Un componimento interessante: la solitudine diviene momento di riflessione e di percezione sia di ciò che è esteriore sia soprattutto di ciò che è interiore, quasi fosse una presa di coscienza. Ed è qui, nel silenzio, che il corpo diventa un orpello, un qualcosa di inutile, perché tutto si svolge nella sfera del pensiero, portandoti a perderti nelle forme sfumate, vaghe degli oggetti,  come se tu diventassi quegli oggetti, in un processo di trasfigurazione dell'Io, che assume ogni volta la forma degli oggetti che ti circondano: se tu non ha più un corpo, non significa che essi non ne abbiano uno, anzi!, continuano a essere ciò che sono, nonostante tutto. E alla fine ti abbandoni davvero: la solitudine diventa una trappola, una morsa che stringe e tu muori del tuo stesso pensiero, quasi fossimo continuamente vittime di noi stessi e di quella voglia di vivere che giunge solo dopo tanto dolore.   Sono anche belle le immagini: desunte dalla quotidianità e afferenti a un mondo (quello della natura, delle birre e di ciò che si è rotto) che permette di universalizzare un'esperienza che, di fatto, appartiene a te e a te soltanto. E niente: ho molto apprezzato! Un saluto.