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Bullitt70

Non farsi capire dal lettore

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15 minuti fa, Bullitt70 ha detto:

Come da titolo,
il mio più grande incubo è quello di non farsi capire da chi legge... Vi è mai capitato?

Sì, ed è uno dei motivi che spinge a usare il tell in determinate parti della storia. 

 

Vedi la cosi: più quello che scrivi è concreto, più devi usare show, aumentando il tell all'aumentare dell'astrattezza dell'argomento. 

 

Astrattezza... È una parola? XD 

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10 minuti fa, Bullitt70 ha detto:

Come da titolo,
il mio più grande incubo è quello di non farsi capire da chi legge... Vi è mai capitato?

Dev'essere un incubo molto comune, perché da editor posso garantirti che mi capitano spessissimo autori che ripetono due, tre quattro volte le stesse informazioni.  Questo accade non solo con i dettagli della trama, ma purtroppo anche con le caratteristiche psicologiche del personaggio, fino a limiti estremi in cui il protagonista, dopo aver malmenato due o tre persone che gli avevano teso un agguato, si spazzola la giacca con la mano e l'autore si sente in dovere di commentare:  "Lui era proprio un tipo duro."  :bandiera: (Hai capito, lettore, sì? Se no te lo rispiego...).

L'esempio è di fantasia, ma non troppo...

 

I lettori in realtà sono molto più scafati di quanto gli autori pensino. ;)

 

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1 minuto fa, Marcello ha detto:

I lettori in realtà sono molto più scafati di quanto gli autori pensino. ;)

 

 

Parole sante Marcello: però, e qua è da bibliotecario che ti parlo, a volte ci si imbatte in persone che leggono solo storielle leggere leggere e non appena gli proponi qualcosa "di più" quando riconsegnano ti dicono che "era troppo difficile" da capire... forse da qua, parlo per me, deriva questa mia insicurezza...

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Secondo me dipenda da che cosa pensi che il lettore potrebbe non capire.
Messaggi e sottotesto (quindi, per definizione, tutto ciò che cerchi di far trasparire dalla narrazione senza parlarne in modo diretto), oppure proprio banalmente quello che succede?
Nel secondo caso non mi è mai capitato, di solito credo di riuscire a raccontare in modo adeguato. Nel primo caso, a meno di chiedere a ogni singolo lettore se ha capito quello che volevi dire, mi sa che non lo saprai mai. Anche perché in questo caso bisogna aprire un dibattito del tipo: è più importante quello che tu, in quanto autore, volevi dire, o quello che è stato colto/interpretato da uno, dieci, mille lettori diversi? Mi è capitato di affrontare una discussione simili ieri a proposito di un'opera d'arte figurativa. È più importante il messaggio - anche astruso o che richiede una certa ricerca per essere compreso - che l'autore voleva comunicare o l'impressione singola che quell'opera fa a chi ne fruisce?

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7 minuti fa, Ylunio ha detto:

Nel primo caso, a meno di chiedere a ogni singolo lettore se ha capito quello che volevi dire, mi sa che non lo saprai mai. Anche perché in questo caso bisogna aprire un dibattito del tipo: è più importante quello che tu, in quanto autore, volevi dire, o quello che è stato colto/interpretato da uno, dieci, mille lettori diversi? Mi è capitato di affrontare una discussione simili ieri a proposito di un'opera d'arte figurativa. È più importante il messaggio - anche astruso o che richiede una certa ricerca per essere compreso - che l'autore voleva comunicare o l'impressione singola che quell'opera fa a chi ne fruisce?

 

Ecco, propri questo intendevo...

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6 minuti fa, Bullitt70 ha detto:

 

Parole sante Marcello: però, e qua è da bibliotecario che ti parlo, a volte ci si imbatte in persone che leggono solo storielle leggere leggere e non appena gli proponi qualcosa "di più" quando riconsegnano ti dicono che "era troppo difficile" da capire... forse da qua, parlo per me, deriva questa mia insicurezza...

Io ti parlo anche da ex libraio, con ventinove anni di esperienza, quindi credo che ci possiamo allineare sulla stessa lunghezza d'onda ;).

Purtroppo non si può scrivere "per tutti":  ci sarà sempre chi trova il tuo romanzo troppo lento, ma se tu usassi un ritmo più veloce troveresti chi ti direbbe che i personaggi non sono approfonditi a sufficienza e mancano le descrizioni che piacciono a lui; se fai una digressione di venti pagine per raccontare un evento accaduto trent'anni prima, per qualcuno sarà uno splendido spaccato di vita degli anni Ottanta e per altri una "palla infinita", perché lui vuole sapere subito come va a finire la storia...

Se il libro era troppo difficile è perché ha scelto un libro non adatto a lui e non perché l'autore è stato troppo criptico.

