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Aveva atteso di sentirle cadere. Dapprima, erano state solo leggeri e indiscreti suggerimenti posati sul vetro della finestra. Poi, con l'aumentare del vento, era cresciuta la loro arroganza, fino a divenire un'irrinunciabile promessa. Si vestì: il tempo di un ultimo pensiero al vuoto di quella stanza, prima di divenire parte della tempesta.

Non aveva una meta, ma un obiettivo perfettamente tratteggiato tra i risvolti della mente: perdersi. La pioggia incessante l'avrebbe custodita dagli sguardi dei passanti. I vicoli si susseguivano in un vortice di repentini cambi di direzione. Chi era stato sorpreso dall'improvviso temporale si trovava ormai al sicuro nella propria abitazione, o sospeso nella luce fredda di qualche pallido negozio, lo sguardo fisso in un punto indefinito.

Nefeli camminava senza fretta, osservando il continuo mutamento di ciò che è vivo ed il contrasto di esistenze tanto effimere stagliate contro l’eterno sfondo di pietre e nubi e acqua che scorre nei fiumi tagliando la città.

Le strade del centro, strette e ciottolate, la avvolgevano. Piccole buche e irregolari dossi si nascondevano sotto il sottile strato d’acqua ed il rischio di incespicare su pietre sdrucciolevoli incombeva su ogni suo passo. Eppure, Nefeli necessitava proprio di quello: l’attenzione posta nel camminare lasciava spazio, nei recessi della mente, a pensieri che evolvevano liberi come il turbinio della tempesta.

Si ritrovò a pensare alla sua adolescenza. Scriveva da quando era poco più che una ragazzina. Da quando ancora era necessario infilare con destrezza un foglio di carta tra i rulli di una macchina da scrivere ed il passare ad una nuova riga era accompagnato dal tintinnio di un campanello. Nella scrittura, Nefeli aveva trovato il suo rifugio. Appena adolescente, la sua sensibilità e il suo intuito l’avevano avvertita per tempo di un impercettibile mutamento in corso nelle persone che aveva vicino. Una forma di diffidenza appena accennata, ma destinata a crescere con gli anni.

Eppure, fino a qualche tempo prima, quando ancora era bambina, la maggior parte di quelle persone aveva accolto con un sorriso le sue fantasie, incoraggiandole e stimolando quella che amavano definire creatività. Quasi fosse un qualcosa da lodare in loro, un risultato di cui vantarsi. Parole scelte con cura mentre lei, distratta dalle meraviglie che trovano spazio solo negli occhi dei più piccoli, cresceva.

Quali interessanti fenomeni si rivelarono essere l’avanzare dei suoi anni e l'empatia di chi gli stava intorno! L'uno a salire, l'altra a scendere, fino a scomparire in un continuo che aveva attraversato fasi di indifferenza, frustrazione, rabbia e, infine, rassegnazione.

D’improvviso, un fulmine caduto poco distante squarciò il cielo e i suoi pensieri. Gli occhi parvero illuminarsi per un istante di una razionalità capace di spegnere la fiamma che sentiva ardere in corpo. Scorse accanto a lei un gatto che cercava riparo appoggiato ad un muro. D’istinto, mosse un passo verso di lui con l’intenzione di aiutarlo, ma quest’ultimo, soffiandole contro, scappò lontano sotto la pioggia incessante. Possibile che anche lei non avesse fatto altro che fuggire da chi cercava di aiutarla? Per qualche istante si abbandonò a quel pensiero. Ma poi immaginò il gatto immobile, nell’attesa che lei lo raccogliesse per portarlo via e provò disprezzo per quell’animale. Se avesse preferito svendere la propria libertà, lei non avrebbe potuto rispettarlo. Si scrollò di dosso quell’attimo di indecisione e continuò a camminare sotto la pioggia.

