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Credo sia stata una bella giornata. Non saprei dirlo con certezza, ero troppo occupato a dissimulare i miei pensieri affinché nessuno si sentisse ancor più a disagio. Sospetto comunque che alcuni abbiano intuito, quanto meno il mio stato d'animo.

 

Seduto al tavolo della cucina, le braccia pesantemente appoggiate sul tavolo e protese in avanti, stava ripercorrendo con la mente gli avvenimenti più significativi della giornata. Non era venuto nessuno la mattina ad aiutarlo. Per la prima volta si era ritrovato solo al risveglio. O quasi.

 

L'abito nero lo aveva trovato appeso nell'armadio, dove lo attendeva da anni. Si era alzato e preparato per tempo. Non avrebbe potuto sopportare il disagio di farsi trovare impreparato, quando fossero venuti a prenderla.

 

Ero pronto. Quando sono arrivati, verso le 9.00, ero pronto per seguirli.

 

Aveva trascorso tutta la notte in camera con lei, a vegliarla. Cos'altro avrebbe potuto fare? Le abitudini più radicate sopravvivono, si spingono oltre il limite che ci è imposto. Ogni giorno, ogni notte durante quegli ultimi dieci anni si era preso cura di lei. In fondo era sua madre.

 

Quando l'hanno chiusa, non sono riuscito a piangere. Forse avrei dovuto, per loro. Invece niente. Nessun senso di separazione.

 

Li aveva seguiti con la propria auto fino alla chiesa, dove ad attenderli aveva trovato un ristretto numero di parenti. Pochi volti, poco riconoscibili.

 

La cerimonia è stata bella. Sono certo le sia piaciuta.

 

Era riuscito a mantenere un tono dimesso mentre il parroco pronunciava messa. Non ne era certo, ma sospettava che in alcuni punti della recita avesse persino sentito qualche lacrima bruciargli il viso. Le aveva ricacciate indietro, vergognandosene.

 

Chissà se qualcuno di loro ha potuto anche solo immaginare i miei pensieri?

 

Il silenzio in cui era avvolta la casa doveva essere entrato quella mattina stessa, nel momento in cui lui era uscito con loro e con il feretro. Gli è bastato uno spiraglio. Per anni doveva aver atteso in giardino, nascosto dietro un albero o mescolato all’ombra dei cespugli, proprio come faceva lui da ragazzino, quando giocava con i suoi amici. Quando ancora c'erano amici.

 

Sicuramente non aveva dimenticato gli spazi interni, le stanze, gli angoli bui. Così, quando loro erano usciti, lui era rientrato per la porta principale, adagiandosi su ogni cosa.

 

Forse alcuni di loro pensano sia stata una scelta. Ma non è così. Non scegli di rinunciare alla tua vita da un giorno all'altro. No, la vita come la conoscevi ti viene strappata via a piccolissimi bocconi. Sono le piccole rinunce che, accumulandosi nel tempo, fanno affiorare il volto della solitudine.

 

Quando la madre si era ammalata, era tornato a vivere con lei. Molte delle persone che allora frequentava gli avevano consigliato altrimenti, ma non vi era stata altra possibilità. Sua madre non avrebbe mai accettato di lasciare quella casa. I primi mesi aveva continuato a lavorare quotidianamente e ad uscire almeno una volta o due al mese.

 

Poi le condizioni di sua madre erano peggiorate. I momenti di lucidità erano diventati sempre meno frequenti.

 

Ho smesso di uscire la sera. Era impossibile lasciarla sola. Sarebbe stato crudele. Lo diceva anche lei.

 

Per almeno due anni aveva continuato a dormire nella propria stanza, ma poi anche quello non era stato più possibile. Non tanto per lei, quanto per quel che ancora rimaneva della sua sanità mentale. Le urla di un ammalato puoi sopportarle da un'altra stanza durante il giorno. Puoi razionalizzarle. Ma di notte le cose cambiano. Attanagliato dal sonno, il cervello è preda di pensieri che graffiano dentro.

