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Gabriele Ludovici

Anatomia di un primo piano

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Anatomia di un primo piano


Pè continuava a fare su e giù nell’ampio salone. In altre circostanze si sarebbe divertito un mondo a udire l’eco dei propri passi; un suono inedito, poiché fino al giorno prima quello stanzone era stipato di vecchi mobili, ampi divani e un lungo tavolo. La connotazione “gigante” che solo una casa abitata da tre rami della stessa famiglia può assumere, per di più dal punto di vista di un frugoletto di nove anni.
Le ante delle finestre, spalancate sul golfo, sembravano accompagnare gentilmente fuori uno degli ultimi inquilini invisibili della casa, ovvero l’odore di fumo. Pè se ne accorse e chiuse gli occhi, carezzati dai raggi ancora gentili delle prime ore del mattino. Sapeva isolarsi dal mondo, proiettando nella propria mente ciò che gli aggradava, al pari di un cinematografo gratuito e sempre disponibile. Si concentrò su quell’odore e per qualche secondo rivide i tre uomini della famiglia fumare la pipa del dopocena: boccate lente e assopite dal vino, un rito al quale Pè si sarebbe unito di lì a qualche anno, nelle lunghe serate invernali.
«E tu ancora così stai?» lo folgorò la madre. «Sicuro di aver preso tutto?».
Pè fece una rapida panoramica delle poche cose che possedeva e annuì. La donna, uscendo per un attimo dall’isteria della modalità-trasloco, gli carezzò la testa.
«Su, ti abituerai presto alla nuova casa. In città avremo tutti più spazio, sai? Tu e tuo fratello avrete una stanza tutta vostra».
Il bambino la fissò con feroce e sarcastica perplessità. Nei suoi occhi sembrarono materializzarsi delle corse in spiaggia, un grande scoglio e una piccola canna da pesca.
«Il mare, be’… potrai rivederlo quest’estate».
Pè serrò le palpebre e si allontanò rapido da quel sepolcro senza mobili.

 

Città, periferia del centro storico. Un primo piano, separato dalla strada da pochi metri. Là sotto ci stava un negozio buio in cui, come recitava il cartone appeso al vetro, “S’impagliano sedie”. A Pè, sceso dal camioncino di zio Nuto, sembrò assurdo poter scorgere la finestra di casa nuova alzando di pochi centimetri il mento.
«Levati, sei in mezzo alla strada!» gli gridò un signore di mezza età a bordo di un trabiccolo a forma di bici.
Pè sudò freddo. Non riusciva a scorgere gli sbocchi di quella stretta strada, si sentiva imbottigliato. Il passaggio dei rari veicoli a motore sollevava dei polveroni che rendevano l’aria torbida per interi minuti. In quelle nuvole, il piccolo intravedeva le sagome di lenti passanti che si fermavano, talvolta, a chiacchierare con coloro che si affacciavano dalle case. Specialmente dai primi piani.
Funzionava così? Sarebbe diventato anche lui una sentinella appostata alla finestra, col compito di scandire il flusso della via? Niente a che vedere con casa vecchia, dove il suo sguardo veniva assorbito dall’azzurro, dalla salsedine, dalle barche.
«E sali, no?».


L’invito della mamma fu l’ultimatum.

La palazzina, di tre piani, era malandata. Pè venne accolto da un odore di tabacco ben diverso da quello che conosceva; era stantio, mitigato parzialmente da una leggera brezza di sugo e un soffio di aceto passato sulle scale. Il buio avvolgeva il pianerottolo, una cupezza ancestrale di mura rassegnate all’assenza di luce.
Pè inspirò forte, udì la voce di Mino, il fratello, già all’interno della casa. Varcò l’ingresso e si ritrovò in uno stretto corridoio dalle pareti bianco sporco. La loro stanza si trovava sulla destra; era piccola e illuminata da una fragile lampadina, un ragno elettrico che scendeva dal soffitto. Il fratello era seduto a gambe incrociate sulla rete del letto. Si guardarono senza parlare finché Mino, il più pragmatico, fece spallucce e si alzò per raggiungere il resto del parentado che stava sacramentando appresso ai bagagli.