Una dopo l’altra, le persone a lei più care, non potendola distogliere da quel mondo per loro divenuto ormai imperscrutabile, avevano scelto di allontanarsene in punta di piedi. Eppure, lei avrebbe voluto che ne facessero parte, che vedessero i suoi compagni di viaggio, ascoltassero le loro rocambolesche avventure. Viveva avvolta di colori e suoni che danzavano al di fuori degli schemi, spaziando in spettri di tonalità sconosciuti.

A quei tempi scrivere era stato qualcosa di profondamente corporale. La pressione sui tasti si trasmetteva alle bacchette di metallo che andavano ad imprimersi sul foglio. La parola aveva avuto una concretezza che non poteva essere ignorata. Per Nefeli era stata a lungo un’ancora di salvezza, mentre viveva sulla soglia di una porta aperta su due stanze: in una vi era un mondo fantastico che solo lei riusciva a vedere, nell’altra la distaccata realtà di chi non sapeva comprenderla. Scrivere dell’uno le aveva permesso di essere, se non accettata, quantomeno sopportata dall’altra.

Ovviamente, tutto questo non gli era chiaro allora. Accade spesso di non accorgersi dell'importanza di certe abitudini fino a quando il futuro non le divora, lasciandosi dietro solo i ricordi a colmare i vuoti. Un giorno come tanti, Nefeli aveva smesso di scrivere. Aveva chiuso la porta ritrovandosi sola. Quanti anni aveva trascorso così, guardando la vita degli altri scorrerle davanti! Vedendoli trascinarsi appresso preoccupazioni costruite ad arte per giustificare la loro esistenza. Una follia alla quale non intendeva sottomettersi, una vita di tenui sfumature.

Col passare del tempo, aveva costruito una visione romantica della propria esistenza. Amava immaginarsi persa su di un’isola dalla vegetazione rigogliosa, circondata da un mare che tentava, ad ogni occasione, di erodere un po' delle sue amate spiagge. Si era ripromessa di scendere un giorno fino al bagnasciuga per costruire dune di sabbia alte fino al cielo che la proteggessero dalle incessanti onde.

Ma mentre gli anni si accumulavano sulla pelle, quel momento di liberazione continuava a scivolare in un domani sempre identico. Non si trattava di vigliaccheria. Non era la paura a trattenerla. Al contrario! Sentiva di dover salvare dal mare del torpore quanta più gente possibile. Sognava lembi di terra ad unire isole lontane, strappando spazi alle acque logoranti e al loro rodere violento: lasciare al vento i propri colori e i propri suoni, affinché, volando il più lontano possibile, contaminassero altre isole, tornando a lei in forme nuove dentro le quali leggere i pensieri di chi abita al di là del mare.

Le nubi in cielo si stavano ormai diradando, spinte lontano da un vento freddo e pungente. Un pallido sole, basso all’orizzonte, sussurrava la promessa di un malinconico tramonto. Nefeli si guardò intorno: la vita riprendeva per le strade. La gente usciva dai propri nascondigli per mescolare le proprie esistenze in un susseguirsi di incontri. Lei ne percepì l’odore e il suo istinto le disse che era giunta l’ora di inseguire nuovamente la sua preda, ovunque essa l’avrebbe condotta.

Rientrò in casa e si spogliò degli abiti fradici di pioggia. Seduta al buio, accanto alla finestra, osservava il mondo oltre quel vetro. Per le strade, un teatro surreale di marionette mosse dai fili della sua immaginazione prendeva vita. Come potevano non accorgersi che esistevano solo per lei, affinché potesse scrivere di loro? Non erano altro che estensioni dei suoi desideri, frantumi di specchio che riflettevano in forma distorta tutti lo stesso soggetto: la sua volontà.