 

L'unico modo era vederla, vederla mentre urlava la sua folle disperazione. Solo così potevo sapere che ad urlare era lei e non io.

 

Le assistenze sanitarie erano state regolari ma di scarso supporto. Una persona (quante volte quel volto era cambiato negli anni!) era venuta giornalmente a controllare lo stato di salute di sua madre. Visite di poco più di un'ora. All'inizio aveva atteso quel momento con feroce desiderio: per poter parlare con qualcuno. Ma poi la palese inutilità di quel palliativo lo aveva convinto a starsene in disparte e lasciare che sbrigassero i loro compiti il più velocemente possibile.

 

Rinuncia dopo rinuncia, la malattia di sua madre aveva sconfitto il suo istinto ad una vita normale. L'isolamento era divenuto la sua unica realtà.

 

Con il passare degli anni, in lei si era liberata un’aggressività che lui stentava a riconoscere. Nei peggiori momenti della notte, quando per evitare che si facesse male le bloccava entrambe le braccia sul letto con le proprie mani, il volto di lei continuava ad inveire contro il suo, a pochi centimetri di distanza, sputando parole che non avrebbe mai immaginato potesse conoscere.

 

Aveva paura. Vedeva cose attorno a lei ed aveva paura. Le ho viste anch'io, in diverse occasioni. Strisciano tra le ombre proiettate sui muri. E sussurrano verità che non sei pronto ad accettare.

 

Tra poco si sarebbe alzato dalla sedia. Nessuna cena da preparare. La poca luce che filtrava dalle finestre creava giochi di ombre che cambiavano al mutare della sorgente esterna: i fari di un'auto di passaggio, l'inconsistenza fredda e tremante dei lampioni al neon. Ombre in movimento.

 

Il silenzio. Provo pena per lui. Si diffonde e schiaccia ogni forma primordiale di ribellione, ti entra dentro con l'aria che respiri per soffocarti le parole in gola. Eppure, esiste solo nel suo passare inosservato, nel suo non esserci. E comunque sia, qui non ha vinto lui. La sento già, di sopra. Si sta preparando per la notte. Sarà lei a prevaricare.

 

Spinse indietro la sedia e si alzò in piedi. In fondo, lo aveva promesso.

 

Salendo le scale, riusciva a distinguere con chiarezza il cigolio dei propri passi sugli scalini consumati dal tempo dal ticchettio di quelle unghie che, impazienti al piano di sopra, si muovevano svelte sull'incavo del letto. Quando è così, meglio non farla aspettare.

 

La luce nella camera filtrava da sotto la porta. Chiuse gli occhi, respirò profondamente. Quando li riaprì, la luce era scomparsa. Non l'ho immaginato.

 

A scuoterlo fu l'urlo improvviso che lo travolse. Urlò a sua volta, non di paura. Era comunicazione. L'unica che avrebbe conosciuto d'ora in poi.

 

Si avvicinò alla porta socchiusa, preparandosi per la notte. L'avrebbe curata come aveva sempre fatto. Quando lei aveva promesso che non lo avrebbe mai più lasciato, lui aveva promesso di fare altrettanto.

 

Aprì la porta quel tanto che bastava per vedere lo specchio appeso al muro sulla parete di fronte. Nel suo riflesso, il letto. Nel letto, il suo destino. Lo stava aspettando. Il silenzio aveva perso. Vi sarebbe stata solo follia.

 

Entrò, lasciandosi il resto del mondo alle spalle, proprio come aveva fatto dieci anni prima. I fari d'un auto illuminarono solo per un istante ancora la casa. Si fecero strada fino al piano di sopra, fino ad incontrare lo specchio. In esso, videro un letto vuoto ed un uomo seduto accanto. Stringeva con una mano le lenzuola. Con l'altra accarezzava il cuscino. La bocca spalancata in un urlo senza fine.

