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gierre13

Esiste un vero motivo per un rifiuto? Per quale motivo un editore non pubblica un testo?

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16 minuti fa, LauraMcMiller74 ha detto:

Quindi come ho sempre detto, non ci resta a noi esordienti che i social o l'autopubblicazione, sperando che vendano e acchiappano la curiosità di quanche casa editrice sigh! :sob:

Ecco, personalmente, l'autopubblicazione la detesto per tanti motivi che non elenco qui. Tra tutti però quello che gli autopubblicati sono talmente tanti ormai che è difficile emergere anche da lì. La cosa importante invece (e qui molti storcono sempre la bocca) è crearsi un pubblico. Che sia nei social, nell'ambiente di lavoro o ricreativo. Un autore che si presenti con un seguito di potenziali lettori da aggiungere a quelli che già possiede rende sicuramente più appetibile la proposta. Ferma restando l'estrema qualità del testo e la contiguità con la linea editoriale dell'editore.

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1 ora fa, hyperion80 ha detto:

Sempre più spesso, inoltre, il ruolo dell’editore si limita a quello di una contrattazione economica con una grossa agenzia per tradurre un libro che ha avuto già successo all’estero, giungendo quasi al “grado zero” del rischio d’impresa

 

Carissimo, sono quasi totalmente d'accordo con te... eppure, io in libreria trovo sempre testi poco venduti ma molto ben fatti e interessanti. 

Temo che dal tuo giudizio, articolato e condivisibile, sia rimasta fuori (ma perché) la congenita pigrizia e mancanza di curiosità del lettore, le sue pessime abitudini di non scelta culturale, la kingpatologia che lo affligge, l'incapacità di accettare la sfida che ogni serio libro pone al lettore. E mi fermo qui per non scadere nel turpiloquio che da lettore rivolgo a me stesso per tutte le false motivazioni che mi costruisco per giustificare la mia mancanza di tempo da dedicare alla lettura. Perché, amico gentile, noi non leggiamo più come prima e questo significa un cambiamento "radicale" per chi scrive e per chi pubblica, per un lettore medio sempre meno attento e sempre più

di bocca buona, cioè disposto a sorbirsi l'insipida minestra che gli passa il convento -che di epoca in epoca e che di generazione in generazione muta si evolve cade e rinasce a nuova e novella gastronomia. Per fortuna. 

 

Un saluto.

P.S. A proposito del "": ma per quale valida ragione se da solo va scritto con accento acuto non debba poi valere lo stesso per i suoi composti? Sé = sé stesso/sé medesimo/sé stessi..... Proprio non capisco che cosa ci sia da dire su un fenomeno grammaticale così semplice e chiaro.Mah!             

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1 ora fa, Riccardo e Tempesta Edit. ha detto:

la media dei testi è mediocre, molto mediocre.

Per la mia breve (per fortuna!) esperienza di lettore di inediti, non posso che sottoscrivere.

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Ospite

Alcuni utenti scrivono  post senza neanche rileggerli, spargono virgole a casaccio, usano il congiuntivo ad minchiam e poi si domandano come mai gli editori rifiutano i loro manoscritti? Ma di cosa stiamo parlando? 

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3 ore fa, Riccardo e Tempesta Edit. ha detto:

Ecco, personalmente, l'autopubblicazione la detesto per tanti motivi che non elenco qui. Tra tutti però quello che gli autopubblicati sono talmente tanti ormai che è difficile emergere anche da lì. La cosa importante invece (e qui molti storcono sempre la bocca) è crearsi un pubblico. Che sia nei social, nell'ambiente di lavoro o ricreativo. Un autore che si presenti con un seguito di potenziali lettori da aggiungere a quelli che già possiede rende sicuramente più appetibile la proposta. Ferma restando l'estrema qualità del testo e la contiguità con la linea editoriale dell'editore.

L'autopubblicazione non piace neanche a me :)

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10 ore fa, Ace ha detto:

Quindi, essere scartati da un editore solo perché un manoscritto non buca la pagina sin dalla prima cartella, è ridicolo: pure se fosse un thriller.

 

Avrei voluto inserire un "grazie", ma il sito mi dice che per oggi non posso. Sono perfettamente d'accordo, anche se mi duole ricordare ad Ace che qui siamo in Italia, dove gli editori (più di mille, a contendersi il prodotto "autore esordiente") pretendono di ricevere un manoscritto perfetto sotto ogni aspetto, che poi l'autore, una volta pubblicato, dovrà vendere. E se ti permetti di obiettare, si incazzano.