Al lume di una candela che bruciava lenta, prese foglio e penna dal tavolo d’ebano finemente decorato. Scaldò i muscoli delle dita, i legamenti del polso. Infine, lasciò che accadesse: sfiorò il suo inconscio e attraversò il varco che separa la stagnante realtà dalle terre fertili. Ritornò a camminare i vasti spazi e le distanze che sfuggono al tempo e alla frenesia. Si lasciò guidare verso una descrizione più vera dello stato d'animo umano.

Avrebbe compreso i suoi personaggi, intuito i loro dubbi, annusato le loro paure. Li avrebbe presi per mano e portati alla salvezza o alla perdizione. Non vi sarebbero stati eroi né condannati, poiché nessuno di loro è libero e senza libertà non può esserci giudizio.

Mentre l'inchiostro andava impregnando quella superficie ruvida, la sua mente iniziò a rincorrere parole.

Chiusi gli occhi, si guardò intorno e le ritrovò lì ad aspettarla.

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Il 15/4/2019 alle 20:54, Luca Ferrarini ha detto:

Per Nefeli era stata a lungo un’ancora di salvezza, mentre viveva sulla soglia di una porta aperta su due stanze: in una vi era un mondo fantastico che solo lei riusciva a vedere, nell’altra la distaccata realtà di chi non sapeva comprenderla. Scrivere dell’uno le aveva permesso di essere, se non accettata, quantomeno sopportata dall’altra.

 

Bellissima questa immagine.

 

Mi è molto piaciuto in generale, è facile entrare in empatia con la protagonista e con le sue rinnovate motivazioni che la spingono a riprendere a scrivere.

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Ciao @Luca Ferrarini il tuo è un racconto fatto di immagini e riflessioni. La protagoinista è ferma sotto la pioggia, fa solo questo, ma la sua testa si muove per tutti gli spazi scritti e oltre. Descrivi gli stati d'animo secondo me in maniera esemplare. Sembra di entrare e rimbalzare nei ricordi e nelle riflessioni del tuo personaggio come fossero gelatina gommosa, ci si entra dentro, si sente il morbido e poi con la spinta si salta su una altra forma ancora più ospitale della prima (scusa il mio modo di commentare. Pareri professionali sulla prosa a mio avviso non ce ne sono, posso quindi solo darti impressioni che la mia mente ha partorito leggendoti).

La cosa bella di questo racconto sta, come ti ho detto prima nelle riflessioni, ma se da una parte accendono i neuroni del lettore che legge, da l'altra lo mandano in confusione. Mi spiego meglio. In questo racconto non parli solo di scrittura e del desiderio di riprendere a scrivere, parli di crescita, di immedisimazione, di evoluzione, di creatività, di solitudine, d'incomprensione e di rinascita. Ecco, il tutto è descritto meravigliosamente, ma scusa, almeno secondo me, è un po' troppo. So che la scrittura è tutto quello che hai menzionato e forse anche di più, ma credo (sempre secondo me eh:)) che porre attenzione su meno elementi ,e inserire gli altri in fatti, avrebbe reso il racconto più concreto e meno volatile. Se dovessi pensare a due scene del tuo testo, mi vengono in mente il gatto che lei vuole prendere, e lo scrivere a macchina con il din, perchè questo? Perchè sono azioni che ho visto fare alla protagonista a cui poi sono seguite le riflessioni. 

Il 15/4/2019 alle 20:54, Luca Ferrarini ha detto:

un continuo che aveva attraversato fasi di indifferenza, frustrazione, rabbia e, infine, rassegnazione.

Scusa, se ti quoto come esempio quello che ti ho indicato prima, qui metti tanti stati d'animo, è come se insieme si annullassero, il passaggio è troppo lungo per arrivare alla fine.

 

Il 15/4/2019 alle 20:54, Luca Ferrarini ha detto:

Seduta al buio, accanto alla finestra, osservava il mondo oltre quel vetro. Per le strade, un teatro surreale di marionette mosse dai fili della sua immaginazione prendeva vita. Come potevano non accorgersi che esistevano solo per lei, affinché potesse scrivere di loro? Non erano altro che estensioni dei suoi desideri, frantumi di specchio che riflettevano in forma distorta tutti lo stesso soggetto: la sua volontà

Questa immagine è bellissima, forse il fulcro di tutto. Sarebbe bello un racconto solo di questo, soddisfa e avanza secondo me.

