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Emy

La porta rossa (revisionato)

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Lunedì, il 19 aprile

 

Al nostro arrivo in questa casa, le pareti erano di un bianco immacolato e regnava un ordine che nemmeno all'ospedale potevano vantare. Bei tempi! Ora dalla soffitta pendono grosse ragnatele, tarli hanno mangiato quasi tutta la mobilia, e la muffa, diffusasi ovunque, sprigiona un odore così sgradevole che bisogna tenere sempre chiuse le narici.

Quando è andato tutto a rotoli? Non c'è stato un momento preciso, credo. Ricordo che mi sono svegliata una mattina e lui era svanito nel nulla. Nessun biglietto d'addio. Nemmeno un'avvisaglia della fine. La vita che avevamo prima si era semplicemente spezzata. Per colpa mia o per colpa sua, non posso dire con certezza. Forse di entrambi.

Prima eravamo felici, si prendeva cura di me con amore e dedizione, convinto che potessi cambiare e diventare una persona migliore. Mi viziava, mi coccolava. Non capisco proprio perché se n'è andato. Non perdo le speranze che un giorno possa rivederlo. In attesa che questo accada, resto inerte tra queste mura sudicie, a ricordare che senza di lui non sono nessuno.

 

Martedì, il 27 aprile

 

Non funziona più nulla, qui. Il tubo in cucina si è rotto. Pensavo che l'acqua si sarebbe ritirata da sola e invece ora ho un piccolo lago nel soggiorno. Come se non bastasse, anche le finestre in camera sono rotte. Ho provato a chiudere i buchi con della carta e dello scotch, ma non è servito per evitare gli spifferi. Mi si insinuano di continuo tra le costole. Maledetti!

Il banchetto di oggi non è ricco: qualche insetto ignaro di pericolo, un paio di formiche troppo magre. Il convento, purtroppo, non passa altro. Ieri ho visto in giro un topo che era abbastanza in carne. Non so ancora come, ma devo riuscire a catturarlo.

Lui non è ancora tornato. Non che debba per forza farlo, se ha smesso di amarmi, però mi sento così sola in questi giorni. Se almeno avessi qualcosa da fare, qualcuno da accudire. Non c'è nessuno, tranne il topo e le formiche. O meglio, qualcuno ci sarebbe ma solo a pensarci sudo freddo. Mi basterebbe un solo incontro ravvicinato per schiattare dalla paura.

Meglio non sfidare la sorte.

 

Mercoledì, il 5 maggio

 

Le notti sono lunghe e fredde, l'insonnia regna sovrana. Conosco ogni angolo di questo posto sperduto, eppure trovo sempre qualcosa di nuovo. Come quella porta in fondo al corridoio. Ieri non c'era, posso mettere la mano sul fuoco. E nemmeno l'altro ieri. In realtà, non credo di averla mai vista.

A una prima occhiata, non si tratterebbe di una porta comune. Non ha pomelli né maniglie. Seppur volessi, non riuscirei ad aprirla. Ma non è questa la vera stranezza: è una porta colorata. E non parliamo di un nero o un bianco, e neanche un marrone. Ma di un rosso. Un rosso sangue.

Ho cercato dappertutto, ma in casa non c'è traccia di vernice. Niente barattoli vuoti, né pennelli usati. Qualcuno l'avrà dipinta per forza. Io di sicuro no. Per realizzare un'opera del genere sarei dovuta uscire a fare compere e non vedo la luce del sole da tempo immemore.

Lui non si è fatto sentire nemmeno oggi. Forse aspetta il momento propizio per farmi una sorpresa. Mi guardo costantemente alle spalle.

 

Giovedì, il 6 maggio

 

Il mio non è un vero letto. Una volta lo era, ora gli mancano quasi tutte le gambe e si regge a malapena in piedi. Il problema, ormai, non si pone più. La dieta della formica ha fatto meraviglie; ho un figurino che nemmeno Cindy Crawford all'apice della carriera.

Addosso ho solo stracci, non vedo un pettine da tanto tempo, chissà dove è finito (sono certa che la casa nasconde le cose), eppure oggi mi sento bella. È una parola di un suono così dolce, avevo dimenticato quanto. Ma cosa mi succede? Non sembro in me. All'epoca mi chiamavano la Maschia della quinta effe, quella che menava chiunque le si fosse opposto, dentro e fuori classe. Già allora conobbi la Morte, in tutte le sue sfaccettature. Un'arma valeva l'altra, bastava che scorresse il sangue a fiotti.

Rosso, come la porta in fondo al corridoio; senza maniglie né serratura. La questione è: come si apre?

Se si apre.