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Il ‎01‎/‎04‎/‎2019 alle 23:01, Aporema Edizioni ha detto:

Appena terminato di scrivere il nostro post, domenica scorsa, abbiamo aperto la posta elettronica (ebbene sì, lavoriamo anche la domenica) e ci abbiamo trovato un bel manoscritto, con ben cinque ripetizioni in neanche dieci righe, tutte nella prima pagina. Se qualcuno di quelli che "l'importante-è-la-storia-tutto-il-resto-un-buon-editor-è-in-grado-di-sistemarlo" si offrisse volontario per correggerlo al posto nostro, saremmo ben lieti di affidargli il lavoro.

Ma come, non l'avete scartato?

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8 ore fa, Renato Bruno ha detto:

P.S. A proposito del "": ma per quale valida ragione se da solo va scritto con accento acuto non debba poi valere lo stesso per i suoi composti? Sé = sé stesso/sé medesimo/sé stessi..... Proprio non capisco che cosa ci sia da dire su un fenomeno grammaticale così semplice e chiaro.Mah!        

 

Il problema non è se sia giusto o meno se stesso o sé stesso o sè stesso: il problema è che molti "scrittori"  il problema non se lo pongono neppure. Scrivono come capita, si improvvisano, non controllano e, soprattutto, non leggono altro che non sia il loro capolavoro! E non imparano e non correggono...

E che dire dei gerundi che piovono ovunque e a sproposito, e della dilagante "sconsecutio temporum" ? Uh, quasi quasi brevetto il neologismo! Forse l'Accademia della Crusca potrebbe persino sdoganarlo...

 

 

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1 ora fa, Fraudolente ha detto:

Scrivono come capita, si improvvisano, non controllano e, soprattutto, non leggono altro che non sia il loro capolavoro! E non imparano e non correggono...

Forse sì, forse no! 

Fammi aggiungere questo (a latere): viviamo immersi nell'epoca del self-made-man, dove tutti (credono, pensano si illudono, sono convinti, etc.) hanno competenza su tutto -salvo poi comprarsi una macchina fotografica da duemila euro senza mai dare un'occhiata al libretto dell' istruzioni. Perché, detto tra noi, tutti i manuali d'uso sono noiosi, mal concepiti e poi hanno il vizio di dirti tutto quello che non ci interessa. Vale lo stesso per la lingua, peggio poi se è quella "madre". A che servono le grammatiche,  i quaderni degli esercizi, i vocabolari, i libri sui modi di dire, tutta quella nomenclatura e sistemazione articolata dei fatti e misfatti dell'italiano? A niente! La consapevolezza della propria ignoranza (e lo dico io che sono il principe degli ignoranti) è in netta antitesi con la fretta moderna e con la rapidità del clic-informazione pronta in -rete, modalità contemporanea che ha abolito ogni studio sistematico, disciplinato, organizzato intorno a temi e nuclei concettuali espressi secondo criteri logico-deduttivi rigorosi -nel pensiero come nello scritto. Scriviamo, certo, e molto più di prima (come WD dimostra) ma che fatica facciamo oggi a seguire, a formulare, a strutturare un ragionamento coerente e retoricamente animato -cioè espressivo, frutto della nostra sensibilità applicata alla grammatica e alla sintassi.  

 

Il guaio, e in questo tu hai ragione da vendere, è che l'ignoranza post-scolastica che ci impantana il pensiero è la stessa responsabile del nostro finto e scollacciato sapere, che ci obbliga a far tutto da soli, a non chiedere aiuto, a non riconoscere le competenze altrui, a fare l'orlo ai pantaloni pur sapendo che ago e filo richiedono una coordinazione mano-mente che noi cliccatori seriali abbiamo perso.  

Ma però, caro @Fraudolente, tu ed io dovremmo smetterla di piangere pubblicamente sul latte versato! Le cose stanno come stanno, e allora? Per quanto io mi sgoli ancora i testi sono strapieni di era/sembrava, di un e il errati, di questo e quello sempre invertiti...e tu insisti  post dopo post nel fustigare il pressappochismo linguistico imperante di chi accarezza il proprio capolavoro incompreso...e rifugge da ogni oggettiva e seria valutazione. Mettiamoci d'accordo: cambiamo registro noi per primi! Rifiutiamoci di partecipare a discussioni dove il post di avvio è sintatticamente mal concepito, mal espresso, non curato nella forma. Ci proviamo?

 

Un saluto.         

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11 ore fa, Renato Bruno ha detto:

P.S. A proposito del "": ma per quale valida ragione se da solo va scritto con accento acuto non debba poi valere lo stesso per i suoi composti? Sé = sé stesso/sé medesimo/sé stessi..... Proprio non capisco che cosa ci sia da dire su un fenomeno grammaticale così semplice e chiaro.Mah! 

