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L’aria gelida mi sferzava il viso con le dita scheletriche. Un freddo oscuro, interiore mi serrava il corpo. Guardai la terra, un cumulo: scuro, scomposto. A breve, avrebbe riempito la buca in cui il mio migliore amico giaceva morto. 
Strinsi convulsamente il suo collare. Scariche di dolore seguirono i nervi delle mani risalendo le braccia. Gli occhi gonfi indugiarono sulla targhetta, il tiepido sole invernale giocava sulla sua superficie creando piccoli riflessi dorati. Con il dito sporco di terra, accarezzai le lettere che componevano il suo nome. Ne assaporai il suono sulle labbra -: Cujo :- Mormorai, in un bisbiglio segreto avviluppato alla sofferenza. Feci cadere il collare nella buca. Calde lacrime si gettarono oltre il confine delle ciglia, si suicidarono tra i fili intricati del mio maglione di lana. Alzai gli occhi al cielo: grigio, indifferente. Piccoli cristalli di ghiaccio vorticavano leggeri, finivano danzando il loro volo, sul terreno arido del mio giardino.
La mia mente inseguiva i ricordi dei giorni felici, si ammassavano sul cuore incurvandomi le spalle, sotto il peso di un dolore troppo più grande dei miei tredici anni. “Se solo avessi fatto più attenzione!” pensai. Singhiozzi strozzati mi squarciavano il petto, mentre gli avvenimenti di quella mattina esplodevano nella testa: 
Avevo spalancato la porta fischiettando: zaino in spalla, Cujo al mio fianco. Il mattino era carico di promesse, il sole illuminava i nostri passi. Percorrevamo le stradine ripide del paese verso la scuola, il cielo limpido sopra le nostre teste. Muretti soffici di neve fresca ai lati della strada e le mie risate, ai salti pesanti di Cujo che vi si tuffava dentro. Il mio Cujo: centoquindici chili di pelo morbido, un San Bernardo di razza. Il su nome era un omaggio al mio autore preferito ma,  al contrario del cane descritto nella sua storia, il mio era: docile, massiccio, obbediente. Straordinariamente intelligente e sensibile. Cujo avrebbe percorso con me il tragitto fino a valle e se ne sarebbe tornato poi a casa. Nel pomeriggio, puntuale, lo avrei ritrovato ad attendermi all’uscita. Arrivati in prossimità dell’istituto avevo visto i miei compagni, senza pensarci, avevo attraversato correndo la strada per raggiungerli.  Tutto era accaduto in pochi attimi: caddi, faccia in giù nella neve, spinto dalle sue poderose zampe. Mi rimisi  in piedi come una furia pronto a strillare tutti gli insulti che mi stavano esplodendo in bocca. Ma … lui era steso a terra, un suv fermo in mezzo alla strada: parabrezza in frantumi, muso anteriore rientrato. Osservavo la scena senza capire: le orecchie fischiavano, la nausea mi ghermiva lo stomaco. Lo raggiunsi gattonando, pezzi di vetro mi ferirono i palmi. Sentivo freddo sotto le ginocchia, tra le dita: gelo dentro, fuori, ovunque. Il mio viso una maschera sconvolta, perché, lo potevo vedere: non respirava più. Era morto per salvarmi.
Mi sentivo: solo, disorientato. Lui era chiuso in quattro assi di legno inchiodate alla buona. Non avevo voluto aiuto, mio padre si era semplicemente limitato a portarlo a casa. In due avevano dovuto sollevarlo. Lo avevano adagiato nella cassa delicatamente, come se avessero potuto fargli del male. “Avrebbe avuto freddo? Si sarebbe sentito solo?” pensai e scossi la testa. “ No! Niente freddo. È morto. MORTO! Non esiste più nulla per lui.” Annaspavo alla ricerca di aria. “Non esiste più il suo abbaiare in risposta alla mia voce, non esistono più le corse nel bosco. Ossi da sgranocchiare davanti al camino acceso e … Mio Dio, aiutami!” caddi in ginocchio “Non esistiamo più noi!” pensieri letali come coltelli mi attraversavano la mente. Lacrime roventi inondarono copiose le guance bianche e fredde. La terra custodiva il mio amico nel suo umido abbraccio, ne strinsi una manciata nei pugni serrati. Mi sembrava di affogare, credevo di impazzire. Arrivò a salvarmi mia madre, mi posò una delle sue calde mani sulla schiena e allargò le braccia, pronta ad accogliermi. Mi tuffai in quel calore, invocando asilo per la mia anima mutilata. Senza dire