Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Befana Profana

[MI 126] Il terzo piatto

Post raccomandati

commento a "Perdere una suora"

 

Traccia di mezzanotte: L'assenza

 

 

Nella stanza il silenzio era pesante come ogni sera. Due esseri umani fianco a fianco eppure soli; entrambi concentrati sulla propria masticazione, gli scambi verbali ridotti al minimo della buona educazione.

«Com’è andata oggi? Le lezioni erano interessanti?»

«Non mi lamento. E tu, mamma, al lavoro?»

Risposte senza una sillaba in eccesso, senza quasi alzare gli occhi dal piatto, forse per paura di sbattere con lo sguardo contro quella sedia vuota. Nel piatto no, avevano smesso di metterne uno anche per lui. Lo avevano fatto per diversi mesi, dopo l’incidente, continuando ad apparecchiare la tavola come di consuetudine. Di punto in bianco, avevano cessato. Nessuno dei due avrebbe saputo dire chi avesse preso la decisione, forse si era presa da sola.

Ma la sedia no. Non la usavano mai, tranne quando avevano gente in casa, evento che capitava di rado. Ma quando erano soli, quella sedia vuota si stagliava come il simbolo concreto dell’enorme voragine in cui erano invischiati la loro vita e il loro rapporto.

Non si trattava solo del dolore, che era stato devastante per entrambi, che era ancora immenso e pulsante, anche se avevano imparato a conviverci. La morte di Stefano aveva cambiato non solo le loro vite, ma la loro capacità di parlarsi, di comprendersi, di amarsi.

Lo sapevano.

Anna vedeva come l’ombra del fratello maggiore s’insinuasse in ogni scelta di Andrea. Ancor più nelle scelte non fatte. Come quella dell’università: aveva deciso la facoltà non per passione, ma perché era vicina a casa e gli permetteva di non lasciare sola lei. Impotente, lo osservava vivere una giovinezza savia, seria, priva d’eccessi, di rischi, di rivolte. Un figlio che non rincasava mai in ritardo, che non alzava la voce, che non partiva al mare con gli amici con una decisione dell’ultimo minuto. A volte, guardandolo, Anna si chiedeva se avesse mai bevuto un bicchiere di troppo; fatto una scommessa stupida; attraversato fuori dalle strisce.

L’incidente di Stefano era diventato per lui una condanna e un obbligo a non correre mai il rischio di far rivivere una simile tragedia alla madre. L’aveva vista distrutta dal dolore e dai sensi di colpa: come impedire un genitore di sentirsi responsabile della morte di un ragazzo di diciotto anni che aveva guidato a una velocità troppo elevata, con troppo alcool in corpo? Andrea avrebbe fatto di tutto per proteggerla da altre angosce, altro dolore. Anche a costo di non vivere fino in fondo la propria vita.

Anna soffriva nel vederlo restare al suo fianco giorno dopo giorno; rinunciare alle vacanze con gli amici per accompagnare lei, a tante esperienze importanti per non lasciarla sola. Forse anche all’amore, non osava chiederlo. Ogni giorno si riprometteva di parlargli, di dire: «Non puoi ridarmi ciò che ho perduto, non è compito tuo, non devi ripagarmi di nulla, né proteggermi. Devi solo vivere. Essere felice. Sei l’amore della mia vita, come lo era tuo fratello: non avere paura di farmi soffrire. Liberati dalle catene che ti sei forgiato».

Ma quelle parole finivano sempre per incagliarsi qualche parte tra il cervello e la gola, quando guardava il solo figlio che le restava: come dirgli di osare, partire, buttarsi, se tremava al solo vederlo uscire di casa? Se ogni notte si svegliava e per qualche istante immaginava che il telefono stesse per annunciarle un’altra tragedia. Se le capitava di andare a guardarlo di soppiatto dormire solo per vederne il petto alzarsi e abbassarsi sereno. Se in ogni minuto in cui erano separati si chiedeva se stesse bene.