Ma credimi, da editor davvero io devo rimarcare questo difetto in quattro manoscritti su cinque, soprattutto nelle battute di appoggio ai dialoghi.

«Ehi, testa di cazzo, non è ora che tu ti tolga dalle palle?» urlò John, visibilmente arrabbiato.

Oh, grazie che me l'hai spiegato: io pensavo fosse felicissimo...

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3 minuti fa, Marcello ha detto:

Io ti parlo anche da ex libraio, con ventinove anni di esperienza, quindi credo che ci possiamo allineare sulla stessa lunghezza d'onda ;).

Purtroppo non si può scrivere "per tutti":  ci sarà sempre chi trova il tuo romanzo troppo lento, ma se tu usassi un ritmo più veloce troveresti chi ti direbbe che i personaggi non sono approfonditi a sufficienza e mancano le descrizioni che piacciono a lui; se fai una digressione di venti pagine per raccontare un evento accaduto trent'anni prima, per qualcuno sarà uno splendido spaccato di vita degli anni Ottanta e per altri una "palla infinita", perché lui vuole sapere subito come va a finire la storia...

Se il libro era troppo difficile è perché ha scelto un libro non adatto a lui e non perché l'autore è stato troppo criptico.

Ma credimi, da editor davvero io devo rimarcare questo difetto in quattro manoscritti su cinque, soprattutto nelle battute di appoggio ai dialoghi.

«Ehi, testa di cazzo, non è ora che tu ti tolga dalle palle?» urlò John, visibilmente arrabbiato.

Oh, grazie che me l'hai spiegato: io pensavo fosse felicissimo...

 

Grande Marcello! (y)

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Si, mi è capitato, eccome. Per entrare nello specifico, mi capita con alcuni periodi in virtù (anzi, per colpa) della mia punteggiatura. Diciamo che a perdersi per strada non è proprio il senso di quello che descrivo, ma la fluidità nel leggerlo, per cui il lettore magari per colpa di una mia virgola in più o in meno si trova costretto a tornare indietro e rileggere.

Mi capita ormai sempre meno, ma da solo è difficile accorgersene, perché quando leggo io, rispettando la mia punteggiatura, i periodi funzionano. Molto seccante, ma in qualche modo contorto la cosa non mi dispiace, perché lavorare sui propri difetti è una delle componenti della scrittura che più mi stimola. 

Qualcuno ha capito cosa sto dicendo? :D

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@butch io sono alle prese con il ritmo ma la punteggiatura è poco mia amica.

 

Non perché la usi male, ma perché non amo tanto i periodi corti.

 

es.: Guardò a lungo la maniglia. L'abbassò. Entrò in punta di piedi. Sarebbe stata felice della sorpresa.

 

preferisco:

Guardò a lungo la maniglia, incerto se aprirla. Quando l'abbassò entrò in punta di piedi, pregustando il suo viso quando lui avrebbe gridato "sorpresa!"

 

Però so che questo rallenta la narrazione e spesso può fornire troppe informazioni non vitali. Il lettore finirà per capire troppo e a sbadigliare mentre lo fa.

 

forse gli esordienti, o meglio tutti quelli che ogni tot di libri pubblicati con successo, peccano di troppo zelo. 

"E se non si capisce quanto è depressa Dafne, come potranno sorridere quando si riprenderà?"

"E se non ho reso John abbastanza arrabbiato?" 

"E se sopravvaluto il lettore? E se invece lo sottovaluto?"

 

Qualche volta divagare aiuta però a dare delle pennellate piacevoli alla lettura...

 

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15 ore fa, Fortuna ha detto:

(...) es.: Guardò a lungo la maniglia. L'abbassò. Entrò in punta di piedi. Sarebbe stata felice della sorpresa.

 

preferisco:

Guardò a lungo la maniglia, incerto se aprirla. Quando l'abbassò entrò in punta di piedi, pregustando il suo viso quando lui avrebbe gridato "sorpresa!"

 

Però so che questo rallenta la narrazione e spesso può fornire troppe informazioni non vitali. Il lettore finirà per capire troppo e a sbadigliare mentre lo fa.

(...)

 

Pensavo di prediligere i periodi brevi, ma in realtà tra i due tuoi esempi non ho dubbi che mi suoni molto, ma molto meglio il secondo. E riflettendoci un attimo, la lunghezza dei periodi dovrebbe variare in base a quello che si scrive. La lunghezza del periodo è anch'essa uno strumento narrativo, da utilizzare quando la storia, o il ritmo, o lo stile lo richiedono. In un raccontino che ho scritto ultimamente i periodi sono più lunghi del mio solito, ma credo fosse inevitabile, non avrei potuto fare diversamente. Se è troppo spezzettato mi manca l'aria! :)

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5 ore fa, butch ha detto:

Pensavo di prediligere i periodi brevi, ma in realtà tra i due tuoi esempi non ho dubbi che mi suoni molto, ma molto meglio il secondo. E riflettendoci un attimo, la lunghezza dei periodi dovrebbe variare in base a quello che si scrive. La lunghezza del periodo è anch'essa uno strumento narrativo, da utilizzare quando la storia, o il ritmo, o lo stile lo richiedono. In un raccontino che ho scritto ultimamente i periodi sono più lunghi del mio solito, ma credo fosse inevitabile, non avrei potuto fare diversamente. Se è troppo spezzettato mi manca l'aria! :)

 

Butch è proprio quest il punto, anche io prediligo il secondo, però mi è stato fatto osservare che questo rallenterebbe la narrazione.