 

Venerdì, il 14 maggio

 

Anche oggi la colazione è magra: qualche crosta del muro ammuffito,  accompagnata da una tazza di acqua piovana raccolta dalla finestra. Il tetto è l'unica parte intera (o che posso definire tale) della casa. Prima o poi le mura si abbatteranno su di me, per sempre.

Lo stomaco brontola. Mi piego in avanti e lo stringo con le mani, nel tentativo mal riuscito di farlo tacere.  Devo assolutamente trovare quel topo. Se solo non si nascondesse. Ho girovagato per le stanze, alcune sono chiuse a chiave altre no; ho guardato sotto il tavolo in cucina, nel ripostiglio pieno di scarti dei tempi migliori; persino nel garage (o meglio in quello che ne rimane). Niente, non si vede. Mi avrà abbandonato?

Che novità! Sono peggio di uno spaventapasseri. Nemmeno lui, se tornasse ora, mi vorrebbe. Ormai sono solo una copia sbiadita della donna di cui si era innamorato: forte, coraggiosa, che non si fermava davanti a nulla; che non aveva paura di nulla. Eppure, non ha esitato un attimo per cercare di cambiarmi a tutti i costi.

Perché l'ha fatto? O meglio, perché gliel'ho lasciato fare?

 

Sabato, il 22 maggio

 

Lui ancora non c'è.

Non ricordo più il suo volto, ma le mani sì e soprattutto la forza con cui mi trascinavano per tutta la stanza, prima di gettarmi in un angolo. Mi legava allora i polsi e le caviglie con dei cavi e buttava per terra gli avanzi del cibo. Per poterli mangiare, strisciavo come un serpente, la lingua penzoloni, mentre lui batteva le mani ridendo come un forsennato.

Il suo gioco preferito era la roulette russa. Tremavo come una foglia mentre mi apriva la bocca con la canna della pistola e la faceva scivolare dentro lentamente. Senza fiatare, osservavo come ipnotizzata il tamburo girare, sospesa immobile tra la vita e la morte. Quanto si divertiva a vedermi impotente e sottomessa alla sua volontà!

A volte mi armavo di coraggio e mi ribellavo, nei rari momenti in cui si risvegliava la Maschia in me. Per punizione, mi sbatteva la testa contro un muro, fino allo sfinimento. Passata la rabbia, si metteva in ginocchio accanto a me e mi leccava le ferite. Mi amava, a modo suo mi ama ancora.

Per non dimenticare quanto, porto sempre addosso i suoi tatuaggi d'amore. Chiamava così quei segni indelebili sulla pelle che avevano lasciato le dolci carezze delle sigarette. Un semplice promemoria che gli appartenevo.

Sono sua ancora? Francamente, non lo so.

 

Domenica, il 30 maggio

 

Non penso ad altro da giorni. Se è lì, una ragione ci sarà.

Oggi, per la prima volta, mi sono avvicinata a lei. Se volessi potrei pure toccarla.

Diciamo che per qualche magia io riesca ad aprirla e a oltrepassare lo stipite. Cosa farei se mi si chiudesse alle spalle? Se non potessi più tornare indietro? No, il rischio è troppo grosso. Lui potrebbe tornare da un momento all'altro e se non mi trova è capace di appiccare il fuoco. Viste le sue condizioni, la casa diventerebbe cenere in un baleno. Meglio starne alla larga e fare finta che non ci sia.

Ma quando ho iniziato a cibarmi di paura? Una volta non ero così. Affrontavo gli ostacoli a occhi chiusi, carica di armi e di droga. Un giorno la vittima, l'altro il carnefice: il Bene e il Male in perenne lotta in un corpo sgraziato.

La Maschia aveva un'anima nera come la pece. Il mio però era anche il suo demone. Ci era bastato uno sguardo per ritrovarci, per capire quanto simili eravamo e innamorarci all'istante. A differenza di lui, non negavo la mia natura. Eppure per amor suo ho fatto di tutto per cambiare. Ora quella donna non c'è più e forse non è mai esistita.

La porta rossa mi osserva. Sento il suo sguardo addosso. Mi chiama. La raggiungo a passi felpati e l'annuso: sa di ruggine e di pericolo. No, non posso farlo. Non posso tradirlo. Non sono come lui.

E invece sì. Sono molto peggio.

La Maschia in me si è risvegliata.

 

Lunedì, il 31 maggio

 

Finalmente ho beccato il topo in cucina. Mi sono abbassata e l'ho preso per la coda. Squittiva, cercando di dimenarsi. In un'altra vita l'avrei graziato, oggi finirà dritto in bocca.

Ho deciso. Devo sapere cosa si cela dietro la porta rossa e l'unica possibilità che ho è di sfondarla. Le mie condizioni fisiche non sono al massimo, l'impresa non sarà semplice. Se non tento ora, non lo farò mai più.