 

10 ore fa, hyperion80 ha detto:

Per quanto riguarda il : io personalmente uso l'accento anche in "sé stesso", specie in poesia!

 

Grazie di esistere! <3  Pensavo di essere rimasto l'unico a pensarla così. Il ragionamento di @Renato Bruno è esattamente il mio, e non ho trovato ancora nessuno che mi desse una spiegazione plausibile del contrario. La motivazione che «tanto non si confonde con la congiunzione se» è risibile. Se io scrivessi «Il can ha attraversat la strad per dare la caccia al gatt», chiunque capirebbe cosa ho scritto. È forse corretto per questo?

 

2 ore fa, Fraudolente ha detto:

Il problema non è se sia giusto o meno se stesso o sé stesso o sè stesso: il problema è che molti "scrittori"  il problema non se lo pongono neppure. Scrivono come capita, si improvvisano, non controllano e, soprattutto, non leggono altro che non sia il loro capolavoro! E non imparano e non correggono...

 

Il problema che poni esiste. Moltissimi "scrittori" queste domande non se le fanno neppure. Non allargherei la disputa a sè stesso/stessi con l'accento grave: quello è un errore puro e semplice e non c'è dubbio o discussione. La diatriba tra se stesso/stessi e sé stesso/stessi è più che sufficiente.

 

 

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5 minuti fa, L'antipatico ha detto:

È forse corretto per questo?

Ok, mettiamola così: potrebbe essere l'ennesima eccezione all'ennesima regola della nostra lingua. Al classico sé stesso sarebbe stato un grave errore, e a me l'accento rimane nella penna!

Poi, per carità, la lingua evolve eccetera eccetera…

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1 minuto fa, L'antipatico ha detto:

 

 

Grazie di esistere! <3  Pensavo di essere rimasto l'unico a pensarla così. Il ragionamento di @Renato Bruno è esattamente il mio, e non ho trovato ancora nessuno che mi desse una spiegazione plausibile del contrario. La motivazione che «tanto non si confonde con la congiunzione se» è risibile. Se io scrivessi «Il can ha attraversat la strad per dare la caccia al gatt», chiunque capirebbe cosa ho scritto. È forse corretto per questo?

 

 

Il problema che poni esiste. Moltissimi "scrittori" queste domande non se le fanno neppure. Non allargherei la disputa a sè stesso/stessi con l'accento grave: quello è un errore puro e semplice e non c'è dubbio o discussione. La diatriba tra se stesso/stessi e sé stesso/stessi è più che sufficiente.

 

 

 

A me sembrano stupidate che nulla inficiano sulla bontà di scrittura di un autore. 

 

L'autore deve studiare e informarsi, va sulla Crusca e guarda cosa dicono loro. Poi se in 300 pagine sbaglia, e si sbaglia, solo chi non scrive non sbaglia, pace. 

 

Poi ci sono le riscritture e revisioni. E se sai, lo ritrovi e lo correggi. Così come ogni altro errore del genere. Poi tutti non ce li puoi levare, ma a differenza di quello che sostiene Renato, lo sbaglio non è sinonimo di non studio. Lui pontofica e bacchetta, eppure non l'ho ancora visto discutere in un 3D di scrittura. Ci fa questi pipponi, di difficile lettura, forse per farci sentire un po' stronzi, e poi sparisce. 

 

Accetterò un suo sermone, quando prenderà il tempo di spiegarci un argomento a sua scelta sulla scrittura. Ne basta uno. Che non sia la grammatica o la sintassi però. Quello è italiano, non prosa. 

 

 

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23 minuti fa, JPK Dike ha detto:

A me sembrano stupidate che nulla inficiano sulla bontà di scrittura di un autore.  

 

Sono d'accordo con @JPK Dike

Anche la Crusca ritiene le due forme accattabili, mi sembra assurdo insistere per svariati post su un argomento per giunta off topic.

Accentazione del pronome se stesso

 

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è preferibile considerare non censurabili entrambe le scelte

 

La questione diventa più grave se un editore rifiutasse un testo basandosi proprio su questi motivi, perché questo continuo dibattere ci porta verso questa tesi. A questo punto, qualcosa di sbagliato è presente nella persona che “legge” e non di certo in chi "scrive".

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9 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Accetterò un suo sermone, quando prenderà il tempo di spiegarci un argomento a sua scelta sulla scrittura. Ne basta uno. Che non sia la grammatica o la sintassi però. Quello è italiano, non prosa. 

