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Ivana Librici

[MI 125] La pelle

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Traccia di mezzogiorno: Il limite

 

La pelle

 

Un riverbero di luce rimbalza sulla lattina che Mattia rigira in mano. Il riflesso balla tra l'aria e gli occhi di Virginia. La abbaglia e si toglie, più volte. Non le dà fastidio, anzi, lo ammira come fosse la danza di un oscuro rituale. Poi Mattia si stufa e strizza la lattina, il metallo si piega in uno scroscio che rompe l'incanto. 
- Finita! - dice - Ce ne vorrebbe un'altra...
Virginia non coglie l'allusione, sa bene dove vuole andare a parare. Lo guarda, indifferente, e si siede sul cofano di una macchina parcheggiata davanti al mini-market.
- Ce li hai due citti? - le chiede allora Mattia.
- No, li ho finiti - risponde lei.
- Non è vero, ti ho visto che prima ti ha dato il resto, il tipo.
- Sì, ma mi servono.
- A cosa?
- A comprarmi un'altra birra.
- Che stronza! - ride Mattia. Una fila di denti rovinati si schiude sul suo viso.
Un'altra birra. Ci vorrebbe subito, pensa Virginia. Comincia a sentire il calore del sole, la luce che sgrana i colori e i limiti delle cose, a sottolinearne l'esistenza. Quell'evidenza la offende e lei vorrebbe sfumarla, sbiadirla in un crepuscolo in cui i confini dei corpi non siano così netti.
- È tua la macchina? Bella!
- Certo! Come no? - risponde Virginia.
Quindi si alza ed entra nel mini-market. Compra una confezione da sei lattine di birra. Sono scontate a 33 centesimi l'una.

 

Virginia è stesa sul letto. Rimane sdraiata apposta, perché sa che l'alcol che le circola nel sangue così fa più effetto. Non è ubriaca dopo le birre, solo un po' anestetizzata. È in quel limbo che precede la sbronza, in cui non si perde il controllo di sé ma i confini del corpo si smaterializzano abbastanza. Da sdraiata, si sente attraversare da minuscole onde, il letto galleggia come una zattera alla deriva. Peccato che duri poco, questo limbo. O si continua a bere e la sensazione si deteriora in nausea, o è destinato a sfumare di nuovo in realtà. 
Non ha neanche mangiato, fame non ne ha. Le sembra di sentire Mattia che dice: - Stai scomparendo, cazzo! Ma non lo vedi che stai scomparendo?
Sì, figurati. Magari, pensa Virginia. Si guarda le gambe sottili, filiformi nei leggings aderenti. Che poi non è che vorrebbe scomparire. Non sono mica un'anoressica del cazzo. Il suo problema non sono le forme del suo corpo, di quello non gliene frega niente, grassa o magra, bella o brutta. Sono i suoi limiti che la ossessionano, quella membrana sottile che la avvolge e la separa dal mondo, ma non la protegge. Vabbe', dai, mi alzo. Tra un po' devo andare da Viola.

 