 

Il trasloco occupò una giornata sana e solo a lavori conclusi Pè si decise a fare capolino dalla stanza. I grandi erano scesi in strada, stavano improvvisando un brindisi sul cofano del camioncino di zio Nuto. Il nonno, già brillo, offriva bicchieri di casereccio ad alcuni coetanei che si aggiravano per impicciarsi degli affari dei nuovi arrivati.
Pè poggiò i gomiti sul davanzale della cucina, sporcandosi di bianco. Sembrava sfarinarsi tutto, là dentro. Erano le sette di sera e per la prima volta in vita sua non avrebbe visto il tramonto, schermato dai palazzi. Cioè, una volta era successo, ma aveva il morbillo e stava in quarantena: adesso si trovava in un vicolo cieco, in senso più che metaforico.
Le prime lacrime di Pè vennero battezzate da una bella pallonata in faccia, accompagnata dal grido «Mazzolaaa!». La sfera, un satellite di stracci e nastro adesivo, si fermò sul pavimento della cucina. In basso, sotto la finestra, Dino e altri tre bambini lo stavano fissando con aria impaziente.
«Pè, vuoi calarti con una fune o pensi di usare le scale?».
Tutti risero, ma era goliardia e un invito a unirsi a loro. Il bambino raccolse il “pallone”, attraversò il corridoio immaginando di trovarsi negli spogliatoi di uno stadio, scese gli scalini di corsa – protetto dal dio delle ossa del collo – e si ritrovò nel viale.
«Altafiniii!» gridò calciando la sfera verso il fratello e gli altri ragazzini. Il palleggio riprese rapido sotto lo sguardo delle sentinelle dei primi piani. I loro rimbrotti per il caos divennero cori d’incitamento, i panni stesi garrirono come bandiere colorate, i lampioni acquisirono la potenza dei riflettori. Per quel momento, nella mente di Pè il golfo rilucente si dissolse; il primo passo verso l’accettazione di quella nuova situazione.

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Ciao @Gabriele Ludovici Bentornato in Officina. Ti leggerò volentierissimo, ora sto cercando di partecipare al MI, se riesco.

 

Sono contenta della possibilità di rileggere un tuo branoe approfitto per farti i miei complimenti. Se non capisci al volo, mi spiegherò in privato. 

A prestissimo e di nuovo bentornato! :) 

 

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Ciao @Gabriele Ludovici, può darsi che mi inganni, ma mi sembra sia la prima volta che ti leggo. Se così non è, perdonami, la memoria non è la mia qualità migliore.

 

Già dal bell'incipit del tuo racconto capisco che o mi concentro sulle micropulci o va a finire che non ti segnalo niente, perché capisco che sai scrivere.

E allora, via con le micropulci:

29 minuti fa, Gabriele Ludovici ha detto:

Le ante delle finestre, spalancate sul golfo, sembravano accompagnare gentilmente fuori uno degli ultimi inquilini invisibili della casa, ovvero l’odore di fumo. 

Qui la frase è lunga e ricca si aggettivi e avverbi. Ti suggerirei di alleggerire. Se andasse via il "gentilmente", ad esempio, il sollievo per la lettura secondo me supererebbe la perdita del termine. Tanto più che subito dopo compare un

31 minuti fa, Gabriele Ludovici ha detto:

raggi ancora gentili

 

Però certo la tua scrittura è ammaliante, come testimonia questa frase:

31 minuti fa, Gabriele Ludovici ha detto:

Si concentrò su quell’odore e per qualche secondo rivide i tre uomini della famiglia fumare la pipa del dopocena: boccate lente e assopite dal vino, un rito al quale Pè si sarebbe unito di lì a qualche anno, nelle lunghe serate invernali.

Bella!

 

33 minuti fa, Gabriele Ludovici ha detto:

modalità-trasloco,

non so se il trattino sia il segno grafico più appropriato. forse avrei scritto "modalità trasloco" tra virgolette. Però non ho certezze al riguardo e sono pronto a cambiare idea.

