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Shikana

Il piatto rotto

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"Dov'è il pane?"
"Lì, sulla tavola, dietro di te"
Aveva risposto senza alzare gli occhi dai pomodori che stava tagliando, in modo veloce. Era stanca, le ciocche sudate della frangia le sfioravano gli occhi ma Lisa la scostava con il braccio e continuava a preparare il pranzo. Trovato il pane, Louis lanciò un occhiata a sua moglie: al golf grigio, ai fianchi stretti e alle mani che si muovevano svelte sul tagliere. Al pranzo aveva sempre pensato lei. Apparecchiava e cucinava pasta con verdure, insalata o frutta, meticolosa nei suoi piatti in modo proporzialmente inverso rispetto a lui, che pensava alla cena mettendo insieme quello che trovava in frigo alla bell'e meglio, giusto per mangiare. Sparecchiavano e lavavano i piatti insieme da sempre. All'inizio per passare del tempo insieme, qualche scherzo, una battutta e un bacio prima di tornare a lavoro o andare a letto, dopo essersi raccontati la giornata ed essersi toccati, ricordati l'uno dell'altro. Dopo qualche anno fianco a fianco scoprirono di non sapersi più alleggerire dal peso della quotidianità,  riavvicinarsi dopo una giornata trascorsa lontano dall'altro. Poco a poco, sbrigare queste faccende divenne una di quelle piccole bugie che si dicono a sé stessi per andare avanti, un tentativo sommesso di sentirsi vicini oltre il varco creato dal logorio incessante che il tempo aveva prodotto sul loro spazio condiviso. Quando lo compresero, cominciarono a trattenersi in cucina a vicenda con una scusa qualsiasi, solo per estenuare la loro permanenza in quella zona di speranza in cui vivevano appesi all'attesa di un ritorno ad una vicinanza che fuori da lì sembrava impossibile. Perché i fantasmi non si accarezzano, e i pensieri sono fantasmi, stracci bianchi fatti di parole che debilitano le mani alle carezze a colpi di rabbia e delusione. 
Cercavano in ogni modo di disinnescare il momento in cui sarebbe stato necessario uscire dalla cucina per tornare alle cose del mondo, a quei luoghi senza spazi sulle mensole per appoggiare la speranza e senza fili a cui appendersi alle pareti. Luoghi senza nicchie per le bugie e i silenzi, ma traboccanti di realismo e strappi, orli scuciti e promesse non fatte: tutti quegli oggetti che acuiscono la distanza che si può interporre fra due persone. Erano strade, macchine, persone, scrivanie, schermi, biro e poi materassi, coperte, lenzuola, cuscini, armadi, appendiabiti e comò. E rumori, rumori persistenti, rumori velati, rumori del mondo e rumori col fiato sul collo, parole di altri e parole serie, pesanti come valigie cariche di solitudine e diverse longitudini. Lisa e Louis temevano tutte queste cose quando sostavano nella loro piccola cucina, e le estromettevano dai loro gesti. Ma non appena ne uscivano si abbandonavano con sollievo a queste stesse paure: si sentivano leggeri senza i loro silenzi e i loro fallimenti, che in quei momenti quietavano accanto allo scolapiatti. 
Eppure si amavano, Louis lo sapeva, e anche Lisa riconosceva più di qualcbe vaghezza di un amore. Era questo, alla fine, che li stipava sempre di più in quella cucina che non sapeva parlare d'amore, ma in compenso li lasciava liberi di cercarsi nel suo spazio racchiuso. Qui si ripetevano che bastava un po' di tempo: avrebbero sciolto tutti i nodi, riaggiustato gli orli e ricucito le pelli dell'altro addosso. Presto, si dicevano, si sarebbero visti di nuovo, avrebbero ritrovato le parole per dirsi il silenzio con cui ora si cercavano di nascosto, confusamente e con noncuranza, quasi temendo che esponendosi avrebbe tagliato il filo di quella speranza.
"Mi sono dimenticata l'acqua, l'andresti a prendere sul balcone per favore? È accanto al mobiletto, dal tavolo. Grazie." Questa volta Lisa alzò gli occhi e gli sorrise con ciglia morbide, e Louis fu colpito dalla tristezza che le intravide nella bocca: una sorta di rassegnazione bianca nei denti. Distolse lo
sguardo e andò a prendere l'acqua.
A tavola, davanti all'insalata e alla tovaglia turchese che avevano comprato in Perù, Lisa gli chiese della mattinata, ma lui a stento diede segno di aver sentito le sue domande. Il sorriso che aveva visto poc'anzi ora era velato dalla felicità che un tempo aveva dipinto la foresta peruviana, il loro primo viaggio insieme. Louis accarezzava il tessuto spesso che sporgeva oltre la tavola e gli cadeva sulle ginocchia. Lì, dove lei non poteva vederlo, le sue mani tentavano di ricostruire la trama di un ricordo lontano ripercorrendo le cuciture di quella tovaglia, e più vi premevae dita più riusciva a mettere a fuoco quegli alberi e il vecchio sorriso di sua moglie. In quello stava quell'insalata estiva, e l'acqua e le posate e i coltelli, il balcone e il pane del fornaio sotto casa, i piatti da lavare.
Non avendo ricevuto alcuna risposta, Lisa gli raccontò la sua mattina, il cliente impazzito che le era piombato in ufficio all'improvviso scaravoltandole tutte le carte e inveendole contro un senso d'ingiustizia che non era riuscita a cogliere perché le guardie l'avevano portato subito via. Giusto in tempo perché lui non la colpisse, ma non abbastanza velocemente da evitare che lei non gli vedesse il viso trasfigurato dalla rabbia. Disse a Louis di aver avuto paura, all'inizio, poi di essersi infuriata e che, alla fine, vedendolo andar via inveendo contro il poliziotto, aveva provato un grande dispiacere, una sorta di malessere che non l'aveva ancora lasciata. Non era riuscita a rimettersi a lavoro: dopo un'ora da quell'incidente fissava ancora il computer spento davanti a lei, la lucina rossa sotto lo schermo che tanto le ricordava quelle che vedeva nello studio di suo padre quando parlava alla radio con chiunque fosse riuscito a trascinarsi dietro e fargli rivestire i panni dell'ospite speciale. Allora gli disse di aver chiesto un permesso per andare là, in quel vecchio bugigattolo dismesso da tempo. Era entrata nonostante i divieti d'accesso e si era seduta per terra, nel punto in cui si ricordava una volta sedeva il padre nella sua poltrona sgualcita, i braccioli mangiati da Lucky prima che il cane perdesse i denti.
Nel dirlo, a Lisa tremò la voce e Louis, accorgendosene, finse di dover prendere una cosa in frigo per passarle di fianco e accarezzarle i capelli, ma quando lo fece la carezza gli cadde sullo schienale della sedia. Lisa, senza alzare gli occhi, buttò fuori un respiro e si accosciò sulla sedia per sentire le dita di Louis sfiorarle la spalla.
"Mi manca molto"
"Lo so tesoro, lo so"
Dispiaciuto, Louis sentì il desiderio di baciarle il capo, ma lo trattenne. Era sul punto di dirle qualcosa, ma se ne dimenticò non appena aprì la bocca per farlo. A disagio, fuori posto, si allontanò e tornò a sedersi, confuso e stordito quanto Lisa, a cui non era sfuggito il suo tentennare. Avrebbe voluto rimediare, Louis. Sentiva il desiderio di alzarsi di nuovo e stringerla, stringerla forte e non sentirsi così estraneo ai suoi dispiaceri, così dannatamente lontano ma non riusciva a muoversi. Se solo lei gli avesse sorriso senza tristezza, senza rassegnazione... se solo lei gli svesse mostrato di aver capito, gli avesse detto che andava tutto bene, che era solo questione di tempo... allora sì, pensò, sarebbe riuscito ad andarle incontro. Sarebbe riuscito a dirle tutte quelle parole che sapeva in grado di aggiustare tutto. 
