trama devasta perché fin troppo reale. 

Grazie per la lettura. 

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Ciao @Adelaide J. Pellitteri, ammetto che il racconto mi lascia perplessa. Sulla scrittura nulla da dire, elegante, vera e avvolgente come sempre; sulla storia ho diversi dubbi.

Per praticamente tutto il racconto, ho creduto si trattasse della storia (tra l'altro parecchio vista e rivista) di figli trascurati e  feriti da genitori troppo concentrati su se stessi. Sul finale si ribalta tutto rivelandoci che si tratta di un tradimento che ha separato la coppia riversandone il peso e le ferite sui figli. Tanto quella della colpa che l'altro.

Come fossero due storie giustapposte, di cui una arriva solo sul finale. Se ci sono indizi di questa verità, prima, non li ho visti.

Forse, avrei dato meno peso al lavoro e alle passioni dei genitori o almeno seminato prima il dubbio che non fosse la loro individualità a assorbirli interamente, ma il fatto di non riuscire più a stare insieme. Tipo, non so, nel passaggio sui continui ospiti in casa, inserire una riflessione della bambina che si chiede se sia di stare soli con loro che i genitori non sopportano o di condividere senza estranei intorno lo stesso spazio. Insomma, di farcelo intuire che c'è un segreto sotto, tra quei 2 adulti.

Anche le accuse del fratello, le foto: "prima di te eravamo una famiglia unita" forse dovrebbero arrivare prima, senza anticipare il finale ma facendo comunque sentire la figlia inconsapevolmente e senza colpe, responsabile del loro essere "orfani".

Magari sono stata poco recettiva io in lettura, ma la rivelazione finale mi è caduta proprio lì come un colpo di scena piombato dal nulla. Per me, il racconto merita di essere un po' ripensato e rielaborato. Lo stile è già impeccabile :)

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@Lauramgrazie per avere recepito il racconto nelle sue parti essenziali, nonostante l'ammanco di indizi  necessari. Se anche così qualcosa è arrivato è sicuramente un buon segno.

 

@Befana Profana grazie anche a te. Sì, come ho già detto a @Edu , riprenderò senz'altro il racconto per meglio definire la storia. 

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Chiaro e molto attuale @Adelaide J. Pellitteri.

Ho trovato la storia applicabile a diverse situazioni odierne. I bambini lasciati troppo a se stessi crescono  odiando una manifesta assenza d'amore. Tanto che quel poco ce c'è non basta per due

Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Non capii nemmeno mio fratello che quella notte, invece di consolare il mio pianto, mi raccontò di come fosse stata diversa la loro vita prima che arrivassi io. 

 

Nella tua toccante storia lo evidenzi qui

Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Non ho memoria dei giorni successivi, tanto che non saprei dire se lei abbia trascorso con noi quell’ultimo Natale oppure no. Non riesco nemmeno a ricordare se davvero abbia mai trascorso qualche giorno con noi, con me.

la morte dei genitori  è soltanto una conferma di quella carenza.

Una privazione che giustifica  il pensiero della protagonista nel finale.

Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Oggi so di essere cattiva perché a mia madre non ho perdonato niente. Niente!

Quindi per me non soltanto la tua scrittura è apprezzabile, ma la trama del racconto la esalta. Io adoro le storie che vogliono dire qualcosa in più di quello che leggiamo, qualscosa da cogliere  al volo, mentre le sinapsi sfrigolano e accendono il cervello. :rosa:Bravissima.

 

 

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Ciao@Adelaide J. Pellitteri , complimenti davvero per questo tuo racconto, mi è piaciuto moltissimo. Tralasciando che è scritto in modo perfetto, scorre fluido e trascina il lettore senza mai annoiarlo. Ma soprattutto è il tema dell'assenza che si percepisce forte misto a un odio puro, cristallino, l'odio di una bimba che non è mai andato via. Le parti finali sono un pugno allo stomaco; scoprire di avere ingiuste colpe ascoltando i discorsi dei parenti, subire l'odio del fratello, semplicemente doloroso. Di nuovo complimenti, ciao e alla prossima.

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 Ciao @Adelaide J. Pellitteri, la storia di questi due bambini, cresciuti da una parte in un ambiente stimolante intellettualmente e ricco economicamente ma dall'altra senza "cuore e pancia" è molto toccante. Quali ferite lasciano nell'anima queste assenze! Come può il loro equilibrio interiore essere ricomposto in età adulta! 

Difficile dirlo. Quel che è certo è che il tuo racconto scorre via gradevole e fruibile, la tua scrittura è bella com e toccante è il tema da te scelto. Infatti, se da un lato essere genitori è complicato e forse impossibile farlo in maniera perfetta, I personaggi, genitori della tua storia, creano attorno ai figli un'assenza che la dice lunga sulle loro reali capacità di prendersi cura dei figli, e, forse anche, sul fatto che gli siano capitati più che voluti. 