All'altro capo del tavolo, Andrea cercava dentro di sé il coraggio per rassicurarla. «Sto bene, mamma, sono forte, non devi preoccuparti per me. Puoi ricominciare a vedere gli amici, puoi ricominciare a uscire con gli uomini. Perché no, innamorarti. Sono grande, posso badare a me stesso. Non devi avere paura». Come dirle quelle cose dopo averle tante volte sentite pronunciare dalla voce di Stefano? Quella voce che non avrebbero sentito mai più, ma che riecheggiava silenziosa ovunque nella casa.

Avrebbero voluto parlarsi, spronarsi, sospingersi l’un l’altro verso una vita migliore, una vita più vera. Più viva. Ma non osavano nemmeno guardarsi negli occhi, per paura di trovarci l’ombra di Stefano.

Schiacciati da quell’assenza così ingombrante tra loro, consumavano la cena in silenzio, una volta ancora. Masticando cibo e pensieri, impantanati nei loro silenzi, sensi di colpa, obblighi inesistenti. Sperando forse che tutto piano piano si sarebbe risolto da sé, prima o poi, così come, senza volerlo e senza deciderlo, si erano abituati a non posare più il terzo piatto sul tavolo.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
15 ore fa, Befana Profana ha detto:

Sperando forse che tutto piano piano si sarebbe risolto da sé, prima o poi, così come, senza volerlo e senza deciderlo, si erano abituati a non posare più il terzo piatto sul tavolo.

E non potrà essere che così, ma chissà quando. Qualcosa deve succedere dall'esterno.

Un racconto perfetto, che indaga nell'animo dei superstiti di una tragedia comune mettendo a nudo conseguenze e ferite assolutamente plausibili, che avviluppano i protagonisti in una trappola apparentemente senza uscita. Sono anche troppo bravi perché le disgrazie di questo genere possono innescare non solo silenzi, ma anche lotte cruente fra persone incolpevoli. Fossero stati marito e meglio probabilmente non si sarebbero autopuniti, ma si sarebbero puniti a vicenda, come molto spesso succede, sino alla separazione inevitabile. Esiste un solo modo di uscirne, quello che qui potrebbero adottare anche madre e figlio: abbracciarsi a lungo e piangere. Provare per credere, altro che psicologi.

Bravissima, non sbagli un racconto e sei sempre in crescendo.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Befana Profana, racconto commovente e sentito, arriva dritto al cuore. Anche perché affronti un argomento veramente "pesante". Contro ogni legge di natura, un genitore non può sopravvivere al figlio senza soffrire e provare pesanti sensi di colpa. I fratelli che rimangono, inevitabilmente, pagano le conseguenze sia del dolore per la scomparsa sia dei sentimenti dei genitori.

Il tuo racconto ci porta in una famiglia dove non ci si dice più nulla, ogni parola farebbe quasi più male del silenzio, e questa pesantezza ce la fai percepire benissimo. 

Ho trovato commovente sia la madre che sbircia il figlio di nascosto per rassicurarsi che va tutto bene, sua il figlio che vuole fare il "forte", proteggere la madre. 

 

Piaciuto! 

 

Talia 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Macleo, grazie. Esageri decisamente, perché il racconto è ben lungi dall'essere perfetto, ma sono felice che l'idea di fondo sia passata.

3 ore fa, Macleo ha detto:

Fossero stati marito e meglio probabilmente non si sarebbero autopuniti, ma si sarebbero puniti a vicenda

Infatti ho scelto madre e figlio proprio per quello: il "male" che si fanno l'un l'altro è dettato solo dall'amore e dal desiderio di proteggere l'altro, non volevo la rivalità o il risentimento che possono nascere in una coppia. Se la speranza finale si realizzerà non lo so, l'ho messa per lasciare comunque una possibilità positiva; ma non sempre le cose vanno per il verso giusto.

P.S. Anche gli psicologi aiutano, aiutano anche a trovare la forza e il modo di piangere e abbracciarsi ;)

Ciao

 

@Talia, grazie. Quello delle ripercussioni sul resto della famiglia di un caro malato, o morto, è un soggetto che mi appassiona molto (che ridanciana, eh? ;) ) e quando ho visto la traccia mi ha parlato subito. Anche se avevo pochissimo tempo da dedicare al MI. Il risultato non mi soddisfa appieno, ma se il senso passa sono già contenta. Ciao

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Mi è piaciuto, @Befana Profana, racconto toccante che regge alla prova della verosimiglianza.