Il topo non è d'accordo, glielo leggo negli occhi sbarrati dalla paura. Ho però bisogno di un pasto decente per compiere la missione, il sacrificio ne varrà la pena. In uno dei cassetti trovo un grosso coltello: è parecchio arrugginito, ma servirà allo scopo.

Stringo l'impugnatura e brandisco l'arma, un occhio chiuso uno aperto. Un rumore secco accompagna il gesto deciso degno della Maschia; il sangue schizza sul volto e sulle labbra schiuse in un sorriso eccitato. Colpisco l'animale più volte e lo taglio a piccoli bocconi.

Un rumore secco in lontananza. I passi alle mie spalle. Sobbalzo a bocca piena, una bava rossastra cola lungo il mento. Lo pulisco con il dorso della mano e attendo in silenzio. Mi guardo costantemente alle spalle, ma non vedo nessuno.

Sarà qualche scherzo della mia mente, ne sono certa.

 

Martedì, l'8 giugno

 

Stanotte ho fatto un sogno strano. Camminavo in un bosco oscuro, illuminato appena da qualche raggio di luna che si nascondeva dietro le nuvole. Mi sentivo pesante, a ogni passo. Come se dentro di me vi fosse un'altra vita. E forse c'era, visto che al risveglio tremavo come quando lui mi accarezzava con le scosse elettriche, impaurita ed eccitata al contempo.

Non so cosa vogliano dire quelle immagini, così sfuocate. Così estranee, eppure le sento parte di me. Quella donna dai capelli umidicci, appiccicati al cranio e alle guance pienotte sono io. Riconosco quello sguardo impaurito, quel passo sostenuto; le spalle leggermente incurvate. Il posto in cui sto non è molto lontano da qui. Ci sono già stata, in passato.

Non so perché ci penso di continuo. Nemmeno il mistero della porta rossa riesce a distrarmi. Forse le due cose sono collegate in qualche modo. Oppure è un'altra delle mie visioni. L'ennesima illusione che non porta da nessuna parte. Se non a lui.

A proposito, quando torna? Sento la sua mancanza.

 

Mercoledì, il 9 giugno

 

La fame è sempre forte, e pure la sete. Non piove da giorni. Il sole splende benevolo, però non basta per farmi uscire fuori. Non mi piace, il sole. Preferisco il buio, il silenzio.

Anche la scorsa notte ho avuto un brutto sogno. Questa volta non ero nel bosco, ma in una stanza immacolata in cui c'era un letto e delle persone mi giravano intorno con frenesia. Non riuscivo a capire dove fossi, né cosa mi dicessero. L'allarme nelle loro voci però era evidente.

Mi sono svegliata con un nome sulle labbra, in un lago di sudore. Non so chi sia Teresa, né perché è così importante per me. La chiamo da ore, come un'ossessa. Mi sembra di impazzire.

Potrebbe essere una sua amante, ora che ci penso. Ha sempre amato le donne. Diceva che erano perse, senza di lui. Aveva bisogno di riscattare le loro anime dannate. Solo con il suo amore incondizionato potevano tornare sulla reta via. Proprio come me, sosteneva. Ma io ero diversa, da loro. Mi amava anche per questo.

Perché allora mi ha lasciato? Non me ne capacito.

 

Mercoledì, il 16 giugno

 

Non era la mia immaginazione, a sfidarmi. L'ho capito stamattina quando ho sentito le porte sbattere dappertutto. È la casa a volermi morta, non ho dubbi. Morta di paura e di fame che non smette di torturarmi. A malapena mi muovo tra i mobili logori e le ombre danzanti sul muro.

No, non sono le mie.  Sembrano, a prima vista, ma sono certa che non mi appartengono. Sono di Teresa,  lo so. È venuta a torturarmi, a vendicarsi di me. Mi incolpa e forse ha ragione. Non dovevo farlo. Non dovevo lasciarla indietro. Lui però aveva insistito e alla fine ho ceduto, come sempre.

Il sogno non è mai uguale, eppure lei è sempre presente in qualche modo. Una volta è un pallone sotto il vestito liso, e si sgonfia all'improvviso, lasciandomi spossata e preda del terrore quando intorno a me comincia a formarsi il lago di sangue. L'altra è un bambolotto nella culla che soffoco con un cuscino, ridendo come una iena. Ieri notte, ad esempio, era una bara chiusa e vi buttavo sopra un grumolo di terra e una rosa rossa, singhiozzando.

Una rosa rossa come la porta sbucata dal nulla. È arrivato il momento di aprirla, costi quel che costi.

 

Giovedì, il 24 giugno

 

Un calcio non era bastato. E nemmeno due, se per questo. Ho fatto diversi tentativi, in settimana, ma sta ancora lì, intatta.

