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nerinacodamozza

Scrivere di se stessi

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Accolgo l'invito di @Cicciuzza anche se già mi ero intrufolata qua senza invito. Un tempo passavo molto tempo su questo forum, e proprio in questi giorni ho pensato al periodo in cui scrivevo. Poi ho capito che ero più brava con le storie degli altri rispetto alle mie, principalmente per un motivo. Io avevo un'incontenibile tendenza a scrivere di me. Per quanto pensassi a personaggi con le loro motivazioni, i loro conflitti, background e caratteri autonomi, tendevo a "scrivermi". Non so se avete mai visto Essere John Malkovich. Per me scrivere era un po' come vivere la scena al ristorante. Che fa ridere con angoscia.
Come vivete questo aspetto? Vi sopportate? Vi scordate chi siete?

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Il 7/3/2019 alle 23:55, nerinacodamozza ha detto:

Io avevo un'incontenibile tendenza a scrivere di me.

 

Tu scriveresti bene anche la lista della spesa. :sù:

 

Io sono arrivata alla conclusione che tutti scriviamo solo di noi stessi nel profondo, ma che nessuno dovrebbe farlo in superficie.

 

Cerco di spiegarmi. Anche se stiamo scrivendo la nostra autobiografia, dobbiamo trattarci come un personaggio e trattare la nostra storia come fosse un arco narrativo inventato: a nessuno interessa quanto siamo fighi ed eroici e sempre nel giusto. Quello che è interessa è quanto siamo sbagliati, quanto siamo attaccati alle nostre piccinerie, quanto ci troviamo costretti a superarle.

 

Dall’altra parte, anche se scriviamo di elfi fatine e animali parlanti dobbiamo mettere qualcosa di noi nei personaggi e nelle storie. E questo vale soprattutto per gli antagonisti e i cattivi in genere: di nuovo, è la nostra parte sbagliata che rende grandi le nostre storie.

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Penso che sia inevitabile scrivere anche di se stessi, ma quel che può fare la differenza è scrivere a partire da se stessi: non dobbiamo essere il fine, ma la nostra esperienza può diventare uno strumento per contattare l'altro. Quando scrivo ogni tanto mi fermo e mi chiedo: questo mio sentire può essere condiviso? Può parlare a qualcun altro di se stesso e aiutarlo a dar forma a qualcosa che sa, ma non sa di sapere? Credo che chi scrive abbia una responsabilità nei confronti di ogni potenziale lettore, perché può avvicinarlo oppure allontanarlo dalla propria verità (la verità del suo sentire, intendo) e le parole possono essere usate per vedere meglio o più a fondo la realtà, ma anche per accecarsi o deviare da essa.

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12 ore fa, Mathiel ha detto:

non dobbiamo essere il fine

Sono d'accordo con @Mathiel tranne che sul punto della citazione. Non dobbiamo essere l'unico fine, ma dobbiamo essere uno dei fini. Due fini ci dovrebbero essere, secondo me, nella scrittura: appunto se stessi (il primo) e tutti gli altri (il secondo). Scrivere per se stessi, per capirsi, per giungere a nuove forme di consapevolezza di cui usufruire in prima persona è la spinta primaria, senza la quale credo sia difficile sentire l'urgenza della scrittura; scrivere per gli altri è, come diceva Mathiel, una responsabilità: raggiunta una verità, un sentire, una proposta di strada da seguire per la felicità, o, nel meno impegnato dei casi, creata una bella storia, lo scrittore ha la responsabilità di non tenere il tesoretto per sé, di condividerlo per tentare almeno di fare agli altri quel poco di bene che può. Perciò, @nerinacodamozza, non ti devi preoccupare: guarda la cosa come un pregio: significa che hai davvero l'urgenza di scrivere e che nel farlo ti fai del bene. Basta che poi allarghi lo spettro d'interesse.

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Secondo voi può essere utile, quando si scrive una storia ispirata a vicende autobiografiche, ricorrere all'uso della terza persona, anziché della prima, come voce narrante? Sto pensando che potrebbe aiutarmi a spogliare il testo di quell'eccesso di personalizzazione che inevitabilmente si crea, specie per chi è alle prime armi come me. Ho cambiato l'intreccio e i protagonisti in modo da farne appunto una storia autonoma e non la cronaca delle esperienze mie e delle persone a me vicine, cercando però di mantenere l'atmosfera di fondo e il messaggio che vorrei esprimere. Scrivere la mia storia tale e quale, o quasi, non solo non mi andrebbe, ma sarebbe uno sfogo e basta: io voglio farne un testo che possa interessare anche ad altri, capire se questo tipo di storia può suscitare emozioni o curiosità di suo, non servire solo a me.