Mattia è in ritardo. Come al solito. Non ce la fa a capire che è importante arrivare puntuali, cercare di fare bella figura, far vedere che se vogliono possono essere responsabili.
- Tutte cazzate! - le ripete lui ogni volta, quando arriva in ritardo di almeno mezz'ora, con gli occhi spiritati, se va bene, o barcollante, se va peggio.
- Tanto, cosa credi? Se anche venissimo sobri o puliti, cosa cambierebbe? Viola ce la fanno vedere solo per un po' e lì dentro, davanti a loro, così ci possono controllare.
Una struttura protetta. Così la chiamano. Virginia si ricorda che le era piaciuto il nome, quando lo aveva sentito per la prima volta. Qualcosa di solido, di stabile, che ripara dalle intemperie, dalla sfacciataggine dell'esistenza che ti scaraventa nel reale con solo la pelle a proteggerti. L'epidermide, quel tessuto a strati così fragile e sottile e così sensibile a tutto: il freddo, il caldo, il dolore, i colpi, la luce. Fatta apposta per farti sentire quanto sei vulnerabile. Viola in una struttura protetta. Bello. Un limite tra lei e il mondo solido come un carapace, un guscio di lumaca, l'esoscheletro di un insetto.
Mattia arriva, gli occhiali da sole nascondono il suo sguardo. Forse è pulito ma sembra incazzato.
- Allora, dov'è Viola?
- È di là, al nido. Aspettavo te per andarci.
Mattia si toglie gli occhiali e si sfrega gli occhi, poi sbuffa.
- Andiamo, che non ho tanto tempo.
Al nido ci saranno una decina di bambini. Giocano sparpagliati nello spazio. Viola è seduta per terra, ha un grosso telefono finto in grembo. Virginia e Mattia si avvicinano, cauti. Lei li guarda, un fugace sorriso le illumina il volto. Dura solo un istante perché si distrae subito e afferra un altro gioco. Il telefono finto le è di impaccio e lo scaraventa più in là. Finisce in secondo piano, proprio come i suoi genitori. 
- Dai, saluta Viola, così andiamo - dice Mattia.
Virginia si accovaccia alla sua altezza, con il dorso della mano le sfiora una guancia. La sua pelle fragile a contatto con la pelle ancora più fragile della bambina. Quando alza lo sguardo da sua figlia, vede dietro di lei l'assistente sociale.
- Prima di andare via, passate in ufficio. Vi devo parlare - le dice.

 

La discoteca è attraversata da luci colorate, cangianti, che si smorzano nello sfondo nero. Il buio le inghiotte, assorbe i limiti di cose e corpi. Mattia beve il suo cocktail, mentre Virginia manda giù la pasticca. Basta aspettare poco per sentirne gli effetti. I colori delle luci stroboscopiche sono le prime a perdere i contorni, a fondersi in un'immagine unica, un'aurora boreale dalle mille sfumature. Poi sono i corpi accanto a lei a unirsi in una sola forma. Infine tocca a lei. La pelle che la avvolge come un involucro non è più la sua fragile prigione. Il limite è superato. Non solo dal punto di vista visivo, ma per tutti i cinque sensi. Il contorno del corpo ha rotto la sua illusione, seppure grazie alla reazione chimica della pastiglia. C'è solo benessere, adesso.
Virginia corre via, allora, esce fuori, all'aria aperta. Corre rasente a un muro, il braccio scoperto ne sfrega la superficie ruvida. Non sente male, non sente nulla. La sua pelle non esiste più. 
Non esiste più il mondo con i suoi contorni, nemmeno la pelle fragile di Viola, né l'assistente sociale che le dice che verrà data in affido a una famiglia, la sua nuova famiglia.
Tutto scompare fino all'indomani, quando Virginia si sveglierà e scoprirà quanto sono grandi le sue ferite.

 

Spoiler

"Citti" è un'espressione gergale tipica della Liguria, significa "centesimi". La frase sulle anoressiche è detta dal personaggio, non da me, e non è mia intenzione offendere nessuno.

 

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1 ora fa, Ivana Librici ha detto:

 

La pelle

 

Virginia è stesa sul letto. Rimane sdraiata apposta, perché sa che l'alcol che le circola nel sangue così fa più effetto. Non è ubriaca dopo le birre, solo un po' anestetizzata. È in quel limbo che precede la sbronza, in cui non si perde il controllo di sé ma i confini del corpo si smaterializzano abbastanza. Da sdraiata, si sente attraversare da minuscole onde, il letto galleggia come una zattera alla deriva. Peccato che duri poco, questo limbo. O si continua a bere e la sensazione si deteriora in nausea, o è destinato a sfumare di nuovo in realtà. 
Non ha neanche mangiato, fame non ne ha. Le sembra di sentire Mattia che dice: - Stai scomparendo, cazzo! Ma non lo vedi che stai scomparendo?
Sì, figurati. Magari, pensa Virginia. Si guarda le gambe sottili, filiformi nei leggings aderenti. Che poi non è che vorrebbe scomparire. Non sono mica un'anoressica del cazzo. Il suo problema non sono le forme del suo corpo, di quello non gliene frega niente, grassa o magra, bella o brutta. Sono i suoi limiti che la ossessionano, quella membrana sottile che la avvolge e la separa dal mondo, ma non la protegge. Vabbe', dai, mi alzo. Tra un po' devo andare da Viola.