E i figli capitati portano con sé tante ferite che non guariscono. 

 

Talia 

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@Adelaide J. Pellitteri

Racconto con colpo di scena finale forse non necessario, perché non riuscitissimo. Il lettore, mi pare, non aveva nessun indizio per arrivarci da solo. Oltretutto la storia si teneva in piedi da sola anche senza la rivelazione dell'ultima riga. Se tu avessi seminato qualche piccola trappola in mezzo al testo, magari io mi sarei fatto qualche domanda in più e arrivato alla fine mi sarei detto "ahhh, ora è tutto chiaro". Che ne so, la protagonista che si accorge di non assomigliare per niente al padre (primo esempio banalissimo che mi viene in mente). Così il colpo di scena non funziona perché non risponde a nessuna domanda. Non completa una storia, ma ne apre un'altra. Paradossalmente il problema è quello: la storia si reggeva alla perfezione anche senza la rivelazione. Le questioni padre-non-padre e famiglia-rovinata-dal-tradimento avrebbero certamente potuto arricchire il racconto, ma secondo me hai aperto il paracadute troppo tardi. Non sono sicuro che il mio comemnto sia comprensibile e coerente, ma è quello che mi è venuto in mente in questi giorni pensando al tuo racconto.

 

Ah, mi sono concentrato solo sull'unico difetto, ma in verità il testo a me è piaciuto eh :asd: 

È scritto bene e la storia che racconti mi sembra molto interessante.

Brava!

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@Adelaide J. Pellitteri ciao.

Una traccia del MI che parla di assenze è un'occasione per ognuno di noi, credo.

Genitori che mancano, figli che mancano, passati di cui ci vergogniamo che tornano (e non vogliamo dimenticarli e vogliamo dimenticarli insieme).

Sono sicura che anche il figlio più amato si senta un po' orfano e un po' sbagliato, a volte.

Per questo il tuo racconto parla a tutti.

Niente da dire sullo stile: ci sono un paio di virgole che non mi convincono del tutto - ma ho deciso (a meno di non trovare virgole tra soggetto e verbo) di farmi le virgole mie.

L'unica critica degna di nota te l'hanno già fatta in molti. La rivelazione finale è inattesa e non necessaria: ti consiglio anch'io di eliminarla o di anticiparla in qualche modo.

Ti si legge sempre volentieri. :) 

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@Kuno concordo pienamente, la storia è monca ed ho già riparato il danno,  mi sono bastate poco più di 500 battute per sistemare tutto. Mannaggia a me! Avrei avuto ancora 45 minuti a disposizione prima di postare.

Pazienza.

Comunque il lavoro non è andato perso, anzi mi stuzzica ogni giorno di più.  Magari verrà fuori qualcosa che supera le sedicimila battute, chissà. Ci sarebbe tutto un mondo da descrivere.

Grazie per avere aggiunto la postilla finale, un complimento fa sempre bene. 

 

14 minuti fa, mercy ha detto:

ci sono un paio di virgole che non mi convincono del tutto - ma ho deciso (a meno di non trovare virgole tra soggetto e verbo) di farmi le virgole mie.

 :D  io e le virgole, un rapporto difficile. 

Grazie per il tuo felice commento.

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Un racconto splendido, che raggiunge la sua acme nella domanda "Ma perché eravamo venuti in inverno?", posta lì, squillante, senza il bisogno di una risposta. Ti bastano poche parole per tratteggiare con maestria un carattere, o un atteggiamento, e per trarne inoltre giudizi morali: 

Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Traeva un appagamento fisico e mentale dal lavoro, e oggi che non lo rimprovero più, credo fermamente sia la qualità fondamentale per un uomo di successo. 

Mia madre, invece, preferiva essere sempre altrove rispetto al punto esatto in cui l'avrebbe voluta il dovere. Era l’unico modo che conosceva per soddisfare la sua voglia di libertà

 

Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Quasi mai insieme nemmeno come coppia, i miei amavano vivere immersi in progetti fortemente personali e individuali. 

Dava loro prestigio e ne giustificava l'assenza.

 

Eccellente il modo in cui metti in evidenza le esigenze dell'infanzia, a cui poco importa di essere cosmopolita; notevole l'insistenza sul perdono concesso al padre, ma non alla madre. L'importanza dell'ultima frase, a mio avviso, non è quella di essere funzionale alla trama, né di fungere da colpo di scena: essa sta lì, carica di elegante pudore, ad aggiungere un elemento in più alle colpe della madre, senza che essa sia nominata.