Certo, passare dalla prima persona alla terza implicherebbe una riformulazione del romanzo e anche la riscrittura totale di molte sue parti, ma è qualcosa su cui sto riflettendo perché potrebbe rendere il tutto più interessante ed equilibrato a livello narrativo, dando voce al punto di vista di tutti i personaggi e non solo della protagonista, senza il rischio di sortire l'effetto "diario segreto".

Voi che ne pensate? Qualcuno si è trovato nella stessa situazione?

 

 

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Io ho avuto qualche problema col mio primo romanzo, in questo senso. Era scritto in prima persona e ho cominciato a provare un certo fastidio all'idea che i lettori potessero identificare l'io narrante con me (in realtà io e la protagonista ci somigliavamo davvero pochissimo e non mi ero particolarmente ispirata a me stessa per scriverla).

In ogni modo, andando all'argomento principale del post, la tendenza a scrivere di sé è difficile da evitare, ma allo stesso tempo non riesco a vederla come un problema. Mi spiego meglio. Siamo esseri umani e in quanto tali mutiamo continuamente. La me di un anno fa non è la me di adesso e nonostante ci siano alcune costanti nel nostro carattere, nonostante ci siano delle cose che ci rendono inequivocabilmente noi, siamo anche dotati del bellissimo lusso di poter cambiare. Questo non succede ai personaggi di un romanzo. Loro sono in un certo modo quest'anno, e saranno uguali nel momento in cui rileggerai il romanzo tra vent'anni, ritroveremo sempre le stesse persone, la stessa dinamica, la stessa storia (nonostante La Storia Infinita insegni che i libri cambiano ogni volta che li leggi, in realtà siamo noi a essere cambiati e a leggere tra le righe cose diverse). Quindi, anche prendere ispirazione de se stessi (e in questo "se stessi" includo tutto ciò che ci coinvolge e ci circonda, la nostra vita quotidiana, le persone che conosciamo bene e che incrociamo per strada, gli ultimi film che abbiamo visto, la musica che stiamo ascoltando, il nostro appartamento, la stagione che osserviamo fuori dalla finestra) non è necessariamente un male, perché è comunque un qualcosa di transitorio, qualcosa che, tra qualche anno, mese o addirittura giorno, sarà completamente diverso. E si trasformerà, nello scrivere, in qualcosa di immobile e permanente.
Mi è capitato a volte di rileggere qualcosa di vecchio, qualcosa che avevo scritto mesi fa, anni fa, non importa, e non riconoscerci né me stessa né le mie idee, erano un riflesso cristallizzato di qualcosa che è stato, ma non è più. E a quel punto, qual è la differenza tra una cosa totalmente inventata (che per definizione non può esistere) e qualcosa che, invece, affonda le sue radici in una realtà che non è più reale?

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Io ho notato però che quando scrivo in terza persona sono molto più veloce, proprio perché mi sento meno "me stessa" e non sono rallentata dalla paura di scrivere un testo troppo personale.

È anche vero che la prima persona in certi casi è più coinvolgente, specie nelle parti introspettive, se non si esagera.

Farò così: scriverò in terza persona i capitoli che mancano e vedrò come viene il tutto. Se mi convince, darò la nuova impostazione al romanzo, altrimenti lo terrò in prima , coi i tagli necessari perché non diventi troppo noioso e "sbrodolato".

 

In generale, da lettrice, la prima persona mi piace molto, specialmente nei romanzi di formazione o nella narrativa contemporanea, se il libro è scritto al passato, soprattutto. Non mi chiedo "Sarà l'autore che parla di sé?", sempre e comunque. Se la storia e lo stile mi piacciono, questo è irrilevante.

Ma quando si scrive è diverso, in effetti. Con la terza io ho paura di dire troppo poco, il mio non è un thriller o un giallo dall'intreccio super dinamico e pieno di suspence, quindi il tono introspettivo è uno degli elementi costitutivi, ma con la prima l'effetto pistolotto è elevatissimo.

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Bentornata, @nerinacodamozza

Discussione molto interessante :)

 

Io penso che non solo scrivere di se stessi sia accettabile, normale, logico: penso sia necessario.