 

Mattia è in ritardo. Come al solito. Non ce la fa a capire che è importante arrivare puntuali, cercare di fare bella figura, far vedere che se vogliono possono essere responsabili.
- Tutte cazzate! - le ripete lui ogni volta, quando arriva in ritardo di almeno mezz'ora, con gli occhi spiritati, se va bene, o barcollante, se va peggio.
- Tanto, cosa credi? Se anche venissimo sobri o puliti, cosa cambierebbe? Viola ce la fanno vedere solo per un po' e lì dentro, davanti a loro, così ci possono controllare.
Una struttura protetta. Così la chiamano. Virginia si ricorda che le era piaciuto il nome, quando lo aveva sentito per la prima volta. Qualcosa di solido, di stabile, che ripara dalle intemperie, dalla sfacciataggine dell'esistenza che ti scaraventa nel reale con solo la pelle a proteggerti. L'epidermide, quel tessuto a strati così fragile e sottile e così sensibile a tutto: il freddo, il caldo, il dolore, i colpi, la luce. Fatta apposta per farti sentire quanto sei vulnerabile. Viola in una struttura protetta. Bello. Un limite tra lei e il mondo solido come un carapace, un guscio di lumaca, l'esoscheletro di un insetto.
Mattia arriva, gli occhiali da sole nascondono il suo sguardo. Forse è pulito ma sembra incazzato.
- Allora, dov'è Viola?
- È di là, al nido. Aspettavo te per andarci.
Mattia si toglie gli occhiali e si sfrega gli occhi, poi sbuffa.
- Andiamo, che non ho tanto tempo.
Al nido ci saranno una decina di bambini. Giocano sparpagliati nello spazio. Viola è seduta per terra, ha un grosso telefono finto in grembo. Virginia e Mattia si avvicinano, cauti. Lei li guarda, un fugace sorriso le illumina il volto. Dura solo un istante perché si distrae subito e afferra un altro gioco. Il telefono finto le è di impaccio e lo scaraventa più in là. Finisce in secondo piano, proprio come i suoi genitori. 
- Dai, saluta Viola, così andiamo - dice Mattia.
Virginia si accovaccia alla sua altezza, con il dorso della mano le sfiora una guancia. La sua pelle fragile a contatto con la pelle ancora più fragile della bambina. Quando alza lo sguardo da sua figlia, vede dietro di lei l'assistente sociale.
- Prima di andare via, passate in ufficio. Vi devo parlare - le dice.

due vite sperse e il loro quotidiano disperato

1 ora fa, Ivana Librici ha detto:

 

La discoteca è attraversata da luci colorate, cangianti, che si smorzano nello sfondo nero. Il buio le inghiotte, assorbe i limiti di cose e corpi. Mattia beve il suo cocktail, mentre Virginia manda giù la pasticca. Basta aspettare poco per sentirne gli effetti. I colori delle luci stroboscopiche sono le prime a perdere i contorni, a fondersi in un'immagine unica, un'aurora boreale dalle mille sfumature. Poi sono i corpi accanto a lei a unirsi in una sola forma. Infine tocca a lei. La pelle che la avvolge come un involucro non è più la sua fragile prigione. Il limite è superato. Non solo dal punto di vista visivo, ma per tutti i cinque sensi. Il contorno del corpo ha rotto la sua illusione, seppure grazie alla reazione chimica della pastiglia. C'è solo benessere, adesso.
Virginia corre via, allora, esce fuori, all'aria aperta. Corre rasente a un muro, il braccio scoperto ne sfrega la superficie ruvida. Non sente male, non sente nulla. La sua pelle non esiste più. 
Non esiste più il mondo con i suoi contorni, nemmeno la pelle fragile di Viola, né l'assistente sociale che le dice che verrà data in affido a una famiglia, la sua nuova famiglia.
Tutto scompare fino all'indomani, quando Virginia si sveglierà e scoprirà quanto sono grandi le sue ferite.