Ma lei aveva chinato la testa e masticava silenziosamente. Guardava i pomodori nel piatto. 
Passò qualche minuto in un silenzio spiacevole, denso di tutte le cose che entrambi si aspettavano dall'altro, poi lei gli chiese di nuovo, con noncuranza, come fosse andata la mattinata e se l'insalata andasse bene. 
"È sempre la migliore." Louis provò anche a sorridere, ma sentì il suo tentativo cadergli dal viso e finirgli nel bicchiere come una lacrime.
"Cosa c'è che non va, allora? Perché non rispondi alla mia domanda?"
"Perché non c'è niente da dire: stamattina è andata come tutte le altre mattine. E perché non importa a nessuno. Non importa a te che insisti nel chiedere, e non importa a me, che ho la testa da tutt'altra parte."
Lisa gli lanciò un occhiata interrogativa, allora lui le disse del sorriso di prima, della tovaglia e del Perù. Di lei che era bella. Lo fece con titubanza, incertezza e voce bassa, la forchetta posata a bordo del piatto. 
".. Quindi prima non mi hai ascoltato"
Deluso da questa risposta e per quel filo di speranza che ora sembrava strangolarlo, Louis la guardò con la stessa tristezza e rassegnazione che prima le aveva visto addosso. Lei ebbe un sussulto e rimase a guardarlo a lungo con occhi incerti, come spaventati per qualcosa che lui non capiva ma che sperava combaciasse con quello che aveva provato poco fa, quando l'aveva vista sorridere alla loro infelicità, rassegnata.
Pensò al modo per abbracciarla, voleva farlo ma non ricordava come si dovessero mettere le mani. E le braccia? In quale posizione dovevano stare? E i pensieri, non sarebbero stati d'intralcio? Continuavano a guardarsi, avevano smesso di mangiare cercando nelle pupille dell'altro la speranza di sempre, la rassicurazione che sarebbe stata solo questione di tempo.
Anche dopo interminabili minuti di sospensione, nessuno dei due trovò nulla e, piano piano, dagli occhi di Lisa, emerse una consapevolezza che Louis le vide luccicare sulla guancia prima che lei se la cancellasse distogliendo lo sguardo e alzandosi per portare il suo piatto al lavello. Appena lo prese in mano la ceramica gli scivolò dalla presa e cadde per terra, frantumandosi. I cocci stavano lì, con l'insalata e i pomodori, e Louis non riusciva a distogliervi lo sguardo. Associando ad ognuno di essi un loro ricordo, potè quasi ricostruire tutta la storia che aveva vissuto, ma senza un collante capace di riportare i frammenti dentro al piatto, la loro storia a loro due, non c'erano altro che ricordi. Seguendo Lisa inginocchiarsi per raccoglierli uno ad uno, Louis vide sé stesso inchinarsi accanto a lei, prenderle le mani piene di cocci e stringerle nelle sue, annullare qualla distanza che ora gl'inabissava il pensiero, e dirle che tutto si sarebbe aggiustato, che avrebbero sistemato tutto nel verso giusto. Poi sbatté gli occhi, e ancora sulla propria sedia, non si mosse. Continuò a guardare il punto dove si era rotto il piatto anche quando sua moglie si era ormai alzata da tempo, e continuò a farlo per tutto il pomeriggio. 
Non si era reso conto del tempo, quando si riprese: gli sembrava fossero passati pochi minuti da quando aveva visto il piatto schiantarsi sul pavimento, ma quando si alzò si rese conto che fuori era già buio. Guardò l'orologio: le 4 di mattina. Senza capacitarsi di com'era possibile fosse trascorso tutto quel tempo, e preoccupato per non aver preparato la cena, andò in camera a cercare Lisa, chiederle scusa e cercare di spiegarle quello che neanche lui capiva, ma non la trovò. Ancora frastornato e confuso, si mise ad aspettarla sul divano in salotto, così che lei l'avrebbe trovato non appena fosse rientrata. Si addormentò con questi pensieri. 
Louis si svegliò il giorno dopo per l'ora di pranzo con un forte mal di testa. Prese un'aspirina e cercò Lisa in casa, di nuovo senza risultati. Provò a chiamarla al cellulare più volte, ma a nessuno squillo seguì la boce della donna. Decise di preparare lui il pranzo, farle una sorpresa per scusarsi. Era preoccupato, ma in fondo fiducioso che sarebbe tornata almeno per mangiare insieme. Lo aveva sempre fatto. Quando ebbe finito, si sedette e riprovò a chiamarla, e stavolta il telefono era staccato. Le scrisse un messaggio: ormai cominciava a pensare che le fosse successo qualcosa, ma non voleva dar troppa importanza ai propri pensieri.
"Ho fatto il pranzo, quando torni? Mi manchi."
Sapeva che il giorno prima si era rotto in modo irrimediabile. Lo sentiva, ne era sicuro, ma era anche convinto che avrebbero fatto come sempre: sarebbero passati sopra al segno con una pezza, una mano avrebbe raccolto ancora i pezzi rotti conservandoli con cura in un cassetto in attesa di trovare il collante giusto. Con questi pensieri aspettò ancora, ma Lisa non tornò, né a pranzo né a cena e il suo messaggio non ricevette nessuna risposta. 
La sera tardi, quando ormai si stava preparando ad andare a cercarla in città, la madre di Lisa lo chiamò al telefono. Piangeva piano, quasi non volesse farsi sentire, e fra un singhiozzo e l'altro gli disse che Lisa il giorno prima aveva avuto un incidente in auto. Avevano trovato la macchina solo un'ora prima in un fosso, in una strada di campagna, grazie alla segnalazione di un tizio che stava passeggiando col cane. Louis la fece parlare, l'ascoltò come se stesse parlando di un altra persona e più parlava, più la sentiva lontana. Quando le chiese che strada fosse, sentì la propria voce provenire da un punto remoto, irraggiungibile rispetto a dove sentiva di essere. La cosa lo straniò, ma non sentiva altro, né dolore, né rabbia: non sentiva assolutamente niente, oltre al telefono che teneva in mano. Non appena la suocera gli disse il nome della strada, perse consapevolezza anche di quello. 
Si ricordò che una volta aveva scherzato con Lisa dicendole di un vecchio pazzo che abitava proprio in fondo a quella dannatissima strada, che aveva ogni sorta di oggetto impossibile, anche una colla potentissima in grado di riaggiustura qualsiasi cosa, perfino le fondamenta di una casa. Si ricordò che qualche anno prima si erano messi a cercarlo per tutto il pomeriggio, più che mai intenzionati a scoprire la verità su quella colla miracolosa di cui tanto si parlava in paese. Non riuscirono a trovarlo, ma allora erano felici: tornarono verso casa facendo mille ipotesi su quel vecchio pazzo, magari era un fantasma capriccioso che... 
Louis non riuscì piu a pensare, non sentiva più la voce della suocera, non aveva idea di dove fosse finito il telefono. D'un tratto si sentì terribilmente stanco. Si distese sul divano e, prima di addormentarsi, vide Lisa aggirarsi nella notte alla ricerca di un fantasma, forse un'invenzione o un'altra bugia, capace di darle l'ingrediente segreto con cui riempire i solchi della distanza fra lei e lui, cercare un modo per sentirsi di nuovo vicini.