In fondo, tutti gli scrittori lasciano qualcosa di sé nelle parole che mettono una dietro l'altra. Certo, lo fanno in diverse misure, ma si può evitare di farlo al cento per cento? Be', secondo me se si è "scrittori" no. Se si è novellini sì.

"Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi" (mi pare sia di Kafka), e secondo me vale non solo per il lettore, ma per lo stesso scrittore! Se uno scrittore non si scava dentro (e scrive di se stesso in varie forme) sarà tutto vano, inutile, vuoto.

L'arte (cantare, suonare, dipingere... e anche scrivere) è fatta di tecnica, teoria e talento, va bene. Ma anche di emozioni: e dove le prendiamo, se non dentro noi stessi?
Scrivere di se stessi è il primo passo per scrivere bene; scrivere di se stessi insegna a scrivere di se stessi anche senza farlo davvero.

Ok, ora sembro un po' Recalcati, ma è quello che penso :D 

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Qualsiasi cosa scriviamo, passa dal filtro della nostra mente.

Anche il tema più lontano dalla nostra realtà quotidiana viene contaminato dalla nostra visione delle cose e del mondo.

Le sensazioni tattili ed emozionali, con cui descriviamo gli accadimenti della nostra narrazione, non possono essere che frutto dell'esperienza fisica ed emotiva del nostro vissuto.

Lo è anche quando immaginiamo solamente, con la fantasia, una situazione, un' esperienza che non abbiamo mai avuto modo di vivere.

Credo che nello scrivere non ci sia possibile non rìvelare qualcosa di noi, anche se ci ripromettessimo scientemente di farlo.

 

Bella discussione comunque.

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Non capisco! E quando non capisco sragiono (più del consueto).

 

Dunque, secondo molti di voi, io italiano con una mente italiana e nutrito fin dall'anno zero della mia esistenza di italianità soggettiva individuale personale ed unicamente mia perché frutto di un vissuto condizionante e formante la mia "mente", mai e poi mai io, da italiano quale sono, potrei calarmi nei panni di un aborigeno che difende la sua montagna sacra dall'invasione dei turisti mordi e fuggi? Già... perché se non trovo dentro di me la sensazione tattile ed emozionale, il qualcosa di me, la tendenza a scrivere di sé, l'ispirazione da me stesso, il frutto della mia esperienza emotiva, l'autobiografismo generatore di contatti con gli altri, lo scrivere come vivere, la vita che si deposita tra le righe,  etc, etc. etc.,  che mi faccia sentire l'autentica frustrazione  dell'aborigeno come la mia frustrazione, come potrei mai risultare convincente e suscitatore di vibranti riflessioni? 

 

Mi state dicendo, ma per questo non occorreva aprire una discussione, che in quanto esseri umani dotati di parola obbediamo all'istinto di umanizzare la nostra lingua? Di ricercare una lingua prodotta e nata dal nostro esser nati? Di ricreare il mondo adottando  uno stile  non copiato? Va bene, ma che c'entra questo col vissuto? Non  mi risulta che i medi/piccoli/grandi scrittori siano (stati) degli autentici criminali, conoscitori del fango più fango dell'animo umano e che debbano per forza essere -gli scrittori- anche psicologi, psichiatri, oncologi e ottici e fabbricanti di protesi, perché questi sono gli unici competenti in grado di esprimere per iscritto le vere nefandezze della vita vissuta?

 

Stiamo forse dicendo che quando Swift dà alle stampe Una modesta proposta - I figli dei poveri potrebbero essere venduti in un mercato della carne all'età di un anno per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione - egli, lo scrittore, celerebbe dietro il sarcasmo e lo stile economicista i vizi le ideologie i preconcetti della sua classe di appartenenza, della sua famiglia, della sua società? Sacrosanta verità (forse), ma ci interessa? Noi oggi rileggiamo il suo "unico" pamphlet satirico e lo comprendiamo linguisticamente e concettualmente perché qualcosa del vissuto suo di "inglese" coincide con il nostro di "italiani" dediti allo scavo interiore che nobilita la parola scritta?  Ohibò.