Gentilissimo amico, non so che cosa vuoi dirmi, ma non importa; oggi la giornata è grigia e l'umore non è dei migliori.

Puntualizziamo, un concetto alla volta.

Voglio dire, ho detto e dirò, che la scrittura è un processo che dentro di noi ha origini antiche: non arriva a termine con la prima riga dell'incipit se la sensibilità umana ed artistica che la sottende non è stata  coltivata, nutrita e sviluppata nel corso dell'intera esistenza. A nessun italiano verrebbe in mente di uscire con un calzino color verde e l'altro nocciola e per non farlo non ha bisogno di consultare la crusca di Laura Biagiotti. Allo stesso modo, chi scrive -un biglietto di auguri o la nuova coscienza di Zeno- giunge a farlo dopo essersi preso cura del suo linguaggio, dopo aver per anni riflettuto sui suoi errori, dopo essersi chiesto perché usa IL e non UN, dopo essersi interrogato sugli strumenti retorici che la lingua italiana gli mette a disposizione per passare dal linguaggio ordinario a quello narrativo. Dopo aver reso esterni i fatti interni del suo linguaggio interiore.

Chi scrive non deve studiare la grammatica, deve fotografare, dipingere, passeggiare, andare al cinema, al teatro, discutere con gli amici, darmi del saccente e dell'arrogante per prendere confidenza con la propria prosa arrabbiata, con le parole che meglio esprimono il suo disagio.  Deve passare dal linguaggio naturale quotidiano alla manipolazione della lingua italiana plasmata per finalità creative o espressive o emotive. Deve coltivare dentro sé stesso, nel suo muto linguaggio interiore, le tecniche e le modalità espressive da riversare poi, dopo anni e anni di articolato monologo interiore attivo,  dentro la scrittura, dentro la vita e la lingua dei suoi personaggi.

     

I sermoni e i pipponi sono utilissimi perché ci fanno prendere coscienza del tanto ancora da imparare per rendere chiaro e sincero il nostro stile, il nostro modo unico e soggettivo di indossare l'italiano, così come ci rendono edotti sulle potenzialità critiche o offensive o dispersive delle parole che utilizziamo per compiacere o ferire, per catturare l'attenzione altrui o dar senso alla nostra.

 

Spero di essere stato chiaro e se non lo sono stato, caro @JPK Dike, tu fammelo notare (così  mi  spieghi anche che cos'è il 3D di scrittura, che io ignoro).

 

Un cordiale saluto.   

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Ma di cosa stiamo parlando? Di quanto ingiusto sia il mercato editoriale?

Il mercato è ingiusto in tutte le sue forme.

Io, però, penso che se uno "scrittore" ha una buona storia ma non sa gestire la lingua in cui scrive, non è uno scrittore.

Spostando il discorso, sfido chiunque a dire che un "grafico" che ha delle buone idee ma fa errori grossolani nella gestione delle luci e delle ombre è un grafico. 

Le buone idee sono alla portata di chiunque, ma non fanno di noi artisti. 

C'è tanto in giro da leggere, qualcosa di brutto ma molto di bello. Se non ci rimbocchiamo le maniche per essere migliori degli altri, lamentarci non servirà a nulla.

I peccati veniali ci saranno sempre: possono e devono essere corretti in fase di editing e di correzione di bozze.

Ma la grammatica (che è alla portata di tutti) è proprio la base, poi c'è tutto il resto.

Torno a studiare un po' di consecutio temporum, ché ne ho proprio bisogno. 

 

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@Renato Bruno io continuo a non capire quello che vuoi dire. Parti per la tangente e parli in maniera talmente astratta che alla fine non resta nulla. Non so, un giorno ci parlerai di anisocronia e come usarla, e io ti leggerò volentieri. 

 

P.s. Io con calzini di colore diverso non ho problemi a uscirci di casa XD 

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Non ho letto gli altri interventi nella discussione, ma c'è una cosa di cui sono assolutamente sicuro.

Non esiste alcun motivo al mondo per cui un editore possa sentirsi in diritto di rifiutare un testo MIO!

:D

 

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@mercy

Qui sono elencati tutti i doveri di uno scrittore :D

I doveri di uno scrittore oggi

 

Comunque, prima della narrazione scritta, c'era una Tradizione orale.

 

Quota

l'oralità è stata sempre il sistema privilegiato di trasmissione del sapere, essendo il mezzo di comunicazione più diffuso, rapido ed immediato da usare. La tradizione orale comprende quindi forme quali narrazioni, miti (in particolare cosmogonie), canti, frasi, leggende, favole, ecc.