 

Come si fa a quel punto? La verità sta nel mezzo? 

O bisogna modulare una verità in base all'utilità? E in questo caso come la risolvi?

 

Qualche volta mi trovo a chiedermi, dopo un po' di tempo, se leggendo il mio stesso racconto, mi annoierei o mi divertirei. Al di là delle paranoie che galoppano spontanee mi viene difficile distaccarmi.

 

Forse dovrei stringare di più i periodi e poi lasciare le informazioni non vitali alle digressioni. Credo che proverò in questo modo.

 

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Bho, onestamente se avessi risposte definitive sarei già un bravo scrittore, oppure uno scrittore ricco e presuntuoso, o entrambe le cose! 

 

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Il 7/3/2019 alle 12:01, Bullitt70 ha detto:

Parole sante Marcello: però, e qua è da bibliotecario che ti parlo, a volte ci si imbatte in persone che leggono solo storielle leggere leggere e non appena gli proponi qualcosa "di più" quando riconsegnano ti dicono che "era troppo difficile" da capire... forse da qua, parlo per me, deriva questa mia insicurezza...

 

Il 9/3/2019 alle 15:39, Fortuna ha detto:

E se sopravvaluto il lettore? E se invece lo sottovaluto?

 

Comprendo benissimo. I vari capitoli di un manoscritto che amo particolarmente mi ritornano indietro dall'editor che sembrano campi di battaglia, con le frasi che amo di più bollate come da eliminare o riformulare. E cerco la concentrazione, la lucidità e l'obiettività per mettermi a riscrivere frase per frase, per ricostruire l'impalcatura in modo più efficiente ed esatto: perché la mancanza di chiarezza è mancanza di esattezza. L'idea c'è ma non passa, non spacca. Così mi barcameno in una trattativa estenuante con me stessa, con l'intimo terrore di sbagliare, di cancellare la voce narrante, la focalizzazione, le atmosfere, la sperimentazione e in conclusione ogni suggestione, perché invece queste devono rimanere, anzi: essere comunicate in modo più efficace. Per esempio, ho scoperto che l'indiretto libero è particolarmente difficile da utilizzare perché può essere confuso con un'inopportuna intrusione dell'autore. Così pure in genere sono poco amate le figure retoriche nella prosa, tutti i simbolismi, certe sottigliezze, le metonimie... A volte mi scoraggio pensando che finirò per perdere i miei venticinque lettori, senza guadagnarne di nuovi, altre non posso fare a meno di pensare che non si è linguisticamente all'altezza della propria vita, della vita. Mille cose non sono chiare, altre approssimative, altre del tutto insensate.

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11 ore fa, Caty ha detto:

Per esempio, ho scoperto che l'indiretto libero è particolarmente difficile da utilizzare perché può essere confuso con un'inopportuna intrusione dell'autore.

Non ti è mai successo, ad esempio, di usare il discorso indiretto e di trovarlo "il tentativo di un bambino delle elementari quando la maestra gli spiega la differenza tra il discorso diretto e quello indiretto." A me succede. 

Lo scrivo indiretto per variare un po' il discorso diretto, per dare movimento e poi mi sembra tanto banale. Come se dicessi al lettore cosa pensare, come se un attore a teatro entrasse con un pennello in mano dicendo " sono un pittore, mi raccomando, notate il pennello che ho in mano, perché sono proprio un pittore"

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Il ‎11‎/‎03‎/‎2019 alle 09:15, Fortuna ha detto:

Non ti è mai successo, ad esempio, di usare il discorso indiretto e di trovarlo "il tentativo di un bambino delle elementari quando la maestra gli spiega la differenza tra il discorso diretto e quello indiretto." A me succede. 

Lo scrivo indiretto per variare un po' il discorso diretto, per dare movimento e poi mi sembra tanto banale. Come se dicessi al lettore cosa pensare, come se un attore a teatro entrasse con un pennello in mano dicendo " sono un pittore, mi raccomando, notate il pennello che ho in mano, perché sono proprio un pittore"

Oddio, dipende dall'obiettivo che l'attore, anzi, l'autore del testo, vuole raggiungere: in una scena comica, il discorso del pennello potrebbe starci a... pennello.