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Ciao @Luca Ferrarini, ho visto che questo tenerissimo racconto non aveva ricevuto ancora alcun commento e così ho pensato di inserirne uno mio. Proverò a dirti cosa ne penso.

 

Innanzitutto è un bellissimo racconto, pieno di dolcezza, tenerezza e desiderio di comunicare nascoste dietro una patina di orrore per gli orrori quotidiani della vita. È una storia che parla di un figlio e una madre, di una malattia e un sacrificio, di abitudine e solitudine, di speranza e disperazione.

 

Alcune immagini poetiche ti riescono decisamente bene. Il finale è convincente. L'attacco un po' meno. Ci sono alcune buone idee, ad esempio la voce narrante che si chiede se gli altri possono intuire i suoi pensieri, e l'idea generale del racconto è altrettanto buona. Tuttavia fino a metà non si capisce bene dove ci si trova, chi siano i personaggi, cosa stia succedendo... Una delle regole principali dei buoni racconti è di mettere subito a proprio agio il lettore. Per farlo è necessario rispondere a quelle stesse domande del giornalismo:

 

Quando?

Dove?

Chi?

Che cosa?

Perché?

 

Esattamente in quest'ordine. L'attacco dovrebbe rispondere a queste domande. Questo non significa che il personaggio, o la voce narrante al suo posto, debbano presentarsi o presentare la situazione. Devi trovare il modo di inserire le risposte a queste domande nell'attacco. Poi, nel corpo principale, dovresti ribadirle approfondendole. Infine, nel finale, vanno ridette ma con un taglio differente, che mostri il punto di vista più autentico dell'autore e della storia.

Ricorda la regola del tre:

 

Fai un nodo

Fai un fiocco

Scioglili

 

O se preferisci:

 

Di' al lettore cosa stai per raccontargli

Raccontaglielo

Digli che cosa gli hai raccontato

 

Se riesci a riassumere e agglutinare tutto questo con le tue immagini romantiche e strazianti avrai un ottimo racconto. Scrivere è il continuo tentativo di trovare un modo sempre diverso, sempre migliore di fare tutto questo.

 

A rileggerci.

 

Ribel

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Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

Seduto al tavolo della cucina, le braccia pesantemente appoggiate sul tavolo

Ripetizione

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

verso le 9.00

Se è "verso le", perché mettere un orario addirittura con ".00"? Farei "verso le nove"

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

I primi mesi aveva continuato a lavorare quotidianamente e ad uscire almeno una volta o due al mese.

Ripetizione

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

ma di scarso supporto

"supporto" mi suona male, direi "aiuto"

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

Salendo le scale, riusciva a distinguere con chiarezza il cigolio dei propri passi sugli scalini consumati dal tempo dal ticchettio di quelle unghie che, impazienti al piano di sopra, si muovevano svelte sull'incavo del letto.

Questa frase non mi è chiarissima... Le unghie hanno consumato gli scalini ma si muovono sull'incavo (quale incavo) del letto? Non ho proprio capito :grat: Nel passaggio "dal tempo dal ticchettio" farei "nel tempo dal ticchettio", credo

 

Ciao^^ Mi è piaciuto parecchio. A partire dallo stile, lo trovo parecchio ben costruito: scegli le parole giuste, il ritmo giusto, la punteggiatura è al posto giusto: complimenti. Crei delle immagini che ho molto apprezzato, certi passaggi sembrano poesia con la sobrietà della prosa. Restando sullo stile, non mi ha convinto molto il fatto di alternare pensieri del protagonista a narrazione in terza persona: a parte che confonde (almeno, mi ha confuso), non ne trovo proprio il motivo. Sarebbe molto più efficace rendere tutto in prima persona, per lasciare permeare tutto il racconto dalle emozioni del personaggio e magari creare anche un effetto tipo narratore inaffidabile.