una parola, mi tenne stretto. Rimanemmo così, uniti, mentre la neve si ammassava intorno ai nostri corpi: mi addormentai piangendo al suono del battito del suo cuore, affranto per me. Furono mesi vuoti, un tempo infinito di gesti persi, momenti da riempire, una vita intera da reinventare. Tutto era diventato privo di luce e attrattiva. I miei genitori cercavano di farmi svagare, mi seguivano come ombre, coinvolgendomi in attività nuove per distrarmi. Ma l’oscurità dietro ai miei occhi non accennava ad andarsene. Ero diventato un altro: solitario, taciturno, introverso. Avevo scoperto il piacere di camminare da solo, percorrere i sentieri poco battuti offerti dalla vallata selvaggia che mi circondava. Le persone mi infastidivano. Nelle mie passeggiate in solitaria, non ero costretto a salti mortali per non essere scontroso, a intavolare discorsi per risultare educato. Eravamo io e la natura, nient’altro. Dopo la scuola: preparavo lo zaino e scappavo. Con il passare delle stagioni, i sentieri mutarono colorandosi di nuova vita. Offrivano ai miei occhi curiosi una varietà infinita di stimoli, a cui, prima non prestavo attenzione. Mi interessai allo studio della fotografia, iniziai a immortalare: gli scenari senza tempo che si svelavano al mio sguardo affamato. Mi tenni impegnato cercando di non pensare. Nonostante ciò, ogni sentiero mi ricordava Cujo e quanto, con lui, tutto sarebbe stato diverso.
Arrivarono i colori infuocati dell’autunno: incendiarono il paesaggio di oro rosso e ambra. Ma in un attimo le foglie rosse cedettero il passo a un vento gelido: le catturò nel suo amplesso mortale e se le portò via. L’inverno bussava ai nostri usci, ammantava le montagne innevate che si stagliavano maestose, oltre le mie finestre. Con i primi accenni della stagione fredda piombò, come un uccello spettrale, l’anniversario della sua morte.Decisi di avventurarmi in una zona mai visitata prima. Il programma era di addentrarmi nel parco naturale, percorrere il Passo della Civetta: macchina fotografica, viveri per trascorrere l’intera giornata all’aperto. Racchette da neve e snowboard per ridiscendere, una volta finito. Localizzatore gps, segnalatori e tutto il necessario per l’escursione in solitaria. Sarei stato via fino all’imbrunire. Ero un esperto ormai, sapevo fin troppo bene che la montagna poteva essere molto pericolosa e di notte: letale. Mio padre mi fermò sulla soglia, -: Nuova avventura?:- forzai la mia bocca a incurvarsi in un sorriso. -: Sì, papà. Vado nella parte ovest oggi. Ho il localizzatore con me.:- Lui si fece all’improvviso serio, si calò nei panni che vestiva tutti i giorni: quelli della guardia forestale e aggiunse -: Mi raccomando, rientra prima che faccia buio. E …:- mi avvicinai, gli strinsi il braccio interrompendolo -: Papà, stai tranquillo. Non sono un irresponsabile, ho avuto il migliore dei maestri. Non può accadermi nulla. :- Sorrise, -: Sì, lo so. Lasciami però fare il mio lavoro ogni tanto. Ok?:-. -: Quale? La guardia?:- dissi con malcelato nervosismo. -: No.:- rispose con uno sguardo carico d’amore e apprensione 
-: Semplicemente quello di padre.:- Girai in fretta il viso, gli occhi mi erano diventati lucidi. Nell’annebbiamento delle lacrime, varcai la soglia. -: Tornerò presto. A più tardi!:- Lasciando le mie parole sospese nell’aria dietro di me, oltrepassai la porta. Non la sentii richiudersi. Avvertivo la sua presenza che mi osservava e aumentai l’andatura. La neve scricchiolava sotto gli stivali. Alla fine della strada, stava sopraggiungendo la navetta: il mio passaggio. Vi salii senza voltarmi.Il piccolo autobus trasportava i turisti fino alle piste da sci. Indossai gli auricolari, i System of down riempirono le mie orecchie: tutti diventarono fantasmi muti ai margini della vista. In pochi minuti sarei arrivato a una biforcazione, lì sarei sceso, a piedi, avrei scalato una parte della montagna, addentrandomi nella foresta. Non era proprio, a volerla dire tutta, una passeggiata facile, ma il panorama meritava lo sforzo. 
Arrivai al bivio e scesi dal mezzo di trasporto. Mi incamminai senza esitazione. Finalmente solo.