 

34 minuti fa, Gabriele Ludovici ha detto:

con feroce e sarcastica perplessità

Sì, però mi convinco anche che su qualcosa puoi fare economia. Ad esempio, che un bambino guardi con "feroce e sarcastica" perplessità mi sembra un po' troppo. Perplessità e basta mi sembra sufficiente.

 

36 minuti fa, Gabriele Ludovici ha detto:

Città, periferia del centro storico. Un primo piano, separato dalla strada da pochi metri. Là sotto ci stava un negozio buio in cui, come recitava il cartone appeso al vetro, “S’impagliano sedie”. A Pè, sceso dal camioncino di zio Nuto, sembrò assurdo poter scorgere la finestra di casa nuova alzando di pochi centimetri il mento.
«Levati, sei in mezzo alla strada!» gli gridò un signore di mezza età a bordo di un trabiccolo a forma di bici.
Pè sudò freddo. Non riusciva a scorgere gli sbocchi di quella stretta strada, si sentiva imbottigliato. Il passaggio dei rari veicoli a motore sollevava dei polveroni che rendevano l’aria torbida per interi minuti. In quelle nuvole, il piccolo intravedeva le sagome di lenti passanti che si fermavano, talvolta, a chiacchierare con coloro che si affacciavano dalle case. Specialmente dai primi piani.
Funzionava così? Sarebbe diventato anche lui una sentinella appostata alla finestra, col compito di scandire il flusso della via? Niente a che vedere con casa vecchia, dove il suo sguardo veniva assorbito dall’azzurro, dalla salsedine, dalle barche.
«E sali, no?».

Beh, però sei bravo, non c'è che dire. Un dipinto.

 

37 minuti fa, Gabriele Ludovici ha detto:

il resto del parentado che stava sacramentando appresso ai bagagli.

Pure qua. Me li vedo proprio!

 

Beh, la parte del pallone, poi...

 

Notevole, @Gabriele Ludovici... Lo trovo notevole.

Non ho individuato che qualche micromicropulce... che poi è questione di gusto, non certo di correttezza formale. La tua scrittura è davvero buona e, mi sbaglierò, ma mi dai da subito l'idea di uno che non ha iniziato a scrivere ieri.

Hai fatto una descrizione dei luoghi e dell'epoca perfetta. Avevo capito che era il tempo di Mazzola prima che me lo dicessi. E, non so perché, dovessi dire dove si trova Pe' direi che è in Sicilia. Ci ho preso? Probabilmente per i colori e i sapori che descrivi.

Non so se il brano sia parte di una storia più ampia, o se sia un racconto a sè, ma la cosa positiva è che non me ne importa: hai saputo rendere vivido uno spaccato, in maniera tale che, finito di leggere, nulla mi manca e sono soddisfatto.

Non ritratto le piccole osservazioni che ti ho fatto: forse potresti provare a sottrarre qualche parola di troppo. Ma non siamo nemmeno a livello di limatura, ma di cesellatura e intarsio.

Strapiaciuto, bravo!

Ti rileggerò senz'altro.

Alla prox :) 

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@Rica Grazie davvero! Cercherò di non ri-sparire, l'unico limite è il tempo libero! Scrivimi pure in privato perché in effetti... non ho capito al volo :)

 

@Edu Grazie mille anzitutto per l'apprezzamento e per le micropulci, peraltro azzeccatissime. A volte non mi rendo conto di appesantire troppo i periodi... "modalità trasloco" è sicuramente meglio tra virgolette e senza trattino.

In quanto alle origini di Pè... volevo descrivere un Sud bello, eterno, dal quale è quasi impossibile separarsi; è venuto fuori un quadro molto siciliano, al punto che mentre scrivevo mi è venuto di mettere "sciauro" invece di odore :) Grazie ancora e a presto, cercherò di essere più attivo

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Che bello, @Gabriele Ludovici, il tuo racconto è di una tenerezza tale. Una giornata fatta di attimi, contornata da descrizioni altrettanto fugaci ma che rimangono impresse.

Mi è piaciuto tanto, tanto.

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Ciao @Gabriele Ludovici,

primissima volta che leggo un tuo racconto e mi è piaciuto molto.