 

Triste e inevitabile iperbole al contrario come sbocco di una situazione drammatica  che pare irreversibile.

 

:flower:

Brava @Ivana Librici , sia nella scelta della pelle della protagonista anoressica quale "limite" sia fisico che psicologico al tocco del mondo e dei suoi mali che non sa guarirsi.

 

:ciaociao: da Zaza :)

 

 

 

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@Ivana Librici racconto ben scritto, con buona presentazione dei personaggi e descrizioni riuscite. La protagonista Virginia, essendo il testo narrato dal suo punto di vista, appare forse meno verosimile. Le riflessioni che porta e gli esempi (l'esoscheletro, il carapace) sono indicative di una certa cultura. Per come è lei, invece, una madre (troppo giovane?) persa tra alcool e droga, un simile linguaggio si addice poco. Dovrebbe essere più schietta, pragmatica, proprio come è quando parla delle anoressiche. 
Il tema del limite è sviluppato bene, mi è piaciuto il significato che gli hai attribuito, di 'pelle', 'confine corporeo'. mi sarebbe però piaciuto che venisse meglio approfondito: perché Virginia vuole perdere il suo confine? Solo per sballarsi e fondersi col mondo o per un altro motivo? Piacevole anche che l'unico vero contatto fisico che viene descritto sia quello tra la pelle di Virginia e quella di sua figlia. Nel complesso si tratta di un racconto con una buona base e che presenta alcuni punti che possono essere ampliati e migliorati.

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@Ivana Libriciciao :) mi è piaciuto moltissimo come hai sviluppato la traccia, davvero. Penso sia un bellissimo racconto che va sviluppato: lo vedo perfetto come incipit a qualcosa di lungo ed esteso. 

Complimenti! :)

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Mi è piaciuto davvero molto. Com'è scritto, le scene, i dialoghi e come hai trattato l'argomento. La fine, l'ultima frase, è debole. Messa lì per chiudere qualcosa che sembra non volersi chiudere. L'impressione che ho, è questa.
Condivido quello che ti ha scritto Shikana: è un ottimo incipit per qualcosa di più grande e una storia più complicata. Restano molti interrogativi su questi due personaggi.

Spero che proverai a svolgere questa storia e che la posterai qui. Alcuni racconti sono stati l'inizio di ottimi romanzi. Pensaci.

A presto

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il racconto per me inizia davvero dal secondo paragrafo, avrei?concentrato le energie su Virginia e il suo disturbo e il suo rapporto con viola. Comunque un bel racconto ivana (non mi fa taggare) :-)

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Ciao @Ivana Librici :) 

 

Il racconto mi è piaciuto, senza troppe info di contorno se non quelle che servono. 

La coppia funziona, secondo me, nella loro vita parallela a quella della figlia e destinata a non essere più tale: né la vita parallela; né la figlia dal momento che la affideranno a una famiglia.

 

Però, se sono una coppia, perché lei chiede se la macchina è la sua? Di Mattia, dico. Come fa a non sapere se è del suo compagno?

O forse mi sono persa qualcosa che non saputo cogliere?

 

In ogni caso mi sembra davvero poco importante. Ci tengo a farti i complimenti soprattutto per la scrittura, che seguo da quando sei iscritta e e che trovo sempre migliorata. 

Grazie per la lettura. :) 

 

 

 

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Ciao @Komorebi

Grazie per il tuo commento! Sono contenta che tu abbia apprezzato il racconto e che tu ci veda una potenzialità. La tua osservazione sul punto di vista di Virginia è da un po' che mi frulla in testa. Nel senso che sono d'accordo con te, alcune osservazioni non sono adatte alla cultura del personaggio. Mi chiedo, e ti chiedo (se avrai voglia di rispondere), la voce narrante in terza persona può in qualche modo uscire dal modo di percepire le cose del personaggio, pur mantenendo il suo punto di vista, reinterpretandolo? Ossia traducendo in altre parole quello che è il suo pensiero o questo stona troppo? Mi hai dato un utilissimo spunto di riflessione. Grazie!