Procedevo sicuro tra pini cembri e abeti bianchi, il profumo di resina e muschio a solleticarmi i sensi. L’aria pungente mi pizzicava la pelle, l'aria sempre più rarefatta mi riempiva i polmoni,  dissolvendosi in nuvole bianche a ogni respiro.Camminavo da più di un’ora, speravo di trovare ancora qualche volpe. Il periodo di letargo era vicino, ma, con un po'di fortuna avrei visto qualche esemplare a caccia di prede. L’ultimo pasto prima del lungo riposo. 
Mentre ragionavo tra me e me, ne sbucò una col manto rosso, da dietro un cespuglio. Rimasi immobile per non spaventarla. La volpe mi guardò, vedendomi fermo e non minaccioso, annusò l’aria e si diresse verso nord.  La lasciai sparire tra gli alberi e iniziai a seguirne le tracce.

Il silenzio era spesso come piloni di cemento, interrotto soltanto dal verso di qualche uccello o dalla neve che cadeva dai rami. Guardavo il sentiero di piccole impronte. La stavo seguendo non so da quanto tempo. Il percorso era diventato più impervio, faticoso.
Le ombre degli alberi si erano allungate e la luce era meno viva. Guardai l’orologio e trasalii, erano passate più di sei ore. Preso dall’inseguimento, non mi ero nemmeno accorto di aver saltato il pranzo. Decisi di tornare sui miei passi, avrei avuto altre occasioni per fotografare la mia astuta amica.
Mi girai per incamminarmi verso valle, quando un ululato squarciò il silenzio. Rimasi pietrificato, in ascolto. Era vicino. Feci qualche passo, un altro ululato mi raggiunse da non molto più lontano del precedente.
Slegai lo snowboard dai lacci sotto lo zaino. Due ululati in successione voleva dire solo una cosa: branco a caccia. Era pericoloso scendere tra gli alberi, ma i lupi lo erano di più. Mi mossi rapido: altri ululati si sparsero ad eco intorno a me. Mi sedetti sulla neve, tolsi le racchette. Inviai il messaggio di sos dal localizzatore a mio padre, “Se non dovessi farcela, almeno … ” Serrai le mascelle e scacciai quel brutto pensiero. Agganciai gli stivali alla tavola, mi rimisi in piedi con un colpo di reni e iniziai la discesa. Come presi velocità, lasciandomi il monte alle spalle, l’ombra di un grosso animale catturò la mia attenzione.
Un lupo correva tra i pini alla mia destra, a una decina di metri. Un altro apparve a sinistra. Un terzo ululò nell’ombra del sottobosco. Capii, rabbrividendo: "La preda sono io." Inclinai il busto in avanti, la tavola fendeva senza tregua la neve, ne tagliava la superficie come un rasoio. Evitai un grosso pino, schivai un paio di rami bassi e scartai sulla destra. I lupi guadagnavano terreno, gli occhi mi lacrimavano per il freddo e la velocità, nella fretta non avevo indossato gli occhiali. Respiravo terrorizzato a grosse boccate. Cercavo di fare attenzione agli ostacoli, il vento mi fischiava nelle orecchie, mentre, piegato in avanti, sfrecciavo accompagnando il movimento della tavola.
Girai la testa per guardare oltre la mia spalla: fu un errore. I lupi erano vicinissimi.
La distrazione mi fu fatale. La tavola urtò contro una grossa roccia coperta dalla neve, persi aderenza e caddi rovinosamente. Scivolai a velocità folle, la mia corsa si arrestò contro un albero. Il braccio e la spalla vi urtarono contro, con tutta la forza e il peso del mio corpo.  Il dolore che seguì lo schianto fu lancinante. Mi attraversò la testa in un lampo bianco. Restai immobile avviluppato alla corteggia, cercando di riprendermi.  
Un basso ringhio, gutturale, minaccioso mi raggiunse, costringendomi a girarmi e a rimettermi pesantemente seduto. Ero circondato.
Mi guardavo intorno, il braccio rotto, mollemente poggiato a terra. 
-:AIUTO!:- strillai con quanto fiato avevo in gola. Ma nessuno poteva sentirmi. I lupi erano sei. Il più grande mi stava di fronte: pelo folto e nero. Occhi: gialli e feroci. Dalle fauci in bella mostra usciva un suono: profondo, omicida. -:AIUTOOO!:- gridai ancora scoppiando a piangere. Un liquido caldo si riversò nei pantaloni già bagnati, mi fece sprofondare di qualche millimetro nella neve. L’odore acre di urina salì alle mie narici. Il lupo smise di studiarmi. Si piegò sulle zampe posteriori e spiccò il balzo.
Il tempo sembrò dilatarsi. Potevo avvertire la realtà in una forma tutta nuova, una dimensione che percepivo in macchie di colore e rumori indistinti. L’adrenalina mi scorreva nelle vene, il mio sguardo seguiva la traiettoria della belva, pochi frammenti di secondo e mi avrebbe dilaniato. Qualcosa però, arrestò il suo volo. Il lupo venne bloccato a mezz’aria da una forza incorporea. Uggiolò e il suo collo venne reciso. Il sangue colava macchiando il manto candido della terra, sotto il corpo sollevato. Gli altri lupi guairono e abbassarono le orecchie. Si accucciarono a terra spaventati, coda tra le gambe. Guardavano il loro compagno morire, avvertendo l’inattaccabile.
L’animale penzolante fu sbatacchiato a destra e sinistra. Con un rumore secco, infine, il suo collo si spezzò. Gli altri lupi fuggirono. 
Scese un solido silenzio. Osservavo atterrito il nulla davanti a me. Il liquido scarlatto fluttuava nell’aria a delineare una fila di denti acuminati e invisibili. Il sole stava tramontando, la luce calda, nei suoi ultimi minuti di vita, brillò fulgida in tutte le sfumature dell’arancio e del rosa. Si propagò tra i fusti disegnando le loro forme, in una linea fosforescente. Quando riempì i miei occhi, ciò che non era tangibile si manifestò. Il riverbero si spezzò in frammenti. Piccole stelline si addensarono, dando vita alla siluohette di un animale a quattro zampe: enorme.  Sollevai una mano a schermare gli occhi dal bagliore accecante e lo vidi: un San Bernardo con tanto di lingua penzoloni, mi scrutava evanescente. Trattenni il respiro. Lui abbaiò, io gridai -:Cujo!:- Il mio bestione scodinzolò felice e mi si avvicinò festoso. La coda si muoveva frenetica da una parte all’altra, scie iridescenti accompagnavano ogni movimento.
Non potevo credere a quanto stesse accadendo. Allungai una mano sul suo manto etereo e ne avvertii la consistenza, come se fosse vivo. Gli gettai il braccio sano al collo piangendo. -:Cu-u-jjo!:- singhiozzai. Il mio cuore esplodeva. Lui mi leccò il viso e lo ripulì delle lacrime. Guardò verso il tramonto e guaì. -:No! Stai già per andare … Vero?:- chiesi. Il gelo si faceva di nuovo strada artigliandomi. 
-: Non voglio, non posso perderti!:- Lui mi piantò gl’occhi nel viso, alzò una zampa e me la posò sul petto. Rivoli salati inondarono il mio volto sconvolto. Quel gesto glielo avevo insegnato io. Fin da cucciolo, chiamandolo, lo avevo addestrato a rispondere per gioco a una domanda, poggiando la sua zampa sul mio cuore. Significava: “Per sempre qui!” -:Dove sta Cujo?:- gli chiesi, nella morsa della gola serrata, lui mi osservò, in attesa. Gli sorrisi -:Addio!:- Dovevo lasciarlo andare, mi aveva donato così tanto. Libero dal peso che da un anno opprimeva la mia vita gli dissi -: È giusto così. Vai ora! Sarai per sempre qui! :- Misi la mia mano sulla sua zampa. Mi leccò un’ultima volta il viso. Continuando a fissarmi poggiato al mio torace,  pian piano svanì. Si dissolse in piccole lucciole danzanti: volarono via inseguendo l’ultimo barlume del giorno e scese il buio. 

