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Anglares

La foglia del divenire

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Commento

 

La foglia del divenire

 

 

Apro la foglia del divenire

ne sfilo i capelli bianchi

dall’occhio, labbro del seno

annichilito dalla parola

avvolta in se stessa

intimorita dal gelido soffio

della comprensione.

 

E risplende,

al graffio di una carezza

la luce convulsa

         del suo respiro.

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Una sorta di horror vacui troneggia nella prima parte del componimento: i versi sono chiusi in una spirale, stretti uno sull'altro, tanto compressi da non lasciare spazio al pensiero. Come un buco nero, che divora la luce e non le permette di uscire, questa sfera compatta di parole intrecciate è gelosa di sé stessa, inviolata.
Afferro, come unico filo libero di una matassa inestricabile, la prima espressione: apro la foglia del divenire, e lascio che essa mi guidi. Se, deposte le armi della razionalità, con umiltà chiniamo il capo, e non permettiamo al gelido soffio della comprensione di ghiacciare la fluida treccia di parole, ecco che la luce convulsa del respiro comincia a risplendere: la poesia non ha più paura e scioglie il nodo. Il divenire si fluidifica, la morte diventa una compagna non temuta.

 

Grazie e un saluto, @Anglares.
 

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Bentrovata  @Ippolita2018

 

A volte mi capita di trovarmi un gruppo di versi che non so più sviluppare. La prima strofa è nata di getto, forse anche con qualche imperfezione ritmica ma toccarla e "razionalizzarla" le avrebbe tolto un qualcosa di magico e inafferrabile che mi affascinava.  Contiene un grumo di pensieri non dispiegati ma di cui hai districato sapientemente l'incastro.

La seconda strofa è un tentativo di dare una direzione a quel lampo.

 

È sempre un piacere ritrovarti, un grazie e un saluto a te.

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Le nervature della foglia come capelli bianchi, mi piace molto.

Vedo il passare del tempo attraverso le stagioni, c'è il gelo dell'inverno e poi la luce della primavera. La speranza, la poesia termina con lei, risplende di luce pur conservando in sè il passato (in graffia, ci sono i segni del tempo trascorso). Con la parola luce il divenire non spaventa perché è ricco di esperienza.

@Anglares , sai che io ci vedo sempre fischi per fiaschi, non sarà quello che avevi in mente, :P ho provato a condividere le mie sensazioni. 

Ciao:)

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@Lauram la scrittura genera una realtà immaginaria. E cosa ci esiste dentro? Semplicemente quello che vediamo. :)

Dunque il mondo dell'immaginario. Ma riappropriarci di questa dimensione può farci riflettere su una cosa: in tutto quello che facciamo siamo soggetti attivi e quel potere creativo che ci fa scegliere in ogni nostra azione nasce da una scintilla, dall'intuire cosa vogliamo, cosa è giusto secondo noi. La poesia evoca quella scintilla per se stessa, come oggetto di riflessione. Lì risiede la bellezza.

9 minuti fa, Lauram ha detto:

Le nervature della foglia come capelli bianchi

Poesia nella poesia. :rosa:

Grazie per aver condiviso le tue impressioni. :)

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Ospite

Ciao @Anglares, per mia mancanza non avevo mai letto una tua poesia e rimedio oggi, anche per curiosità verso la tua visione pratica (da autore) su questioni di cui abbiamo parlato (sia pur brevemente). La tua composizione è molto breve ma parecchio interessante.

 

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

Apro la foglia del divenire

ne sfilo i capelli bianchi

dall’occhio,


"La foglia del divenire" ... forse l'improvvisazione che hai ammesso, in questo primo verso, si percepisce in una certa "banalità" dell'immagine. Possibilmente se non avessi usato "divenire" il concetto di foglia come immagine dei tempi (quindi anche tutti gli stati della foglia, dal verde pallido dell'inizio al rosso\marrone della fine) sarebbe pure interessante e da considerare anche se non visivamente originale. Tuttavia la grazia della foglia iniziale si trasforma in altro al secondo verso che trova, nell'enjambement con il terzo, un inquietante completamento del suo senso. Qui siamo decisamente sul filo dell'orrore (a proposito di capelli e "sfilare") e non ti nascono di essere "disturbato" da questa immagine. Nonché turbato dal concetto espresso: il divenire ha i capelli bianchi? Probabilmente è il "divenuto" ad averli ma è poesia quindi tutto è possibile, anche un "divenire bianco" (che detto così non suona neanche male, sebbene possa far pensare ad un divenire "nullo" quindi ancora più spaventoso).
 