Ciao @Shikana

Sono davvero felice che ti sia piaciuto! Davvero bella la tua traccia. Mi incoraggia molto quello che dici, perché vorrei svilupparlo.

Grazie!

Ciao @Mattia Alari

Grazie di essere passato a leggere e commentare, mi fa davvero piacere. Così come mi fa piacere che tu abbia apprezzato il testo e che mi incoraggi a continuarlo. Non ero per niente sicura che potesse essere apprezzato. Concordo in pieno con te sulla frase finale. Anche a me sembrava debole e non mi convinceva affatto. Avevo fretta di postare il testo e non sono riuscita a trovare niente di meglio. Grazie per avermelo segnalato. A presto!

Ciao @AnnaL.

Grazie per la tua osservazione e per l'apprezzamento. Pensa che avevo scritto anche un'altra parte in cui avevo inserito un altro personaggio, che poi ho tagliato (meno male!).

Cara @Rica

Grazie anche a te! Sono contenta del tuo apprezzamento e del fatto che hai visto un'evoluzione nel mio modo di scrivere.

Quanto alla parte sulla macchina, forse non è abbastanza chiara. In realtà Virginia si appoggia su una macchina di qualcuno posteggiata davanti al mini-market e Mattia le chiede se è sua per fare una battuta (forse non troppo riuscita! 😁) Grazie ancora e a presto!

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Ciao @Ivana LibriciL:), non noto che abbia una chiusa frettolosa, credo che tu abbia descritto bene sia gli stati d'animo sia il contesto che gira intorno ai personaggi. 

Bel racconto, brava

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23 minuti fa, Ivana Librici ha detto:

Mi chiedo, e ti chiedo (se avrai voglia di rispondere), la voce narrante in terza persona può in qualche modo uscire dal modo di percepire le cose del personaggio, pur mantenendo il suo punto di vista, reinterpretandolo? Ossia traducendo in altre parole quello che è il suo pensiero o questo stona troppo?

Secondo me tutto dipende da 'quanto vicina è la voce narrante al personaggio'. Il narratore in terza persona può essere onnisciente o adottare il punto di vista di un personaggio. Una volta che adotta il POV di un personaggio, può essere più o meno vicino a questo. A me è sembrato che nel tuo racconto il POV fosse saldamente ancorato su Virgina, per questo a volte mi stonava l'uso di termini che denotavano una 'maggiore cultura' rispetto al personaggio tratteggiato. I momenti in cui 'più ti avvicini' a Virginia sono quelli in cui riporti i suoi pensieri in corsivo: sei così vicina a lei da sapere anche ciò che pensa. Quando però riporti i suoi pensieri in stampatello, lì li reinterpreti col tuo stile di scrittura, che è più distante. 
Insomma, c'è un'alternanza tra i pensieri di Virginia riportati fedelmente in corsivo e gli stessi pensieri reinterpretati dal narratore in stampatello. I due stili, almeno ai miei occhi, stonano. Secondo me (e tutto questo commento è un grande 'secondo me') puoi comunque agire in questo modo, ma o rendi più 'raffinata' Virginia o rendi meno curata la parte del testo in cui riporti i suoi pensieri e sensazioni col suo punto di vista (senza per forza rendere la scrittura semplicistica e poco curata).

Torno a dire: è tutto un grande 'secondo me'. :)

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Ciao @Lauram

Grazie di essere passata a commentare! Sono contenta che ti sia piaciuto il racconto. Presto passerò da te a commentare il tuo!

Grazie @Komorebi

Mi sembra chiaro e sensato il tuo punto di vista sulla faccenda. Ci ragionerò senz'altro sopra. Grazie per essere passato di nuovo!

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Mi ha messo molta tristezza il tuo racconto @Ivana Librici

Quando leggo un racconto mi piace che non resti in bilico, sopseso tra il detto e non detto.

Nel tuo testo così breve, molti aspetti chiedono di essere approfonditi, sono sicura che ne verrà fuori un bellisimo lavoro.