 

Mi svegliai di soprassalto, asciugai il muco rabbrividendo, mi ero appisolato. “Avevo sognato? Eppure … il cadavere del predatore giaceva ai miei piedi in una pozza di sangue. Lo avevo immaginato? Cujo era stato veramente lì?” Poggiai la testa al tronco e una voce arrivò dagl’alberi -:Marco!:- Un’ultima lacrima rischiarò la mia vista. Mio padre avanzava bianco in volto, dietro di lui altri uomini. -.Papà!:- dissi con un filo di voce. Alla luce delle torce elettriche, qualcosa brillò a terra. Mi sollevarono. Con l’ultimo brandello di lucidità, guardai in quel punto. Una targhetta attaccata a un collare, sopra inciso un nome che avrei riconosciuto tra milioni: Cujo. 
 

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Cara @Amara, nella probabilmente vana speranza che tu non riesca a farti chiudere anche questa discussione vado a commentarti facendo un esperimento. Il motto che per me devi far tuo è Less is more. Il che ti consentirebbe anche di postare qualche racconto che non ti venga chiuso per eccesso di caratteri. Condirò il commento di termini sfottenti per diletto.

18 ore fa, Amara ha detto:

 

L’aria gelida mi sferzava il viso con le dita scheletriche. Un freddo oscuro, interiore [,] mi serrava il corpo. Guardai la terra, un cumulo: scuro, scomposto. A breve, avrebbe riempito la buca in cui il mio migliore amico giaceva morto
Strinsi convulsamente il suo collare. Scariche di dolore seguirono i nervi delle mani risalendo le braccia. Gli occhi gonfi indugiarono sulla targhetta, il tiepido sole invernale giocava sulla sua superficie creando piccoli riflessi dorati. Con il dito sporco di terra, accarezzai le lettere che componevano il suo nome. Ne assaporai il suono sulle labbra -: Cujo :- Mormorai, in un bisbiglio segreto avviluppato alla sofferenza. Feci cadere il collare nella buca. Calde lacrime si gettarono oltre il confine delle ciglia, si suicidarono tra i fili intricati del mio maglione di lana. Alzai gli occhi al cielo: grigio, indifferente. Piccoli cristalli di ghiaccio vorticavano leggeri, finivano danzando il loro volo, sul terreno arido del mio giardino.
La mia mente inseguiva i ricordi dei giorni felici, si ammassavano sul cuore incurvandomi le spalle, sotto il peso di un dolore troppo più grande dei miei tredici anni. “Se solo avessi fatto più attenzione!” pensai. Singhiozzi strozzati mi squarciavano il petto, mentre gli avvenimenti di quella mattina esplodevano nella testa: 
Avevo spalancato la porta fischiettando: zaino in spalla, Cujo al mio fianco. Il mattino era carico di promesse, il sole illuminava i nostri passi. Percorrevamo le stradine ripide del paese verso la scuola, il cielo limpido sopra le nostre teste. Muretti soffici di neve fresca ai lati della strada e le mie risate, ai salti pesanti di Cujo che vi si tuffava dentro. Il mio Cujo: centoquindici chili di pelo morbido, un San Bernardo di razza. Il su nome era un omaggio al mio autore preferito ma,  al contrario del cane descritto nella sua storia, il mio era: docile, massiccio, obbediente. Straordinariamente intelligente e sensibile. Cujo avrebbe percorso con me il tragitto fino a valle e se ne sarebbe tornato poi a casa. Nel pomeriggio, puntuale, lo avrei ritrovato ad attendermi all’uscita. Arrivati in prossimità dell’istituto avevo visto i miei compagni, senza pensarci, avevo attraversato correndo la strada per raggiungerli.  Tutto era accaduto in pochi attimi: caddi (qui passi dal trapassato al passato remoto), faccia in giù nella neve, spinto dalle sue poderose zampe. Mi rimisi  in piedi come una furia pronto a strillare tutti gli insulti che mi stavano esplodendo in bocca insultarlo. Ma lui era steso a terra.   uUn suv (stava) fermo in mezzo alla strada: parabrezza in frantumi, muso anteriore rientrato. Osservavo la scena senza capire: le orecchie fischiavano, la nausea mi ghermiva (nel)lo stomaco. Lo raggiunsi gattonando, pezzi di vetro mi ferirono i palmi. Sentivo freddo sotto le ginocchia, tra le dita: gelo dentro, fuori, ovunque. Il mio viso una maschera sconvolta, perché, lo potevo vedere: non respirava più. Era morto per salvarmi. (e qui parte il dramma strappalacrime in stile film americano)