 

Mi limito a due piccole osservazioni.

 

Da una parte non capisco perchè la madre dica a Pè che la casa nuova sarà più grande di quella che stanno lasciando. La sensazione che ne deriva dal resto del racconto è di un'abitazione di gran lunga più piccola. Qualcosa qui mi sfugge. Forse ho letto od interpretato male. O forse è voluto che la madre inganni il figlio nel momento del distacco. O forse ancora la nuova abitazione è più grande ma la sensazione che ne proba Pé è falsata. Non saprei.

 

Come seconda osservazione .... mi fermo. Ho riletto il punto che su cui volevo commentare e mi sono accorto di aver interpretato male. Mi sembrava che la madre dicesse a Pè che in città avrebbero avuto ognuno una stanza per loro e questo non lo ritrovavo nella seconda parte del racconto, quando invece la stanza è una per entrambi. Ma rileggendo la prima parte ho capito che fin dall'inizio la situazione descritta era quella.

 

Quindi: una sola osservazione e tanti tanti complimenti!

 

Alla prossima

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@Lauram Grazie mille :)

 

@Poeta Zaza Grazie, è un refuso... ho cambiato il nome del fratello in extremis e a quanto pare me n'è saltato uno!

 

@Luca Ferrarini Ti ringrazio per avermi fatto notare questo dettaglio, perché può essere frainteso :) La casa vecchia è più grande agli occhi del bambino perché la vita si svolge tutta nel grande salone che si affaccia sul mare; la casa di città in teoria è più comoda, ma non per lui che non sente la necessità di uno "spazio riservato". Proverò a rielaborarlo in qualche punto!

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Ciao @Gabriele Ludovici,

 hai cercato di raccontare un storia molto bella. Il cambiamento è una delle paure ancestrali della nostra razza. Tutto ciò che ci fa uscire dal nostro guscio è tanto allettante quanto spaventoso, da sempre. I ragazzini, si sa, affrontano tutto con molta più semplicità. Il segreto risiede proprio nella loro anatomia, sono ancora malleabili, resilienti e in quanto tali si adattano molto più facilmente di un adulto. Ci sei riuscito a raccontarla questa storia?

Vediamo.

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Pè continuava a fare su e giù nell’ampio salone. In altre circostanze si sarebbe divertito un mondo a udire l’eco dei propri passi; un suono inedito,

Un bell'incipit, non c'è che dire, ma non ci racconti cosa fa Pè in queste circostanze… peccato!

 

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

La connotazione “gigante” che solo una casa abitata da tre rami della stessa famiglia può assumere, per di più dal punto di vista di un frugoletto di nove anni.

La frase non gira, si capisce ciò che vuoi dire, almeno credo, ma non funziona. Sarebbe stato meglio una cosa del genere: " Assorbiva la vastità di quella casa, adesso che la vedeva svuotata del suo contenuto. Quando si è un frugolo di nove anni, anche uno stanzone vuoto può sembrare un' immensa reggia.

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

spalancate sul golfo, sembravano accompagnare gentilmente fuori uno degli

le finestre spalancate sono un'immagine bellissima, ciò che non mi piace è quel "sembrano accompagnare gentilmente fuori" non avrei accostato la gentilezza al fatto che la casa si sta svuotando dell'umanità da cui era abitata e dalle loro abitudini, non c'è più accoglienza tra quelle mura per quella famiglia, non è gentile.

Nella frase dopo aggiungerei " di sole" è vero che i raggi possono essere soltanto quelli, ma lo scriverei.

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Sapeva isolarsi dal mondo, proiettando nella propria mente ciò che gli aggradava, al pari di un cinematografo gratuito e sempre disponibile.

Meraviglia! Bravo.

 

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Il bambino la fissò con feroce e sarcastica perplessità. Nei suoi occhi sembrarono materializzarsi delle corse in spiaggia, un grande scoglio e una piccola canna da pesca.
«Il mare, be’… potrai rivederlo quest’estate».

