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Miss Ribston

Un muffin al cioccolato

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Commento

 

 

Un muffin al cioccolato

 

Corri.

Non ti importa degli sguardi dei passanti, del loro pensiero nel momento in cui ti vedono sfrecciare in mezzo a loro, mentre fai lo slalom per cercare di evitare trolley e valigie. Non te ne può fregare nulla, tanto in pochi minuti tutti avranno dimenticato la scena. Dopotutto, la stazione è un luogo giusto per correre, e non è rilevante il perché tu lo faccia.

In breve hai passato tutti i Gate, dalla E alla A, quindi sei entrata da McDonald’s. Hai voglia di cioccolato e un muffin sembra l’ideale: spugnoso e morbido, carico di cacao. Una tazza di cappuccino lo accompagna proprio bene.

Mordi il dolce e ti godi le briciole impastate nella bocca. Poco a poco ti senti di nuovo carica di energia. Era quello di cui avevi bisogno: dopo l’abbraccio a tua madre te ne era rimasta poca.

Hai trascorso le ultime ventiquattro ore con lei; un’intera giornata in cui i ruoli si sono invertiti. Sei tu che hai portato a passeggio tua madre tenendola per mano, sei tu che l’hai consolata e hai condiviso con lei la tua esperienza, che seppure più breve, è tanto più grande.

Tu hai saputo dire «basta» quando lei, invece, è stata abbandonata, scaricata dal padrone come un cane in autostrada. Un padrone – tuo padre – per cui lei era ossessionata, la stessa ossessione che hai provato tu. Condividete metà del sangue e la stessa malattia; una sindrome infida, autodistruttiva: «io posso salvarlo, io e solo io» è il mantra che risuonava sul metronomo delle percosse, così potente e gratificante da farti credere che sia giusto così, che il mondo si muova su queste interazioni, per queste e nulla più.

Non avevi mai conosciuto altro, e per tua madre adesso è lo stesso. Tu, però, hai avuto il coraggio di parlarne, hai capito che esistono risposte diverse da: «finalmente hai trovato qualcuno che ti mette in riga». Lei no, per questo ha pianto e continua a piangere. Ha creduto per troppo tempo alla gratificazione del suo senso di onnipotenza e, ora che le è crollato tutto addosso, fa fatica a rialzarsi.

Parla con te e non con tua sorella, perché sa che puoi capire, a differenza di lei. Tu, infatti, capisci benissimo e mentre mastichi l’ultimo boccone di muffin, le tue belle iridi verdi si annaffiano di un pianto silenzioso. Pensi a quell’abbraccio con cui hai voluto darle tutto, tutta la forza che sentivi e che hai accumulato. La forza che è nata in te dalla parola «basta».

Vuoi che sia così anche per lei, che adesso possa sentirsi finalmente libera dal giogo del suo carnefice e di lei stessa. Ce la farà. Sai che ce la potrà fare.

Ti alzi con un sorriso.

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Ciao,

ho letto il tuo racconto e devo dire che è scritto molto bene.

Personalmente mi piacciono molto le storie scritte in seconda persona singolare, e non è per niente facile. C'è ritmo ed equilibrio.

Due appunti: quando ho letto "malattia" mi ha lasciato un po' confuso, è un termine un equivoco che si riferisce sia alla sfera fisica che psicologica; lo toglierei e lascerei sindrome infida, autodistruttiva.

2 ore fa, Miss Ribston ha detto:

Parla con te e non con tua sorella, perché sa che puoi capire, a differenza di lei.

Toglierei "a differenza di lei", così rimane più scorrevole.

La G di Gate va in minuscolo.

Spero di esserti stato d'aiuto.

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Ciao @Miss Ribston,

sono contento di essere capitato sul tuo racconto. Mi e' piaciuto molto. Affronta un tema assolutamente centrale e attuale, ma lo fa con garbo. La descrizione dei luoghi e di come la protagonista si muove all'interno  della stazione/aeroporto e' davvero avvincente e porta il lettore a visualizzarla senza alcuno sforzo.

 

Ho apprezzato molto anche il fatto che pur con un racconto molto corto tu sia riuscita a completare la storia senza lasciare indietro pezzi importanti.

 

Passo ora ai pochissimi appunti (forse piu' considerazioni che altro).