Mi sentivo: solo, disorientato. Lui era chiuso in quattro assi di legno inchiodate alla buona. Non avevo voluto aiuto, mio padre si era semplicemente limitato a portarlo a casa. In due avevano dovuto sollevarlo. Lo avevano adagiato nella cassa delicatamente, come se avessero potuto fargli del male. “Avrebbe avuto freddo? Si sarebbe sentito solo?” pensai e scossi la testa. “ No! Niente freddo. È morto. MORTO! Non esiste più nulla per lui.” Annaspavo alla ricerca di aria. “Non esiste più il suo abbaiare in risposta alla mia voce, non esistono più le corse nel bosco. Ossi da sgranocchiare davanti al camino acceso e … Mio Dio, aiutami!” caddi in ginocchio “Non esistiamo più noi!” pensieri letali come coltelli mi attraversavano la mente. Lacrime roventi inondarono copiose le guance bianche e fredde. La terra custodiva il mio amico nel suo umido abbraccio, ne strinsi una manciata nei pugni serrati. Mi sembrava di affogare, credevo di impazzire. Arrivò a salvarmi mia madre, mi posò una delle sue calde mani sulla schiena e allargò le braccia, pronta ad accogliermi. Mi tuffai in quel calore, invocando asilo per la mia anima mutilata. Senza dire una parola, mi tenne stretto. Rimanemmo così, uniti, mentre la neve si ammassava intorno ai nostri corpi: mi addormentai piangendo al suono del battito del suo cuore, affranto per me. Furono mesi vuoti, un tempo infinito di gesti persi, momenti da riempire, una vita intera da reinventare. Tutto era diventato privo di luce e attrattiva. I miei genitori cercavano di farmi svagare, mi seguivano come ombre, coinvolgendomi in attività nuove per distrarmi. Ma l’oscurità dietro ai miei occhi non accennava ad andarsene. Ero diventato un altro: solitario, taciturno, introverso. Avevo scoperto il piacere di camminare da solo, percorrere i sentieri poco battuti offerti della vallata selvaggia che mi circondava. Le persone mi infastidivano. Nelle mie passeggiate in solitaria, non ero costretto a salti mortali per non essere scontroso, a intavolare discorsi per risultare educato. Eravamo io e la natura, nient’altro. Dopo la scuola: preparavo lo zaino e scappavo. Con il passare delle stagioni, i sentieri mutarono colorandosi di nuova vita. Offrivano ai miei occhi curiosi una varietà infinita di stimoli, a cui, prima non prestavo attenzione. Mi interessai allo studio della fotografia, iniziai a immortalare: gli scenari senza tempo che si svelavano al mio sguardo affamato take it easy: il paesaggio. Mi tenni impegnato cercando di non pensare. Nonostante ciò, ogni sentiero mi ricordava Cujo e quanto, con lui, tutto sarebbe stato diverso.
Arrivarono i colori infuocati dell’autunno: incendiarono il paesaggio di oro rosso e ambra. Ma in un attimo le foglie rosse cedettero il passo a un vento gelido: le catturò nel suo amplesso mortale e se le portò via. L’inverno bussava ai nostri usci, ammantava le montagne innevate che si stagliavano maestose, oltre le mie finestre. Con i primi accenni della stagione fredda piombò, come un uccello spettrale, l’anniversario della sua morte.Decisi di avventurarmi in una zona mai visitata prima. Il programma era di addentrarmi nel parco naturale, percorrere il Passo della Civetta: macchina fotografica, viveri per trascorrere l’intera giornata all’aperto. Racchette da neve e snowboard per ridiscendere, una volta finito. Localizzatore gps, segnalatori e tutto il necessario per l’escursione in solitaria. Sarei stato via fino all’imbrunire. Ero un esperto ormai, sapevo fin troppo bene che la montagna poteva essere molto pericolosa e di notte: letale. Mio padre mi fermò sulla soglia, -: Nuova avventura?:- forzai la mia bocca a incurvarsi in un sorriso. -: Sì, papà. Vado nella parte ovest oggi. Ho il localizzatore con me.:- Lui si fece all’improvviso serio, si calò nei panni che vestiva tutti i giorni: quelli della guardia forestale e aggiunse -: Mi raccomando, rientra prima che faccia buio. E …:- mi avvicinai, gli strinsi il braccio interrompendolo -: Papà, stai tranquillo. Non sono un irresponsabile, ho avuto il migliore dei maestri. Non può accadermi nulla. :- Sorrise, -: Sì, lo so. Lasciami però fare il mio lavoro ogni tanto. Ok?:-. -: Quale? La guardia?:- dissi con malcelato nervosismo. -: No.:- rispose con uno sguardo carico d’amore e apprensione  (no no no, sti scambi da film americano no)
-: Semplicemente quello di padre.:- Girai in fretta il viso, gli occhi mi erano diventati lucidi. Nell’annebbiamento delle lacrime, varcai la soglia. -: Tornerò presto. A più tardi!:- Lasciando le mie parole sospese nell’aria dietro di me, oltrepassai la porta. Non la sentii richiudersi. Avvertivo la sua presenza che mi osservava e aumentai l’andatura. La neve scricchiolava sotto gli stivali. Alla fine della strada, stava sopraggiungendo la navetta: il mio passaggio. Vi salii senza voltarmi.Il piccolo autobus trasportava i turisti fino alle piste da sci. Indossai gli auricolari, i System of down riempirono le mie orecchie: tutti diventarono fantasmi muti ai margini della vista. In pochi minuti sarei arrivato a una biforcazione, lì sarei sceso, a piedi, avrei scalato una parte della montagna,  scesi, addentrandomi nella foresta. Non era proprio, a volerla dire tutta, una passeggiata facile, ma il panorama meritava lo sforzo. 
Arrivai al bivio e scesi dal mezzo di trasporto. Mi incamminai senza esitazione. Finalmente solo.