La Maschia non mi risponde. Ho provato a tirarla fuori, a spiegarle che avevo bisogno di lei. Ma niente, se n'è fregata. Come lui. Almeno la casa ha smesso di farmi dispetti. E anche Teresa. Tutto tace. A malapena sento i battiti del mio cuore. Il petto va su e giù lentamente.

Le palpebre sono in caduta libera. Faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Per vedere cosa? Le mura che si stropicciano, fino a diventare polvere? Le ombre che si insinuano tra la mobilia consumata da tarli? Le grosse ragnatele che si allargano come una macchia d'olio per inghiottirmi?

Sento di nuovo il rumore di quei passi, mi strisciano intorno come dei serpenti. L'odore del putridume mi si insinua nelle narici. Qualcosa mi morde il lobo; dei denti aguzzi vi si serrano intorno con delicatezza inaspettata, pronti a staccare, nello slancio amoroso, un pezzo di carne. Sorpresa, soffoco il grido di gioia.

Non può essere. Non ci credo. Eppure una parte di me non ha più dubbi. Lui è tornato per restare, con noi, e ha aperto la porta rossa per me.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ospite

@Emy ciao... ho letto ora questo racconto e per quanto possa essere "vago" in certi punti (direi allusivo, perché "criptico" non si addice ad una narrazione così limpida) è davvero uno dei migliori che abbia avuto modo di leggere. Non so da quanti anni scrivi in italiano né a che età hai iniziato, ma è davvero notevole come tu ne faccia non solo un uso corretto ma persino un uso con stile. E che dire poi di questa idea? Veramente terribile, da horror. E fa impressione. La sindrome di Stoccolma di un'anima nera.
La divisione in giorni e quindi episodi, frammenti del puzzle che resta volontariamente incompleto, efficacissima. Con economia di parole rendi le idee e ciò che non espliciti è alluso con eleganza.
Le descrizioni della casa, della violenza, della deviazione morale e spiriturale di questa donna (che sembra un animale, da come la descrivi) sono belle, non solo buone! Ho trovato solo una frase "fatta" ("le ombre danzanti sul muro") a proposito di Teresa, ma davvero... wow! I miei sinceri complimenti.
Se solo riuscissi a scrivere in inglese "bene la metà" di come fai in italiano... sarei un uomo felice. Ma non è da tutti riuscire a farlo. Tu, lo fai.

Bravissima.
 

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Ciao @Mattia Alari! Grazie per i complimenti, che fanno sempre piacere, ma soprattutto per le belle parole che mi hanno davvero commosso. Ho scritto il racconto originale in occasione dello scorso contest di Halloween però il nostro limite degli 8000 rendeva la storia abbastanza criptica e perciò l'ho allungata. 

4 ore fa, Mattia Alari ha detto:

Non so da quanti anni scrivi in italiano né a che età hai iniziato, ma è davvero notevole come tu ne faccia non solo un uso corretto ma persino un uso con stile. E che dire poi di questa idea? Veramente terribile, da horror. E fa impressione. La sindrome di Stoccolma di un'anima nera.

Ho iniziato a scrivere in italiano nel 2015, più o meno, con un po' di costanza e serietà. Va però detto, e sottolineato, che il mio stile era molto diverso e non perché prima scrivevo solo articoli, per lavoro, ma anche perché ho imparato molto da quando mi sono attivata in Officina tre anni fa. L'idea era volutamente horror, perché appunto lo richiedeva il contest, ma non è un genere che prediligo anche se ogni tanto amo sperimentare e uscire dalla mia confort zone creativa. 

 

4 ore fa, Mattia Alari ha detto:

La divisione in giorni e quindi episodi, frammenti del puzzle che resta volontariamente incompleto, efficacissima. Con economia di parole rendi le idee e ciò che non espliciti è alluso con eleganza.

Nella prima versione c'erano solo i giorno, poi giustamente mi avevano fatto capire che sarebbe stato meglio allungare i tempi e aggiungere le date. Il puzzle, confermo, è volutamente incompleto. Ammetto, cerco sempre le parole in modo che esprimano i concetti senza svelare tutto. Mi piace lasciare al lettore la possibilità di giocare con la propria immaginazione. 

 

4 ore fa, Mattia Alari ha detto:

Ho trovato solo una frase "fatta" ("le ombre danzanti sul muro") a proposito di Teresa, ma davvero... wow! I miei sinceri complimenti.

Non ne ero molto convinta, in realtà, ma non mi veniva nulla di più adatto per descrivere il movimento delle ombre. Grazie <3 

 

4 ore fa, Mattia Alari ha detto:

Se solo riuscissi a scrivere in inglese "bene la metà" di come fai in italiano... sarei un uomo felice. Ma non è da tutti riuscire a farlo. Tu, lo fai.