9 ore fa, Ivana Librici ha detto:

È un testo che mi piacerebbe sviluppare, quindi i commenti mi sono utili!

A presto!

Sarei felice di leggerlo una volta terminato :flower:

Mentre aspetto  ti faccio i miei complimenti, sei molto brava!

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Mi è piaciuto l'interpretazione della traccia nelle fragilità di Virginia e di un limite che la separa dal mondo e dalla realtà appena fuori dai suoi confini corporei. Di rimando, però, mi sarebbe piaciuto conoscere qualcosina in più del suo mondo interiore e dei sentimenti verso la figlia, positivi o negativi che siano. Invece, al di là dello sballo, mi è risultata un po' neutra e focalizzata più che altro su se stessa.

 

Il 14/4/2019 alle 19:35, Ivana Librici ha detto:

Giocano sparpagliati nello spazio.

Ma a cosa stanno giocando, agli astronauti? U signur, tirali giù da lì! :)

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Per me è un racconto davvero molto bello @Ivana Librici. Non voglio polemizzare con i commenti precedenti, sensati e argomentati, ma per esperienza so che non è detto che chi raccoglie spicci per le birre in lattina non padroneggi un lessico e una cultura alta, né mi è sembrato che rimandare a un racconto più ampio sia un limite del tuo brano: se lo divenisse ben venga, ma anche così per me è più che bello. L'unica piccola critica con cui concordo è quella di @Rica, con cui un po' abbiamo battibeccato oggi ma con cui poi evidentemente ci ritroviamo in tante considerazioni (Rica per me sei una grande, eh, te l'ho mai detto? Te lo dico ora:sss:): perché quella frase sulla macchina?

Al netto di ciò, strapiaciuto. Mi ha toccato perché ha descritto un'umanità che conosco. Brava!

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Per quel che vale, sono d'accordo con Edu. 

 

A me questo racconto è piaciuto più o meno così com'è. 

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Ciao @Vincenzo Iennaco

15 ore fa, Vincenzo Iennaco ha detto:

Ma a cosa stanno giocando, agli astronauti? U signur, tirali giù da lì! 

😂 Hai ragione!

 

16 ore fa, Vincenzo Iennaco ha detto:

mi sarebbe piaciuto conoscere qualcosina in più del suo mondo interiore e dei sentimenti verso la figlia, positivi o negativi che siano. Invece, al di là dello sballo, mi è risultata un po' neutra e focalizzata più che altro su se stessa.

Anche qui hai ragione, ho dato poco spazio a questo. Anche se è abbastanza tipico di chi ha quel tipo di problema l'essere focalizzati su se stessi, perché il problema fagocita un po' tutto il resto, anche gli affetti che pur ci sono.

Ciao @Edu

11 ore fa, Edu ha detto:

ma per esperienza so che non è detto che chi raccoglie spicci per le birre in lattina non padroneggi un lessico e una cultura alta, 

E anche questo è vero. 

Per quanto riguarda la macchina, visto che siete già in due a dirlo, mi sa che si potrebbe tagliare la battuta!

Sono contenta che ti sia piaciuto il racconto (e anche così com'è).

Grazie!

Ciao @Eudes

Grazie di essere passato a lasciare il tuo parere (ogni parere è prezioso!) A presto!

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Ciao @Ivana Librici, ho trovato il tuo racconto perfetto. Non voglio sapere nulla di più dei personaggi, va benissimo così: si capisce o si inuisce tutto dai loro dialoghi e dai loro comportamenti.

Anche il finale mi è piaciuto molto.

Credo però di sapere perché il tuo testo non ha "incontrato" quanto avrebbe meritato. Quando si toccano argomenti del genere - come pure altri legati a migranti, bambini maltrattati, nonni partigiani, vecchiette derelitte e sderenate e compagnia bella - i lettori pretendono emozioni e vogliono commuoversi, amare i personaggi e, se possibile, piangere come vitelli.

Io li chiamo effetti speciali e li evito accuratamente, come pure non mi piace leggerli, troppo facili e scontati: preferisco testi più crudi, alla Hemingway per intenderci.