Procedevo sicuro tra pini cembri e abeti bianchi, il profumo di resina e muschio a solleticarmi i sensi. L’aria pungente mi pizzicava la pelle, l'aria sempre più rarefatta mi riempiva i polmoni,  dissolvendosi in nuvole bianche a ogni respiro.Camminavo da più di un’ora, speravo di trovare ancora qualche volpe. Il periodo di letargo era vicino, ma, con un po'di fortuna (,) avrei visto qualche esemplare a caccia di prede. L’ultimo pasto prima del lungo riposo. 
Mentre ragionavo tra me e me, ne sbucò una col manto rosso, da dietro un cespuglio. Rimasi immobile per non spaventarla. La volpe mi guardò, vedendomi fermo e non minaccioso, annusò l’aria e si diresse verso nord.  La lasciai sparire tra gli alberi e iniziai a seguirne le tracce.

Il silenzio era spesso come piloni di cemento, interrotto soltanto dal verso di qualche uccello o dalla neve che cadeva dai rami. Guardavo il sentiero di piccole impronte. La stavo seguendo non so da quanto tempo. Il percorso era diventato più impervio, faticoso.
Le ombre degli alberi si erano allungate e la luce era meno viva. Guardai l’orologio e trasalii, erano passate più di sei ore. Preso dall’inseguimento, non mi ero nemmeno accorto di aver saltato il pranzo. Decisi di tornare sui miei passi, avrei avuto altre occasioni per fotografare la mia astuta amica. (dai, "astuta amica"... ma che è, na favola di Esopo?)
Mi girai per incamminarmi verso valle, quando un ululato squarciò il silenzio. Rimasi pietrificato, in ascolto (in ascolto pietrificato). Era vicino. Feci qualche passo, Un altro ululato mi raggiunse ,non molto più lontano del precedente.
Slegai lo snowboard dai lacci sotto lo zaino. Due ululati in successione voleva dire solo una cosa: branco a caccia. Era pericoloso scendere tra gli alberi, ma i lupi lo erano di più. Mi mossi rapido: altri ululati si sparsero ad eco intorno a me. Mi sedetti sulla neve, tolsi le racchette. Inviai il messaggio di sos dal localizzatore a mio padre, “Se non dovessi farcela, almeno … ” Serrai le mascelle e scacciai quel brutto pensiero. Agganciai gli stivali alla tavola, mi rimisi in piedi con un colpo di reni e iniziai la discesa. Come presi velocità, lasciandomi il monte alle spalle, l’ombra di un grosso animale catturò la mia attenzione. (di qui in poi c'è la parte a mio avviso meglio riuscita, perché nella foga della scena abbandoni lo stile eccessivamente ridondante)
Un lupo correva tra i pini alla mia destra, a una decina di metri. Un altro apparve a sinistra. Un terzo ululò nell’ombra del sottobosco. Capii, rabbrividendo: "La preda sono io." Inclinai il busto in avanti, la tavola fendeva senza tregua la neve, ne tagliava la superficie come un rasoio. Evitai un grosso pino, schivai un paio di rami bassi e scartai sulla destra. I lupi guadagnavano terreno, gli occhi mi lacrimavano per il freddo e la velocità, nella fretta non avevo indossato gli occhiali. Respiravo terrorizzato a grosse boccate. Cercavo di fare attenzione agli ostacoli, il vento mi fischiava nelle orecchie, mentre, piegato in avanti, sfrecciavo accompagnando il movimento della tavola.
Girai la testa per guardare oltre la mia spalla: fu un errore. I lupi erano vicinissimi.
La distrazione mi fu fatale. La tavola urtò contro una grossa roccia coperta dalla neve, persi aderenza e caddi rovinosamente. Scivolai a velocità folle, la mia corsa si arrestò contro un albero. Il braccio e la spalla vi urtarono contro, con tutta la forza e il peso del mio corpo.  Il dolore che seguì lo schianto fu lancinante. Mi attraversò la testa in un lampo bianco. Restai immobile avviluppato alla corteggia, cercando di riprendermi.  
Un basso ringhio, gutturale, minaccioso mi raggiunse, costringendomi a girarmi e a rimettermi pesantemente seduto. Ero circondato.
Mi guardavo intorno, il braccio rotto, mollemente poggiato a terra. 
-:AIUTO!:- (no maiuscole!)strillai con quanto fiato avevo in gola. Ma nessuno poteva sentirmi. I lupi erano sei. Il più grande mi stava di fronte: pelo folto e nero. Occhi: gialli e feroci. Dalle fauci in bella mostra usciva un suono: profondo, omicida. -:AIUTOOO!:- (no maiuscole!) gridai ancora (,)scoppiando a piangere. Un liquido caldo si riversò nei pantaloni già bagnati, mi fece sprofondare di qualche millimetro nella neve. L’odore acre di urina salì alle mie narici. Il lupo smise di studiarmi. Si piegò sulle zampe posteriori e spiccò il balzo.
Il tempo sembrò dilatarsi. Potevo avvertire la realtà in una forma tutta nuova, una dimensione che percepivo in macchie di colore e rumori indistinti. L’adrenalina mi scorreva nelle vene, il mio sguardo seguiva la traiettoria della belva, pochi frammenti di secondo e mi avrebbe dilaniato. Qualcosa però, arrestò il suo volo. Il lupo venne bloccato a mezz’aria da una forza incorporea. Uggiolò e il suo collo venne reciso. Il sangue colava macchiando il manto candido della terra, sotto il corpo sollevato. Gli altri lupi guairono e abbassarono le orecchie. Si accucciarono a terra spaventati, coda tra le gambe. Guardavano il loro compagno morire, avvertendo l’inattaccabile.
L’animale penzolante fu sbatacchiato (mi sembra fuori dal registro che hai usato fin ora) a destra e sinistra. Con un rumore secco, infine, il suo collo si spezzò. (prima però hai detto che era reciso, e si capisce che è già stato mozzato) Gli altri lupi fuggirono. 
Scese un solido silenzio. Osservavo atterrito il nulla davanti a me. Il liquido scarlatto fluttuava nell’aria a delineare una fila di denti acuminati e invisibili. Il sole stava tramontando, la luce calda, nei suoi ultimi minuti di vita, brillò fulgida in tutte le sfumature dell’arancio e del rosa. Si propagò tra i fusti disegnando le loro forme, in una linea fosforescente. Quando riempì i miei occhi, ciò che non era tangibile si manifestò. Il riverbero si spezzò in frammenti. Piccole stelline si addensarono, dando vita alla siluohette di un animale a quattro zampe: enorme.  Sollevai una mano a schermare gli occhi dal bagliore accecante e lo vidi: un San Bernardo con tanto di lingua penzoloni, mi scrutava evanescente. Trattenni il respiro. Lui abbaiò, io gridai -:Cujo!:- Il mio bestione scodinzolò felice e mi si avvicinò festoso. La coda si muoveva frenetica da una parte all’altra, scie iridescenti accompagnavano ogni movimento. (che tenerone!)
Non potevo credere a quanto stesse accadendo. Allungai una mano sul suo manto etereo e ne avvertii la consistenza, come se fosse vivo. Gli gettai il braccio sano al collo piangendo. -:Cu-u-jjo!:- singhiozzai. Il mio cuore esplodeva. Lui mi leccò il viso e lo ripulì delle lacrime. (ok, e dopo la leccata di conforto del cane, nasta cos', tanto il finale non mi piace)

Allora Amara: tu sei un diamante grezzo, nonché fottutamente pazzo. 