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Ciao @Shikana

avevo già notato la tua sensibilità sia nelle poesie che hai postato che nei commenti che mi è capitato di leggere ad altri racconti. Ritrovo quella stessa stessa sensibilità in questo scritto. Non è facile scrivere un racconto in cui ciò che è più importante sono i moti interiori dei protagonisti e credo che tu sia riuscita in questo. Gli avvenimenti passano attraverso il non detto e i due personaggi comunicano tra loro attraverso piccole increnature nella consuetudine dei gesti. Gli oggetti, poi, nel tuo testo perdono la funzione utilitaria per farsi portatori di un senso, sono carichi della vita vissuta dei due personaggi.

13 ore fa, Shikana ha detto:

Cercavano in ogni modo di disinnescare il momento in cui sarebbe stato necessario uscire dalla cucina per tornare alle cose del mondo, a quei luoghi senza spazi sulle mensole per appoggiare la speranza e senza fili a cui appendersi alle pareti. Luoghi senza nicchie per le bugie e i silenzi, ma traboccanti di realismo e strappi, orli scuciti e promesse non fatte: tutti quegli oggetti che acuiscono la distanza che si può interporre fra due persone. Erano strade, macchine, persone, scrivanie, schermi, biro e poi materassi, coperte, lenzuola, cuscini, armadi, appendiabiti e comò. E rumori, rumori persistenti, rumori velati, rumori del mondo e rumori col fiato sul collo, parole di altri e parole serie, pesanti come valigie cariche di solitudine e diverse longitudini

Questa parte è quella che ho apprezzato di più, in cui è più chiaro il significato degli oggetti. Molto bello questo elencare, bisogna quasi prendere il fiato per leggere, andare in apnea. Credo inoltre che non sia necessario spiegare il senso di ciò che dici, l'ho trovato chiarissimo anche senza.

Un'altra cosa che mi ha colpito è l'impotenza di lui nel compiere i gesti. La volontà di accarezzare lei, di baciarla o abbracciarla, ma l'incapacità del corpo a farlo. È capitato anche a me a volte di sentire quel desiderio ma non sapere come farlo incanalare in un gesto. I due personaggi sono infatti incatenati nel loro stesso amore. È qualcosa di estremamente delicato e fragile quello che sei riuscita a descrivere.

13 ore fa, Shikana ha detto:

erché i fantasmi non si accarezzano, e i pensieri sono fantasmi, stracci bianchi fatti di parole che debilitano le mani alle carezze a colpi di rabbia e delusione. 


Molto bella questa immagine.

13 ore fa, Shikana ha detto:

Nel dirlo, a Lisa tremò la voce e Louis, accorgendosene, finse di dover prendere una cosa in frigo per passarle di fianco e accarezzarle i capelli, ma quando lo fece la carezza gli cadde sullo schienale della sedia

Il gesto che cade è un'altra bellissima immagine, così come il tentativo di sorriso che cade nel bicchiere come una lacrima.

Forse asciugherei un poco il testo nelle parti più spiegate ma lascerei tutti i dettagli, gli oggetti, le sensazioni, i dialoghi, così stranianti eppure concreti.

Grazie per la lettura!

Alla prossima 

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Ciao @Ivana Librici, ti ringrazio per aver letto il racconto e per il commento, davvero. 

9 ore fa, Ivana Librici ha detto:

Gli oggetti, poi, nel tuo testo perdono la funzione utilitaria per farsi portatori di un senso, sono carichi della vita vissuta dei due personaggi.

Questo è sicuramente una cosa che ho cercato di fare e se sono riuscita a trasmetterlo sono veramente contenta. Volevo che lo sviluppo stesse principalmente nelle cose, e nelle parole/azioni non esplicitate. Ti rigrazio davvero tanto per averlo colto. 

 

9 ore fa, Ivana Librici ha detto:

l'impotenza di lui nel compiere i gesti. La volontà di accarezzare lei, di baciarla o abbracciarla, ma l'incapacità del corpo a farlo. È capitato anche a me a volte di sentire quel desiderio ma non sapere come farlo incanalare in un gesto. I due personaggi sono infatti incatenati nel loro stesso amore. È qualcosa di estremamente delicato e fragile

E qualcosa a cui penso spesso, questa sorta d'incapacità a comunicare, di trasporre all'esterno quanto si ha dentro. È questo quello di cui volevo parlare e l'hai descritto davvero benissimo. 

 

Ascolterò senz'altro il tuo consiglio di ripulirlo di spiegazioni, penso funzionerebbe meglio.

 

Ti ringrazio ancota tanto per essere passata.

 

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@Shikana Ciao:) Il racconto l'ho apprezzato tanto.

C'è una grande capacità di fare parlare i gesti, in un modo terribilmente intimista.

Mesta storia di incomunicabilità, scritta benissimo. Più che brava. Fai sentire quello che scrivi.

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Bello il tuo racconto e ancor di più la tua scrittura :) i concetti sono ripetuti ma non stancano, sono rimasta rapita dalle tue descrizioni emotive.

Poteva finire anche prima il racconto secondo me,  quando lui non la vede arrivare. Gli aneddoti finali lo appesantiscono un po'. La colla e il suo significato rimangono in secondo piano, ti sei dilungata troppo sull' incidente e il ritrovamento del corpo, togliendo così spazio all'emotività cui ci hai abituato nella prima parte e che non ritroviamo nella seconda.

Rimane comunque un ottimo testo.