In inglese non scrivo da un po', ma scrivevo articoli di stampa, mai la narrativa. L'inglese però resta il mio primo amore linguistico. Un giorno però potrei tentare. Grazie ancora, di cuore. 

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Ciao @Emy

Wow, che bel racconto!

Mi piace molto la scansione diaristica. Il testo si legge d'un fiato, hai creato una suspense fortissima. E inoltre è scritto benissimo.

Mi ha ricordato Casa tomada di Cortázar (scusami, non ricordo in questo momento il titolo in italiano), lo conosci? La tua idea è diversa, ma me l'ha ricordato.

Vedo dal tuo scambio di commenti con Mattia che la tua lingua materna non è l'italiano, che dire? Complimenti, sei bravissima  (se non l'avessi letto non me ne sarei accorta). Io di mestiere insegno lingue straniere ma non sarei in grado di scrivere in un'altra lingua. Un talento in più il tuo!

Interessante che questo racconto sia nato da un contest e che quindi tu ti sia forzata a scrivere un genere a te non congeniale. Il risultato è davvero notevole e dimostra quanto sia produttivo a volte uscire dalla propria zona confort.

Complimenti!

Alla prossima lettura!

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19 ore fa, Emy ha detto:

chissà dove è finito

dov'è

 

19 ore fa, Emy ha detto:

Viste le sue condizioni, la casa diventerebbe cenere in un baleno.

più che cenere, macerie. A meno che non sia tutta fi legno, cosa che non credo da quanto ho letto

 

Ben fatto. Oltre a essere più chiaro, seppure hai lasciato delle parti oscure, e completo, ha più un'atmosfera horror.

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21 ore fa, Ivana Librici ha detto:

Mi ha ricordato Casa tomada di Cortázar (scusami, non ricordo in questo momento il titolo in italiano), lo conosci? La tua idea è diversa, ma me l'ha ricordato.

Vedo dal tuo scambio di commenti con Mattia che la tua lingua materna non è l'italiano, che dire? Complimenti, sei bravissima  (se non l'avessi letto non me ne sarei accorta). Io di mestiere insegno lingue straniere ma non sarei in grado di scrivere in un'altra lingua. Un talento in più il tuo!

Ciao @Ivana Librici! Grazie per i complimenti e per il bellissimo commento. Mi lusinga la comparazione con Cortázar, che amo (adoro la letteratura sudamericana e spesso leggo in lingua originale. Casa tomada, se non erro, è un racconto della raccolta Bestiario. Ho i vaghi ricordi, ma controllerò. Non so come è stato tradotto il titolo, all'epoca l'avevo letto in spagnolo. No, la mia madrelingua è serbo, però vivo qui da quasi vent'anni e considero italiano la madrelingua d'adozione. Credo che sia diverso, quando studi una lingua. Devi vivere nel posto per assimilarla nella maniera completa per poter scrivere. Io parlo fluentemente inglese, spagnolo, francese, (russo un po' meno), eppure non proverei a fare lo stesso che faccio in italiano, anche se spesso traduco i miei racconti per le amiche in Argentina. È vero che aprendo lingue straniere con facilità, e forse è un dono, ma è anche una grande passione. 

 

22 ore fa, Ivana Librici ha detto:

 

Interessante che questo racconto sia nato da un contest e che quindi tu ti sia forzata a scrivere un genere a te non congeniale. Il risultato è davvero notevole e dimostra quanto sia produttivo a volte uscire dalla propria zona confort.

Complimenti!

Francamente, non mi sono proprio sforzata. Mi piace sperimentare con i generi diversi, credo che chi scrive deve saper andare oltre i propri limiti. Anche quando incontro difficoltà, mi diverto lo stesso a vedere fin dove posso arrivare. Grazie ancora. A rileggerci! 

 

18 ore fa, M.T. ha detto:
Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

chissà dove è finito

dov'è

Mi era sfuggito, mannaggia.

 

18 ore fa, M.T. ha detto:
Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

Viste le sue condizioni, la casa diventerebbe cenere in un baleno.

più che cenere, macerie. A meno che non sia tutta fi legno, cosa che non credo da quanto ho letto

No, non è tutta di legno in effetti. Non ci avevo proprio pensato. Meglio macerie, sì. 

 

18 ore fa, M.T. ha detto:

Ben fatto. Oltre a essere più chiaro, seppure hai lasciato delle parti oscure, e completo, ha più un'atmosfera horror.