 

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

dall'occhio, labbro del seno

annichilito dalla parola

avvolta in se stessa

intimorita dal gelido soffio

della comprensione.


Vorrei chiedere alla comprensione un soffio nella mia direzione. Questo passo è davvero oscuro.
"Labbro del seno"? Fammi capire: "l'occhio" è "labbro del seno annichilito"?  Immagine strana, penso che avrebbe intrigato Dalì! Ma restiamo sempre nell'inquietante che mentlmente aumenta cercando di comporre tale immagine e seguire la logica della frase. Lascio stare: non c'è. E' poesia però ed io lo accetto, totalmente. Ma "labbro del seno annichilito dalla parola" e per di più senza una virgola fino al punto... è parecchio difficile, ne converrai.
Almeno una virgola dopo "sé stessa" sarebbe doverosa per un respiro.

Se però rifletto sul concetto di "parola avvolta in sé stessa intimorita dal gelido soffio della comprensione" non posso non osservare quanto non abbia molta forza.
La strofa cade, in qualche modo si affloscia. La prima immagine forte (anche se sgradevolissima) si perde ed è sostituita da questa.
Se poi le parole (di qualcuno) si avvolgono in loro stesse (in un discorso complesso ed autoreferenziale) è magari possibile che la comprensione non contemplata venga percepita con timore. Ma "soffio gelido" è oggettivamente "prosaico", una frase quasi fatta e di uso troppo comune che, in questo contesto, impoverisce il verso.
Proverei qualcosa di più azzardato, ma suggerirti altre soluzioni potrebbe essere persino svantaggioso e non so quanto corretto. Qualcosa di più forte non sarebbe certo "rutto ghiacciato della comprensione", perché tradisce lo spirito la tua riflessione che, sia pure misteriosa nel senso, riesco ad intuire emotivamente (e perdona l'umorismo spontaneo, non è offensivo). Questa è la parte sicuramente più debole della composizione.
 

 

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

E risplende,

al graffio di una carezza

la luce convulsa

         del suo respiro.


Finalmente un riferimento fisico...! (Lo dico soggettivamente, una buona poesia non è tenuta ad averlo ma io trovo le poesie che lo hanno più vicine a me e la mia sensibilità).
Ma la domanda sorge spontanea: il respiro di chi? Della parola? Della comprensione?
Entrambe non respirano (soprattutto la comprensione è spesso una forma di apnea dalle parole) ma siamo in poesia e quindi entrambe potrebbero benissimo anche camminare (e le parole, in qualche modo, lo fanno). Rileggendo però (un paio di volte) penso di capire che il respiro sia della "foglia del divenire".
Ed ecco che questa "chimerica" e inquietante immagine si compone concettualmente.
Il graffio di una carezza sulle venature bianche di questa misteriosa foglia è ciò che mi resta più impresso. La pressione del gesto su di essa. Mi chiedo la qualità di questa materialità astratta: ruvida? Possibilmente. Il divenire non è facile e penserei addirittura rugosa, se parli di capello bianco. Ma il divenire scivola per definizione e quindi potrebbe essere anche liscia.
E com'è questa foglia, dentellata (perché il divenire è feroce, soprattutto con ciò che è fisico) o dagli orli tondi come quelli di certe conchiglie?
E' un mistero. Come è un mistero il fatto che la luce convulsa (della foglia, che non ha luce ma la riflette) sia il suo respiro. Non mi quadra, non è possibile ma...
Se penso alle foglie mosse dal vento, al divenire, al tempo, al vento...  Non sono tenuto a capirlo, semplicemente posso vederlo.
E pur essendo "luce convulsa" a mio parere un'ingenuità pari a "gelido soffio" comprendo, forse, cosa volevi dire. O cosa non pensavi di aver detto (altro mistero).

In sintesi: io non amo le composizioni sibilline e penso che questa poesia sia un tentativo improvvisato di associazioni, più che una composizione con una certa pretesa però...
C'è qualcosa. Anche solo scatenare "impressione" è un risultato superiore all'indifferenza. E cercando tra tutto, trascendendo la logica, le parole e persino le immagini, si può recuperare un senso alla cosa. Almeno personale. Non so quindi se la mia interpretazione sia vicina alle tue intenzioni, ma forse ti ho lasciato qualche spunto di riflessione (oppure no, vedrai tu).

A parte tutto è stata una lettura interessante e chiarificatrice. Ho capito qualcosa in più "di te".
Grazie.