 

Siamo esseri umani che creano, inventano, scoprono. E dato che dell'animo umano tutto è stato già detto scoperto e inventato, attraverso il linguaggio, a noi, contemporanei della parola che ci racconterebbe, non resta altro da fare che sognarla la parola nuova che a partire dalla nostra unicità di pensiero = di creatività (che ci frega sapere da quale esperienza vissuta trae origine!)  ci ricrei, ci esprima in altro modo, ci rimodelli, proprio in virtù di ciò che scrivendo potremmo vivere/sapere/delineare/analizzare di noi stessi e del nostro destino -una volta abolita  l'illusoria certezza d'aver vissuto questo e quell'altro da proiettare in eterno nella scrittura.

 

Scriviamo per inventarci una identità che ci rappresenti al meglio, lontana, lontanissima dalle mille illusioni/certezze concepite vivendo le nostre esperienze. Scrivo per liberarmi di e da me stesso -ma forse anche questo non è altro che un inganno insito nel linguaggio umano. Da sempre. 

 

Un cordiale saluto.     

 

 

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Il 13/3/2019 alle 20:21, swetty ha detto:

a nessuno interessa quanto siamo fighi ed eroici e sempre nel giusto. Quello che è interessa è quanto siamo sbagliati, quanto siamo attaccati alle nostre piccinerie, quanto ci troviamo costretti a superarle.

 

Dall’altra parte, anche se scriviamo di elfi fatine e animali parlanti dobbiamo mettere qualcosa di noi nei personaggi e nelle storie. E questo vale soprattutto per gli antagonisti e i cattivi in genere: di nuovo, è la nostra parte sbagliata che rende grandi le nostre storie.

14 ore fa, Niko ha detto:

L'arte (cantare, suonare, dipingere... e anche scrivere) è fatta di tecnica, teoria e talento, va bene. Ma anche di emozioni: e dove le prendiamo, se non dentro noi stessi

4 ore fa, Renato Bruno ha detto:

Non  mi risulta che i medi/piccoli/grandi scrittori siano (stati) degli autentici criminali, conoscitori del fango più fango dell'animo umano e che debbano per forza essere -gli scrittori- anche psicologi, psichiatri, oncologi e ottici e fabbricanti di protesi, perché questi sono gli unici competenti in grado di esprimere per iscritto le vere nefandezze della vita vissuta

4 ore fa, Renato Bruno ha detto:

Scriviamo per inventarci una identità che ci rappresenti al meglio, lontana, lontanissima dalle mille illusioni/certezze concepite vivendo le nostre esperienze. Scrivo per liberarmi di e da me stesso -ma forse anche questo non è altro che un inganno insito nel linguaggio umano. Da sempre

Il 13/3/2019 alle 20:36, Mathiel ha detto:

non dobbiamo essere il fine, ma la nostra esperienza può diventare uno strumento per contattare l'altro

 

 

In questi frammenti ho riportato tutto il mio pensiero. Aggiungo solo che uno degli insegnamenti ricevuti per scrivere comunicando il più possibile è stato: Quando dovete descrivere un sentimento (rabbia,  felicità, stupore, dubbio...) attingete al vostro bagaglio emozionale. Ricordate come vi siete sentiti quando avete percepito in voi lo stesso sentimento, le cause saranno diverse ma il sentire è comune se pur personale. 

Come Bruno, scrivo per non essere me, per entrare dentro la mente e il corpo di personaggi lontani anche anni luce, ma i loro sentimenti so benissimo che sono e saranno gli stessi che ho già provato (e che ancora proverò), devo anche amplificarli o smussarli a seconda delle storie, certo, ma parto da ciò che conosco. Quindi noi autori saremo sempre lì con il nostro bagaglio emozionale a far sì che i nostri personaggi raccontino al meglio la loro storia.

 

 

 

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Il 13/3/2019 alle 21:21, swetty ha detto:

Io sono arrivata alla conclusione che tutti scriviamo solo di noi stessi nel profondo, ma che nessuno dovrebbe farlo in superficie.

sono proprio d'accordo con te. Io non lo sapevo, l'ho scoperto poco tempo fa. Soprattutto quando si scrive in superficie si sente subito perché la scrittura risulta poco agile, si sente che l'autore si è allontanato.

 

Il 13/3/2019 alle 21:21, swetty ha detto:

Quello che è interessa è quanto siamo sbagliati, quanto siamo attaccati alle nostre piccinerie, quanto ci troviamo costretti a superarle.

esatto di nuovo! E farlo fare a un personaggio è davvero una buona maniera per dirla tutta, tanto non siamo noi è solo un personaggio.