 

2 ore fa, Miss Ribston ha detto:

la stazione è un luogo giusto per correre, e non

In questa frase, come in molte dopo, usi la virgola accompagnata dalla 'e' di congiunzione. So che non e' formalmente errato, ma in genere preferisco non usare la punteggiatura prima di un 'e'.

 

Come seconda considerazione, ho trovato un po' confuso il passaggio dalla stazione ai gate (che invece mi rimandano all'aeroporto). Dove hai immaginato la tua protagonista? Si tratta di una stazione dei treni, di un aeroporto o di entrambe le situazioni (tipo Schipol in Olanda :-))?

 

2 ore fa, Miss Ribston ha detto:

Ha creduto per troppo tempo alla gratificazione del suo senso di onnipotenza

Questa frase non l'ho capita. Di quale senso di gratificazione stai parlando? Di quello del padre padrone o di quello della madre che sopravvive convincendosi di essergli indispensabile. Forse e' da chiarire meglio.

 

2 ore fa, Miss Ribston ha detto:

libera dal giogo del suo carnefice e di lei stessa

Forse qui sarebbe meglio usare del suo carnefice e di se stessa.

 

Ti lascio infine con un dubbio sulla trama. Il racconto suggerisce che la madre stia confessando il segreto alla figlia. Ho l'impressione che la figlia non sappia di quello che succede alla madre. Non conosco assolutamente le reali dinamiche dietro a delle realta' cosi' complesse, quindi con una probabilita' altissima dico cavolate. Eppure ho l'impressione che una situazione come quella descritta dovrebbe essere esistita da tempo. Immagino le figlie cresciute in un ambiente di violenza (che tra l'altro giustificherebbe il ricadere nella stessa trappola della figlia). Ma se la figlia scopre ora della situazione in cui vive la madre, allora immagino sia qualcosa che e' mutato di recente nella loro vita. Ma quest'ultima ipotesi stride un po' con il senso di assuefazione che la madre sembra avere per la propria situazione. Te lo lascio come spunto di riflessione.

 

Per il resto, tantissimi complimenti! A presto

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In questo racconto vedo "l'emancipazione e il riscatto" da una sindrome (quella dell'autodistruzione consumata al grido di "io ti salverò") che fino a qualche decennio fa rimaneva entro le mura domestiche. Oggi no. La figlia si è liberata dal giogo, dalla sottomissione, e sua madre cerca proprio lei, l'unica che possa darle una speranza e un domani. Scritto bene. Mi piace la leggerezza iniziale (muffin al cioccolato) per un argomento che, seppure molto sfruttato, ci mostri con una faccia nuova, quella appunto dell'ultima generazione. Concordo con i suggerimenti di @Alessiomantelli

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3 ore fa, Miss Ribston ha detto:

Commento

 

 

Un muffin al cioccolato

 

Corri.

Non ti importa degli sguardi dei passanti, del loro pensiero nel momento in cui ti vedono sfrecciare in mezzo a loro, mentre fai lo slalom per cercare di evitare trolley e valigie. Non te ne può fregare nulla, tanto in pochi minuti tutti avranno dimenticato la scena. Dopotutto, la stazione è un luogo giusto per correre, e non è rilevante il perché tu lo faccia.

 

È ciò che ho pensato leggendo, ma credo nasca solo da un mio gusto personale. "Corri" lo metterei alla fine dell'incipit, in questo modo lo seguo con maggiore curiosità perché non mi sveli subito l'azione che andrai a presentare. ;) 

 

3 ore fa, Miss Ribston ha detto:

In breve hai passato tutti i Gate, dalla E alla A, quindi sei entrata da McDonald’s. Hai voglia di cioccolato e un muffin sembra l’ideale: spugnoso e morbido, carico di cacao. Una tazza di cappuccino lo accompagna proprio bene.

Non capisco i gate. 

 

3 ore fa, Miss Ribston ha detto:

Tu hai saputo dire «basta» quando lei, invece, è stata abbandonata, scaricata dal padrone come un cane in autostrada. Un padrone – tuo padre – per cui lei era ossessionata, la stessa ossessione che hai provato tu. Condividete metà del sangue e la stessa malattia; una sindrome infida, autodistruttiva: «io posso salvarlo, io e solo io» è il mantra che risuonava sul metronomo delle percosse, così potente e gratificante da farti credere che sia giusto così, che il mondo si muova su queste interazioni, per queste e nulla più.