Alla prossima
 

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Ciao @Mattia Alari

 

Grazie per la tua lettura e per l'attenzione con cui ti ci sei dedicato.

 

Ogni sguardo che mi ritorna di un mio scritto è per me qualcosa di prezioso, arricchisce il mio lavoro verso cui mi pongo in maniera neutrale, nella mia attività riconosco solo il negativo di un atto creativo che si conclude in chi legge.

Questo ti dà la misura di quanto valore può avere per me ogni analisi, specie quelle che riescono a allontanarsi dalle mie intenzioni.

Il tuo tentativo di razionalizzare il testo è un'esemplare rappresentazione dello schematismo come funzione creativa dell'intelletto. Cerco di fare esperienza (e di far fare a chi legge) dello sforzo di produrre uno schema adeguato a un urto sensibile. Rivedo nella tua lettura molte suggestioni che mi hanno sfiorato, anche in alcune obiezioni (tutte legittime).

Ottimo il riferimento alla chimera (topos surrealista) e interessante quello a Dalì anche se rappresenta quel Surrealismo a cui meno mi sento vicino. Non avrebbe mai scritto la parte che vedi più prosaica nonché il finale nel suo carattere trascendentale (nell'accezione heideggeriana). Avida dollars docet.

Proprio perché la scintilla poetica dovrebbe avere sempre l'ambizione di farsi ponte verso il reale, e anche a rischio dell'imperfezione formale conservare il suo azzardo, nonché la possibilità di fallire. Qui c'è l'unica forza a cui presto attenzione.

Questo secondo il mio modo di rapportarmi alla scrittura.

 

Spero di averti reso quanto mi è preziosa la tua lettura

A presto.

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@Anglares Eccomi qui a vaneggiare… mi perdonerai, lo so. Vado a ruota libera.:P

 

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

Apro la foglia del divenire

ne sfilo i capelli bianchi

dall’occhio,

Lo scorrere, il diventare altro, l'inarrestabile mutamento è rappresentato dalla foglia, che ha un inizio e una fine. Noi siamo foglie e l'albero è la vita che, al contrario della foglia,

non ha fine. Vorrei aprire anch'io quella foglia del divenire, ma per arrestarne la metamorfosi, per evitare i capelli bianchi, preludio di una fine imminente.

 

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

labbro del seno

annichilito dalla parola

avvolta in se stessa

intimorita dal gelido soffio

della comprensione.

Qui invece immagino le labbra di un neonato che vorrebbero succhiare vita, così come la foglia. Ma l'incomunicabilità può causare momentanee chiusure alla vita stessa

 

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

E risplende,

al graffio di una carezza

la luce convulsa

         del suo respiro.

Che, però, può riprendere il suo corso al semplice gesto di una carezza.

 

Va be'... vaneggiamenti miei a parte,  i versi sono molto suggestivi e stimolano, come al solito, la fantasia. Il primo verso è quello che mi ha emozionato maggiormente

e credo che abbia una potenza tale da meritare di essere maggiormente enfatizzato, isolandolo. Da ripetere la cosa nella strofa finale, per il senso che accomuna i due versi.

Ma questa è la mia chiave dii lettura, logicamente… però mi piaceva metterci le mani... xD

 

Apro la foglia del divenire

 

ne sfilo i capelli bianchi

dall’occhio, labbro del seno

annichilito dalla parola

avvolta in se stessa

intimorita dal gelido soffio

della comprensione. 

 

E risplende,

 

al graffio di una carezza

la luce convulsa

         del suo respiro. 

 

Il non dover cercare il senso che l'autore ha voluto dare alla poesia, crea poesie nuove, significati diversi secondo il proprio sentire. Così quando leggo una tua opera, mi rilasso e mi lascio andare dove mi portano le tue parole. E devo dire che è sempre un gran bel viaggio.

Grazie carissimo :rosa:

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9 minuti fa, Sira ha detto:

Eccomi qui a vaneggiare… mi perdonerai, lo so. Vado a ruota libera.

@Sira ti perdonerò? Piuttosto ti ringrazio. :)

Nella tua lettura ci ho trovato, come sempre, qualcosa a cui non avevo pensato e in cui le parole rivivono.

 

La tua soluzione per strofe mi affascina, soprattutto per "E risplende," gli dà quasi un eco sonoro

17 minuti fa, Sira ha detto:

 mi rilasso e mi lascio andare dove mi portano le tue parole. E devo dire che è sempre un gran bel viaggio.

Rilassare e far viaggiare.