Come dice @Mathiel la nostra esperienza è il mezzo con cui ci avviciniamo al lettore che si riconosce in quello che ci è successo e che abbiamo sentito o desiderato. Parlare di noi è inevitabile anche quando sembra di star scrivendo un lavoro tutto di fantasia, io non credo si possa fare. Credo sia una questione di sincerità. Magari non c'è una parte di noi sempre nelle nostre storie, ma c'è sicuramente qualcosa che conosciamo molto bene e quindi è un po' la stessa cosa.

Anche quando scriviamo per non essere noi, per inventarci un'identità che non è la nostra, come dicono @Adelaide J. Pellitteri@Renato Brunoc'è comunque qualcosa di personale e attinto dalla nostra esperienza. C'è poco da fare secondo me, è solo una questione di rendersene conto. Certo che inventiamo un personaggio secondo le caratteristiche di quello che avremmo voluto essere, e allora? Questo non significa forse dare voce a un desiderio? Secondo me è impossibile non infilare qualcosa di noi in ogni storia. Perché scriviamo di quello che conosciamo e anche perché siamo esseri umani, di base egocentrici. 

15 ore fa, Niko ha detto:

Scrivere di se stessi è il primo passo per scrivere bene; scrivere di se stessi insegna a scrivere di se stessi anche senza farlo davvero.

<3

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Credo che anche quando si scrive di mondi fantastici, di scenari esotici mai visitati, o che non esistono, qualcosa della soggettività dell'autore venga sempre fuori e non è un male, altrimenti ogni narrazione sarebbe asettica o solo un esercizio di stile. D'altra parte, se si sceglie di scrivere proprio quella storia, ci sarà un motivo. 

Il problema è, soprattutto per gli aspiranti inesperti, dosare bene le cose, perché, a meno di non comporre un capolavoro assoluto che resterà nella storia, il puro lirismo autobiografico del perfetto sconosciuto, se non c'è dietro una storia forte e interessante, rischia di non trovare alcun riscontro. Credo che in pochissimi scrivano davvero solo per se stessi, la speranza è quella di essere un giorno letti e apprezzati da un pubblico, anche minimo.

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Il 14/3/2019 alle 16:44, Niko ha detto:

Bentornata, @nerinacodamozza

Discussione molto interessante :)

 

Io penso che non solo scrivere di se stessi sia accettabile, normale, logico: penso sia necessario.

In fondo, tutti gli scrittori lasciano qualcosa di sé nelle parole che mettono una dietro l'altra. Certo, lo fanno in diverse misure, ma si può evitare di farlo al cento per cento? Be', secondo me se si è "scrittori" no. Se si è novellini sì.

"Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi" (mi pare sia di Kafka), e secondo me vale non solo per il lettore, ma per lo stesso scrittore! Se uno scrittore non si scava dentro (e scrive di se stesso in varie forme) sarà tutto vano, inutile, vuoto.

L'arte (cantare, suonare, dipingere... e anche scrivere) è fatta di tecnica, teoria e talento, va bene. Ma anche di emozioni: e dove le prendiamo, se non dentro noi stessi?
Scrivere di se stessi è il primo passo per scrivere bene; scrivere di se stessi insegna a scrivere di se stessi anche senza farlo davvero.

Ok, ora sembro un po' Recalcati, ma è quello che penso :D 

 

Condivido in pieno le parole di Niko, faccio fatica ad aggiungere altro a questi pensieri che condivido in pieno: quando scriviamo credo sia inevitabile non mettere in gioco il nostro "io", la nostra esperienza di vita ed il nostro modo di vedere le cose... se lo facessimo sarebbe una scrittura asettica e priva di sentimento, non credete?

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Il 8/3/2019 alle 10:31, Alexander91 ha detto:

Penso sempre che se mai mi mettessi a scrivere, quello sarebbe uno dei miei incubi. :asd:

Come dicevo sopra qualche mese fa, mi sono imbattuto in questo problema. Che facciamo quando il personaggio protagonista che abbiamo pensato siamo noi stessi? Non in senso letteralmente autobiografico, né in senso lato del 'la nostra scrittura è espressione di ciò che siamo'. Intendo proprio nel senso di: "guarda questo scemo, ha fatto il protagonista uguale a lui". Una sorta di egocentrismo dello scrittore. Vi porto il mio esempio.