Non tutto, però, di come scritto, mi ha convinto. La frase di esordio, ad esempio , mi suona più artefatta che ad effetto . 

21 ore fa, Befana Profana ha detto:

Nella stanza il silenzio era pesante come ogni sera. 

Penso sia più una questione di forma che di sostanza, perché forse, dicendolo in maniera un po' più ricercata, l'immagine ci stava. Che ne so... Adesso faccio una figuraccia... "Anche quella sera, nella stanza, la sola compagnia concessa loro era quella del silenzio"...

...

Che schifezza

...

Vabbe', ma ragionandoci meglio...

 

Poi, secondo me, ti soffermi qualche volta di troppo a descrivere la muta masticazione, quando il concetto è chiaro sin da subito.

 

Dopo il racconto parte ed è un bel racconto.brava.

Alla prox

Modificato da Edu

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
21 ore fa, Befana Profana ha detto:

finivano sempre per incagliarsi qualche parte tra il cervello e la gola,

qui manca un "da", ... incagliarsi da qualche parte tra...

 

Racconto molto bello, scritto moto bene. Ci trafigge con la sua realtà, un dolore nel quale è facile immedesimarsi seppure non vissuto personalmente.

Asciutto nelle descrizioni, nessuna frase di troppo. Forse il racconto  più breve di questo contest, ma che davvero non necessita di una sola parola in più. Bravissima.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Edu, hai ragione, racconto e scrittura sono molto migliorabili. L'unico motivo per cui ho partecipato al MI è perché la traccia mi parlava e perché il Mistral soffiava così forte a Marsiglia domenica da averci impedito di passeggiare più di tanto e da farci rientrare prima del previsto, una volta visitata la (molto bella) mostra su Dubuffet. Ho scritto preparando la cena, e riletto, commentato, ritoccato, pubblicato in un'oretta dopo cena. Insomma, se ci sono passaggi che mi convincono, altri proprio mi lasciano insoddisfatta, ma in quel lasso di tempo non ho trovato meglio. Detto questo, la prima frase l'ho modificata più volte e mi piaceva abbastanza; quella dopo, ad esempio, sui 2 individui soli, mi convince molto meno :)

Sulla masticazione silenziosa, non mi ero nemmeno accorta di averla usata 2 volte: ero contenta di aver trovato un modo di chiudere il racconto in modo circolare nello spazio di un pasto, non ho fatto caso che già si apriva sul masticare. (Avendolo scritto all'ora di cena, forse, c'è anche una suggestione della fame :lol:). Grazie molte di impressioni e suggestioni.

 

@Adelaide J. Pellitteri, in effetti la brevità mi ha sollevato qualche dubbio; ma ho pensato che più lungo avrebbe finito per diventare troppo ripetitivo e patetico, mi sono detta che nella brevità invece, forse, riusciva a evitare melenso e eccessi da tragedia greca. Per lo scritto molto bene, ti ringrazio, io sono contenta di alcuni passaggi, di altri e del testo nel suo complesso un po' meno. Ma ho dovuto lavorarci molto in fretta e, relativamente a ciò, sono abbastanza soddisfatta del risultato :)

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao, @Befana Profana . Un bel racconto, struggente e commovente. Sei riuscita a farmi immedesimare nel dolore dei personaggi, delineando in modo concreto l'assenza e il dolore che questa si lascia dietro. La dinamica della cena immersa nel silenzio, il piatto e la sedia che diventano macchie indelebili, un ottimo soggetto. Grazie per la bella lettura, alla prossima.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 12/5/2019 alle 22:08, Befana Profana ha detto:

 

Nella stanza il silenzio era pesante come ogni sera. Due esseri umani fianco a fianco eppure soli; entrambi concentrati sulla propria masticazione, gli scambi verbali ridotti al minimo della buona educazione.

«Com’è andata oggi? Le lezioni erano interessanti?»

«Non mi lamento. E tu, mamma, al lavoro?»

