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La prima volta che me ne raccontarono non volli crederci: un luogo, mi dissero, dove potrai misurare i tuoi confini e far rivivere le tue speranze.

Andai durante una notte di primavera. L'aria era tiepida e il cielo brulicava di stelle, che a ben guardarle c’era da chiedersi a cosa si aggrappassero.

Accarezzavo l’intimo piacere di chi non conosce la solitudine, mentre attraversavo campi profumati d'erba appena tagliata.

Quando giunsi all'ingresso della grotta, provai quasi dolore a dover lasciar fuori quel cielo stellato. Mi feci coraggio ed abbandonai lo scuro della notte per il buio più denso di quell’ipogeo.

Bastarono tuttavia una decina di passi e scorsi una luce soffusa. La seguii, non senza timore. Quando finalmente attraversai il varco ed entrai in quell'immenso spazio sotterraneo, il senso di vertigine che mi attanagliò fu tanto forte quanto inaspettato. Gli occhi impiegarono qualche minuto ad abituarsi nuovamente alla luce. Poi lo vidi.

Dinnanzi a me si stendeva una superficie d'acqua alla quale non sapevo trovare confine. Solo la ragione poteva vedere altre pareti a limitarne le sponde oltre gli orizzonti a me concessi. Si trattava di un lago maestoso d'acqua limpida. Il fondale scendeva ripido, senza discontinuità. Dalla posizione di vantaggio in cui mi trovavo, ad una decina di metri sopra la superficie, potevo osservare in piena tranquillità le creature che ne popolavano le acque.

Erano migliaia, intrappolate nella loro realtà. Esseri dalle sembianze umane che vivono sulla superficie del lago. O meglio, nella sua superfice. Fluttuavano su onde che essi stessi generavano per muoversi, impegnati nelle loro diverse attività quotidiane, del tutto simili alle nostre.

Affascinato da quello spettacolo, iniziai una lenta ed impegnativa discesa verso la riva. Alcune di quelle creature giungevano fino a sfiorare il confine tra acqua e roccia. Eppure, non sembravano rendersi conto di quanto prossime fossero al limitare del loro mondo. Non potete immaginarvi il desiderio che ho provato di afferrarne una per la mano e sollevarla, per mostrarle la sua realtà dall'alto. Ma la paura delle conseguenze mi ha fermato: avrebbe potuto sopravvivere ad un'esperienza di quel tipo? Potremmo noi sopravvivere se costretti a guardare oltre le nostre confortevoli verità? Mi aggrappai alla speranza che anche loro, nei sogni, riescano a liberarsi, se pur momentaneamente, e a percepire la vastità che li circonda. Tanto bastò a soddisfarmi. Così mi limitai a guardarli … e ad ascoltarli.

Proprio così: se prestate attenzione è possibile sentire ciò che dicono e persino ciò che pensano. Le loro parole provocano vibrazioni sulla superficie dell'acqua che si propagano fino agli organi preposti all'udito; le stesse vibrazioni, trasmettendosi all’aria, sfuggono alla loro piatta realtà e giungono a noi. Per motivi che ignoro, i loro pensieri invece si espandono solo verso l’alto, verso la volta della grotta. Ecco perché noi possiamo sentirli e loro no. Proprio come io non posso frugare nelle vostre menti, né voi nella mia.

Mi concentrai su una di quelle creature, la più vicina a dove mi trovavo. Era in disparte, in quella che posso solo immaginare fosse la sua abitazione. Capite bene che, dal mio punto di vista, non v'era ostacolo che mi impedisse di osservare dentro ogni cosa: dentro le loro case, dentro i loro corpi. La loro pelle dava loro una forma, proprio come la circonferenza racchiude e definisce il cerchio. Ma come a voi, da sopra il foglio di carta, è svelata l'area della figura, così a me era dato vedere entro ogni essere ed oggetto. La sentii pregare, rivolgersi a qualche essere di natura superiore alla sua che potesse esserle di conforto. Provai un'infinita tristezza nel pensare che l'unico in grado di sentire il suo dolore fossi io: che solo io potessi essere per lei quell'essere superiore. Abbozzai una risposta, ma inutilmente. La nostra voce appartiene ad una realtà troppo complessa per loro.