Grazie @M.T.! So di aver lasciato qualche punto oscuro, ma non volevo spiegare tutto. Mi premeva che fosse meno criptico, rispetto alla versione del contest, e se mi dici poi che ha un'atmosfera più horror, non posso che fare salti di gioia. Grazie ancora! :rosa:

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Ciao @Emy ricordo questo racconto, ricordo il contest e ricordo anche il commento che ti feci allora: " mi piacerebbe sapere perché lei si trova in queste condizioni". Ora non mi interessa  più e sai perché? Dando come dato il suo stato di vittima, rendi il racconto e la trama ancora più allucinante. Belle le descrizioni, bella la tua scrittura, brava cara <3

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Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

resto inerte tra queste mura sudicie, a ricordare che senza di lui non sono nessuno. 

sudice

Il primo giorno @Emy ci lascia intravedere un passato diverso e più solare. A voler leggere il tuo testo usando una chiave alternativa io lo trovo fantastico.

Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

Quando è andato tutto a rotoli? Non c'è stato un momento preciso, credo.

la protagonista non  riesce a inquadrare il momento o l'evento che l'ha portata inesorabilmnete a perdere il senno.

La casa in tutto il racconto potrebbe essere la rappresentazione  freudiana del suo superego. La porta rossa invece io la percipisco come un limite.

Una barriera che se venisse abbattuta la riporterebbe ad affrontare una realtà ancora più crudele. Anche se appaiono, ogni tanto, immagini del suo passato reale. Come questa:

Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

Non sembro in me. All'epoca mi chiamavano la Maschia della quinta effe, quella che menava chiunque le si fosse opposto, dentro e fuori classe.

si intuisce la sua instabilità mentale precedente al suo stato attuale.

Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

Non penso ad altro da giorni. Se è lì, una ragione ci sarà.

Oggi, per la prima volta, mi sono avvicinata a lei. Se volessi potrei pure toccarla.

Diciamo che per qualche magia io riesca ad aprirla e a oltrepassare lo stipite. Cosa farei se mi si chiudesse alle spalle?

Eppure un piccolo pensiero chiaro che non riconosce, la sua mente malata lo accarezza. uscire e abbandonare quello stato di decadenza mentale. Non ne ha il coraggio, ha perso l'istinto di sopravvivenza. Già da queste parole io capisco che per lei non c'è scampo.

Sempre ricorrendo alle teorie freudiane, credo che l'atto di mangiare una cosa così schifosa, come un topo, rappresenti una coscenza tormentata da rimorsi, come un vicolo cieco senza uscita. Quindi ci si rinchiude in una tana, ci si nasconde e non si vuole far nulla per uscire. La porta rossa è l'uscita ma resta invalicabile.

Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

È la casa a volermi morta, non ho dubbi. Morta di paura e di fame che non smette di torturarmi. A malapena mi muovo tra i mobili logori e le ombre danzanti sul muro.

e la ucciderà se non abbatte quella porta

Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

La Maschia non mi risponde. Ho provato a tirarla fuori, a spiegarle che avevo bisogno di lei. Ma niente, se n'è fregata.

Ecco, adesso cerca aiuto, ma è troppo tardi anche la forza di un tempo viene a mancare. e sembra definitivamente sconfitta.

Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

Qualcosa mi morde il lobo; dei denti aguzzi vi si serrano intorno con delicatezza inaspettata, pronti a staccare, nello slancio amoroso, un pezzo di carne. Sorpresa, soffoco il grido di gioia.

Non può essere. Non ci credo. Eppure una parte di me non ha più dubbi. Lui è tornato per restare, con noi, e ha aperto la porta rossa per me.

 

Per quanto potrebbe sembra di intravedere la salvezza, il finale ci spiega che lei si arrende e smette di lottare. Lui ritorna e tutto è perduto. Non è lei ad aprire la porta, a fuggire dalla tana.

Ma cede all'oblio gli ultimi sprazzi di lucidità per non uscirne mai più.

è stata una lettura molto interessante @Emy

Ho pensato, mentre leggevo, a come devono sentirsi quelle persone che commettono efferatezze innominabili e continuare a vivere lo stesso. Pensavo a certi fatti di cronaca nera.

Essere colpevoli di crudeltà così bestiali può crearti dentro un mondo come quello che descrivi? io penso di sì. E credo anche che non se ne uscirebbe mai.

Naturalmente non so se mentre scrivevi il tuo pensiero corrisponde alle mie sensazioni.

Ma indubbiamente il racconto funziona! prende il lettore e lo incolla alla pagina fino alla fine.

Funzionano le immagini, le descrizioni e la rappresentazione cronologica degli eventi. Ti faccio i miei più sinceri complimenti.

 

Ti lascio anche due cosette che potresti rivedere.

Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

tenere sempre chiuse le narici.

Mi suona strana la frase e l'immagine che evoca.

Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

Non funziona più nulla, qui. Il tubo in cucina si è rotto.

troppo generico dire Tubo in cucina ci sono diversi impianti che possono perdere acqua, meglio dire il rubinetto o il tubo dello scarico.

Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

un paio di formiche troppo magre.