Il racconto sul San Bernardo mi fa sinceramente scendere il latte alle ginocchia (per chi legge: io e Amara amiamo dimostrarci il nostro amore con queste frasi qui, non lo faccio con tutte eh), ma mi concentrerei sullo stile di scrittura.

Diamante perché il quid ce l'hai, e quando azzecchi l'immagine giusta è molto bello. Grezzo però, perché tanti difetti vanno affrontati. Accanto all'immagine particolare e bella, purtroppo, visto il bombardamento di aggettivi, di incisi, di dettagli, ci sono un migliaio di fronzoli che rendono tutto all'insegna del troppo e del superlativo, e la cosa, alla fine, diventa insostenibile. Devi trovare la giusta misura, prendendo il buono di questo tuo stile ricco e levando i fronzoli. Attenta inoltre alla punteggiatura, alle virgole al posto dei punti, ai due punti al posto delle virgole, alle virgole tra soggetto e verbo, alle maiuscole al posto delle minuscole e a questo segno grafico di tua invenzione    -:  sei proprio matta come un cavallo :-   

Dopo che avrai compiuto questo percorso iniziatico sarai una che Stephen King non se lo vede proprio. Ma per l'amor del cielo lascia perdere i cagnoloni eroi.

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Ah, dimenticavo: il 90% delle volte basta un aggettivo, il 10% delle volte due ci stanno bene, l'1% delle volte ce ne stanno anche tre. Nel dubbio mai più di uno.

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@Edu tesoro, quando smetterò di ridere, potrò risponderti. 

Guarda, comunque una cosa a caldo te la posso dire -: visto che sono matta come un cavallo :-  tiriamo 'sta monetina. Se esce testa, scrivo in stile telecronaca (no, perché non so se ti sei accorto che moh il racconto è Edu's style) se esce croce, continuo a sfarfallare termini a cippa lippa.

Ma siccome non abbiamo modo di beccarci ora per tirarla 'sta benedetta monetina. Facciamo che abbiamo ragione  al 50/50. Devo assolutamente trovare la giusta via di mezzo tra la tua telecronaca e il mio sfarfallare le cippe lippe. Comunque sono sempre più convinta che avrei dovuto far sbranare Marco dai Lupi. Cujo? Il suo fantasma sarebbe stato il suo passaggio per l'inferno! Ma un mio  certo amico rompi cippe lippe. Mi ha scritto "Amà scrivi! Sperimenta! Mettiti alla prova!" Tiè:tze:

Ecco qua. Niente pedofili. Niente demoni. Moh che te posso dì io? Un fantasmino me lo fai mettere?

Comunque ti adoro. Ah, hai ragione per metà. :bandiera: la metà che non hai cancellato!:facepalm:

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Ciao @Amara, inutile dire che appena ho letto Cujo, da bravo kingomane mi sono fiondato a leggere. Vedo che Edu ha già fatto il Gordon Lish della situazione (:asd:) ma non posso dargli torto. Usi veramente un sacco di metafore e l'accetta è d'obbligo. Provo comunque a evidenziare qualcosa anch'io.

Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

il peso di un dolore troppo più grande dei miei tredici anni.

Troppo grande per i miei 13 anni. Si lo so, è meno figo, ma è più scorrevole.

Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

Muretti soffici di neve fresca ai lati della strada e le mie risate, ai salti pesanti di Cujo che vi si tuffava dentro.

"Ai salti" a cosa è riferito? "A" cosa?

Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

Arrivati in prossimità dell’istituto avevo visto i miei compagni, senza pensarci, avevo attraversato correndo la strada per raggiungerli.

...e, senza pensarci, avevo attraversato di corsa...

Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

Mi sentivo: solo, disorientato.

 

Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

il mio era: docile, massiccio, obbediente

Bello questo modo di usare i due punti. Elencare caratteristiche come in una lista. Mi ricorda qualcosa di Palahniuk. Mi piace, ma io evidenzierei questi passaggi andando a capo, isolandoli.

Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

-: Nuova avventura?:-

Hai un modo strano di segnare i dialoghi...

Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

System of down

Systemo of A Down. Su questo non transigo.

Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

nella fretta non avevo indossato gli occhiali

Qui mi sembra un po' un'esagerazione. Ha preso tutto l'occorrente per la montagna, il GPS, e poi dimentica gli occhiali? Magari gli sono caduti...

Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

Quel gesto glielo avevo insegnato io. Fin da cucciolo, chiamandolo, lo avevo addestrato a rispondere per gioco a una domanda, poggiando la sua zampa sul mio cuore. Significava: “Per sempre qui!”

Metti tutto: una leccata sulla faccia, quello che vuoi. Ma questa scena strappalacrime stona troppo a mio avviso.

 

Un ultimo appunto. Se chiami un cane Cujo, è evidente una che sei una kingomane. Se fai vedere il cane morto nel primo rigo, allora un altro kingomane che legge saprà subito che il cane risorgerà (così ci mettiamo dentro un po' di Pet Sematary). Se poi verso la fine il protagonista viene aggredito dai lupi, è scontato che sarà il cane defunto a salvarlo. Non saprei come modificare la situazione. Forse potresti giocare un po' con i piani temporali e far vedere verso la fine che Cujo era morto. Ripeto: non lo so.

 

A rileggerti! Ciao!

 

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@Torba bentrovato.

Grazie per il tuo passaggio e che cose interessanti che hai tirato fuori!

41 minuti fa, Torba ha detto:

Usi veramente un sacco di metafore e l'accetta è d'obbligo. Provo comunque a evidenziare qualcosa anch'io.

Hai ragione: amo pazzamente le metafore. Ma ci sto lavorando;)

 

41 minuti fa, Torba ha detto:
Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

il peso di un dolore troppo più grande dei miei tredici anni.