Ciao @Shikana :)

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Il 28/3/2019 alle 20:40, Shikana ha detto:

 

"Dov'è il pane?"
"Lì, s Sulla tavola, dietro di te"
Aveva risposto senza alzare gli occhi dai pomodori che stava tagliando, in modo veloce. Era stanca, le ciocche sudate della frangia le sfioravano gli occhi ma Lisa (la) le scostava con il braccio e continuava a preparare il pranzo. Trovato il pane, Louis lanciò un occhiata a sua moglie: al golf grigio, ai fianchi stretti e alle mani che si muovevano svelte sul tagliere. Al pranzo aveva sempre pensato lei. Apparecchiava e cucinava pasta con verdure, insalata o frutta, meticolosa nei suoi piatti in modo proporzialmente inverso rispetto a lui, che pensava alla cena mettendo insieme quello che trovava in frigo alla bell'e meglio, giusto per mangiare. Trovato il pane, Louis lanciò un occhiata a sua moglie: (al) golf grigio, (ai) fianchi stretti e (alle) mani che si muovevano svelte sul tagliere. (la metterei qui, continuerei prima la descrizione di lei) accapo

Sparecchiavano e lavavano i piatti insieme da sempre. All'inizio per passare del tempo insieme, qualche scherzo, una battuta (e) un bacio prima di tornare a lavoro o andare a letto, dopo essersi raccontati la giornata ed essersi toccati, ricordati l'uno dell'altro. Dopo qualche anno fianco a fianco scoprirono di non sapersi più alleggerire dal peso della quotidianità,  riavvicinarsi dopo una giornata trascorsa lontano dall'altro. Poco a poco,  e sbrigare queste faccende divenne una di quelle piccole bugie che si dicono a sé stessi per andare avanti, un tentativo sommesso di sentirsi vicini oltre il varco creato dal logorio del tempo incessante che il tempo aveva prodotto sul loro spazio condiviso. Quando lo compresero, cominciarono a trattenersi in cucina a vicenda con una scusa qualsiasi, solo per estenuare la loro permanenza in quella zona di speranza in cui vivevano appesi all'attesa di un ritorno ad una nell'attesa del ritorno di una vicinanza che fuori da lì sembrava impossibile. Perché i fantasmi non si accarezzano, e i pensieri sono fantasmi, stracci bianchi fatti di parole che debilitano le mani alle carezze a colpi di rabbia e delusione. 

 

Molto bella l'ultima frase. Davvero.

Credo che usi ripetizioni concettuali spiegando un po' troppo. È il tuo incipit, fammi aspettare la storia, fammici entrare, fammela scoprire. Per questo alcune frasi te le ho tagliate, ma anche perché ripetitive in modo diverso di stessi contenuti. Ma sai che io sono tranciante, per gusti personali. Tu prendi solo ciò che ti serve.

 

Quota

Cercavano in ogni modo di disinnescare il momento in cui sarebbe stato necessario uscire dalla cucina per tornare alle cose del mondo, a quei luoghi senza spazi sulle mensole per appoggiare la speranza e senza fili a cui appendersi alle pareti. Luoghi senza nicchie per le bugie e i silenzi, ma traboccanti di realismo e strappi, orli scuciti e promesse non fatte: tutti quegli oggetti che acuiscono la distanza che si può interporre fra due persone. Erano strade, macchine, persone, scrivanie, schermi, biro e poi materassi, coperte, lenzuola, cuscini, armadi, appendiabiti e comò. E rumori, rumori persistenti, rumori velati, rumori del mondo e rumori col fiato sul collo, parole di altri e parole serie, pesanti come valigie cariche di solitudine e diverse longitudini. Lisa e Louis temevano tutte queste cose quando sostavano nella loro piccola cucina, e le estromettevano dai loro gesti. Ma non appena ne uscivano si abbandonavano con sollievo a queste stesse paure: si sentivano leggeri senza i loro silenzi e i loro fallimenti, che in quei momenti quietavano accanto allo scolapiatti. 

 

Io trovo molto lunghe alcune costruzioni, non tanto per lunghezza, però, quanto perché usano tantissime parole per dirmi quanto già accaduto sopra, e quanto accadrà dopo, quindi mi arriva come una spiegazione inutile. Esempio la frase sottolineata. Il grassettato lo hai detto sopra. Tutto. Qui mi vuoi spiegare le dinamiche che loro attuano per non uscire dalla cucina, giusto? Parti da lì, allora. Esempio brutto: Uscire dalla cucina significava tornare alle cose del mondo...

Ma ancora, ti direi, hai spiegato un contesto. Se provi a saltare tutta la parte precedente (ricca di immagini bellissime che non hai bisogno neanche di translare nel testo, perché ci sono disseminate fino alla fine) e a ripartire da "Eppure si amavano..." staresti ancora sulla concretezza del loro rapporto,  in una descrizione fatta di gesti, di materialità. Questa parte lirica che ti cancello la interrompe. Prova a rileggere da qui.

Inoltre, molto di quanto dici appena sopra c'è nell'incipit. Lo vedo, lo leggo, lo vivo. Non me lo spiegare così nel dettaglio. Resta nella cucina. ;) 

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Eppure si amavano, Louis lo sapeva, e anche Lisa riconosceva più di qualcbe vaghezza di un amore. Era questo, alla fine, che li stipava sempre di più in quella cucina che non sapeva parlare d'amore, ma in compenso li lasciava liberi di cercarsi nel suo spazio racchiuso. Qui si ripetevano che bastava un po' di tempo: avrebbero sciolto tutti i nodi, riaggiustato gli orli e ricucito le pelli dell'altro addosso. Presto, si dicevano, si sarebbero visti di nuovo, avrebbero ritrovato le parole per dirsi il silenzio con cui ora si cercavano di nascosto, confusamente e con noncuranza, quasi temendo che esponendosi avrebbe tagliato il filo di quella speranza.

Guarda le parole che usi qui e nella parte che ti dico di provare a saltare. Le stesse: orli, ricucire, speranza...

 

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"Mi sono dimenticata l'acqua, l'andresti a prendere sul balcone per favore? È accanto al mobiletto, dal tavolo. Grazie." Questa volta Lisa alzò gli occhi e gli sorrise con ciglia morbide, (e) Louis fu colpito dalla tristezza che le intravide nella bocca: una sorta di rassegnazione bianca nei denti. Distolse lo sguardo e andò a prendere l'acqua. per non ripetere, potresti dire che aprì la porta finestra, e io lo vedo uscire in balcone.
A tavola, davanti all'insalata e alla tovaglia turchese che avevano comprato in Perù, Lisa gli chiese della mattinata, ma lui a stento diede segno di aver sentito le sue domande. Il sorriso che aveva visto poc'anzi ora era velato dalla felicità che un tempo aveva dipinto la foresta peruviana, il loro primo viaggio insieme. Louis accarezzava il tessuto spesso che sporgeva oltre la tavola e gli cadeva sulle ginocchia. Lì, dove lei non poteva vederlo, le sue mani tentavano di ricostruire la trama di un ricordo lontano ripercorrendo le cuciture di quella tovaglia, e più vi premeva le (refuso) dita più riusciva a mettere a fuoco quegli alberi e il vecchio sorriso di sua moglie. In quello stava quell'insalata estiva, e l'acqua e le posate e i coltelli, il balcone e il pane del fornaio sotto casa, i piatti da lavare.

 

 

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Non avendo ricevuto alcuna risposta, Lisa gli raccontò la sua mattina (, il) e del cliente impazzito che le era piombato in ufficio all'improvviso scaravoltandole tutte le carte e inveendole contro un senso d'ingiustizia che non era riuscita a cogliere virgola perché le guardie l'avevano portato subito via. Giusto in tempo perché lui non la colpisse, ma non abbastanza velocemente da evitare che lei non gli vedesse il viso trasfigurato dalla rabbia. Disse a Louis di aver avuto paura, all'inizio, poi di essersi infuriata e che, alla fine, vedendolo andar via inveendo contro il poliziotto, aveva provato un grande dispiacere, una sorta di malessere che non l'aveva ancora lasciata. Non era riuscita a rimettersi a lavoro: dopo un'ora da quell'incidente fissava ancora il computer spento davanti a lei, la lucina rossa sotto lo schermo che tanto le ricordava quelle che vedeva nello studio di suo padre quando parlava alla radio con chiunque fosse riuscito a trascinarsi dietro e fargli rivestire i panni dell'ospite speciale.