Risposte senza una sillaba in eccesso, senza quasi alzare gli occhi dal piatto, forse per paura di sbattere con lo sguardo contro quella sedia vuota. Nel piatto no, avevano smesso di metterne uno anche per lui. Lo avevano fatto per diversi mesi, dopo l’incidente, continuando ad apparecchiare la tavola come di consuetudine. Di punto in bianco, avevano cessato. Nessuno dei due avrebbe saputo dire chi avesse preso la decisione, forse si era presa da sola.

Ma la sedia no. Non la usavano mai, tranne quando avevano gente in casa, evento che capitava di rado. Ma quando erano soli, quella sedia vuota si stagliava come il simbolo concreto dell’enorme voragine in cui erano invischiati la loro vita e il loro rapporto.

Non si trattava solo del dolore, che era stato devastante per entrambi, che era ancora immenso e pulsante, anche se avevano imparato a conviverci. La morte di Stefano aveva cambiato non solo le loro vite, ma la loro capacità di parlarsi, di comprendersi, di amarsi.

Lo sapevano.

Anna vedeva come l’ombra del fratello maggiore s’insinuasse in ogni scelta di Andrea. Ancor più nelle scelte non fatte. Come quella dell’università: aveva deciso la facoltà non per passione, ma perché era vicina a casa e gli permetteva di non lasciare sola lei. Impotente, lo osservava vivere una giovinezza savia, seria, priva d’eccessi, di rischi, di rivolte. Un figlio che non rincasava mai in ritardo, che non alzava la voce, che non partiva al mare con gli amici con una decisione dell’ultimo minuto. A volte, guardandolo, Anna si chiedeva se avesse mai bevuto un bicchiere di troppo; fatto una scommessa stupida; attraversato fuori dalle strisce.

L’incidente di Stefano era diventato per lui una condanna e un obbligo a non correre mai il rischio di far rivivere una simile tragedia alla madre. L’aveva vista distrutta dal dolore e dai sensi di colpa: come impedire un genitore di sentirsi responsabile della morte di un ragazzo di diciotto anni che aveva guidato a una velocità troppo elevata, con troppo alcool in corpo? Andrea avrebbe fatto di tutto per proteggerla da altre angosce, altro dolore. Anche a costo di non vivere fino in fondo la propria vita.

Anna soffriva nel vederlo restare al suo fianco giorno dopo giorno; rinunciare alle vacanze con gli amici per accompagnare lei, a tante esperienze importanti per non lasciarla sola. Forse anche all’amore, non osava chiederlo. Ogni giorno si riprometteva di parlargli, di dire: «Non puoi ridarmi ciò che ho perduto, non è compito tuo, non devi ripagarmi di nulla, né proteggermi. Devi solo vivere. Essere felice. Sei l’amore della mia vita, come lo era tuo fratello: non avere paura di farmi soffrire. Liberati dalle catene che ti sei forgiato».

Ma quelle parole finivano sempre per incagliarsi qualche parte tra il cervello e la gola, quando guardava il solo figlio che le restava: come dirgli di osare, partire, buttarsi, se tremava al solo vederlo uscire di casa? Se ogni notte si svegliava e per qualche istante immaginava che il telefono stesse per annunciarle un’altra tragedia. Se le capitava di andare a guardarlo di soppiatto dormire solo per vederne il petto alzarsi e abbassarsi sereno. Se in ogni minuto in cui erano separati si chiedeva se stesse bene.

All'altro capo del tavolo, Andrea cercava dentro di sé il coraggio per rassicurarla. «Sto bene, mamma, sono forte, non devi preoccuparti per me. Puoi ricominciare a vedere gli amici, puoi ricominciare a uscire con gli uomini. Perché no, innamorarti. Sono grande, posso badare a me stesso. Non devi avere paura». Come dirle quelle cose dopo averle tante volte sentite pronunciare dalla voce di Stefano? Quella voce che non avrebbero sentito mai più, ma che riecheggiava silenziosa ovunque nella casa.

Avrebbero voluto parlarsi, spronarsi, sospingersi l’un l’altro verso una vita migliore, una vita più vera. Più viva. Ma non osavano nemmeno guardarsi negli occhi,per paura di trovarci l’ombra di Stefano.