Mi permetto ora di segnalarti, oltre a qualche piccola perplessità sulla punteggiatura, una frase che mi ha fatto sorgere un dubbio:

Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Era lei che gestiva i flussi, limitava i nostri spazi e le sue eterne assenze.

Basandomi su ciò che ho compreso leggendo, anticiperei "limitava i nostri spazi" prima di "gestiva i flussi"; così com'è ora, difatti, il verbo "limitare" ha la funzione di reggere anche "e le sue eterne assenze", dando a intendere che la madre poneva un limite alle proprie assenze (e in questo caso "eterne" risulterebbe contradditorio), mentre dal testo si evince il contrario. La frase suonerebbe pertanto: "Era lei che limitava i nostri spazi, che gestiva i flussi e le sue eterne assenze". In questo modo "le sue eterne assenze" si spostano sotto la reggenza del verbo "gestire", e la contraddizione si estingue. Se dovessi aver frainteso qualcosa, non esitare a correggermi!

Riguardo alle virgole, ti segnalo i pochi interventi che opererei: 

Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

per soddisfare la sua voglia di libertà, sfoggiava così anche la sua indipendenza economica

dopo "libertà" sostituirei la virgola con i due punti.

 

Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

non sarebbe bastato neppure per un terzo delle sue esigenze, ma tant'è era docente universitaria

Dopo "tant'è" ci vorrebbe un'interpunzione, e suggerirei i due punti. 

 

Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

e quello che avevo timidamente provato nei confronti della donna che mi aveva partorito, esplose dentro di me con una rabbia che ancora oggi mi fa stare male.

la virgola dopo "partorito" andrebbe tolta.

 

Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Era questa la frase che avevo sentito da dietro una porta, zia Maria parlava di noi rivolgendosi alla zia

dopo "porta" sostituirei la virgola con i due punti.

Hai una scrittura affascinante: mi complimento e ti ringrazio, @Adelaide J. Pellitteri.

 

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@Ippolita2018 leggere il tuo commento è una vera ricompensa non tanto per le ore di lavoro su questo testo quanto per tutti gli anni che ho impiegato per imparare. Passo dopo passo, parola dopo parola. Grazie, grazie, grazie.

 

1 ora fa, Ippolita2018 ha detto:
Il 12/5/2019 alle 22:37, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Era lei che gestiva i flussi, limitava i nostri spazi e le sue eterne assenze.

Basandomi su ciò che ho compreso leggendo, anticiperei "limitava i nostri spazi" prima di "gestiva i flussi"; così com'è ora, difatti, il verbo "limitare" ha la funzione di reggere anche "e le sue eterne assenze"

Sì, me ne sono resa conto solo oggi (nonostante lo avessi letto mille volte, anche dopo la pubblicazione).

Per tutti gli altri suggerimenti vado subito ad apportare le modifiche. Virgole e altri segni di interpunzione sono il mio tallone d'Achille.  

<3

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Ciao @Adelaide J. Pellitteri

Anche con questo racconto dimostri la tua bravura, la tua capacità di gestire le parole attraverso una lingua piana, limpida. La prima parte del testo la trovo perfetta, nel seguito c'è qualcosa che non mi convince nello sviluppo della storia. Forse il finale che porta da un'altra parte. Secondo me il tuo racconto ha bisogno di più spazio per mantenere le premesse che ci sono all'inizio e per far comprendere meglio l'evoluzione dei rapporti tra i genitori e i figli e tra i due fratelli. Bellissimo il titolo.

Alla prossima!

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@Ivana Librici grazie per esserti fermata a commentare, non sai quanto sia importante questo tuo commento. Aggiungi un suggerimento che, nell'ampliamento della storia stavo trascurando: il rapporto tra i due fratelli. Ho già sistemato il racconto postato aggiungendo solo poche battute per meglio arrivare alla conclusione della storia, ma ne sto ampliando un altro toccando più scenari, e aggiungerò il tuo tassello, importantissimo. Sono contenta del confronto che riusciamo ad avere qui; nonostante la mia scrittura abbia qualche qualità è pure vero che non manca di lacune. Credevo che col tempo queste sarebbero andate a posto, che un giorno avrei potuto fare "tutto" da sola, ma non è così, e capisco adesso che così sarà per sempre. Non la prendo più come cosa negativa, anzi è quella porta che uno scrittore deve lasciare aperta per riuscire ad esprimersi in modo completo. :rosa:

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Ciao @Adelaide J. Pellitteri

Sono contenta che il mio commento ti sia utile. Per quanto riguarda la tua considerazione generale, forse alle volte si riesce a fare da soli (ad esempio ci sei riuscita benissimo con "Bashir") altre volte manca qualche pezzettino per mettere a posto qualcosa che non torna. Ma questo è il bello di avere dei lettori! Alla prossima!

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