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Cala la sera e si riempie

di gente la strada; colori

vivaci, vivente gioia 

d’una vita che fugge veloce

e solo si compiace di

rari momenti, allegria

fittizia e vorace che

con sé mai porta

quella parte di pace 

per cui ti affatichi e stenti.

 

Trasporta un padre la figlia

sulle spalle, la famiglia

allegra si completa della madre

che vien dietro, gonna corta

fermaglio ed uno scialle,

come se la vita tutta lì fosse

e mai, come uno scoglio, dovesse

fermar quel mare danzante,

che in strada si riversa.

 

Ed io che faccio? Dalla finestra 

guardo passar coloro che sono,

sono stati, ma non saranno;

che l’anno venturo qualcun 

si porterà beffardo, altri 

lascerà, ma fino a quando?

Un ragazzo bacia una ragazza,

a sé la stringe e non cessa

di passarle una mano tra l’arazzo

dei suoi capelli dorati...

 

...chi mai si ricorderà, 

tra un anno,

di quanto si sono amati?

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In ogni tua poesia ho trovato possenti echi leopardiani. Direi più di echi: l'intera visione del mondo del grande recanatese sembra strutturare il tuo sentire. Noto anche, come qui, degli omaggi quasi letterali ("Ed io che faccio"/ "Ed io che sono" del Canto notturno) che apprezzo, e addirittura un raffinato richiamo alla critica letteraria con l'immagine (poi ribaltata) dello "spettatore alla finestra". Mi sembra invece, ma posso sbagliare, che sia meno presente nella tua visione l'energica tensione eroica che caratterizza Leopardi. 

Ti ringrazio e ti saluto, @Giulio Santoni.

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Concordo con Ippolita 2018. C'è sempre il rovescio della medaglia nei tuoi lavori, ci mostri la bellezza, uno scorcio di realtà quotidiana che poi ci togli subito dopo. Tutto è relativo e non per sempre, anche qui il pessimismo si sente e fa riflettere. 

A me non dispiace, anzi. 

Ciao @Giulio Santoni :)

 

 

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E' innegabile che ci siano riferimenti leopardiani ed una visione della realtà dove il vivere umano è sovrastato da qualcosa di incomprensibile e di immutabile, da qualcosa che non ha alcun "riguardo" del vivere umano e verso il quale sembriamo impotenti.

Ma ciò è "normale" in quanto ognuno di noi ha qualche riferimento o un punto di partenza dal quale, prima o poi, ci si evolve e ci si distacca.

La visione di Leopardi, ben presto non vedrà più il confine che lo separa dall'infinito ed elaborerà un concetto che vede l'infinito come un qualcosa di nullo e purtroppo non raggiungerà il concetto successivo, cioè che l'infinito non è una quantità o un ente quantificabile, ma è una qualità dell'esistenza.

 

In questa poesia ritroviamo la visione di una vita che si trascina come per inerzia, per abitudinarietà o per sottomissione, per accettazione di regole o per vigliaccheria a volerle cambiare.

Manca quell'atto eroico (come giustamente indicato in altro commento) di ribellione, di superamento del proprio vivere che genera una visione diversa.

Atto eroico che si avrà in Leopardi, ma non raggiungerà un livello esistenziale superiore perchè resterà nell'ambito di una visione reale ed il superamento del limite genera solo un "dolce naufragar" che è un suo sentire personale.

In Pascoli, anche non ci sarà questo superamento e la sua visione resterà ancora più ristretta di Leopardi, ma in lui si tratta di paura dell'ignoto e di ciò che è diverso del suo piccolo mondo (forse si è capito che Leopardi mi piace più del Pascoli :) ?).

 

E' una bella poesia anche la tua e la tua visione merita un'evoluzione (la vita non è fatta solo di esseri umani che affollano i paesaggi che vedono i nostri occhi).

 

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@AzarRudif,

ciao! Non credo che ci fossimo mai scritti.

Grazie per il tuo (più che approfondito) commento. L’ho apprezzato molto.

Anche a parer mio, comunque, Leopardi - Pascoli 5-0, non so se si era capito! :-)

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Ciao, 

 

ad una prima lettura quel che emerge in maniera subitanea è l’assenza di un nucleo semantico ben definito; difatti passare dalla strada agli scogli e al mare in quel modo indelicato potrebbe anche essere divertente se l’intento fosse ironico, ma penso che tu volessi cimentarti con una similitudine di stampo simbolista (per definizione “divertente” dal crepuscolarismo in poi, con tanto di comparativo “come”), per far slittare il discorso vero un altrove di qualche tipo. A mio avviso bisognerebbe creare una allegoria ben costruita, come quelle di Montale – per cui gli uomini sono sargassi, ed il moto ondoso li trascina per il mare come una schiera di incappati, immagine che richiama la città moderna e l’impossibilità di evadere la condizione degli uomini-capra –, esempio fra mille, oppure lo si fa con intento ironico. In alternativa ci si dovrebbe astenere rimanendo nell’orbita semantica di quanto si sta raccontando. Poi parlare di Leopardi in una poesia così simbolista non è preciso. Come dice Mengaldo “Leopardi non è un poeta metaforico”.

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