Ecco, qui il bambino pensa a quello che sta perdendo, la madre lo intuisce e pragmaticamente risponde… Hai tagliato troppo corto. Faccelo vivere questo addio, sta lasciando casa sua, il mare. Facci vedere la madre che lascia da parte un attimo l'isteria del trasloco e consola il suo bambino.

 

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Pè sudò freddo. Non riusciva a scorgere gli sbocchi di quella stretta strada, si sentiva imbottigliato

Siamo in città, ne respiriamo la polvere, il caos. Bene qui.

 

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

La palazzina, di tre piani, era malandata. Pè venne accolto da un odore di tabacco ben diverso da quello che conosceva;

Ecco qui farei il confronto con l'altro fumo che gli ricordava la vecchia casa.

Frase dopo, cupezza proprio non mi piace.

 

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Il trasloco occupò una giornata sana

Sana?

 

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Sembrava sfarinarsi tutto, là dentro.

Mi piace, ma sviluppa l'immagine, non abbozzarla solamente. Il lettore vuole vederlo questo sfarinamento.

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Le prime lacrime di Pè vennero battezzate da una bella pallonata in faccia

Ottimo giro di Valzer, cambi il tono con leggerezza ed afficacia, momento chiave. qui scatta il finale… dovrebbe

 

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Dino e altri tre bambini l

Non era Mino?

 

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Il bambino raccolse il “pallone”, attrave

 

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Il bambino raccolse il “pallone”, attraversò il corridoio immaginando di trovarsi negli spogliatoi di uno stadio, scese gli scalini di corsa – protetto dal dio delle ossa del collo – e si ritrovò nel viale.

Qui mi piace perché Pè raccoglie la sfida, oltre alla palla, la sfida della vita. Non mi piace il dio delle ossa del collo invece, toglierei oppure spendi due righe di più.

 

Il ‎14‎/‎04‎/‎2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Per quel momento, nella mente di Pè il golfo rilucente si dissolse; il primo passo verso l’accettazione di quella nuova situazione.

Mi spiace ma era meglio toglierla questa frase. terminare con i lampioni e tutto il resto….

 

Ecco, Gabriele ti ho fatto un po' le pulci perché mi sono imbattuta in una cosa davvero diversa da quella che mi aspettavo, questo non è un ritratto, e l'anatomia è una scienza, in quanto tale Molto precisa e particolareggiata.

Allora ci sei riuscito a raccontarcela questa storia?

La mia risposta è ..Ni.

Questo racconto ha molto potenziale, ma lo castri troppo spesso.

Beh…. adesso attendo il contrattacco.

A presto,

Gabriella

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Ciao @Gà e grazie per l'approfondita analisi :) Anzitutto, sì: in alcuni punti sarebbe valsa in pieno la regola del "mostrare-non-raccontare". Per il resto:

 

Il 28/4/2019 alle 21:15, Gà ha detto:

La frase non gira, si capisce ciò che vuoi dire, almeno credo, ma non funziona. Sarebbe stato meglio una cosa del genere: " Assorbiva la vastità di quella casa, adesso che la vedeva svuotata del suo contenuto. Quando si è un frugolo di nove anni, anche uno stanzone vuoto può sembrare un' immensa reggia.

Il senso è quello che hai intuito e risulta più comprensibile la tua rielaborazione!

 

Il 28/4/2019 alle 21:15, Gà ha detto:

non avrei accostato la gentilezza al fatto che la casa si sta svuotando dell'umanità da cui era abitata e dalle loro abitudini, non c'è più accoglienza tra quelle mura per quella famiglia, non è gentile.

Intendevo che, in un certo senso, la casa è contenta di liberarsi dall'odore del fumo...

 

Il 28/4/2019 alle 21:15, Gà ha detto:

Ecco, qui il bambino pensa a quello che sta perdendo, la madre lo intuisce e pragmaticamente risponde… Hai tagliato troppo corto. Faccelo vivere questo addio, sta lasciando casa sua, il mare. Facci vedere la madre che lascia da parte un attimo l'isteria del trasloco e consola il suo bambino.

Giusto!

 

Il 28/4/2019 alle 21:15, Gà ha detto:

Sana?

"Intera", probabilmente è un'espressione regionale.

