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Saresti disposta a perdere tutto?

La domanda continuava ad insinuarsi tra le pieghe della mente, in quegli angoli dove i pensieri più intimi e pericolosi si annidano. Per quanto tempo aveva vissuto così, portandosi dentro un rancore che l'aveva invecchiata ben oltre i suoi anni?

Ora era tardi per chiederselo. Immobile al centro della stanza, vedeva il suo mondo svanire davanti ai suoi occhi, un ricordo dopo l'altro. Infine, sarebbe svanita anche lei, ne era certa. Mentre quella domanda continuava a scavarle dentro. Come ho potuto rispondere con così tanta leggerezza?

Eppure, non si era trattato di un processo rapido. L'invidia aveva trovato in lei terreno fertile, nel periodo in cui maggiormente si era sentita fragile ed insicura. Aveva messo radici, scavando in profondità e proliferando: invitante e pungente come una pianta di menta che, se non propriamente arginata, aggredisce e prende possesso di tutto il terreno circostante.

Ma certi sentimenti, per sopravvivere, devono dissimulare la propria presenza. Così l'invidia aveva intessuto veli dietro i quali celarsi, lavorando di contrappasso. Le aveva, negli anni, fabbricato un'immagine distorta di sé stessa, il riflesso della quale pareva risplendere sopra ogni altra persona. Allo stesso tempo, un sottile e freddo vetro si era intraposto tra il suo giudizio ed il resto del mondo; ogni persona che aveva incontrato era stata soggetta ad una critica feroce, sussurrata per fomentare discordia. Nello sminuire il prossimo aveva dissetato il proprio bisogno di affermazione.

Aveva perso i colori della propria esistenza, al punto che ormai anche un banale buongiorno appariva come un'imbarazzante ammissione di debolezza.

Così, quando quella sera, distesa sul letto, il suo sentimento più nero l'aveva spinta ancora una volta a guardare la vita degli altri con occhi velati di tristezza, non aveva avuto dubbi. Non era certa da dove fosse giunta la domanda. L'aveva sentita crescerle dentro fino a materializzarsi nella sua coscienza. Saresti disposta a perdere tutto pur di essere qualcun'altro? Un invito fin troppo allettante. Senza neppure sapere chi avrebbe voluto essere, aveva accettato la suadente proposta. Ed in quell’istante, il mondo intorno a lei aveva iniziato a muoversi contro natura, in un vortice alimentato dalla sua stessa paura.

Dapprima, aveva notato come le cornici delle foto sul comodino avessero perso consistenza, fino a divenire trasparenti. Poi quel vuoto dilaniante si era esteso alle fotografie. Uno dopo l'altro i volti delle persone a lei care erano andati sbiadendosi ed erano infine scomparsi.

Oggetti leggermente più grandi avevano impiegato solo pochi secondi in più per soccombere al vuoto. I poster sul muro, la coperta che sua madre le aveva comprato quando ancora era bambina e che teneva ripiegata con cura sulla poltrona, accanto al letto. Non si era mai resa davvero conto di quanto quella coperta fosse importante per lei.

Quando aveva percepito che anche il letto stava perdendo consistenza, si era alzata in piedi. Ironicamente, ora anche i veli distesi con cura dall'invidia negli anni passati andavano dissolvendosi. Qualcosa dietro di essi rideva, trionfante. Attraverso gli strappi, poteva finalmente guardare negli occhi il suo sentimento più nascosto.

Come ho potuto non capire? Aveva desiderato ardentemente dettagli della vita di altri senza rendersi conto che l'esistenza è una ed abbraccia tutto ciò che siamo. Non solo le nostre qualità ma anche le relazioni che stringiamo con chi ci sta intorno. Tutto partecipa a definirci. Ed ora aveva rinunciato a quel tutto per essere qualcos'altro di cui conosceva e bramava null'altro che particolari insignificanti. Nelle pareti avevano iniziato a formarsi buchi sempre più ampi. Al di là di essi, non vedeva che il nero più silenzioso. Presto anche lei sarebbe svanita.

