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cynthia collu

L'urlo e il furore di Faulkner

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«Dallo steccato, tra i buchi dei fiori arricciati, li vedevo giocare. Loro venivano verso la bandiera e io andavo lungo lo steccato. Luster frugava in mezzo all’erba sotto l’albero dei fiori. Loro tolsero la bandiera e colpirono la palla. Poi rimisero a posto la bandiera e raggiunsero la piazzuola, e prima tirò uno e poi l’altro. Poi ripresero a camminare e io li seguii lungo lo steccato. Luster si staccò dall’albero dei fiori e andammo avanti lungo lo steccato, e loro si fermarono e ci fermammo anche noi, e io guardavo dai buchi della siepe mentre Luster frugava in mezzo all’erba».

(William Faulkner, L’urlo e il furore, Einaudi, Torino, 2012).

 

Era il 1929. Un giovane Faulkner, allora trentenne, scrisse quello che viene reputato uno dei capolavori della letteratura mondiale.
Un romanzo con cui ho scoperto la grandezza di questo autore (per me il più grande scrittore americano del '900), che mi ha letteralmente stordita per la potenza  e la bellezza della storia e della scrittura.
Quattro persone raccontano quello che è successo, l'epopea della famiglia Compson: i tre fratelli maledetti e la loro domestica negra (il termine è usato da Faulkner, ed era normale, in quegli anni), l'unica voce in terza persona, che tirerà le fila della storia. I tre fratelli, invece, parleranno in prima.
L'incipit si riferisce al primo monologo, (quello che di solito spaventa e allontana i lettori, perché risulta incomprensibile) ed è di Benji, il fratello ritardato, che anzi non parla, percepisce e basta, mettendo passato e presente sullo stesso piano temporale. Il primo monologo, quindi, a una frettolosa lettura risulta ostico, ma se si ha pazienza, se ci si ascia andare alla bellezza della scrittura, si capisce facilmente che l'uso del carattere normale alternato a quello del corsivo alterna anche i piani temporali, svelandoci squarci del passato rivelatori della tragedia dei fratelli Compson.
Non aggiungo altro, se non un consiglio per questo libro: leggetelo, leggetelo, leggetelo!

 

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Libro magnifico, sicuramente tra i più difficili che abbia mai letto. Faulkner è uno dei pochi autori a prendere davvero sul serio il punto di vista personale dei personaggi. A parte questo ho letto solo "Gli Invitti", che invece non mi piaciuto molto, cos'altro di lui mi consiglieresti? @cynthia collu

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Ciao @Vincenzo Ferrara, a me è piaciuto molto Santuario che Faulkner (a mio avviso prendendo per i fondelli i critici e perché no? anche i lettori) disse di aver scritto meramente per motivi commerciali (insomma, bisogno di dané).
Alla faccia del commerciale! dico io. 
Grande romanzo, grande scrittura. Certo non sperimentale come L'Urlo e il furore, ma questo non toglie nulla al suo valore.
Buona lettura, dunque. E se vuoi fammi sapere.

  • Grazie 1

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