Troppo grande per i miei 13 anni. Si lo so, è meno figo, ma è più scorrevole.

Sì, può essere un modo giusto di abbreviare. Ma è molto meno, non so che termine usare ... musicale?

 

41 minuti fa, Torba ha detto:
Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

Muretti soffici di neve fresca ai lati della strada e le mie risate, ai salti pesanti di Cujo che vi si tuffava dentro.

"Ai salti" a cosa è riferito? "A" cosa?

Ai salti pesanti di Cujo che vi si tuffava dentro. Dici che non si capisce?

 

41 minuti fa, Torba ha detto:
Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

Arrivati in prossimità dell’istituto avevo visto i miei compagni, senza pensarci, avevo attraversato correndo la strada per raggiungerli.

...e, senza pensarci, avevo attraversato di corsa.

Di corsa però perdonami non mi suona benissimo. Preferisco sempre "correndo". È sbagliato secondo te, perchè?

 

41 minuti fa, Torba ha detto:

Bello questo modo di usare i due punti. Elencare caratteristiche come in una lista. Mi ricorda qualcosa di Palahniuk. Mi piace, ma io evidenzierei questi passaggi andando a capo, isolandoli.

Grazie:arrossire:

 

41 minuti fa, Torba ha detto:
Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

-: Nuova avventura?:-

Hai un modo strano di segnare i dialoghi...

Sì, sono matta come un cavallo. 

Cit. @Edu

41 minuti fa, Torba ha detto:
Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

System of down

Systemo of A Down. Su questo non transigo.

Facciamo System of a Down e siamo in pace! ( Errore di distrazione) :umh: 

 

43 minuti fa, Torba ha detto:
Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

nella fretta non avevo indossato gli occhiali

Qui mi sembra un po' un'esagerazione. Ha preso tutto l'occorrente per la montagna, il GPS, e poi dimentica gli occhiali? Magari gli sono caduti.

No, non ho scritto che non li aveva con sé. Ho scritto che nella fretta non li ha indossati. Scappava dai lupi!^^

 

45 minuti fa, Torba ha detto:
Il 5/4/2019 alle 20:26, Amara ha detto:

Quel gesto glielo avevo insegnato io. Fin da cucciolo, chiamandolo, lo avevo addestrato a rispondere per gioco a una domanda, poggiando la sua zampa sul mio cuore. Significava: “Per sempre qui!”

Metti tutto: una leccata sulla faccia, quello che vuoi. Ma questa scena strappalacrime stona troppo a mio avviso.

 

Sì lo so, sono esagerata in tutto. Non ho vie di mezzo. Comunque la primissima bozza non ha tutto sto sbattimento. È che superavo di 800 caratteri il limite. Ho dovuto scrivere un altro finale. 

49 minuti fa, Torba ha detto:

 

Un ultimo appunto. Se chiami un cane Cujo, è evidente una che sei una kingomane. Se fai vedere il cane morto nel primo rigo, allora un altro kingomane che legge saprà subito che il cane risorgerà (così ci mettiamo dentro un po' di Pet Sematary). Se poi verso la fine il protagonista viene aggredito dai lupi, è scontato che sarà il cane defunto a salvarlo. Non saprei come modificare la situazione. Forse potresti giocare un po' con i piani temporali e far vedere verso la fine che Cujo era morto. Ripeto: non lo so.

 

A rileggerti! Ciao!

Non ci avevo pensato in effetti. Anche per me è davvero troppo melenso. Non proprio da buttare, ma decisamente non una delle mie prove migliori. Questa storia mi passeggiava in testa già da un po', ma non riuscivo proprio a dargli forma. È evidente che è una ciambella senza buco. Pazienza. Forse, in futuro ci rimetterò mano. Magari per cambiarla completamente! (Ho in mente qualcosina). Quindi ti ringrazio veramente per il tuo commento. 

A presto allora!

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9 minuti fa, Amara ha detto:

Ai salti pesanti di Cujo che vi si tuffava dentro. Dici che non si capisce?

Non capisco proprio perché ci sia il complemento di termine.

10 minuti fa, Amara ha detto:

È sbagliato secondo te, perchè?

Non è "correndo" il problema. E' che hai unito male due frasi:

10 minuti fa, Amara ha detto:

Arrivati in prossimità dell’istituto avevo visto i miei compagni,(punto) Senza pensarci, avevo attraversato correndo la strada per raggiungerli.

 

11 minuti fa, Amara ha detto:

Grazie:arrossire:

Perché questa faccia? è un complimento...

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34 minuti fa, Torba ha detto:
46 minuti fa, Amara ha detto:

È sbagliato secondo te, perchè?

Non è "correndo" il problema. E' che hai unito male due frasi:

La punteggiatura, per me è proprio un problemone!

 

35 minuti fa, Torba ha detto:
47 minuti fa, Amara ha detto:

Ai salti pesanti di Cujo che vi si tuffava dentro. Dici che non si capisce?

Non capisco proprio perché ci sia il complemento di termine.

Perché Marco ride dei salti. 

 

35 minuti fa, Torba ha detto:

 

48 minuti fa, Amara ha detto:

Grazie:arrossire:

Perché questa faccia? è un complimento...

Non è una faccina imbarazzata?

Per me è un sorriso imbarazzato!:facepalm:

Grazie per le spiegazioni. Io scrivo in modo molto istintivo, la maggior parte delle volte, senza sapere nemmeno il soggetto e il predicato. Figuriamoci il complemento di termine.:bandiera:

 

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Ah @Torba scusa se ti ho chiesto ulteriori delucidazioni, ma non avendo capito la correzione e volendola capire (perché voglio imparare), ho per forza dovuto chiederti un plus. Non me ne volere. Ho molto apprezzato il tuo intervento e non vorrei che la mia sete di apprendimento passasse per altro tipo di reazione. Quindi vedi di bacchettarmi a dovere. Grazie di cuore.:flower:

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