Mi è piaciuto il modo in cui procede la narrazione, crei molto bene un crescendo di tensione. Interessante anche come dipingi man mano la follia del protagonista, svelandola pezzo per pezzo. Certi passaggi mi hanno un po' ricordato Lovecraft, ma non credo c'entri molto: lo vedo ovunque, è un amore del tutto personale xD In particolare questi:

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

Aveva paura. Vedeva cose attorno a lei ed aveva paura. Le ho viste anch'io, in diverse occasioni. Strisciano tra le ombre proiettate sui muri. E sussurrano verità che non sei pronto ad accettare.

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

dal ticchettio di quelle unghie che, impazienti al piano di sopra, si muovevano svelte sull'incavo del letto

Insomma, mi hanno convinto parecchio questi accenni velati all'occulto. Quello che mi ha convinto meno è il finale. Mi aspettavo qualcosa, un colpo di scena, una rivelazione, e invece niente. È anche questa una scelta, ma se posso permettermi di dire la mia avrei inserito una qualche rivelazione, del genere che fa cambiare tutto il significato del racconto; magari qualcosa in chiave horror: elegante, non troppo spinto, ma comunque qualcosa al di là della semplice realtà. Ma qui si entra in questioni di gusti personali.

Insomma, il racconto è scritto molto bene; qualcosina da rivedere c'è ma non molto. Bravo. A rileggerci :sss:

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Grazie molte @mina99

E' sempre molto utile sapere quali parti risultano poco chiare a chi legge il racconto. Grazie anche per aver identificato delle ripetizioni. Cercherò di correggerle. Infine, grazie per il commento positivo. Buon fine settimana!

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Ciao @Luca Ferrarini

un bel racconto, ben scritto, ricco di immagini vivide e dal buon ritmo. Mentre leggevo il tuo personaggio mi ha fatto venire in mente il protagonista di Psycho di Hitchcock e in effetti si è rivelato qualcosa del genere. Il rapporto con la madre, appare infatti problematico fin dalle prime righe attraverso alcuni accenni come questo:

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

Per la prima volta si era ritrovato solo al risveglio. O quasi.

O questo:

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

Per anni doveva aver atteso in giardino, nascosto dietro un albero o mescolato all’ombra dei cespugli, proprio come faceva lui da ragazzino, quando giocava con i suoi amici. Quando ancora c'erano amici

Ho trovato interessante l'alternarsi di prima e terza persona con il cambio grafico con il corsivo. Forse è vero che confonde un po' ma hai creato una sorta di tensione dialettica tra le due parti che mi ha incuriosito. Tra l'altro ci sono delle parti in cui la prima persona sfocia nelle parti in terza, come nei due frammenti da me riportati più sopra, che creano una sorta di corto circuito narrativo molto interessante. Come se la coscienza della prima persona irrompesse nella narrazione che vorrebbe essere oggettiva ma che in realtà non lo è.  Scusami, non so se mi sono spiegata bene ma trovo davvero particolare questo imperfetto alternarsi. Non credo che tu dovresti toglierlo per svolgere il tutto in una più classica narrazione con un solo punto di vista. Non so se ho interpretato bene ma ho visto rispecchiato in questo proprio lo sdoppiamento di personalità del protagonista (che tra l'altro viene ripresa nell'immagine finale di lui allo specchio).

C'è un altro frammento che mi ha incuriosito, questo:

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

Ogni giorno, ogni notte durante quegli ultimi dieci anni si era preso cura di lei. In fondo era sua madre

Mi chiedo se sia voluto quel "era" in corsivo. Qui hai voluto inserire un imperfetto come se fosse la prima persona a parlare per mettere un indizio sul finale?

Nella parte finale questa confusione delle due voci si intensifica fino a fondersi.

Interessante anche il riferimento al silenzio

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

silenzio in cui era avvolta la casa doveva essere entrato quella mattina stessa, nel momento in cui lui era uscito con loro e con il feretr

Qui c'è una personificazione del silenzio.