 

Se qualcuno non è un buon scrittore potrà dettare le proprie storie (Omero). Non mi fermerei sugli errori ortografici, ma di più su quelle proprietà di affabulazione, che poi possono essere trascritte correttamente anche dagli scrivani. Inoltre, non possiamo impedire alle persone di scrivere, sarebbe come privarle della parola. Quindi, io sono più disposta per "un lavoro di squadra" (mai letto i ringraziamenti di uno scrittore alla fine di un suo libro?), senza escludere nessuno. Noto, invece, che c'è poca collaborazione, quasi un'idea di "morte tua, vita mia", il fatto di vedere un'altra persona che scrive come un rivale da abbattere, quando non è così. Ci vorrebbe una maggiore comprensione e solidarietà per frontegiare i poteri forti dell'editoria.

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42 minuti fa, hyperion80 ha detto:


D'accordissimo! Quella di non usare l'accento in e i suoi composti mi sembra soltanto una brutta abitudine o una pigrizia istituzionalizzata. In poesia in particolare lo trovo inaccettabile, dato che l'accento dona struttura, ritmo e musicalità, e la sua mancanza stona parecchio. 

Secoli fa, quando le vecchie cariatidi come me andavano a scuola, la regola certa era che "se", seguito da "stesso", non andasse accentato. La pigrizia non c'entra e le regole della nostra lingua spesso sfuggono ad ogni spiegazione logica. Detto questo (espressione arci abusata in ogni moderno talk show), mi sembra il caso di smetterla di dibattere su un argomento così da poco: che ognuno usi l'accento come meglio crede. Amen. 

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16 minuti fa, TuSìCheVale ha detto:

Ci vorrebbe una maggiore comprensione e solidarietà per frontegiare i poteri forti dell'editoria.

"Divide et impera", ti dice niente?

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11 minuti fa, TuSìCheVale ha detto:

Quindi, io sono più disposta per "un lavoro di squadra" (mai letto i ringraziamenti di uno scrittore alla fine di un suo libro?), senza escludere nessuno. Noto, invece, che c'è poca collaborazione, quasi un'idea di "morte tua, vita mia", il fatto di vedere un'altra persona che scrive come un rivale da abbattere, quando non è così. Ci vorrebbe una maggiore comprensione e solidarietà per frontegiare i poteri forti dell'editoria.

 

Quando scopro che qualcuno del WD "ce l'ha fatta" sono genuinamente felice per lui. E, riguardo al lavoro di squadra, con me sfondi una porta aperta: sono convinta che solo nella condivisione ci sia reale possibilità di migliorarsi: l'ho detto più volte, ma lo ripeto volentieri.

Ho imparato molto da questo forum e non vedo qui nessuna mancanza di comprensione, anzi. Ho trovato un sacco di persone più brave di me che sono state disponibili ad aiutarmi gratuitamente: potrei taggarne almeno una ventina.

Ma citare Omero, nel 2019 mi sembra un po' pretestuoso: i tempi sono cambiati. Se non si ha voglia di studiare grammatica, ma solo di raccontare, si può caricare un video su Youtube.

 

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1 ora fa, TuSìCheVale ha detto:

La questione diventa più grave se un editore rifiutasse un testo basandosi proprio su questi motivi, perché questo continuo dibattere ci porta verso questa tesi. A questo punto, qualcosa di sbagliato è presente nella persona che “legge” e non di certo in chi "scrive".

 

Questo lo escludo. Gli editori (almeno quelli seri) danno delle indicazioni precise ai loro editor riguardo alle situazioni che permettono più varianti, i quali poi uniformano i testi secondo le scelte fatte. Credo che degli accenti dubbi se ne infischino proprio, a maggior ragione di questi tempi, quando in pochi sanno distinguere tra un accento acuto, un accento grave e un apostrofo. Se fossero così pignoli, finirebbero per non pubblicare più niente.

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Un editore ti valuta per qualche mese o più e decide di poter vendere il tuo romanzo. Ovviamente ti cercano in rete e chiamano al telefono gli editori precedenti. Le case editrici sconclusionate ti accettano senza un perché ma poi vendi un numero esiguo di copie o lavorano male, e sprechi il libro. Perché in futuro potresti ripubblicarlo ma, come in un curriculum "normale"; solo se hai lavorato bene in precedenza.

Inoltre, visto che si è parlato di editing, un testo non si fa editare. Se è buono passa altrimenti no, non è la mancanza di un dettaglio nei contenuti che ti preclude la pubblicazione. Può essere che a livelli alti sia necessario, ma pagare per far editare un romanzo di poco valore è una forma di eap involontaria. E la casa editrice, tra l'altro, in alcuni casi se ne accorge.