 

– chi parlava? Lei o lui? Quando lui parlava alla radio ... Forse?

– frase sottolineata: non la capisco

 

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Allora gli disse di aver chiesto un permesso per tornare (andare) là, in quel vecchio bugigattolo dismesso da tempo. Era entrata nonostante i divieti d'accesso e si era seduta per terra, nel punto in cui si ricordava una volta sedeva il padre nella sua poltrona sgualcita, i braccioli mangiati da Lucky prima che il cane perdesse i denti.
Nel dirlo, a Lisa tremò la voce e Louis, accorgendosene, finse di dover prendere una cosa in frigo per passarle di fianco e accarezzarle i capelli, ma quando lo fece la carezza gli cadde sullo schienale della sedia. Lisa, senza alzare gli occhi, buttò fuori un respiro e si accosciò refuso accasciò sulla sedia per sentire le dita di Louis sfiorarle la spalla.
"Mi manca molto" dovresti mettere il punto di chiusura, o interno o esterno. Le case editrici scelgono a riguardo, li trovi entrambi.
"Lo so tesoro, lo so" anche qui
Dispiaciuto, Louis sentì il desiderio di baciarle il capo, ma lo trattenne. Era sul punto di dirle qualcosa, ma se ne dimenticò non appena aprì la bocca per farlo. A disagio, fuori posto, si allontanò e tornò a sedersi, confuso e stordito quanto Lisa, a cui non era sfuggito il suo tentennare. Avrebbe voluto rimediare, Louis. Sentiva il desiderio di alzarsi di nuovo e stringerla, stringerla forte e non sentirsi così estraneo ai suoi dispiaceri, così dannatamente lontano virgola ma non riusciva a muoversi. Se solo lei gli avesse sorriso senza tristezza, senza rassegnazione... se solo lei gli svesse mostrato di aver capito, gli avesse detto che andava tutto bene, che era solo questione di tempo... allora sì, pensò, sarebbe riuscito ad andarle incontro. Sarebbe riuscito a dirle tutte quelle parole che sapeva sarebbero state in grado di aggiustare tutto. 
Ma lei aveva chinato la testa e masticava silenziosamente. Guardava i pomodori nel piatto. 
Passò qualche minuto in un silenzio spiacevole, denso di tutte le cose che entrambi si aspettavano dall'altro, poi lei gli chiese di nuovo, con noncuranza, come fosse andata la mattinata e se l'insalata andasse bene. 
"È sempre la migliore." Louis provò anche a sorridere, ma sentì il suo tentativo cadergli dal viso e finirgli nel bicchiere come una lacrime.
"Cosa c'è che non va, allora? Perché non rispondi alla mia domanda?"
"Perché non c'è niente da dire: stamattina è andata come tutte le altre mattine. E perché non importa a nessuno. Non importa a te che insisti nel chiedere, e non importa a me, che ho la testa da tutt'altra parte."
Lisa gli lanciò un occhiata interrogativa, allora lui le disse del sorriso di prima, della tovaglia e del Perù. Di lei che era bella. Lo fece con titubanza, incertezza e voce bassa, la forchetta posata a bordo del piatto. 
".. Quindi prima non mi hai ascoltato" i puntini di sospensione sono tre :) 
Deluso da questa risposta e per quel filo di speranza che ora sembrava strangolarlo, Louis la guardò con la stessa tristezza e rassegnazione che prima le aveva visto addosso. Lei ebbe un sussulto e rimase a guardarlo a lungo con occhi incerti, come spaventati per qualcosa che lui non capiva ma che sperava combaciasse con quello che aveva provato poco (fa) prima , quando l'aveva vista sorridere alla loro infelicità, rassegnata.
 

 

Rivedrei questa frase, mi sembra contorta. 

Usi molto alcune parole che ripeti anche se molto vicine. In fase di rvisione proverei a cercare sinonimi Guardare, speranza, rassegnazione. Non serve che le nomini sempre. Hai dalla tua parte una sequenza di gesti in questo testo, quei gesti parlano. Sono molto efficaci. 

Fai arrivare me alla conclusione che mi spieghi ogni volta che ne compiono uno. ;) 

 

Quota

 

Pensò al modo per abbracciarla, voleva farlo ma non ricordava come si dovessero mettere le mani. E le braccia? In quale posizione dovevano stare? E i pensieri, non sarebbero stati d'intralcio? bellissimo Continuavano a guardarsi, avevano smesso di mangiare cercando nelle pupille dell'altro la speranza di sempre, la rassicurazione che sarebbe stata solo questione di tempo. se dici "cercando nelle pupille, non serve che mi dici che si guardavano. È superfluo, ridondante e toglie efficacia alla scena.
Anche d Dopo interminabili minuti di sospensione, nessuno dei due trovò nulla e, piano piano, dagli occhi di Lisa (,) emerse una consapevolezza che Louis le vide luccicare sulla guancia virgola prima che lei se la cancellasse distogliendo lo sguardo e alzandosi per portare il suo piatto al lavello. ho solo alleggerito della parola "sguardo" Appena lo prese in mano la ceramica gli le refuso scivolò dalla presa dalle mani e cadde per terra, frantumandosi. I cocci stavano lì, con l'insalata e i pomodori, e Louis non riusciva a distogliervi lo sguardo. non associare Associando ad ognuno di essi un loro ricordo, potè refuso, accento acuto al passato remoto, poté) quasi ricostruire tutta la storia che aveva vissuto, ma senza un collante capace di riportare i frammenti dentro al piatto, la loro storia a loro due, non c'erano altro che ricordi.

 

rivedrei la frase sottolineata e la esporrei con maggiore chiarezza. :) 

 

Quota

 Seguendo Lisa inginocchiarsi per raccoglierli uno ad uno, Louis vide sé stesso inchinarsi accanto a lei, prenderle le mani piene di cocci e stringerle nelle sue, annullare qualla distanza che ora gl'inabissava il pensiero (,) e dirle che tutto si sarebbe aggiustato, che avrebbero sistemato tutto ogni cosa nel verso giusto. Poi sbatté gli occhi, era ancora sulla propria sedia, non si mosse. Continuò a guardare il punto dove si era rotto il piatto  anche quando sua moglie si era ormai alzata da tempo, e continuò a farlo per tutto il pomeriggio. 

Seguendo Lisa inginocchiarsi... Non so... Il gerundio lo uso meno possibile, altera la temporaneità di alcune azioni.

Esempio brutto:

Quando Lisa si inginocchiò per raccoglierli, Louis vide sé stesso inchinarsi accanto a lei, prenderle...

– quello che provo a spiegare in tutto il mio editing qui si riassume: se raccoglie i cocci, li raccoglie uno a uno, se è ancora sulla sua sedia, non si è mosso.