 

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

l silenzio. Provo pena per lui. Si diffonde e schiaccia ogni forma primordiale di ribellione, ti entra dentro con l'aria che respiri per soffocarti le parole in gola. Eppure, esiste solo nel suo passare inosservato, nel suo non esserci. E comunque sia, qui non ha vinto lui. La sento già, di sopra. Si sta preparando per la notte. Sarà lei a prevaricare.

Che torna qui, quasi nel finale. Non so se ho capito bene il ruolo del silenzio nella storia: è una parte di lui? Quella che finge?

Di solito non faccio domande agli autori sul significato dei loro testi ma in questo faccio un'eccezione, è un racconto che mi ha colpito molto ed essendo di un genere un po' lontano da me non sono sicura di aver capito bene.

Per concludere davvero una bella lettura! 

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Buongiorno @Ivana Librici,

per prima cosa grazie per i tuoi commenti e scusa se rispondo solo ora (il fine settimana viene spesso assorbito completamente dalle nostre due principesse).

Provo a rispondere alle tue domande anche se non sono certo di riuscirci appieno. L' era in corsivo e' voluto. Anche se avevo dubbi sul metterlo o meno, proprio per l'uso che ne faccio nel resto del racconto (la voce in prima persona del protagonista). Qui invece vuole sottolineare, come hai osservato, che la madre non c'e' piu'. Ma rimango in dubbio sull'utilizzo del corsivo. Grazie per aver espresso un dubbio analogo.

Per quanto riguarda il silenzio, l'ho inserito perche' lo immagino come una parte importante di lui. Una parte che forse il protagonista vorrebbe vedere prevalere su quella che invece e' stata (e sara') la sua realta'. Le urla della madre, la pazzia che sovrasta e vince il silenzio. Il silenzio e' anche cio' che sottolinea la sua mancanza di vita sociale, il suo essersi arreso a qualcosa di autoritario e insindacabile. Il silenzio rimane quindi la sua sconfitta su entrambi pi piani: vita personale persa per sempre, e pace quotidiana che non trovera' mai.

 

Grazie ancora per essere passata. Buona giornata

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@Luca Ferrarini è la prima volta che leggo qualcosa di tuo, un racconto scritto bene ma che inizialmente mi ha confusa un po'. Nonho capito l'alternanza del corsivo. Credevo fossero due storie, invece la voce narrante è la atessa. Una vita spesa senza alcuna ricompensa. Una persona così l'ho perfino conosciuta (20 anni trascorsi così). Il tuo finale è terribile, niente sollievo, niente ricompensa. Solo follia. Svuotato di ogni cosa, adesso è in una situazione anche peggiore. Hai scritto e descritto bene la storia di un'alienazione. 

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Ospite

Grazie alla luna (complimenti) ho letto questa storia. Un altro racconto di sofferta assistenza ad una malattia terminale. Proprio ieri ne ho letto uno dalle derive horror ma questo è molto diverso. Il tono che lo pervade sembra tenero, nonostante tutto. Il risultato finale, stranamente, è uguale.
L'argomento è davvero molto caldo per chiunque abbia avuto a che fare con la malattia (o l'agonia) dolorosa di qualcuno che si ama. Purtroppo l'istinto di sopravvivenza fa riflettere molto su quanto sarebbe meglio (per entrambe le esistenze, la sacrificata senza speranza e quella alla fine) che tutto fosse il più breve possibile. Ma a volte non lo è, purtroppo e quindi ecco la distruzione emotiva della persona che resta (che qui e nell'altro è diventata addirittura follia e posso anche "capire" perché).
Detto questo devo dire che pur trovando il racconto scorrevvole l'ho trovato incepparsi in qualcosa di poco chiaro. Comprendo il principio di voler suggerire una deriva inquietante, piuttosto che esplicitarla, ma in alcuni pezzi risulta essere più oscuro e non so se fosse del tutto una tua intenzione.

Passare dalla prima persona alla terza, e tenenere così un duplice registro è apprezzabile. Non trovo questo inizio molto forte ma sostanzialmente "funzionale".
 