Quante cose possono fare poche parole!

Ogni viaggio esiste se c'è un viaggiatore, grazie per avermi regalato il tuo. :rosa:

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Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

La foglia del divenire

Apro la foglia del divenire

ne sfilo i capelli bianchi

dall’occhio, labbro del seno

annichilito dalla parola

avvolta in se stessa

intimorita dal gelido soffio

della comprensione.

 

E risplende,

al graffio di una carezza

la luce convulsa

         del suo respiro.

La foglia ed il divenire ...

Un incipit che apre le porte ad una conoscenza senza limiti, ma poi giungono i limiti della ragione.

Ragione che ha un difetto o un pregio (dipende dai punti di vista), quello di dover classificare ogni cosa per potergli dare una collocazione nella realtà comprensibile.
Perché la foglia, in questi versi, è il simbolo del divenire?

Forse, perché le nervature di una foglia somigliano alle ramificazioni del divenire  e tutte e due hanno una regola fondamentale: la sequenza di causa ed effetto.

Tale similitudine della foglia e del divenire fa venire alla mente l'immagine dell'Albero della Vita che compare in tantissime culture.

 

In questi versi è' tangibile la tensione tra la "infinità" del divenire e la "limitatezza" della gestione dell'esistenza, secondo i concetti umani.

Tensione che trova una ragione d'essere o di quiete nel "normale" gesto umano di una carezza.

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@AzarRudif  grazie per esserti soffermato su questi versi.

 

Mi piace come hai sottolineato la tensione che attraversa il componimento e che si amplifica in ogni atto che tende (appunto) a risolverla.

Ogni pensiero, sono versi non detti e che il lettore trova.

Questo scambio è per me un momento prezioso che completa la scrittura.

 

Alla prossima.

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Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

Apro la foglia del divenire

ne sfilo i capelli bianchi

dall’occhio, labbro del seno

annichilito dalla parola

avvolta in se stessa

intimorita dal gelido soffio

della comprensione.

 

E risplende,

al graffio di una carezza

la luce convulsa

         del suo respiro.

Ciao, @Anglares, hai lasciato un commento davvero attento alla mia poesia, quindi adesso cerco di ricambiare con la stessa cura. 

 

Parto dalla forma: mi piace moltissimo, dà intensità a quello che esprime la poesia, e mi piace anche il suono e il ritmo che rende, leggendola, che invita a continuare a leggere una prima volta per apprezzarne la bellezza, e a soffersi una seconda per tentare di capirla. Una delle cose che più riescono a colpirmi e a farmi gradire o meno una poesia, è la capacità di gestire gli spazi bianchi, il vuoto fra le parole. Personalmente, qui è una cosa che ho apprezzato molto, quasi invidiato perché ci leggo anche una certa leggerezza, nel senso più positivo del termine. 

Amo molto le foglie come simboli, ma qui non mi è piaciuto moltissimo l'espressione "foglia del divenire", è una figura bellissima, mentalmente, ma mi suona pesante, soprattutto per i richiami immediati che impone, puramente filosofici. Forse avrei cambiato con "foglia del tempo", anche se meno efficace, o peggio, "foglia che diviene". È l'unico appunto che ho.

 

Di questa prima figura, comunque, la cosa più bella, secondo me, è il fatto che tu la apra, e ciò schiude l'immagine di un libro che subito, nel verso dopo, si fa di carne perché sfili capelli come fossero granelli di polvere, e parli di occhi, labbra e seno. La foglia mi si pone davanti quindi posata sul palmo della mano e, dischiusa nei suoi segreti, linfa di un corpo e il non sapere a chi questo appartenga porta a pensare direttamente al tuo corpo come custode dei segreti del divenire, o a quello di chiunque invecchi (capelli bianchi). Il gesto di sfilare questi capelli dall'occhio mi dà l'impressione di un fastidio associato a questo divenire, che forse si potrebbe leggere anche come tempo che avanza, e sottrae altro tempo.. come vecchiaia che incombe ma non conoscendo la tua età non saprei dire. Sono pensieri di chi ha superato i 30 o di chi ha figli, raramente li si trova altrove quindi può essere una lettura sbagliata. 

Mi piace moltissimo il verso

"dall’occhio, labbro del seno".