L'ho riletta tante volte e non so se mi sono ingarbugliata di più. Chiedo: non dovrebbe essere "fosse" e "muovesse"? Lei ha preso le distanze, giusto? Quindi non sta vivendo ancora la situazione di violenza.

 

Ciao @Miss Ribston :love:

mi è piaciuto molto il testo. La situazione che descrivi la lasci immaginare e fai sentire anche il suono delle sberle. La mamma e la figlia che si confrontano in questo contesto di violenza è molto sottile e dolorosa. In particolare ho apprezzato il fatto che non mi spieghi nulla del passato, se non con il minimo necessario che mi fa entrare in quella casa. E una volta entrata, vedo e sento tutto.

 

Ti ho lasciato un dubbio su una consecutio, fammi sapere.

Grazie della lettura.

Fiori per te :flower:

3 ore fa, Miss Ribston ha detto:

 

 

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Ciao @Alessiomantelli @Luca Ferrarini @Adelaide J. Pellitteri @don Durito e @Rica, grazie per la lettura e i vostri riscontri! :sss:

Saluto di gruppo, ora passo alle risposte singole ;)

 

@Alessiomantelli

3 ore fa, Alessiomantelli ha detto:

Personalmente mi piacciono molto le storie scritte in seconda persona singolare, e non è per niente facile. C'è ritmo ed equilibrio.

Due appunti: quando ho letto "malattia" mi ha lasciato un po' confuso, è un termine un equivoco che si riferisce sia alla sfera fisica che psicologica; lo toglierei e lascerei sindrome infida, autodistruttiva.

È il primo racconto che scrivo in seconda persona, in assoluto. Sono contenta che l'esperimento sia riuscito, risultando pure gradevole.

Riguardo al termine "malattia", invece, l'ho usato perché – almeno per me – trovo che sia meglio rappresentativo della situazione psico-patologica vissuta da entrambe le donne: è una malattia vera e propria, il termine sindrome lo vedo meno appropriato, per quanto corretto, perché meno "impattante".

Grazie per tutte le considerazioni: un feedback utile e soddisfacente :sss:

 

@Luca Ferrarini

3 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Come seconda considerazione, ho trovato un po' confuso il passaggio dalla stazione ai gate (che invece mi rimandano all'aeroporto). Dove hai immaginato la tua protagonista? Si tratta di una stazione dei treni, di un aeroporto o di entrambe le situazioni (tipo Schipol in Olanda :-))?

Questo la metto assieme al dubbio di @Rica

2 ore fa, Rica ha detto:

Non capisco i gate. 

Molto semplice: siamo alla Stazione Centrale di Milano, dove (causa l'antiterrorismo) è possibile accedere ai binari ferroviari da quelli che vengono chiamati gate, numerati con delle lettere dalla A alla E, che si alternano in possibilità di accesso o uscita. Le scritte "Gate A" ecc... sono ben visibili e scritte proprio così. Inoltre, queste "porte sorvegliate" sono state poste tra i vari colonnati della stazione, per cui risultano a se stanti anche a livello visivo (non come a Roma Termini, per intenderci, dove anche lì ci sono i gate, chiamati pure lì così, ma sono piazzati in una barriera di plastica/vetro univoca).

 

3 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Questa frase non l'ho capita. Di quale senso di gratificazione stai parlando? Di quello del padre padrone o di quello della madre che sopravvive convincendosi di essergli indispensabile. Forse e' da chiarire meglio.

È un senso di gratificazione di natura patologica sviluppato dalle donne con la "sindrome della crocerossina": subiscono violenza, ma restano attaccate e morbosamente "innamorate" del marito perché credono di essere le uniche a poterlo salvare. Si sentono gratificate da questo pensiero, dal credere di poter rendere il loro carnefice una persona migliore.

 

3 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Il racconto suggerisce che la madre stia confessando il segreto alla figlia. Ho l'impressione che la figlia non sappia di quello che succede alla madre. Non conosco assolutamente le reali dinamiche dietro a delle realta' cosi' complesse, quindi con una probabilita' altissima dico cavolate. Eppure ho l'impressione che una situazione come quella descritta dovrebbe essere esistita da tempo. Immagino le figlie cresciute in un ambiente di violenza (che tra l'altro giustificherebbe il ricadere nella stessa trappola della figlia). Ma se la figlia scopre ora della situazione in cui vive la madre, allora immagino sia qualcosa che e' mutato di recente nella loro vita. Ma quest'ultima ipotesi stride un po' con il senso di assuefazione che la madre sembra avere per la propria situazione.