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28 minuti fa, cheguevara ha detto:

Secoli fa, quando le vecchie cariatidi come me andavano a scuola, la regola certa era che "se", seguito da "stesso", non andasse accentato. La pigrizia non c'entra e le regole della nostra lingua spesso sfuggono ad ogni spiegazione logica.

 

Però secoli fa, quando (ahimè) anch'io andavo a scuola, la regola certa era anche che "sé stessi" andasse scritto con l'accento. Il quale ora è pressoché scomparso. E non parlo di scribacchini, ma dei libri pubblicati dai maggiori editori. Non so se si possa parlare di pigrizia, ma di sicuro parlerei di superficialità, pressapochismo e adeguamento verso il basso.

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21 minuti fa, mercy ha detto:

Se non si ha voglia di studiare grammatica,

 

Ma chi dice che sia una "mancanza di voglia"? Tanti possono essere i problemi...

Mi sembra che tu da una parte "sfondi una porta" e da un'altra la chiudi a doppia mandata.

Se non si può citare Omero nel 2019, ti linko un po' di problemi attuali:

La guerra all’analfabetismo non è stata ancora vinta (Vite discriminate...)

Qui ho trovato un articolo del 2005 che riguarda l'Italia, ma cercando bene forse c'è qualcosa di più recente:

Sei milioni di italiani sono analfabeti

Quota

In particolare nello studio i possessori della sola licenza elementare o della sola scuola media - titoli del tutto insufficienti a vivere e produrre nel mondo di oggi - vengono poi sommati alla platea degli analfabeti totali arrivando a calcolare in quasi 36 milioni (il 66% della popolazione) gli italiani che la ricerca definisce «ana-alfabeti» cioè del tutto analfabeti o appena alfabeti.

 

E tralasciamo il discorso dell'analfabetismo funzionale. Io non ho nulla contro gli youtuber, se riescono a inserire in rete una storia capace di attrarre milioni di follower, non applicherei nessuna censura. Ognuno deve sentirsi libero di potersi esprimere, anche se non ha grandi mezzi a sua disposizione.

Comprendo che a molti può dare fare fastidio questa forma di "democrazia", dove tutti parlano e scrivono degli argomenti più disparati, però, possiamo ancora scegliere. Se poi demandiamo le nostre decisioni, in ambito letterario, a qualcun altro, allora, iniziamo a correre dei rischi. Lo youtuber non è un mio nemico e non lo sono le persone che non sanno scrivere. Gli editori possono scegliere in piena coscienza, ma sono le storie ad appassionare i lettori e non le "regole grammaticali". Certo, non parleremo di scrittori, ma conieremo per loro un nuovo termine, magari ricordano i racconti delle nonne che tanto sapevano intrattenere i nipoti.

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Scusa, @TuSìCheVale, ma mi metti in bocca parole non mie.

2 minuti fa, TuSìCheVale ha detto:

Ognuno deve sentirsi libero di potersi esprimere, anche se non ha grandi mezzi a sua disposizione.

Comprendo che a molti può dare fare fastidio questa forma di "democrazia", dove tutti parlano e scrivono degli argomenti più disparati, però, possiamo ancora scegliere. Se poi demandiamo le nostre decisioni, in ambito letterario, a qualcun altro, allora, iniziamo a correre dei rischi.

 

Non ho mai detto né pensato di essere contraria alla "democrazia espressiva". E youtuber non è un insulto.

Dico solo che essere scelti e pubblicati non è un diritto. Si è scelti e pubblicati in base a dei criteri: se questi criteri siano giusti o sbagliati non è compito mio stabilirlo. 

Dico anche che non tutti siamo scrittori e lettori, e non c'è nulla di male nel non esserlo. Male è pretendere di essere riconosciuti meritevoli di qualcosa quando mancano le capacità per esserlo, qualunque sia il motivo per cui si è incapaci 

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Ospite

Comunque oggi Benedetta Chiara Mazzotta ha condiviso (di nuovo) il video in cui fa presente che fare editing non è assolutamente necessario per cercare di "piazzare" un libro ma (giustamente) fa presente che gli editori si concentrano su prodotti già "lavorati", perché non è più possibile seguire i testi come una volta (che peccato). Inoltre ribadisce, per l'ennesima volta, che ottimi libri con ottimi editing sono rimasti non pubblicati. Nessuna discussione sulle motivazioni.
In pratica, così mi pare, c'è sempre da spendere "a vuoto" nonostante la presenza di un eventuale talento e neanche è detto che la cosa vada in porto. Crudelissimo e soprattutto immorale.