 

Il 28/4/2019 alle 21:15, Gà ha detto:

Non era Mino?

Esatto, ho modificato il nome all'ultimo e ne ho "perso" uno.

 

Il 28/4/2019 alle 21:15, Gà ha detto:

Non mi piace il dio delle ossa del collo invece, toglierei oppure spendi due righe di più.

Forse non si sposa bene col registro del resto del testo, volevo enfatizzare la rapida corsa del protagonista :)

 

Il 28/4/2019 alle 21:15, Gà ha detto:

Mi spiace ma era meglio toglierla questa frase. terminare con i lampioni e tutto il resto….

A pensarci bene hai ragione.

 

A presto e grazie ancora

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8 ore fa, Gabriele Ludovici ha detto:

A pensarci bene hai ragione.

 

A presto e grazie ancora

Grazie a te!

Gabriella

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Ciao @Gabriele Ludovici

Inizio col dire che mi piace molto il titolo che hai scelto. Mi ha incuriosita e non ha deluso le mie aspettative nella lettura del tuo bel racconto.

Ti segnalo alcune parti del testo.

Il 14/4/2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

La connotazione “gigante” che solo una casa abitata da tre rami della stessa famiglia può assumere, per di più dal punto di vista di un frugoletto di nove anni.

Questa frase suona strana. Capisco cosa vuoi dire ma andrebbe rivista nella forma (mi pare che ti sia già stata segnalata nei commenti sopra...)

 

Il 14/4/2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

E tu ancora così stai?» lo folgorò la madre. «Sicuro di aver preso tutto?».

Molto bella ed efficace l'apparizione della madre, sia nel ritmo della narrazione e sia perché con una sola frase ci spieghi in quale contesto geografico ci troviamo grazie al regionalismo usato.

 

Il 14/4/2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

attimo dall’isteria della modalità-trasloco

Questa espressione, invece, "modalità-trasloco" non mi convince, mi pare un po' fuori contesto rispetto all'epoca in cui è ambientato il racconto, ma magari mi sbaglio.

 

Il 14/4/2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Città, periferia del centro storico. Un primo piano, separato dalla strada da pochi metri. Là sotto ci stava un negozio buio in cui, come recitava il cartone appeso al vetro, “S’impagliano sedie”. A Pè, sceso dal camioncino di zio Nuto, sembrò assurdo poter scorgere la finestra di casa nuova alzando di pochi centimetri il mento.
«Levati, sei in mezzo alla stra

Molto bella anche questa parte. Con poche pennellate mi hai portato sulla scena.

 

Il 14/4/2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

trasloco occupò una giornata sana 

Ho visto che ti hanno segnalato questa espressione. Secondo me non dovresti cambiarla. È un regionalismo anche questo e ci sta bene, anche perché non è l'unico. 

 

Il 14/4/2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

oggiò i gomiti sul davanzale della cucina, sporcandosi di bianco. Sembrava sfarinarsi tutto, là dentro. 

Bella questa immagine.

 

Il 14/4/2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Le prime lacrime di Pè vennero battezzate da una bella pallonata in faccia, accompagnata dal grido «Mazzolaaa!»

Bellissimo anche questo passaggio.

 

Il 14/4/2019 alle 16:18, Gabriele Ludovici ha detto:

Per quel momento, nella mente di Pè il golfo rilucente si dissolse; il primo passo verso l’accettazione di quella nuova situazione.

Il finale invece è debole, toglierei anch'io la parte spiegata, come ti è stato suggerito nel commento di sopra.

Nell'insieme il racconto a me è piaciuto molto. Mi è piaciuto nello stile, nel ritmo e nella caratterizzazione dei personaggi. Un'anatomia di un primo piano davvero ben riuscita.

Alla prossima lettura!

Ivana

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Il 4/5/2019 alle 17:16, Ivana Librici ha detto:

Il finale invece è debole, toglierei anch'io la parte spiegata, come ti è stato suggerito nel commento di sopra.

 

Sì, ormai sono d'accordo anche io, penserò a qualcosa di diverso :) Grazie mille @Ivana Librici per la lettura, i suggerimenti e per l'apprezzamento... a presto!

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