Le formiche non hanno grasso, sceglierei insetti cicciottelli come le falene, vermi, bruchi, le formiche no.

Credo di averti detto tutto, il tuo racconto è mica una passeggiata! :flower: tanti fiorellini per la tua bravura.

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Carissima @Alba360, scusami per non averti risposto prima. È stato un periodo impegnativo. 

Il 28/4/2019 alle 11:25, Alba360 ha detto:

La casa in tutto il racconto potrebbe essere la rappresentazione  freudiana del suo superego. La porta rossa invece io la percipisco come un limite.

Una barriera che se venisse abbattuta la riporterebbe ad affrontare una realtà ancora più crudele. Anche se appaiono, ogni tanto, immagini del suo passato reale. Come questa:

Interessante interpretazione, specie della casa. Invece hai azzeccato quella della porta. Sì, è decisamente un limite della mente della protagonista. 

Il 28/4/2019 alle 11:25, Alba360 ha detto:

Sempre ricorrendo alle teorie freudiane, credo che l'atto di mangiare una cosa così schifosa, come un topo, rappresenti una coscenza tormentata da rimorsi, come un vicolo cieco senza uscita. Quindi ci si rinchiude in una tana, ci si nasconde e non si vuole far nulla per uscire. La porta rossa è l'uscita ma resta invalicabile.

Incredibile. Hai azzeccato anche questa. 

 

Il 28/4/2019 alle 11:25, Alba360 ha detto:

Per quanto potrebbe sembra di intravedere la salvezza, il finale ci spiega che lei si arrende e smette di lottare. Lui ritorna e tutto è perduto. Non è lei ad aprire la porta, a fuggire dalla tana.

Ma cede all'oblio gli ultimi sprazzi di lucidità per non uscirne mai più.

è stata una lettura molto interessante @Emy

Brava. Hai analizzato il personaggio in una maniera lucida e soprattutto veritiera, molto in linea con il mio pensiero durante la stesura. 

 

Il 28/4/2019 alle 11:25, Alba360 ha detto:

Ma indubbiamente il racconto funziona! prende il lettore e lo incolla alla pagina fino alla fine.

Funzionano le immagini, le descrizioni e la rappresentazione cronologica degli eventi. Ti faccio i miei più sinceri complimenti.

 

Grazie! Di cuore! <3 

 

Il 28/4/2019 alle 11:25, Alba360 ha detto:
Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

tenere sempre chiuse le narici.

Mi suona strana la frase e l'immagine che evoca.

Immaginavo lei che chiude le narici con le dita. Non è chiaro? Forse potevo mettere tappare il naso. Non ci avevo pensato. 

 

Il 28/4/2019 alle 11:25, Alba360 ha detto:

troppo generico dire Tubo in cucina ci sono diversi impianti che possono perdere acqua, meglio dire il rubinetto o il tubo dello scarico.

Il 22/4/2019 alle 23:55, Emy ha detto:

Concordo. 

 

Il 28/4/2019 alle 11:25, Alba360 ha detto:

Le formiche non hanno grasso, sceglierei insetti cicciottelli come le falene, vermi, bruchi, le formiche no.

Non ci avevo pensato! Hai ragione. Cambierò. 

 

Quota

Credo di averti detto tutto, il tuo racconto è mica una passeggiata!  tanti fiorellini per la tua bravura.

 

Grazie ancora, Alba. :rosa:

 

Il 27/4/2019 alle 17:57, Lauram ha detto:

Ciao @Emy ricordo questo racconto, ricordo il contest e ricordo anche il commento che ti feci allora: " mi piacerebbe sapere perché lei si trova in queste condizioni". Ora non mi interessa  più e sai perché? Dando come dato il suo stato di vittima, rendi il racconto e la trama ancora più allucinante. Belle le descrizioni, bella la tua scrittura, brava cara <3

@Lauram bentrovata! Sono felice del tuo commento. Grazie dal <3 A presto!

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@Emy grande racconto! Bravissima. Teresa, l'amante incinta che lei ha ucciso.  Ha ucciso anche lui, ed entrambi sono chiusi dentro quelle stanze chiuse, anzi dentro quella della porta rossa. Orrore, suspence, delirio, follia... tutto descritto nel migliore dei modi, e che l'italiano non sia la tua lingua madre raddoppia il mio stupore e l'apprezzamento.

Ho trovato un refuso: manca una "t" sulla retta via

 

 

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Ciao Emy. Mi è piaciuto molto questo brano dai contorni neri e cupi - inquietanti e allo stesso tempo suggestivi - capaci di tenere alta la tensione dalla prima riga all'ultima, creando effetti di grande suspance e pathos.