Mhhh... penso che vada a interpretazione, perché negli altri commenti, invece, ho potuto vedere che la questione invero è stata interpretata nel modo giusto: le due donne si confrontano, entrambe sanno che cosa ha subito l'una e l'altra, solo che la figlia ha lasciato il marito e l'ha denunciato; la madre, invece, è stata lasciata dal marito, ma nonostante la tipologia d'uomo che era, si trova a soffrire per questa separazione. Lo scrivo qui:

6 ore fa, Miss Ribston ha detto:

Tu hai saputo dire «basta» quando lei, invece, è stata abbandonata, scaricata dal padrone come un cane in autostrada. Un padrone – tuo padre – per cui lei era ossessionata, la stessa ossessione che hai provato tu.

Spero di aver chiarito meglio ;)

Grazie per tutto :sss:

 

@Adelaide J. Pellitteri

3 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

In questo racconto vedo "l'emancipazione e il riscatto" da una sindrome (quella dell'autodistruzione consumata al grido di "io ti salverò") che fino a qualche decennio fa rimaneva entro le mura domestiche. Oggi no. La figlia si è liberata dal giogo, dalla sottomissione, e sua madre cerca proprio lei, l'unica che possa darle una speranza e un domani. Scritto bene. Mi piace la leggerezza iniziale (muffin al cioccolato) per un argomento che, seppure molto sfruttato, ci mostri con una faccia nuova, quella appunto dell'ultima generazione.

Non posso fare altro che ringraziarti di cuore per il commento e la lettura :rosa:

 

@don Durito

3 ore fa, don Durito ha detto:

Il retrogusto calviniano ("Se una notte d'inverno un viaggiatore...") è voluto?

Ohibò, ammetto di non aver mai letto quel libro e, di conseguenza, di non capirne la natura dell'accostamento :facepalm:

Rimedierò quanto prima!

Grazie mille per l'apprezzamento :sss:

 

@Rica

Mi sento onorata della tua lettura e del commento, è la prima volta mi sa :D

2 ore fa, Rica ha detto:

L'ho riletta tante volte e non so se mi sono ingarbugliata di più. Chiedo: non dovrebbe essere "fosse" e "muovesse"? Lei ha preso le distanze, giusto? Quindi non sta vivendo ancora la situazione di violenza.

Non lo so, sono in dubbio. La situazione non la sta vivendo più, ma è il mondo che ha sempre conosciuto, quello della violenza: in lei è comunque radicato il concetto che una vita di coppia sia fatta in una certa maniera. Piano piano, e con la terapia, riuscirà a scardinare questa mostruosità... forse, spero. Però per lei la meccanica di coppia è ancora quella, seppure se ne sia tirata via perché ha capito che è sbagliata. Ma il passo per accettare il "modo normale" di vivere con un uomo è ancora in corso.

Quindi boh, se dici che va meglio "fosse" e "muovesse" mi fido: ci stanno bene, quindi perché no? :D

 

2 ore fa, Rica ha detto:

mi è piaciuto molto il testo. La situazione che descrivi la lasci immaginare e fai sentire anche il suono delle sberle. La mamma e la figlia che si confrontano in questo contesto di violenza è molto sottile e dolorosa. In particolare ho apprezzato il fatto che non mi spieghi nulla del passato, se non con il minimo necessario che mi fa entrare in quella casa. E una volta entrata, vedo e sento tutto.

:rosa:

Grazie davvero :sss:

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2 ore fa, Miss Ribston ha detto:

La figlia si è liberata dal giogo, dalla sottomissione, e sua madre cerca proprio lei, l'unica che possa darle una speranza e un domani. Scritto bene.

Ciao @Miss Ribston:) ho quotato questa parte del commento perché è uno di quegli elementi che mi è piaciuto molto del racconto. La figlia che cresce prima del tempo osservando una madre succube; immagino la donna sentirsi osservata, consapevole del suo essere impotente. Mi piace che la figlia non giudichi, è matura è "mamma", e nello stesso tempo ha bisogno di essere figlia. Vuole dolcezza e desidera fuggire, sa che non è più tempo di stare a guardare. 

Bel racconto.

 

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