Ci sono molte cose su cui riflettere e tutte sgradevoli: sui propri limiti, se decidi di scrivere e proporti (la prima cosa); sui criteri di giudizio attraverso i quali si valuta un testo; sulla lealtà della selezione (moltissimo, perché vedo pubblicare cose indegne e non solo "prodotti interessanti") e sulla competenza effettiva di chi è chiamato a giudicare la qualità di uno scritto (chi lo fa dalla prima pagina non è solo un cretino ma fa il bastardo, ragionando così avrei buttato nel water "La storia" di Elsa Morante, ad esempio). Solo dopo aver considerato tutto questo, a mio parere, si può fare una riflessione sul mercato e ciò che vuole.

Perché il mercato si crea e a quello dovrebbero pensarci gli editori e non gli scrittori, visto che gli imprenditori sono loro. Non sono parole mie, ma sempre della Mazzotta: l'editore è un imprenditore che, in quanto tale, deve prendersi dei rischi. Se fa diversamente, aggiungo, non pretenda di essere considerato "a posteriori" da un autore che è riuscito ad avere riscontri altrove (se non si investe su nessuno, è giusto essere ignorati).  Lo dico perché ho letto in giro che qualche medio/piccolo editore sostiene sia addirittura la normalità ignorare chi non è stato già pubblicato da altri e quindi del tutto "oscuro".
Chi lo fa, non merita fortuna.

Faccio anche presente, sempre opinione personale (e come tale ha il suo limite) che non penso che lo scrittore sia tenuto a crearsi il pubblico sui social. Può voler restare anonimo, usare uno pseudonimo, non incontrare di persona i suoi lettori e restare più distante da certe arene/scannatoio che molti gestiscono con uno "spirito" più simile al serale di certi talent che altro. Non tutti hanno il carattere e il "carisma specifico" necessario a conquistare la gente "in teatro", ma questo non vuol dire affatto non avere talento letterario (che dovrebbe essere la prima cosa) ed essere un grande autore. Se un editore fa un ragionamento simile, non sceglie il meglio.
E neanche è detto che la cosa funzioni come spera, perché chi legge davvero non è così scemo da farsi conquistare da un piazzista. Ma il punto è proprio questo: quanti sono realmente interessati alla lettura? Pochi. Se estremizziamo la cosa, tanto vale cercare di fare pizze piuttosto che scrivere e aprire una rosticceria al luogo di una casa editrice. Se si sceglie di investire in testi piuttosto che salumi, suppongo che la disponibilità al rischio sia differente. Almeno... dovrebbe.
In Italia la gente legge poco e scrive moltissimo e la mediocrità imperversa in tutti i campi e vi è la convizione che "artisti" ci si possa improvvisare senza alcuna competenza tecnica o formazione specifica, definita pure come di second'ordine rispetto ad altre. A questo aggiungiamo il fatto che la presunzione dell'uomo medio è anche più diffusa della mediocrità culturale e/o intellettiva(e si accompagna regolarmente ad un'aggressività socialmente sempre più sdoganata e definita come "carattere".

Il "medioman" non accetta di essere "ignorante" o di avere gusti volgari e contemporaneamente detesta furiosamente (definendoli radical chic) i pochissimi che, diversamente da lui, si pongono problemi più elevati dello "svago momentaneo".

 L'altra faccia della diffusione del testo/pastone per "lettori" (che non lo sono) è però inquietante. Non so voi, ma io sono allergico alla chiusura pseudo intellettualistica di alcune proposte che non solo non hanno nulla di buono a livello concettuale ma che troppo spesso esauriscono il loro senso nella presa per i fondelli del pubblico, che invitano all'acquisto sostenendo di essere "per i pochi che possono capire" e quindi, implicitamente, dando dei cretini a chiunque non solo non vede il loro valore ma neanche fa finta di trovare divertente un umorismo che non è tale. Per questi testi vale la favola del re nudo: chi può osare dire che fanno schifo? L'innocente che non c'è. In presenza di supercazzole narrative o seghe "autoriali" di stampo "autistico" io mi offendo più che davanti al libro di Corona edito Mondadori, perché questa robaccia pretende di essere quello che non è (Cultura!) mentre il libro di Corona non si propone come prodotto letterario e quindi ha una sua trucida onestà.