Con un ultimo disperato sforzo volse lo sguardo verso sé stessa, verso quel verde cupo che le danzava dentro l'anima. Ne cercò con gli occhi il lineamento del volto, scomposto, e quando fu certa di averlo trovato, gridò il suo no con il poco fiato che ancora le restava. Per un attimo, credette di averlo confuso, forse persino spaventato. Ma la sua risata echeggiò nuovamente: una disarmonia di suoni talmente amara e violenta da farle perdere i sensi. Cadde a terra, inerme, mentre il vuoto continuava ad inghiottire i contorni del suo mondo...

Quando udì la sua voce riaprì gli occhi improvvisamente. La morbidezza del cuscino sotto la testa fu la prima sensazione che provò. Poi vide sua madre, in piedi accanto al letto. Le teneva una mano sulla fronte. Ti ho sentita urlare. Ti senti bene?

La luce sul comodino era accesa ed illuminava la più bella fotografia di lei e delle sue amiche d'infanzia. Non ricordava da quanto tempo non avesse pianto, ma le lacrime che quella sera bagnarono il cuscino erano colme di una ritrovata serenità.

 

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Ciao @Luca Ferrarini!

 

Un racconto particolare, devo dire... interessante... in fin dei conti, forse si potrebbe riassumere come una riflessione sulla forza dell'indagine interiore in un percorso della protagonista che diviene al contempo invito anche per il lettore verso il cambiamento.

 

Lascia infine - sempre a mia personale lettura e opinione - rasserenati la chiusa, che invita a sorridere e ad accogliere il positivo della vita... invita in qualche modo ad accettare una "morte" del passato - di ciò che in passato ha "guastato" il triplice equilibrio (corpo-mente-spirito) della protagonista - per una rinascita attraverso la premessa iniziale della domanda "Saresti disposta a perdere tutto?".

 

Mosso e giocato tutto in prima persona, questo racconto diviene specchio per i lettori che potrebbero voler porsi quanto riconoscersi nei medesimi dubbi della protagonista.

 

Posso dunque dirti che mi è piaciuto leggerlo e l'ho trovato ben scritto.

 

Forse, a voler sollevare eventuali "criticità", il carattere preponderante di uno stile "meditativo" e "mentale", in qualche modo filosofico o psicologico si potrebbe riassumere, tende a caratterizzare molto il genere del racconto;  più che il racconto vero e proprio di una storia che a tratti si intuisce, a tratti sfuma (non viene proprio narrata) abbiamo infatti il racconto stesso di un processo mentale che potrebbe poi essere universale.

Questo, in qualche modo, ne fa più un racconto di idee e concetti, piuttosto che un racconto dove personaggi o ambientazioni emergono appieno... il che potrà trovare estimatori o deterrenti anche in base al gusto personale d'intendere una storia... ma... come dire... non ne viene fuori una "storia completa" in maniera classica, ossia dove appunto gli elementi di personaggi e azioni hanno davvero il sopravvento.

 

Forse, aggiungerei ancora, anche il voler concentrare il focus quasi esclusivamente sul concetto e sul carattere dell'invidia, per quanto ottimo come motore della storia, potrebbe rischiare - nel senso di una riflessione più generale - "limitativo"... voglio dire: sì, tutto il processo di catarsi della protagonista ruota nello specifico intorno all'invidia, ma essendo poi l'indagine psicologica e la riflessione concettuale in qualche modo i veri protagonisti del racconto, non sono mai elementi singoli slegati da altri coprotagonisti che in finale qui non appaiono (forse anche per limitazione stessa di caratteri o non intenzionalità tua)... dunque dall'invidia per le altrui vite che portano la protagonista a comprendere come non abbia realizzato la propria secondo i suoi principali desideri, si potrebbero aggiungere alla riflessione diversi altri componenti (ad esempio: sfiducia in se stessi, autocommiserazione, ricerca di affetto, rancore verso il prossimo etc...) che tutti comportano lo stato presente in cui la protagonista si ritrova a incipit del racconto.

 

Quello che più semplicemente voglio dire è che l'invidia è qui il centro di tutto; è l'elemento specifico su cui la protagonista decide di concentrarsi in un percorso del cambiamento del sé... la domanda che a me personalmente vien da pormi una volta giunto al finale è se sia veramente un finale risolutivo o "momentaneo", nel senso che poi tale invidia non abbia creato altri "nodi" consequenziali (alcuni ogni tanto s'intravedono nel testo) nell'essere e nella personalità della protagonista che potranno in un eventuale futuro oltre la storia stessa tornare a galla e con cui lei potrà o dovrà fare i conti.