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

Credo sia stata una bella giornata. Non saprei dirlo con certezza, ero troppo occupato a dissimulare i miei pensieri affinché nessuno si sentisse ancor più a disagio. Sospetto comunque che alcuni abbiano intuito, quanto meno il mio stato d'animo.

 

Seduto al tavolo della cucina, le braccia pesantemente appoggiate sul tavolo e protese in avanti, stava ripercorrendo con la mente gli avvenimenti più significativi della giornata. Non era venuto nessuno la mattina ad aiutarlo. Per la prima volta si era ritrovato solo al risveglio. O quasi.


Decisamente più potente questa parte, così tanto che potrei suggerirti di cominciare il racconto da qui: dice tutto e fa venire voglia di capire di più di quello che è successo.

 

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

L'abito nero lo aveva trovato appeso nell'armadio, dove lo attendeva da anni. Si era alzato e preparato per tempo. Non avrebbe potuto sopportare il disagio di farsi trovare impreparato, quando fossero venuti a prenderla.

 

Ero pronto. Quando sono arrivati, verso le 9.00, ero pronto per seguirli.

 


Quest'immagine è piùttosto riuscita e inquietante. Non si afferra subito nella sua chiarezza ma è efficace. Credo che il problema sia "gli è bastato uno spiraglio" piuttosto che "gli era bastato".
 

Il 2/4/2019 alle 11:09, Luca Ferrarini ha detto:

Il silenzio in cui era avvolta la casa doveva essere entrato quella mattina stessa, nel momento in cui lui era uscito con loro e con il feretro. Gli è bastato uno spiraglio. Per anni doveva aver atteso in giardino, nascosto dietro un albero o mescolato all’ombra dei cespugli, proprio come faceva lui da ragazzino, quando giocava con i suoi amici. Quando ancora c'erano amici.


Ciò che segue è la parte migliore, terribilmente inquietante ed è un vero peccato che la fine non sia all'altezza del resto, perché lascia un po'... delusi. Io lo ripenderei ma dovendo dare una valutazione generale della storia è senz'altro positiva, anche per il tuo tentativo di approfondimento psicologico di un personaggio alienato da dieci anni. Forse è questo il vero orrore e non altro.

A presto

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Ho trovato il tuo racconto intenso pieno di parole che lasciano graffi sul cuore.  Ben raccontata la disperazione di un figlio che non si arrende e che rimane vicino alla madre cercando con abnegazione di aiutarla in una situazione medica  ormai disperata. La lettura scorre veloce e si sente la fatica lacerante del vivere il dramma ogni giorno. Il racconto sembra partire con la fine di un’agonia, con un figlio che si prepara per seguire il funerale della madre. Per la rima volta è solo con i muti respiri dei parenti che cercano i suoi pensieri e lo trovano distante. Il prete fa il suo compito, è il suo ufficio d’ogni giorno.   I personaggi ridotti alla madre e al figlio sono entrambi vittime, la prima di una malattia mentale, il secondo del dolore riflesso della madre. La donna consumata dalla malattia urla e queste grida avvolgono e scuotono il disarmato figlio la cui figura appare stanca, rassegnata, un uomo vuoto di lacrime raccolto nella solitudine di una sofferenza che lo attanaglia e lo stringe all’angolo. La notte le urla appaiono enormi mura che ti crollano addosso. La scelta di altalenare il  pensiero interiore con la realtà mi ha, come ti è già stato detto, in prima lettura,  creato un po’ di difficoltà nel seguire il filo del racconto  che merita assolutamente per la materia non facile trattata. Lo stile oscilla tra frasi che evocano tratti di poeticità alle urla che scuotono e riportano ad una penna asciutta e realista. Personalmente trovo il tuo stile interessante, vicino al mio intendere la scrittura . Non posso che esortarti a continuare a gettare emozioni sulla carta, l’importante a mio avviso é destare tra le molte uguali e banali letture qualcosa che muova dal torpore di cui siamo tutti vittime.   

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