 

Quota


Non si era reso conto del tempo trascorso, né che Lisa non era più in cucina (,) quando si riprese: gli sembrava fossero passati pochi minuti da quando aveva visto il piatto schiantarsi sul pavimento, ma quando si alzò si rese conto che fuori era già buio. Guardò l'orologio: le 4 quattro di mattina. Senza capacitarsi di com'era possibile fosse trascorso tutto quel tempo, e p Preoccupato per non aver preparato la cena, andò in camera a cercare Lisa (,) per chiederle scusa e cercare di spiegarle quello che neanche lui capiva, ma non la trovò. Ancora frastornato e confuso, si mise ad aspettarla sul divano in salotto, così che lei l'avrebbe trovato non appena fosse rientrata. Si addormentò con questi pensieri. 
Louis s Si svegliò il giorno dopo per l'ora di pranzo con un forte mal di testa (. P)  prese un'aspirina e cercò Lisa non era rientrata in casa, di nuovo senza risultati. Provò a chiamarla al cellulare più volte, ma a nessuno squillo seguì la boce refuso della donna. Decise di preparare lui il pranzo, farle una sorpresa per scusarsi. Era preoccupato, ma in fondo fiducioso che sarebbe tornata almeno per mangiare insieme. Lo aveva sempre fatto.  Quando ebbe finito, si sedette e riprovò a chiamarla, e stavolta il telefono era staccato. Le scrisse un messaggio: ormai cominciava a pensare che le fosse successo qualcosa, ma non voleva dar troppa importanza ai propri pensieri.
"Ho fatto il pranzo, quando torni? Mi manchi."

 

Quota


Sapeva che il giorno prima si era rotto qualcosa in modo irrimediabile. Lo sentiva, ne era sicuro, ma era anche convinto che avrebbero fatto come sempre (:) sarebbero passati sopra al segno con una pezza, una mano avrebbe raccolto ancora i pezzi rotti conservandoli con cura in un cassetto in attesa di trovare il collante giusto. Con questi pensieri aspettò ancora, ma Lisa non tornò, né a pranzo né a cena e il suo messaggio non ricevette nessuna risposta. 

 

 

Terrei  l'immagine dei cocci, non della pezza. Via l'ultima frase.

 

Quota


La sera tardi, quando ormai si stava preparando ad andare a cercarla in città, la madre di Lisa lo chiamò al telefono. accapo

Piangeva piano, quasi non volesse farsi sentire, e fra un singhiozzo e l'altro gli disse che Lisa il giorno prima aveva avuto un incidente in auto. Avevano trovato la macchina solo un'ora prima in un fosso (, in) di una strada di campagna, grazie alla segnalazione di un tizio che stava passeggiando col cane. Louis la fece parlare, l'ascoltò come se stesse parlando di un altra persona e più parlava, più la sentiva lontana. Quando le Le chiese il nome della che strada fosse, punto sentì la propria voce provenire da un punto remoto, irraggiungibile rispetto a dove sentiva di essere. La cosa lo straniò, ma non sentiva altro, né dolore, né rabbia: non sentiva assolutamente niente, oltre al telefono che teneva in mano. Non appena la suocera glielo disse il nome della strada, perse consapevolezza anche di quello. qui farei fare qualcosa a lui, una reazione...

 

– Perché perse consapevolezza? Perché non ha rabbia o dolore? non capisco. Ma non è che non lo capisco perché non accetto la reazione fredda, quanto perché tu mi hai presentato un personaggio che vuole farsi perdonare, che ha delle intenzioni di incontro, di risoluzione.

 Qui ha la consapevolezza di ciò per cui sua moglie ha perso la vita. Per loro. E io nn ce lo vedo a reagire così...

– Ho camiato la struttura per tagliare "strada", molto ripetuta.

–  L'exciplit del testo è bellissimo, la storia della colla è meravigliosa. Non è possibile che a lui non prenda un colpo. Lei è andata a cercare quella colla, è morta per farlo. Resta sulla drammatizzazione, Shikana, non sui pensieri che non spiegano nulla. Quindi io arriverei subito a quella. Chiede il nome della strada, e quando lei glielo dice lui non può reagire così, considerato anche il senso di colpa per il giorno prima, assolutamente ingigantito dal gesto di Luisa e dalla sua morte.

Vedi? Non mi hai detto nulla della volontà di Luisa di andare per prendere la colla, ecc ecc. Ma il suo sentire, ciò che la muove è chiaro dal suo gesto. Ed è tutto nel testo. Come altre cose che tendi a spiegare. :) 

Quota


Si ricordò che una volta aveva scherzato con Lisa su dicendole di un vecchio pazzo che abitava proprio in fondo a quella dannatissima strada, che Le aveva detto che aveva ogni sorta di oggetto impossibile, anche una colla potentissima in grado di riaggiustura refuso: riaggiustare qualsiasi cosa, perfino le fondamenta di una casa. Si ricordò che qualche anno prima si erano messi a cercarlo per tutto il pomeriggio, più che mai intenzionati a scoprire la verità su quella colla miracolosa di cui tanto si parlava in paese. Non riuscirono a trovarlo, ma allora erano felici: tornarono verso casa facendo mille ipotesi su quel vecchio pazzo, magari era un fantasma capriccioso che... 
Louis non riuscì piu a pensare, non sentiva più la voce della suocera (,) non aveva idea di dove fosse finito il telefono. D'un tratto si sentì terribilmente stanco. Si distese sul divano e, prima di addormentarsi, vide Lisa aggirarsi nella notte alla ricerca di un fantasma, forse un'invenzione o un'altra bugia, capace di darle l'ingrediente segreto con cui riempire i solchi della distanza fra lei e lui, cercare un modo per sentirsi di nuovo vicini.

 

– Shikana, ma se ricevi una notizia così, esci di casa non ti metti a dormire. Io lo farei uscire di casa. 

– Per la drammatizzazione: è diverso non sentire una voce perché ti cade il telefono o perché non ti raggiunge, non supera i pensieri che la bloccano. Mostrerei la seconda cosa, senza parlare di "pensieri".

– Guarda, rispetto a ciò che ha fatto Lisa, io non lo ripeterei. Vedi che me lo stai spiegando? Le ultime righe, quelle sottolineate, io le taglierei. 

 

 

Ma te la posso dire tutta tutta tutta?

Io finirei il racconto qui:

Non riuscirono a trovarlo, ma allora erano felici.

 

Il testo è molto bello, io toglierei per intero la parte che ti ho segnalato e alcune infodump qua e là sparse.

Perché non ti fidi di te?

O non ti fidi di me che leggo? 

Una storia di gesti come questa, non ha bisogno del corredo di delucidazioni che ci offri. Ho notato che sono le parti più liriche, e tu scrivi poesia. Ma scrivi una poesia rarefatta, che non si affida a tante parole, dovrebbe essere facile per te proporre le tue intense immagini e lasciarle lì come un'unghiata. Quelle graffiano, ti giuro. Ma è come se non le considerassi sufficienti, come se non le sentissi abbastanza eloquenti.

Lo sono, ti assiucro che lo sono. Per questo dovresti cercare di farle respirare di più, e di farle parlare da sole.