Dal canto mio, essendo (gerundio sconsigliato, ma chissenefrega) un praticone, cerco di mettermi nei panni di chi legge e fare in modo che il messaggio arrivi col minor numero di parole possibile. Sbagliando o azzeccandoci: sarà poi il lettore a decidere se va bene o no.

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Il ‎10‎/‎03‎/‎2019 alle 22:00, Caty ha detto:

A volte mi scoraggio pensando che finirò per perdere i miei venticinque lettori, senza guadagnarne di nuovi, altre non posso fare a meno di pensare che non si è linguisticamente all'altezza della propria vita, della vita. Mille cose non sono chiare, altre approssimative, altre del tutto insensate.

Si è sempre all'altezza della propria vita, lasciatelo dire da uno che di vita ne ha vissuto parecchia. Puoi esserne soddisfatta o insoddisfatta, ma è la tua vita, e nessun altro meglio di te può esprimersi linguisticamente sulle cose che decidi di raccontare, le cui radici affondano sempre nel tuo vissuto. Cose che un altro racconterebbe, sempre e senza dubbio, in modo diverso.

E' per questo motivo che non approvo il fatto che alcuni editor impongano all'autore revisioni che non fanno altro che stravolgere l'opera: l'editing dovrebbe essere sempre leggero, se c'è bisogno di un editing troppo pesante vuol dire che, forse, sarebbe stato il caso di non accettare l'incarico.

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Il 10/3/2019 alle 22:00, Caty ha scritto:

 

 

Comprendo benissimo. I vari capitoli di un manoscritto che amo particolarmente mi ritornano indietro dall'editor che sembrano campi di battaglia, con le frasi che amo di più bollate come da eliminare o riformulare. E cerco la concentrazione, la lucidità e l'obiettività per mettermi a riscrivere frase per frase, per ricostruire l'impalcatura in modo più efficiente ed esatto: perché la mancanza di chiarezza è mancanza di esattezza. L'idea c'è ma non passa, non spacca. Così mi barcameno in una trattativa estenuante con me stessa, con l'intimo terrore di sbagliare, di cancellare la voce narrante, la focalizzazione, le atmosfere, la sperimentazione e in conclusione ogni suggestione, perché invece queste devono rimanere, anzi: essere comunicate in modo più efficace... Et c.

E tu sei sicura che stia migliorando il tuo testo?

Le parti a cui ci sentiamo più legati possono celare un certo compiacimento, ma possono anche contenere quello che abbiamo da dire, il motivo per cui ci siamo messi a battere su una tastiera invece di andare al mare.

A me è accaduto di incontrare qualcuno che "avrebbe dovuto" editare un mio testo per insegnarmi come si fa e che invece (forse non aveva tanta voglia) si è inventato di non capire più nulla guarda caso dove cominciava il nocciolo degli oltre 800.000 caratteri che ho avuto il cattivo gusto di mettere insieme.

A sembra che il problema sia sempre che dei significati altrui non ce ne importa nulla (altrimenti scriveremmo le loro storie, no?)

 

Per il resto, anch'io temo spesso di non riuscire a farmi capire. Talvolta le stringhe che metto giù sono così contorte da aver bisogno delle martellate. Ma il peggio è quando la frase ha senso compiuto, ma il significato si è perso tra i bit perché do tropo per scontato.

 

Il 16/4/2019 alle 17:40, cheguevara ha scritto:

 

E' per questo motivo che non approvo il fatto che alcuni editor impongano all'autore revisioni che non fanno altro che stravolgere l'opera: l'editing dovrebbe essere sempre leggero, se c'è bisogno di un editing troppo pesante vuol dire che, forse, sarebbe stato il caso di non accettare l'incarico.

 

Esatto. L'argomento continua a venir fuori, e non necessariamente perché gli autori, con la mente annebbiata da affetto entomologico, non sono in grado di comprendere cosa è meglio per loro.

L'editor dovrebbe capire cosa l'autore ha scritto, capire cosa invece voleva scrivere e dare suggerimenti su come far combaciare le due cose. Anche se devo ammettere che non mi dispiacerà   se l'editor cui toccherà il poco invidiabile privilegio (?) di dare un'occhiata alle mie farneticazioni dovesse decidere di andare più in profondità che una semplice correzione dei miei strafalcioni: è dal confronto che si impara e si cresce.

 

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2 ore fa, BadbCatha ha scritto:

se l'editor cui toccherà il poco invidiabile privilegio (?) di dare un'occhiata alle mie farneticazioni dovesse decidere di andare più in profondità che una semplice correzione dei miei strafalcioni

se è un editor lo farà, fidati.

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Non ne vedo l'ora. A parte che vorrà dire che avrò finito sto coso, ma davvero penso che sarà un'esperienza molto formativa.

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