Certo può essere il fatto che lei abbia in qualche modo trovato un metodo applicabile per affrontare anche eventuali altre "crisi" collegate ad altri elementi.

 

Non so se mi sono spiegato bene, né di certo voglio improvvisarmi troppo psicologo o filosofo, solamente ho voluto condividere con te questa mia personale riflessione che il tuo racconto mi ha generato.

 

Da un punto di vista stilistico-grammaticale del testo, ho davvero poco da segnalarti, quasi nulla direi.

 

A mio avviso, eliminerei tutte le varie "d" eufoniche nei vari "ed" o "ad" laddove non necessarie; così come sfoltirei in generale l'uso dei vari avverbi in "mente" che spesso ritornano e su cui oggi si tende a consigliare di non eccedere (talvolta più a moda narrativa che a senso logico). Senza che quoto ogni caso, qualora interessato, puoi agire benissimo da te in tal senso.

 

Lo stile tutto, l'ho forse poi trovato ogni tanto un po' "duro"... ossia ogni tanto alcuni termini appaiono più "scientifici" o "filosofici" o più semplicemente "ricercati" che narrativi, tanto da rendere le frasi meno liriche e più "tecniche"...

A tal proposito esemplificativo, mi vengono in mente cose come "intessuto" o l'espressione "lavorare di contrappasso", o "intraposto".

11 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Così l'invidia aveva intessuto veli dietro i quali celarsi, lavorando di contrappasso.

 

11 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

un sottile e freddo vetro si era intraposto tra il suo giudizio ed

 

 

11 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Immobile al centro della stanza, vedeva il suo mondo svanire davanti ai suoi occhi, un ricordo dopo l'altro. Infine, sarebbe svanita anche lei, ne era certa.

Oppure qui si potrebbe variare la ripetizione del verbo "svanire" ed eliminare la ripetizione di "suoi".

 

11 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

L'aveva sentita crescerle dentro fino a materializzarsi nella sua

Scriverei solo "crescere": "l'aveva sentita crescere dentro"... altrimenti mi suona un po' ripetitivo e "strano" nel senso di: "l'aveva sentita crescere a lei dentro ".

 

11 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Non ricordava da quanto tempo non avesse pianto

Forse, valuterei anche una riformulazione della frase finale, evitando la doppia ripetizione del "non" e l'uso del congiuntivo trapassato che in qualche modo segna un'azione (il piangere) netta del tempo, facendo così perdere un poco il senso della continuità di azione (in questo caso non azione)... "Non ricordava da quanto tempo avesse smesso di piangere"; "Aveva scordato da quanto tempo non piangesse più" o simili...

 

Nel complesso: secondo me un buon racconto. Ciao!

 

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Ciao @AndC

grazie mille per essere passato a leggere il racconto e per i commenti opportuni che hai lasciato.

Sono felice ti sia piaciuto e certamente terrò presente i consigli per le prossime revisioni e i prossimi racconti.

 

Grazie ancora e buona serata

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@Luca Ferrarini buongiorno,

hai reso forse un pò di giustizia a questo sentimento. L'invidia.

In qualsiasi modo se ne parli resta sempre bene inteso che sia una delle qualità più negative del carattere di una persona.

Mi piace però come hai costruito il personaggio intorno al suo essere invidioso.

Protagonista principale è proprio l'invidia non la donna. è lei che tesse veli, che crea una cortina che offusca la realtà, è sempre lei che la fa sentire superiore

 

Il 11/4/2019 alle 00:22, Luca Ferrarini ha detto:

L'invidia aveva trovato in lei terreno fertile, nel periodo in cui maggiormente si era sentita fragile ed insicura. Aveva messo radici, scavando in profondità e proliferando: invitante e pungente come una pianta di menta che, se non propriamente arginata, aggredisce e prende possesso di tutto il terreno circostante. 

E' qui che cominci a dargli spessore.