E in tutto questo casino, perché lo è, cosa resta? Scrivere per amore della scrittura, sicuramente. Ma quanto è giusto accettare che non si sarà mai pubblicati anche se di valore? Quanto è corretto incassare quietamente, come dato di fatto, che certe vocazioni possano essere assecondate solo da chi ha molti soldi per sostenersi?
Credo che questa sia la causa prima della decadenza dell'Arte in genere (e anche della Letteratura): solo chi è "ricco"... può provarci. E continuare a sostenere che formazioni di prima classa "creino" i geni è davvero tragicomico, perché la realtà è altra.
Così ecco le scuole con super contatti professionali (alle quali, di fatto, paghi l'accesso) e la chiusura totale a certi mestieri per chiunque non sia "di classe". La cosa assurda, si fa per dire, è che questo accade anche con "la complicità" della media e piccola editoria, che così rende davvero impossibile farsi avanti anche al meritavole.

Si può anche accettare che certe corazzate editoriali siano inavvicinabili se non ti spendi addosso molti soldi (e torniamo sempre lì) ma le realtà di dimensioni più modeste davvero pensano di poter fare come le grandi e rifiutare (eventualmente) la sperimentazione, la novità, la poesia (che in UK vende moltissimo, ad esempio) e poi non essere ritenute "responsabili" dell'appiattimento dell'offerta e quindi del "gusto" imperversante, magari tanto criticato?
Se le medie/piccole rifiutano testi più difficili (ma validi, non le prese per i fondelli egocentriche) e di autori oscuri (magari facendo selezioni anagrafiche e per curriculum, assolutamente stupide) come se ne esce... con il self? Il Self è terribile ed è praticato da cani e porci, purtroppo. Basta avere i soldi per fare un lavoro qualitativamente dignitoso (nella produzione dell'oggetto) e hai un libro su piazza. Una piazza enorme, piena di spazzatura. E anche se sei di valore, in quel caos, chi ti troverà?
Non sto disprezzando chi prova a farsi avanti in questo modo, solo che trovo assurdo che sia l'unica opzione possibile e che anche questa presupponga una notevole spesa "avanti".

 

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Ospite

Mi scuso per un refuso causa telefonino: il nome della editor che cito a inizio del commento è Chiara Beretta Mazzotta.

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7 ore fa, cheguevara ha detto:

Gli editori pretendono di ricevere un manoscritto perfetto sotto ogni aspetto.

Caro cheguevara, grazie per le buone intenzioni. :)

 

Due parole in più sull'incipit. Personalmente lavoro sull'incipit sino allo sfinimento e cerco di renderlo spettacolare, memorabile, potente sin dalle prime righe: ma va detto che scrivo thriller con contaminazioni horror e quindi ciò fa parte del patrimonio genetico del genere in sé; ma, per chi scrive narrativa non di genere? Un incipit che si muove "apparentemente" a marcia ridotta, potrebbe essere il migliore per una determinata storia. Se parliamo di prima cartella perfetta appartenente alla famiglia degli incipit che non bucano la pagina, può accadere che ciò che si sta leggendo sembri una cosa e invece sia altro. Questo per una quantità di buoni motivi che non dovrebbero essere sconosciuti e che adesso non stiamo a ricordare. A mio modesto avviso ciò che rende perfetto un incipit, non è tanto il fatto che fagociti il lettore e lo invogli ad andare avanti con la storia -- quello è un elemento importantissimo, beninteso -- e non è neppure la capacità di bucare la pagina fin dalle prime righe. L'incipit perfetto è quello speculare al finale della storia e ad alcuni passaggi chiave della stessa; l'incipit perfetto è quello che -- al termine del romanzo -- viene inconsciamente reinterpretato dal lettore e visto sotto una luce diversa, ampliata. È un gioco di luci e ombre, ma l'editore ossessionato dalla ricerca di incipit brucianti, potenti, che abbiano la capacità di afferrare il lettore e scaraventarlo dentro la storia fin dalle prime righe, non sarà mai in condizione di valutare la bontà di un incipit privo di quelle caratteristiche che ho appena ricordato, se non leggerà la storia per intero. Ovvio: parlo di storie ben scritte, se la storia è da gettare la si getta e basta, chiuso. Per questo continuo a ritenere che bocciare un manoscritto perché la prima cartella non buca la pagina sia ridicolo. Lettere a nessuno, di Moresco: se non l'hai mai letto te lo consiglio; è denso di siparietti tra l'autore e gli editori, siparietti che fanno capire molto di come funzioni la realtà editoriale italiana.

 

 

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Io a questo punto sono disposto ad applaudire chiunque riconosca di essere stato rifiutato "perché l'editore non capisce un cazzo".

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