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cynthia collu

La vegetariana, di Han Kang

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“La Vegetariana”  è un romanzo inquietante. Molto. Scritto dalla poetessa e scrittrice sudcoreana Han Kang –– è uno di quei romanzi nel quale il pubblico, aiutato dal passaparola, dalla pubblicità e dal titolo che indubbiamente attira l’attenzione, riversa troppe aspettative che però a mio avviso non vengono del tutto soddisfatte.

Partiamo dal titolo. LA VEGETARIANA: Precisiamo subito che qui non si parla di vegetarianismo, nel senso che non c’è nessuna discorso etico sul mangiare animali o meno; non si parla, insomma, di scelte di vita alimentari in rispetto alla vita animale. Si parla, invece, di rifiuto, di orrore, forse, verso la propria carne. E di molto di più, come vedremo più tardi.

Cominciamo dall’incipit. molto significativo:

 («Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l'avevo sempre considerata insignificante.») E’ il signor Cheong,  il marito, che parl, e ci introduce nella prima parte del libro, raccontata da lui in prima persona.

 

Yeong – Hye, la protagonista,  è una donna accondiscendente, remissiva, di poche parole, sposata con un anonimo impiegato di una grande azienda, e vive con lui a Seul, nella Corea del Sud. Insieme conducono una vita ordinaria, senza troppe pretese.

Lei cucina e trascorre la maggior parte del suo tempo da sola, a leggere; col marito parla poco o niente. Ed ecco che succede qualcosa. Una notte il marito la trova in cucina, per terra: yeong-Hye ha svuotato il freezer e gettato sul pavimento tutte le provviste di carne. Interrogata dal marito sul suo strano comportamento, risponde che vuole gettare tutto in pattumiera. Dice che ha fatto uno strano sogno, che l’ha molto turbata. Un sogno dove lei vagava in luogo disgustoso, dove dappertutto c’erano pezzi di carne sanguinolente appese ai ganci. Ha provato un disgusto tale che ha deciso di diventare vegetariana. Il marito non le presta grande attenzione (d’altra parte non gliene ha mai prestata) , pensa a una bizzarria del momento e se ne torna a dormire.

Ma i mesi trascorrono e Yeong-Hye dimagrisce a vista d’occhio, il marito allora si rivolge ai parenti di lei. E qui c’è una scena brutale e bellissima narrativamente: il padre, davanti al rigiuto di Yeong di mangiare carne, la schiaffeggia e poi la costringe con la forza a ingoiarne un boccone.

Qui c’è il primo strappo di Yeong, la sua prima ribellione. Reagirà con un gesto estremo, che la porterà diritto in manicomio.

La seconda parte a mio avviso è la più debole: tante cose mi sono sembrate inverosimili, tutta la storia mi sembrava al limite del ridicolo. però non so, forse è a causa della mia poca conoscenza di estetica orientale. 

Yeong è uscita dal manicomio, il marito è fuggito a gambe levate da questa moglie una volta così servizievole e ora così ingombrante, e di lei si occupa la sorella In-hye

Il marito di In, cognato della nostra vegetariana, viene a sapere  dalla propria moglie che la sorella ha su una natica un rimasuglio di macchia mongolica – una particolare voglia bluastra congenita che di solito sparisce nei primi anni di vita - rimane folgorato sulla via di Damasco da quest'immagine, tanto da cominciare a desiderare intensamente (sessualmente) la prima del tutto ignorata cognata.

Finché non deciderà di dipingerla di motivi floreali per un video che vuole girare, e riuscire così a scoparsela.

La moglie li scoprirà, e farà internare entrambi.

Ed ecco che arriva la terza parte, a mio avviso la migliore. quella che quasi tutti trovano la più debole, e che invece a me è risultata la più commovente. Si intuiscono le motivazioni di Yeong-Hye, come mai ha rinunciato alla carne e al mangiare (e quindi, alla vita) per poter diventare come i vegetali, per poter essere solo pianta, senza bisogno  di niente, pensieri, parole, dolore, zut! via!, solo acqua e ossigeno per vivere. Viene fuori il personaggio della sorella, che la invidia perché, come lei, vorrebbe morire, varcare il cancello del "NO" che non ha mai osato oltrepassare mentre Yeong-hye ce l’ha fatta.

A che ha detto NO Yeong-hye?

Al marito che la usa più o meno come un elettrodomestico silenzioso e accondiscendente, al padre brutale, che la schiaffeggia per farle ingoiare un pezzo di carne, alla società maschilista, che considera la donna un oggetto di proprietà del maschio, un oggetto di cui può fare e disfare a suo piacimento.

A chi l’ha resa invisibile.

Ed è rifiutando la carne (anche col decidere di non fare un figlio, perché sarebbe generare altra carne), e quindi rifiutando la propria carne sino a diventare un vegetale, che Yeong-hye proclama il suo diritto a esserci, ad avere un’individualità che gli altri non le hanno mai riconosciuto.

E’ questa l’unica difesa di questa donna.

Disturbante, dicevo. Perché l’impotenza degli esseri umani davanti alla violenza, donne o uomini che siano, mi ha sempre fatto star male.

Disturbante perché, soprattutto per le donne, di fronte alla prevaricazione sembra non esserci altra alternativa che distruggersi, invece d’imparare a difendersi, anche distruggendo.

 

 

Solo nella terza parte del libro, dal titolo “Fiamme Verdi”, si scoprirà il passato duro di Yeong- Hye la sua vita vissuta in una famiglia patriarcale che rivela tutti gli arbitrii e le violenze di cui può essere capace quando il padrone, l’uomo, considera le persone, oggetti di esclusiva proprietà, da manipolare e brutalizzare a piacere.

Una violenza consumata nell’intimo del focolare domestico, e si intuisce il motivo per cui il sangue e la carne facciano così tanto ribrezzo alla donna, e il perché di quella decisione di diventare vegetariana – poi vegana – poi digiunante fino a credersi alla pari di un vegetale -scelta che diventa, presumibilmente, l’unica difesa possibile dinanzi alla violenza maschile.

Una decisione che esula dall’etica, dalla ragione salutista o estetica. Il rifiuto di mangiare carne dà alla protagonista l’illusione di potersi sottrarre a quel ritmo di macellazione, di cui, in qualche modo, anche lei ne ha fatto parte.

 < Anch’io faccio dei sogni, sai? Dei sogni… in cui potrei dissolvermi, lasciare che abbiano il sopravvento su di me… Ma non esiste solo il sogno, no? Dobbiamo svegliarci a un certo punto, non è così?>

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