Mi è piaciuto il tuo brano (forse ti ho lasciato con il dubbio dopo le ultime opinioni ;)), mi piace tutto ciò che è creatività e fantasia, e qui ce n'è tanta nelle vesti della protagonista.

Ciao e complimenti per la settimana della Luna.

 

 

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Ciao @Luca Ferrarini, ti leggo per la prima volta e provo a dirti le mie impressioni generali.

 

Cercherò di separare le mie osservazioni tra forma e contenuto.

 

Forma

 

In questo testo - non so se si tratta di una tua precisa caratteristica - noto una certa abbondanza: per abbondanza intendo una serie di cose, che includono le d eufoniche, una certa ricchezza di dettagli sensoriali e di tentativi di esprimere in modo elaborato pensieri e sensazioni della protagonista. In certi passaggi ho percepito un certo barocchismo che, secondo il mio mero gusto estetico, potrebbe essere sfrondato, per far sì che le immagini ne emergano rinvigorite.

In tal senso, anche un uso più accorto della punteggiatura potrebbe aiutare alcuni periodi. Un esempio:

 

Il 15/4/2019 alle 20:54, Luca Ferrarini ha detto:

Nefeli camminava senza fretta, osservando il continuo mutamento di ciò che è vivo ed il contrasto di esistenze tanto effimere stagliate contro l’eterno sfondo di pietre e nubi e acqua che scorre nei fiumi tagliando la città.

 

Qui, ti confesso, ho fatto fatica ad arrivare in fondo alla frase, nella mia mente non si sono formate immagini chiare ma sono stato travolto da troppe congiunzioni, troppe parole, troppo di tutto per essere realmente assimilato e apprezzato. E questo, a mio modo di vedere, è l'aspetto più farraginoso del testo, quello che gli fa perdere di incisività dal punto di vista strettamente formale. Maggiore limpidezza, maggiore pulizia e meno sovrabbondanza credo gioverebbero non poco.

Infine, in un paio di occasioni usi gli come pronome clitico, riferendoti a Nefeli che è invece donna. Te ne riporto un esempio:

 

Il 15/4/2019 alle 20:54, Luca Ferrarini ha detto:

Quali interessanti fenomeni si rivelarono essere l’avanzare dei suoi anni e l'empatia di chi gli stava intorno!

 

Ho trovato invece carezzevole il modo in cui fai compiere a Nefeli il suo viaggio interiore, un percorso lungo che poi rende efficace il finale. E a tal proposito, passo ai...

 

Contenuti

 

Sul fronte del contenuto del tuo racconto, ammetto che soffre di una staticità estrema. La tua protagonista non compie sostanzialmente alcuna azione fino alla fine, limitandosi a ripercorrere la sua vita e ciò che l'ha condotta a essere ciò che è. Tuttavia, a mio personalissimo avviso, questo sembra più un meccanismo a uso e consumo del lettore: sono cose che Nefeli sa perfettamente, e suona vagamente artificioso il fatto che riepiloghi dentro la sua testa snodi che, suppongo, conosce alla perfezione.

Dopo i primi due terzi di racconto, che trovo sovraccarichi stilisticamente e artificiosi come contenuto, trovo che tu abbia trovato una dimensione più chiara, che ho sentito maggiormente vicina, e lo fai nel finale, col ritorno a casa di Nefeli: lì, quando lei guarda fuori dalla finestra, ho ricevuto le informazioni davvero interessanti su di lei, sul suo modo di concepire il mondo, e su come viva la scrittura. In questo, per me, risulta senz'altro la parte più riuscita del tuo racconto.

 

A rileggerti!

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