Da ormai una dozzina d'anni c'è una mezza idea di storia nella mia mente. Tra i personaggi meglio definiti, ci sono due o tre protagonisti, più il cattivo. Uno di questi protagonisti è una via di mezzo tra quello che sono, quello che penso di essere e quello che vorrei essere, come in una fantasticheria adolescenziale. Gli altri personaggi però vanno bene. Nel corso degli anni ho pure trovato un tema che più o meno ci starebbe bene col tutto. Però non voglio dare l'impressione che quel protagonista sia io e che la storia in realtà sia tutto un mio personale trip mentale per affrontare il problema espresso dal tema. Perché? Probabilmente perché so che le prime persone a cui farei leggere qualcosa sarebbero quelle che mi sono più care e avrei paura di essere giudicato da loro, perché sarebbe come squarciarmi il petto e fargli vedere quello che c'è dentro. E non voglio che ne ridano. O meglio, non voglio che ridano del mio modo di espormi ed esprimermi in questa cosa. Cosa che peraltro esprimo chiaramente tutti i giorni parlandone con loro fino alla noia. Insomma, ho paura che ridano a sentirmi parlare delle stesse cose in un romanzo, come se non ci fosse bisogno di ricorrere a quella forma lì per parlarne. E allora forse la risposta è insita nella domanda, e invece che scriverci una storia sopra dovrei parlarne con qualcuno... Ma mi sto allontanando dal seminato.

Tenendo conto di quanto detto, ho provato a tagliare il personaggio in questione e a sostituirlo. Il problema è che per come è pensato tutto il resto ci vuole per forza un personaggio così, qualunque altra cosa non andrebbe bene: il tema, l'ambientazione, persino gli altri personaggi sono tutti inventati e costruiti a partire da lui. Come, che ne so, un cavatappi: lo puoi usare finché i tappi non cambiano forma. Nel momento in cui cambi tipo di tappo, ti serve un cavatappi diverso. E diventa allora un'altra storia. Insomma, mi ritrovo a dover scegliere se abortire e passare ad altro o no. E probabilmente questo è il motivo per cui ancora non ho scritto una riga. A tal proposito, la mia ragazza, che qualcosa scrive davvero, mi ha detto che le uniche idee che non è mai riuscita a portare a termine sono proprio quelle che hanno un protagonista che le somiglia troppo, che si basano troppo 'su di lei'. Io adesso che me lo ha detto mi ritrovo molto in questa cosa, a livello di impressione. Come diceva quel tale allora, che fare? ._.

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3 ore fa, Alexander91 ha detto:

Come diceva quel tale allora, che fare?

Scrivere. Se l'idea di questo romanzo/racconto ti è cara, dalle una possibilità. Se ti diverte e ti dà soddisfazione, perché negarseli? 

Per rendersi conto che si è stati patetici, egocentrici, banali... ci sono sempre le riletture e i beta readers (magari persone diverse da amici e familiari, come ha detto a me il buon Kuno una volta). Credo fermamente si possa scrivere bene solo di quello che si ritiene importante (anche se questo non è un requisito sufficiente per scrivere, ovvio) e un sacco di autori con controcavoli hanno scritto se stessi.

My Two cents.

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Il mio personaggio, nel romanzo che sto scrivendo, è di fatto il mio alter ego. Diverso da me per professione, provenienza geografica, familiare e anche per molti aspetti del carattere, ma gli ho fatto vivere una mia esperienza, che mi ha molto segnata e che al giorno d'oggi è purtroppo abbastanza diffusa, quindi potrebbe anche, se scritto bene, attirare pubblico. Ovviamente è solo un desiderio, magari non si avvererà. Il punto è che però lo scrivo più volentieri in terza persona, mi sento più disinibita, posso inserire punti di vista molteplici ed evitare l'effetto "lagna" con maggior facilità.

Probabilmente perché l'argomento mi tocca troppo nel profondo, altrimenti la prima persona, nella scrittura, di solito mi viene molto naturale: ho scritto di recente due racconti composti di getto, in prima, e, per quello che vale, sono stati apprezzati.

La differenza secondo me sta tra  "mettere nella storia la soggettività dell'autore"  e "scrivere l'autobiografia dell'autore". Nel secondo caso, per quanto la storia possa venire romanzata, trasfigurata, rimaneggiata, la coincidenza tra il vissuto personale dell'autore e la materia e i personaggi del testo finisce per paralizzare lo scrittore stesso. A meno che uno sia già esperto o scriva proprio la sua autobiografia per proporla in quanto tale.

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