Era stupefacente come tutte quelle creature vivessero all'interno di uno spazio che nemmeno riuscivano a percepire. Non potevano vedere me, né la maestosa sala scavata nella roccia in cui si trovava il lago. Sfuggiva ai loro sensi tanta bellezza. Ma nonostante ciò sono certo ci fossero tra loro alcuni convinti di aver già compreso tutto del proprio mondo e che nient'altro potesse esistere se non quello che erano in grado di vedere e di toccare.

Rimasi ancora qualche minuto ad osservarli, sedotto da quelle nuvole di luce e fumo che sembravano diramarsi proprio dal centro di ognuna di loro, verticalmente, fuori dall'acqua. Dovreste vederle con i vostri occhi per comprenderne appieno l’eleganza. Da ogni creatura ne germogliavano diverse, sia per colore che densità. Alcune di esse, quelle che vestivano un'espressione serena e sorridente, sprigionavano nuvole bianche, con leggere venature rosa a dar loro consistenza. Da altre fuoriuscivano invece nuvole più rosse, che andavano dimenandosi sopra l'acqua, repentine quanto la vita di chi le portava appresso. Altre ancora davano vita solo a pesanti nuvole grigie, all'interno delle quali pareva scatenarsi una perenne tempesta. Queste creature sembravano in lotta con sé stesse, affrante dalla loro condizione. Infine, vi erano nuvole nere dai contorni bluastri: queste appartenevano ad esseri che per lo più trascorrevano il tempo in disparte, immobili.

Quelle manifestazioni di vapore non erano quasi mai isolate: creature appartenenti alla stessa famiglia intrecciavano le loro nell'aria, indissolubilmente. Quanta tenerezza nell’abbraccio di quelle gocce d’acqua sospese, intente a scoprirsi vicendevolmente. Credo che, a modo loro, quelle creature percepissero l'esistenza delle loro appendici.

Mi sono chiesto molte volte cosa accada quando cessano di vivere. Possibile che il passaggio dalla vita alla morte sia solo un cambio di dimensione? Che continuino ad esistere come nuvole, capaci infine di vedere la bellezza che li ha sempre circondati? Forse, emerse dall'acqua, potrebbero vedermi e capire di aver pregato invano.

O forse sono io a sottovalutarmi, a sottovalutare tutti noi. Perché sapete, poco prima di lasciare quel luogo incantato mi sono spinto oltre quel poco che bastava per riflettermi sulla superficie del lago. Solo pochi istanti. Eppure, sono stati sufficienti: una volta recuperato l'equilibro, ho visto il mio riflesso prendere vita ed iniziare a muoversi verso gli altri suoi simili, verso la sua esistenza. Una versione distorta di me, fatta a mia immagine e somiglianza.

E se fossimo anche noi null’altro che riflessi?

 

 

 

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Ciao @Luca Ferrarini, è il tuo primo testo che ho occasione di leggere.

Hai scritto un brano molto filosofico, in cui poco accade se non che il tuo protagonista, da spettatore, osserva un mondo di riflessi (=ombre?) dentro una caverna (idee platoniche?). Sinceramente un po' davvero mi ha ricordato Platone e il mito della caverna. Vado a scavare ricordi lontani, ma, se la memoria non mi inganna, il filosofo greco sosteneva che solo pochi eletti possono avere la chiara conoscenza delle cose, invece la maggior parte dell'umanità ha solo idee vaghe come se potessero percepire solo ombre proiettate da un fuoco sul muro di una caverna. I tuoi esseri, che vivono come riflessi del lago sotterraneo, sembrano incatenati ad una realtà "limitata" e non possono percepire la loro vera condizione. 