Lo stile è molto curato, impreziosito da immagini poetiche in certi passaggi. Bella anche l'impostazione diaristica. Credo che il racconto abbia un taglio metaforico, tra l'altro molto pregevole. In questo senso, ravviso nella casa che cade a pezzi la rappresentazione dell'animo malato e distrutto della protagonista; la caratterizzazione psicologica di quest'ultima è molto approfondita e curata. Hai reso bene la sofferenza e il dolore della donna, che alterna momenti di lucidità – nei quali si rende conto di quanto sia stata cambiata, in peggio, dalla malsana attrazione per l'uomo da cui è attratta – ad altri meno lucidi, e più folli, nei quali continua ad attendere il ritorno del suo carnefice, malato anch'egli in quanto vive l'amore per le donne in modo sadico e distorto.

Secondo me, pur mantenendo quest'impostazione metaforica e allusiva, che apprezzo molto, potresti appena appena esplicitare maggiormente la figura di Teresa, chi sia e quale ruolo abbia. Nel testo viene detto che potrebbe essere un'amante dell'uomo, e in un certo senso viene messa sullo stesso piano della protagonista, amante lei stessa. Ma è proprio quel “potrebbe” ad aprire molte, troppe, possibilità interpretative e allo stesso tempo far sorgere dubbi. Potresti magari accennare al motivo per cui compare nei sogni della protagonista, o fornire qualche dettaglio in più sulla frase, un po' ermetica, “Non dovevo lasciarla indietro”. Indietro dove? E perché?

Ma al di là di questi piccoli dettagli, il racconto è buono e sicuramente non lascia indifferenti, anche per le tematiche trattate e la tua abilità nel trattarle.

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Il 21/5/2019 alle 08:13, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

@Emy grande racconto! Bravissima. Teresa, l'amante incinta che lei ha ucciso.  Ha ucciso anche lui, ed entrambi sono chiusi dentro quelle stanze chiuse, anzi dentro quella della porta rossa. Orrore, suspence, delirio, follia... tutto descritto nel migliore dei modi, e che l'italiano non sia la tua lingua madre raddoppia il mio stupore e l'apprezzamento.

Ho trovato un refuso: manca una "t" sulla retta via

@Adelaide J. Pellitteri grazie di cuore! <3 Mi colpiscono molto le vostre interpretazioni, non spesso in linea con il mio pensiero ma decisamente curiose. Dovessi ampliare ulteriormente, e pensare a un romanzo, ho tanti spunti da cui partire. È vero, non sono una madrelingua, ma ti assicuro che se sono arrivata a scrivere così il merito in gran parte è anche del forum, che mi ha permesso di imparare molto in questi tre anni. Grazie per avermi segnalato il refuso. Ogni tanto litigo con le doppie, mannaggia a me!  :D 

 

Il 21/5/2019 alle 20:48, Rosso Soft ha detto:

Ciao Emy. Mi è piaciuto molto questo brano dai contorni neri e cupi - inquietanti e allo stesso tempo suggestivi - capaci di tenere alta la tensione dalla prima riga all'ultima, creando effetti di grande suspance e pathos.

Lo stile è molto curato, impreziosito da immagini poetiche in certi passaggi. Bella anche l'impostazione diaristica. Credo che il racconto abbia un taglio metaforico, tra l'altro molto pregevole. In questo senso, ravviso nella casa che cade a pezzi la rappresentazione dell'animo malato e distrutto della protagonista; la caratterizzazione psicologica di quest'ultima è molto approfondita e curata.

Ciao @Rosso Soft! Grazie per il commento così articolato e ricco di spunti interessanti. Hai colto alla perfezione la metafora della casa. 

 

Il 21/5/2019 alle 20:48, Rosso Soft ha detto:

Secondo me, pur mantenendo quest'impostazione metaforica e allusiva, che apprezzo molto, potresti appena appena esplicitare maggiormente la figura di Teresa, chi sia e quale ruolo abbia. Nel testo viene detto che potrebbe essere un'amante dell'uomo, e in un certo senso viene messa sullo stesso piano della protagonista, amante lei stessa. Ma è proprio quel “potrebbe” ad aprire molte, troppe, possibilità interpretative e allo stesso tempo far sorgere dubbi. Potresti magari accennare al motivo per cui compare nei sogni della protagonista, o fornire qualche dettaglio in più sulla frase, un po' ermetica, “Non dovevo lasciarla indietro”. Indietro dove? E perché?

Ottima idea. Quando dicevo ad Adelaide che avevo accarezzato il pensiero di un romanzo avevo pensato proprio a questo aspetto. Ci rifletterò ancora! 

Il 21/5/2019 alle 20:48, Rosso Soft ha detto:

Ma al di là di questi piccoli dettagli, il racconto è buono e sicuramente non lascia indifferenti, anche per le tematiche trattate e la tua abilità nel trattarle.

Grazie di cuore! 

 

@entrambi A rileggerci!

 

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