Forse, e lo credo sinceramente, ti senti più a tuo agio scrivendo poesie. A me succede il contrario, per questo capisco la dinamica.

 

Mi ha fatto piacere la lettura, della quale ti ringrazio. Mi scuso se penserai che io sia stata invasiva, ma io non parlo di regole e di leggi, io parlo con la pancia e con il mio gusto personale. Quindi non ho in mano nessuna verità e vado presa con tenaglie. Ma se ho fatto questo editing, è perché il testo mi è piaciuto veramente molto moltissimo. E volevo farti capire il mio pensiero riguardo ad alcune cose, come tu hai fatto capire tante cose a me nei tuoi bellissimi e accuratissimi e, soprattuto, intimi commenti.

Perché quando commenti, ci sei dentro tutta.

 

Ti ringrazio ancora.

Due fiori: :flower:

 

 

 

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@Shikana Ciao. Il racconto riesce a creare la tensione claustrofobica della relazione in crisi della coppia, confinata ormai in quella cucina e nel comune rigovernare. Quella cucina e quell'atomo di condivisione assurgono quasi a simbolo di quella relazione, in cui i due si costringono in "un'estenuante permanenza" sperando di trovarvi un residuato di speranza, contro "il logorio del tempo" che pare aver spento il fornello della passione.

In questi giorni sto leggendo per la prima volta Antonio Lobo Antunes e la sua (come definisce egli stesso) scrittura polifonica. In certi tratti questo brano me lo ha ricordato (forse sarà dovuto dalla concomitanza delle letture, non so), là dove il ricordo è evocato dagli oggetti, legato ai fili di una rimembranza in cui ne rimane "appeso alle pareti", assieme alla cognizione di un passato (che forse non c'è più). Ecco che allora il sorriso della moglie resta impigliato nella trama di un tessuto peruviano e i loro volti si riflettono nei cocci di un piatto in frantumi.

Un racconto vibrante, nella psicologia e nella dinamica di coppia, così come nella scrittura che trovo partecipe e avvolgente, in alcuni casi un po' troppo avvolta intorno al periodo eccessivamente articolato.

Nella dinamica del racconto avrei anticipato la figura del matto con la colla, riportandolo alla memoria con la rottura del piatto. Così da non farlo risultare alla fine come una spiegazione e lasciar terminare il racconto con la scoperta dell'incidente di lei in quella via, forse alla ricerca di un collante per i cocci del piatto e di una relazione.

 

Il 28/3/2019 alle 20:40, Shikana ha detto:

le ciocche sudate della frangia le sfioravano gli occhi ma Lisa la scostava con il braccio

qui c'è un conflitto tra il plurale delle ciocche e il singolare della frangia, tanto che in un primo momento avevo pensato a un refuso. Invece mi pare di capire che il primo verbo fa riferimento alle ciocche (che le sfioravano gli occhi) mentre il secondo alla frangia (che la scostava col braccio). Secondo me converrebbe usare o solo le ciocche o solo la frangia. Altrimenti conciliare il plurale o singolare a seconda del soggetto reggente.

Es: al plurale delle ciocche (le sfioravano - le scostava)

oppure, riferendosi alla frangia (la frangia, con le ciocche sudate, le sfiorava gli occhi ma Lisa la scostava con il braccio).

 

Il 28/3/2019 alle 20:40, Shikana ha detto:

un occhiata

refuso

 

Il 28/3/2019 alle 20:40, Shikana ha detto:

Al pranzo aveva sempre pensato lei. Apparecchiava e cucinava pasta con verdure, insalata o frutta,

il trapassato della primo periodo fa sembrare che Lisa sia morta. Userei l'imperfetto variandolo poi dopo (Al pranzo pensava sempre lei: apparecchiare, cucinare la pasta...)

Poi sembra che cucina la pasta con verdure e insalata (o frutta). inserirei un'azione per insalata e frutta (ad es.: preparare).

 

Il 28/3/2019 alle 20:40, Shikana ha detto:

Sparecchiavano e lavavano i piatti insieme da sempre. All'inizio per passare del tempo insieme,

formulerei in altro modo a evitare la ripetizione troppo ravvicinata (es: Louis l'aiutava sempre a sparecchiare e lavare i piatti; all'inizio per...)

Senza contare che appena alla riga sopra c'è questo:

Il 28/3/2019 alle 20:40, Shikana ha detto:

che pensava alla cena mettendo insieme quello che trovava in frigo alla bell'e meglio,

che, volendo, si può snellire con "pensava alla cena con quello che trovava in frigo".

 

Il 28/3/2019 alle 20:40, Shikana ha detto:

Dopo qualche anno fianco a fianco scoprirono di non sapersi più alleggerire

lo trovo superfluo, dal momento che sono una coppia.

 

Il 28/3/2019 alle 20:40, Shikana ha detto:

cominciarono a trattenersi in cucina a vicenda con una scusa qualsiasi, solo per estenuare la loro permanenza in quella zona di speranza in cui vivevano appesi all'attesa di un ritorno ad una vicinanza che fuori da lì sembrava impossibile.

frase un po' troppo lunga e articolata, che mi ha lasciato più confuso che altro.

 

Il 28/3/2019 alle 20:40, Shikana ha detto:

quasi temendo che esponendosi avrebbe tagliato il filo di quella speranza.

refuso, l'intero periodo fa riferimento a entrambi.

 

Nel complesso lo trovo un buon racconto, che personalmente ho apprezzato.

Un saluto e a rileggerti.

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@Rica

Non oso immaginare la pazienza che hai avuto per fare tutto questo lavoro al mio testo. Ti ringrazio davvero davvero tanto. Apprezzo e condivido quasi tutte le modifiche, che appena rimetto malno al testo terrò da conto. Provo a rispondere a qualche domanda. 

 

Il 31/3/2019 alle 00:16, Rica ha detto:

Perché perse consapevolezza? Perché non ha rabbia o dolore? non capisco. Ma non è che non lo capisco perché non accetto la reazione fredda, quanto perché tu mi hai presentato un personaggio che vuole farsi perdonare, che ha delle intenzioni di incontro, di risoluzione.

 Qui ha la consapevolezza di ciò per cui sua moglie ha perso la vita. Per loro. E io nn ce lo vedo a reagire così...

Io vedo la sua reazione di passività totale come estrema manifestazione di dolore: prova così tanto dolore che si estrania da sé, quasi uscendo dal proprio corpo. Nella mia testa non poteva fare altro, ingabbiato com'era dal senso di colpa e dalla consapevolezza della causa per la quale lei era morta. 

 

Il 31/3/2019 alle 00:16, Rica ha detto:

Shikana, ma se ricevi una notizia così, esci di casa non ti metti a dormire. Io lo farei uscire di casa. 

È che proprio perde le forze, il colpo è stato talmente forte che non può far nulla. Capisco sarebbe più razionale farlo uscire di casa, ma così per metà si salverebbe: deve perdere anche lui, e non uscire dalla sua impotenza. Non lo trovo coerente con l'immagine che ho di lui, un'azione adesso: non è mai riuscito ad agire prima, perché agire quando ormai è troppo tardi? Lui si arrende. E il senso di colpa, di fallimento, per questo gli fa così male che esce da sé, e no, a quel punto non prova più niente. Perché non lo sopporterebbe.