Altra associazione che mi è venuta è con "Flatlandia" di Abbott (non so se lo conosci). Si tratta della storia di alcune figure geometriche bidimensionali che faticano a percepire il concetto di un mondo a tre dimensioni. Ad esempio, una sfera nel loro mondo, perdendo una dimensione, diventa un cerchio, con quanto ne consegue se si spostano nello spazio, ecc.. 

A parte queste due citazioni, il testo è evocativo e sicuramente spinge alla riflessione. 

5 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

luogo, mi dissero, dove potrai misurare i tuoi confini e far rivivere le tue speranze.

Un appunto su questo incipit, magari è un mio limite, ma la seconda parte della frase, secondo me, non si risolve alla fine del racconto. Mi spiego meglio. In queste due frasi tu riassumi ciò che verrà dopo e, in qualche modo, fai una promessa al lettore. Certamente scopriamo nuovi confini osservando un mondo così diverso fatto di riflessi e trasparenze, dove vivono esseri eterei, non sono proprio riuscita a capire quali siano le speranze che questo luogo particolare, questa magica scoperta possa far rivivere. 

 

Io ci ho trovato una profonda riflessione sulla capacità/incapacità di poter avere un orizzonte vasto sulla nostra percezione del mondo e della vita. Ponendo un essere che ha maggiori "dimensioni" di percezione, gli esseri meno dotati appaiono limitati nella loro comprensione del mondo. 

Secondo me il racconto contiene una sua logica e organicità fino a circa i tre quarti. Quando poi inizi questa descrizione :

5 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Rimasi ancora qualche minuto ad osservarli, sedotto da quelle nuvole di luce e fumo che sembravano diramarsi proprio dal centro di ognuna di loro, verticalmente, fuori dall'acqua. Dovreste vederle con i vostri occhi per comprenderne appieno l’eleganza. Da ogni creatura ne germogliavano diverse, sia per colore che densità. Alcune di esse, quelle che vestivano un'espressione serena e sorridente, sprigionavano nuvole bianche, con leggere venature rosa a dar loro consistenza. Da altre fuoriuscivano invece nuvole più rosse, che andavano dimenandosi sopra l'acqua, repentine quanto la vita di chi le portava appresso. Altre ancora davano vita solo a pesanti nuvole grigie, all'interno delle quali pareva scatenarsi una perenne tempesta. Queste creature sembravano in lotta con sé stesse, affrante dalla loro condizione. Infine, vi erano nuvole nere dai contorni bluastri: queste appartenevano ad esseri che per lo più trascorrevano il tempo in disparte, immobili.

Mi perdo. Nel senso che mi pare di perdere il significato di ciò che volevi dire. Fino a questo punto parli, appunto, di questa "limitatezza di percezione" dei riflessi. Questa storia delle nuvole colorate mi ha confusa. E l'ho trovata un po' stereotipata. Mi sembra di capire che associ un colore a un'emozione. A parte che ne fai un elenco a lista, che risulta un po' "lento" in lettura (ovviamente è un mio parere del tutto opinabile) ma non porta nessun tipo di riflessione aggiuntiva a ciò che hai già detto. Non so quanto aggiunga al racconto. 

 

5 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Mi sono chiesto molte volte cosa accada quando cessano di vivere. Pos

Non mi torna questo "molte volte". A me era sembrato di capire a inizio racconto che il protagonista entra per la prima volta nella caverna quando la descrive. 

 

5 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Andai durante una notte di primavera.

Il tempo verbale e il tipo di frase fa presupporre una prima volta. Ma anche lo stupore che prova arrivando in prossimità dello specchio d'acqua mi fa pensare a un'unica visita. E la riflessione sembra che avvenga tutta durante la sua permanenza nella caverna. Pertanto il "molte volte" mi è sembrato un po' incongruente. 

 

5 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Perché sapete, poco prima di lasciare quel luogo incantato mi sono spinto oltre quel poco che bastava per riflettermi sulla superficie del lago. Solo pochi istanti. Eppure, sono stati sufficienti: una volta recuperato l'equilibro, ho visto il mio riflesso prendere vita ed iniziare a muoversi verso gli altri suoi simili, verso la sua esistenza. Una versione distorta di me, fatta a mia immagine e somiglianza.