Il 11/4/2019 alle 00:22, Luca Ferrarini ha detto:

Così l'invidia aveva intessuto veli dietro i quali celarsi, lavorando di contrappasso. Le aveva, negli anni, fabbricato un'immagine distorta di sé stessa, il riflesso della quale pareva risplendere sopra ogni altra persona.

e anche qui, sembra come che volessi creare un'effetto particolare,  un'illusione ottica che presenti la persona e il suo sentimento in maniera separata, come se in fondo l'invidia l'abbia infestata vivendo di vita propria, e che la protagonista non ne abbia colpa. In fondo hai ragione, non credo che si nasca con sentimenti così biechi scolpiti nel DNA.

Quello che ci si può augurare è una crescita serena anche per questi idividui

Il 11/4/2019 alle 00:22, Luca Ferrarini ha detto:

La luce sul comodino era accesa ed illuminava la più bella fotografia di lei e delle sue amiche d'infanzia. Non ricordava da quanto tempo non avesse pianto, ma le lacrime che quella sera bagnarono il cuscino erano colme di una ritrovata serenità.

come accade nella tua storia del resto.

Ho a che fare con una persona simile ogni giorno della mia vita, da anni, e non riconosco in lei nè la fragilità nè la introspezione della protagonista.

Il 11/4/2019 alle 00:22, Luca Ferrarini ha detto:

Saresti disposta a perdere tutto pur di essere qualcun'altro?

è nella domanda che vedo tutta la drammaticità della storia. In questa domanda c'è racchiuso tutto il male di vivere insoddisfatti di se stessi e di non fare assolutamente niente per se stessi se non in fuzione del fatto di risultare migliori degli altri al mondo circostante.

L'invidioso non vede la strada davanti a sè, ma i bordi delle vite degli altri

Il 11/4/2019 alle 00:22, Luca Ferrarini ha detto:

il suo sentimento più nero l'aveva spinta ancora una volta a guardare la vita degli altri con occhi velati di tristezza,

Come qui racconti. Non sono una persona capace di essere invidiosa ma non riesco a immaginare che una tale persona possa essere triste; ma la tua protagonista è in una fase di crescita interiore, e per questo colpisce la frase sottolineata: smette di guardare con invidia e ora prova tristezza.

Il 11/4/2019 alle 00:22, Luca Ferrarini ha detto:

Quando aveva percepito che anche il letto stava perdendo consistenza, si era alzata in piedi. Ironicamente, ora anche i veli distesi con cura dall'invidia negli anni passati andavano dissolvendosi. Qualcosa dietro di essi rideva, trionfante. Attraverso gli strappi, poteva finalmente guardare negli occhi il suo sentimento più nascosto.

Come ho potuto non capire? Aveva desiderato ardentemente dettagli della vita di altri senza rendersi conto che l'esistenza è una ed abbraccia tutto ciò che siamo. Non solo le nostre qualità ma anche le relazioni che stringiamo con chi ci sta intorno. Tutto partecipa a definirci. Ed ora aveva rinunciato a quel tutto per essere qualcos'altro di cui conosceva e bramava null'altro che particolari insignificanti. Nelle pareti avevano iniziato a formarsi buchi sempre più ampi. Al di là di essi, non vedeva che il nero più silenzioso. Presto anche lei sarebbe svanita.

In questo passaggio comincio a capire che la donna sta sognando e che tutto sta venendo a galla grazie a quella domanda dell'inconscio. (in quegli angoli dove i pensieri più intimi e pericolosi si annidano)

La frase sottolineata è molto appropriata, il suo svanire è infatti dovuto al fatto che lei in realtà non ha vissuto la sua vita, quindi non ha paramentri per definirsi.

Ho letto con vero piacere questa storia, insolita, ma che invita a riflettere su una nuova versione dello stato d'animo che mette in relazione le qualità possedute da altri con la propria insicurezza.

Infine penso che tu abbia scritto un buon racconto su cui si potrebbe lavorare ancora un poco. Per rendere più chiaro il concetto della necessità di essere invidiosi per vivere e della necessità di vivere per essere stessi.

Grazie per aver condiviso la tua storia e a rileggerci presto

 

 

 

 

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