Il 31/3/2019 alle 00:16, Rica ha detto:

Perché non ti fidi di te?

O non ti fidi di me che leggo

Penso entrambi. Forse, diffido più nella mia capacità di farmi capire, però.

 

Il 31/3/2019 alle 00:16, Rica ha detto:

Una storia di gesti come questa, non ha bisogno del corredo di delucidazioni che ci offri. Ho notato che sono le parti più liriche, e tu scrivi poesia. Ma scrivi una poesia rarefatta, che non si affida a tante parole, dovrebbe essere facile per te proporre le tue intense immagini e lasciarle lì come un'unghiata. Quelle graffiano, ti giuro. Ma è come se non le considerassi sufficienti, come se non le sentissi abbastanza eloquenti.

La prima cosa che dici è sicuramente un difetto che mi viene dalla formazione: sono abituata a saggi che proprio nelle spiegazioni, che sono fatte in mille modi diversi, emanano poesia. Anche grazie all'ordine e la forma diversa in cui me le consegnano. Ma va cambiato decisamente, e lo penso soprattutto dopo aver letto le tue modifiche.  

 

È molto diverso per me scrivere un racconto da una poesia. Nella poesia spesso nascondo, e posso usare una sintesi che è anche di senso. Posso condensare. Non mi sembra di poterlo fare in un racconto. Non riesco, quanto meno io, a prescindere dalla logica della sua struttura e hai ragione, mi sento quasi a disagio nei racconti, come se non riuscissi a dire abbastanza per far capire. 

 

Il lavoro che hai fatto al mio testo non può che farmi piacere e farmi sentire lusingata di tanta attenzione.

 

Ti ringrazio tantissimo.

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@Vincenzo Iennaco, ciao :)

Il 31/3/2019 alle 06:52, Vincenzo Iennaco ha detto:

Nella dinamica del racconto avrei anticipato la figura del matto con la colla, riportandolo alla memoria con la rottura del piatto. Così da non farlo risultare alla fine come una spiegazione e lasciar terminare il racconto con la scoperta dell'incidente di lei in quella via, forse alla ricerca di un collante per i cocci del piatto e di una relazione.

Sai che forse hai ragione? Ci penserò appena mi ci rimetto sopra.

Ti ringrazio davvero tantissimo per esserti fermato a leggere quanto ho scritto, davvero, e anche per tutte le correzioni e le attenzioni. 

 

Il 31/3/2019 alle 06:52, Vincenzo Iennaco ha detto:

In questi giorni sto leggendo per la prima volta Antonio Lobo Antunes e la sua (come definisce egli stesso) scrittura polifonica. In certi tratti questo brano me lo ha ricordato (forse sarà dovuto dalla concomitanza delle letture, non so), là dove il ricordo è evocato dagli oggetti, legato ai fili di una rimembranza in cui ne rimane "appeso alle pareti", assieme alla cognizione di un passato (che forse non c'è più)

Non conosco quest'autore, lo vado a vedere senz'altro. 

 

Ti ringrazio ancora tantissimo. 

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1 ora fa, Shikana ha detto:

Non oso immaginare la pazienza che hai avuto per fare tutto questo lavoro al mio testo.

 

Un piacere per me. 

1 ora fa, Shikana ha detto:

Io vedo la sua reazione di passività totale come estrema manifestazione di dolore: prova così tanto dolore che si estrania da sé, quasi uscendo dal proprio corpo. Nella mia testa non poteva fare altro, ingabbiato com'era dal senso di colpa e dalla consapevolezza della causa per la quale lei era morta. 

 

1 ora fa, Shikana ha detto:

È che proprio perde le forze, il colpo è stato talmente forte che non può far nulla. Capisco sarebbe più razionale farlo uscire di casa, ma così per metà si salverebbe: deve perdere anche lui, e non uscire dalla sua impotenza. Non lo trovo coerente con l'immagine che ho di lui, un'azione adesso: non è mai riuscito ad agire prima, perché agire quando ormai è troppo tardi? Lui si arrende. E il senso di colpa, di fallimento, per questo gli fa così male che esce da sé, e no, a quel punto non prova più niente. Perché non lo sopporterebbe.

 

Benissimo. Ci sta. Ci sta tutto.

 

Allora ti dico:

1) come lettrice non l'ho colto;

2) fammelo sentire. Ricordi quando ti dicevo di rimanere sulla drammatizzazione? Che per me era il momento in cui lui al telefono? Drammatizzazione che io non ho sentito.

E qui prendimi da lettrice. @Shikana io sono asciutta e non ho bisogno di tante spiegazioni, ma qui manca qualcosa. E non spiegarmelo, ti prego. Ma secondo me dovresti intervenire per tirare fuori quanto dici e quelle che erano le tue intenzioni. :) 

 

 

1 ora fa, Shikana ha detto:

Penso entrambi. Forse, diffido più nella mia capacità di farmi capire, però.

 

Ti si capisce, ti si capisce...

 

1 ora fa, Shikana ha detto:

La prima cosa che dici è sicuramente un difetto che mi viene dalla formazione: sono abituata a saggi che proprio nelle spiegazioni, che sono fatte in mille modi diversi, emanano poesia. Anche grazie all'ordine e la forma diversa in cui me le consegnano. Ma va cambiato decisamente, e lo penso soprattutto dopo aver letto le tue modifiche.  

Nessun difetto. 

Ma tu non stai scrivendo un saggio.

 

1 ora fa, Shikana ha detto:

 

È molto diverso per me scrivere un racconto da una poesia. Nella poesia 1 spesso nascondo, e posso usare una sintesi che è anche di senso. Posso condensare. Non mi sembra di poterlo fare in un racconto. 2 Non riesco, quanto meno io, a prescindere dalla logica della sua struttura e hai ragione, mi sento quasi a disagio nei racconti, come se non riuscissi a dire abbastanza per far capire. 

 

– Esatto. Fidati delle tue immagini. Dammele dopo averle sintetizzate, e io capisco il senso. 

– Non devi prescindere dalla logica della sua struttura, altrimenti io lettore non capirei. Ma puoi presentarmela con molte, molte parole in meno. Ed è questo che non capisco. La tua poesia è condensata. Ti suggerirei di partire da lì.

Per molti, per me sicuramente, il racconto terminato e concluso resta un "punto di domanda", tu usa le immagini e le parole finalizzate a quelle, non le spiegazioni. E io vedrò e capirò tutto.  Quello che voglio dire, è che se tu mi parli di due persone il cui rapporto per uno è di un tipo, per l'altro di un tipo diverso, e me le fai vedere in un abbraccio, basterà dirmi che le braccia di uno rimangono salde sui fianchi in quell'abbraccio, e io capisco il mondo interiore. 

 

1 ora fa, Shikana ha detto:

Il lavoro che hai fatto al mio testo non può che farmi piacere e farmi sentire lusingata di tanta attenzione.

 

Ti ringrazio tantissimo.

 

L'ho fatto perché mi hai colpita. 

Sono io a ringraziarti. 

Tanto. :) 

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