E se fossimo anche noi null’altro che riflessi?

Il finale è abbastanza inquietante. Lascia aperte ancora molte interpretazioni sulla natura di questi riflessi, ma, sempre secondo la mia opinione, è davvero la parte più originale di tutto il racconto. 

 

Ci sono un paio di frasi che ho trovato molto belle e poetiche:

 

5 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Solo la ragione poteva vedere altre pareti a limitarne le sponde oltre gli orizzonti a me concessi. Si

 

5 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

L'aria era tiepida e il cielo brulicava di stelle, che a ben guardarle c’era da chiedersi a cosa si aggrappassero.

Entrambe lo ho trovate molto belle e originali. 

 

Per quanto riguarda lo stile, direi che il testo, almeno a una prima occhiata, è ben scritto e scorrevole. Un consiglio che mi sento di darti è che a volte hai usato troppi aggettivi. In alcuni casi sono superflui (ad esempio quando parli della grotta, all'inizio, abbondi di "immenso", "maestosi", ecc,) in altri usi due aggettivi per un sostantivo e questo appesantisce un po' la lettura. 

 

5 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

Quando finalmente attraversai il varco ed entrai in quell'immenso spazio sotterraneo, il senso di vertigine che mi attanagliò fu tanto forte quanto inaspettato. Gli occhi impiegarono qualche minuto ad abituarsi nuovamente alla luce. Poi lo vidi.

Dinnanzi a me si stendeva una superficie d'acqua alla quale non sapevo trovare confine. Solo la ragione poteva vedere altre pareti a limitarne le sponde oltre gli orizzonti a me concessi. Si trattava di un lago maestoso d'acqua limpida

 

6 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

lenta ed impegnativa discesa 

 

6 ore fa, Luca Ferrarini ha detto:

pesanti nuvole grigie,

Per citare un paio di esempi. Ma lo fai spesso e il testo ne risulta un po' appesantito. 

 

Il mio giudizio generale (personale e pertanto prendilo come tale) è un po' ambivalente. Se da una parte l'idea mi è sembrata carina, lo svolgimento generale pecca di qualche incongruenza. Un po' come se tu non avessi le idee chiarissime di ciò che volevi dire con la metafora dei riflessi. O forse come se tu ci abbia messo troppe cose dentro, ecco. Magari gli 8k caratteri sono stretti per riflessioni così importanti. 

 

Talia 

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Ciao @Talia,

 

grazie mille per il tuo contributo. Hai ragione direi su tutti i punti. Partendo dall'inizio: si', il riferimento al mito della caverna e' corretto. Per via del tema trattato, ho scelto la grotta proprio per quel motivo. Allo stesso modo e' piu' che azzaccato il tuo riferimento a flatland. Non ho mai letto il racconto ma sono a conoscenza della sua esistenza e della sua trama. L'idea mi piace molto perche' pone dubbi sulle nostre capacita' percettive, sui vincoli che abbiamo e che forse non possiamo superare per natura.

 

In riferimento al commento sul far rivivere le tue speranze, nuovamente concordo con te. Ho riletto e cambiato il racconto un paio di volte e questa parte non mi convince. L'ho lasciata perche' credo che lo scoprirsi, potenzialmente, un riflesso di qualcosa di piu' complesso possa ridare speranza. Ti parlo da persona che ha seguito studi molto pragmatici. Ho una formazione ingegneristica e credo molto nella ricerca e nel metodo sperimentale. Ma mi trovo spesso a chiedermi se possiamo ancora immaginare qualcosa oltre a noi. Forse nell'ammettere il nostro limite all'interno di uno spazio definito ritroviamo la possibilita' di sperare. Ma sono daccordo sul fatto che non e' affrontato sufficientemente come tema. 

 

Facendo tesoro dei tuoi appunti, vedro' di lavorarci sopra in futuro. Grazie ancora e buona giornata

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