Schiacciati da quell’assenza così ingombrante tra loro, consumavano la cena in silenzio, una volta ancora. Masticando cibo e pensieri, impantanati nei loro silenzi, sensi di colpa, obblighi inesistenti. Sperando forse che tutto piano piano si sarebbe risolto da sé, prima o poi, così come, senza volerlo e senza deciderlo, si erano abituati a non posare più il terzo piatto sul tavolo.

 

@Befana Profana Il tuo racconto mi ha trasmesso il sentimento tra madre e figlio in quella famiglia lacerata dall'assenza di un altro figlio, morto a causa di un incidente.

È prevalso, tra tutti, un senso di soffocamento per come i due vivono la loro quotidianità. Unica speranza, un lumicino per ritrovare la normalità del vivere, l'accantonamento del

terzo piatto a tavola.

Complimenti per lo svolgimento della traccia.

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Befana Profana

Nel leggere la traccia ho immediatamente pensato di scrivere un racconto sulle assenze che riempiono i miei ricordi. Qualcosa di simile a quello che hai scritto. L'esperienza personale mi avrebbe facilitato non poco. Ho rinunciato subito, non so perché.

Comunque il tuo racconto è scorrevole e ben scritto, mi è piaciuto  anche se mi ha rattristato.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Befana Profana ciao,

tu sei una garanzia di prosa corretta e curata. Per me un fattore importantissimo. L'unico refuso che avevo trovato te lo ha già segnalato Adelaide, quindi non segnalo nulla.

Il racconto regge la prova della verosimiglianza, la brevità impedisce che finisca per risultare patetico (essere patetici, trattando questi argomenti, è un grosso rischio. Io li evito per questo).

 

Un unico appunto, che neanche so se farti oppure no. Lo faccio? Lo faccio, prendilo per quello che è.

Non succede nulla, sono solo i pensieri di madre e figlio. Io movimenterei un poco il racconto per spezzare il filo delle riflessioni. Tipo: la cena finisce, i due si alzano muti per sparecchiare. Poi la mamma chiede al figlio se, dato che è venerdì, pensa di uscire. Lui risponde che no, che starà a casa. Lei vorrebbe insistere ma non insiste.

Una scena del genere. Vedi tu se l'idea può esserti utile.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Alba360, lo so, è un tema molto triste, ma quando ho letto la traccia mi è parso inevitabile. Grazie <3

 

@mercy, ho pensato anch’io che più lungo sarebbe scaduto nel patetico. Così spero di essere rimasta in un pathos più sobrio. Spero.

Sul fatto che non succeda niente, hai ragione da vendere. Anche se i racconti in cui non succede niente sono spesso un mio (ahimè) marchio di fabbrica, qui ne ero ben cosciente. Ho almeno cercato di dargli una « concretezza » racchiudendo il tutto nello spazio di una cena e di una (non) conversazione, perché inizialmente era solo un magma di riflessioni e sensazioni dei due.  La tua idea è interessante, non mi era venuto in mente. Dovessi riprenderlo un giorno, cercherei di farne un quadro un po’ più dinamico. Grazie mille :flower:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Befana Profana

Il tuo racconto è scritto bene come ti hanno già commentato. Un racconto minimalista, direi, nella scelta di circoscrivere la scena, i gesti, gli oggetti.

Nel leggerlo ho pensato anche a un'altra assenza, oltre a quella del figlio morto in un incidente:

Il 12/5/2019 alle 22:08, Befana Profana ha detto:

Puoi ricominciare a vedere gli amici, puoi ricominciare a uscire con gli uomini. Perché no, innamorarti. Sono grande, posso badare a me stesso. Non devi avere paura

L'assenza del padre. Non ne parli, non lo nomini, come se il nucleo familiare sia composto solo dalla madre e dai suoi figli.  Poi c'è questo accenno velato da parte del figlio che fa pensare a un'assenza precedente, a un'altra perdita. Mi pare che nessuno nei commenti abbia sollevato la questione ma leggendo mi sono chiesta che ne era stato del padre. 

Comunque un bel racconto! Alla prossima!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un membro per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×