Naturalmente tutto ciò è personale e riguarda me solo: non critico certo altre posizioni più che legittime e anche naturali, legate a sensibilità diverse dalla mia. Complimenti, quindi.

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Ciao @Macleo

non so se ho capito bene cosa intendi per effetti speciali ma forse l'ho intuito. Per me gli effetti speciali, per come li intendo io, possono essere sia nel bene che nel male. Nel bene quando si vuole edulcorare una situazione perché altrimenti non corrisponde alla nostra idea e nel male quando si racconta qualcosa che per forza va a colpire il lettore, con spargimenti di sangue, ad esempio. Da lettrice anche io preferisco evitare. Certo che poi dipende da cosa si racconta e tutto è possibile, tutto è rappresentabile. Ti ringrazio quindi per la tua osservazione e sono contenta a maggior ragione del tuo apprezzamento. Alla prossima Giorgio!

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Io non li ho visti come una vera coppia, ma come due che hanno avuto una figlia insieme. Il fatto che lui arrivi in ritardo per andare a vedere la bambina mi suggerisce che partono da due destinazioni diverse  e quindi non lo siano (lo so, lui potrebbe venire dal lavoro, ma ognuno di noi, secondo gli indizi che coglie, sviluppa la parte assente del racconto). 

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Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 19:35, Ivana Librici ha detto:

il metallo si piega in uno scroscio che rompe l'incanto

termine inappropriato: si usa per applausi o per pioggia o acqua che cade.

 

La parte dell'auto non è molto chiara. Per il resto un buon racconto, che narra di una vita che va allo sfascio.

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Ciao @Adelaide J. Pellitteri

5 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Io non li ho visti come una vera coppia, ma come due che hanno avuto una figlia insieme. Il fatto che lui arrivi in ritardo per andare a vedere la bambina mi suggerisce che partono da due destinazioni diverse  e quindi non lo siano 

Infatti io li ho proprio immaginati così. Avevo scritto un'altra parte in cui questo veniva fuori più chiaramente che poi ho tagliato. È vero che ognuno può immaginare cose diverse visto che non è spiegato.

Grazie per il tuo commento, sono molto contenta che ti sia piaciuto! Alla prossima!

Ciao @M.T.

Il termine scroscio mi piaceva, è uno slittamento semantico che credo sia accettabile.

34 minuti fa, M.T. ha detto:

La parte dell'auto non è molto chiara

Qui invece hai proprio ragione, sei il terzo che me lo dice!

Grazie per il tuo commento!

A presto!

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27 minuti fa, Ivana Librici ha detto:
1 ora fa, M.T. ha detto:

La parte dell'auto non è molto chiara

Qui invece hai proprio ragione, sei il terzo che me lo dice!

Io invece anche da questo particolare  ho immaginato che non fossero una coppia. 

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1 minuto fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

nvece anche da questo particolare  ho immaginato che non fossero una coppia

Grazie Adelaide, mi chiarisci una cosa importante: che se dovessi ampliarlo potrei riprendere la parte tagliata e lasciare la parte sulla macchina! Grazie!

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@Ivana Librici Ciao Ivana:)

Beh, sono andato a leggerlo dopo che ho visto che ha vinto. Meritatissimo.

L'ho trovato intenso e non convenzionale. Un racconto di spessore, di quelli con qualcosa dentro.

Non so come potrebbe essere sviluppato in una storia più lunga. C'è il rischio di cadere nel binomio formazione/redenzione.

Ma forse tu hai già in mente qualcosa di speciale.

Bravissima

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Ciao @camparino

Grazie per essere passato!

5 ore fa, camparino ha detto:

Non so come potrebbe essere sviluppato in una storia più lunga. C'è il rischio di cadere nel binomio formazione/redenzione

Hai ragione, spero di non rovinarlo! 😆 Ma formazione/redenzione no, non credo, pensavo piuttosto di ampliarlo ad altri personaggi e situazioni.

Comunque sono contenta che ti sia piaciuto!

Grazie ancora e a presto!

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