Oltre la chiusura è quello che apprezzo di più. L'occhio è ciò che sempre vede e testimonia il divenire, il suo custode silente e anche il suo giudice più spietato, ma chiamandolo labbro del seno tu gli dai una voce. È come se, ovviamente nella mia lettura, fosse questo a infastidirsi del passare del tempo: non la prova che ciò accade (i capelli bianchi) ma chi può sentirlo e da fuori patirlo su di sé  (forse il pensiero della vecchiaia è esterno a chi scrive, penso, e riguarda qualcuno di vicino e dà preoccupazione). Il labbro è del seno, sta allo scaturire della vita e ad una condizione di dipendenza da qualcosa che lo sostiene e senza cui non potrebbe esistere: è una voce fragile, quella dell occhio, vulnerabile, che patisce il farsi e disfarsi del tempo e che di frote ad esso è impotente come un infante. 

 

Poi mi sembra il discorso cambi registro, o quanto meno direzione. L'annichilimento dell'occhio non è tanto per il divenire in sé, ma per la parola che si ripiega su di sé, incapace di sostenere questo divenire, il suo significato e il suo peso, quasi come se non ne fosse all'altezza. E forse è davvero così, essendo la parola uno sguardo, fra l'altro prospettico e relativo, su un istante che muore già nascendo: la parola è fissa, immobile, non appartiene al tempo, nemmeno quando ad esso si riferisce. Come potrebbe mai comprenderlo, nel suo mutare, se gli è estranea?

 

Ma questa altro non è che una paura, pare. In realtà è possibile questa comprensione, questo dialogo fra divenire, e quindi fra terreno, e immobile, e quindi eterno (divino?)... perché l'occhio, che è tornato foglia adesso, respira, e quindi muta, patisce il divenire come i capelli. E mi pare possibile, questo, proprio grazie al ritorno della foglia: c è bisogno di un terzo, un tramite, per farlo, ed è questa funzione che pare la foglia assolga, nella sua natura di mezzo tramite cui il trascendente si relaziona con l'immanente. La foglia quindi potrebbe essere vista come simbolo della natura in quanto tale, o nutrimento dell'uomo caduco da parte dell'eterno, come il latte che viene dal seno. O ancora di distanza fra i due termini (è la foglia di fico a coprire il pudore dopo il peccato, ed è quello il simbolo della nascita di qualcosa di sporco, che dentro di me si associa, in quest'ottica, soprattutto al mestruo, che segna l'inizio di una condizione radicata nel divenire e nel cambiamento). 

 

Dal punto di vista estetico, l'ultimo pezzo è quello che mi piace di più, e m'intenerisce con il graffio della carezza: sa di cure materne, della difficoltà di ricevere amore e cure. 

 

In sostanza, magari anche immaginando tutto da sola cose che non c'entrano nulla, mi è piaciuta molto.

 

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Ciao @Shikana  grazie, che lettura approfondita!

 

Hai scavato tra le parole scovandone spazi, suoni e significati. La ricerca di una unità pre-razionale mi porta a dare un peso meno importante al mio tendere a un senso, percorrendo una scelta intuitiva nella costruzione linguistica. Questo, in virtù della necessità di quel senso a cui destiniamo ogni cosa, mi dà la certezza in una sensibilità attiva del lettore.

Così, sebbene delle riflessioni guidavano la ricerca delle parole, queste sono scelte prima per il loro fascino "polifonico" (polifonia del senso), in un gioco creativo che si completa nella lettura.

Non posso che compiacermi per l'intensità e la vivacità con cui le hai vissute. 

 

A presto.

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Splendida, mi ha intenerito... ♡

Il contatto con una "semplice" foglia ha il mistero della vita e del suo cambiamento, il suo divenire nel tempo. Ho immaginato, teneramente, le dita di una mano che sfiorano con cura e un certo rispetto le nervature della foglia, sino ai minimi particolari dei suoi contorni, la forma, le sfumature del colore... Un'esperienza che si rivela spirituale. La rara connessione con la natura che restituisce un senso di pace e serenità.

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La mia sensazione è che il brano libra tra metafisica e il filosofico concetto del "panta rei".  E trovo che il cerchio si vada a chiudere, o per meglio parafrasare un tuo verso, si "avvolga su se stesso" e sull'assoluto che mi pare suggestionare. La "foglia del divenire" mi ha evocato proprio l'esiziale "tutto scorre", e nell'antropomorfizzazione della foglia con le connotazioni femminili vi capto (e racchiudo) tutto il creato (o meglio Madre Natura, nella doppia valenza femminina dei versi). E il divenire sottende e accomuna, nel mutamento, entrambe le condizioni: il rinsecchire del regno vegetale e il perire di quello animale. Ecco che allora l'occhio prova a farsi neutro, denuda la canizie incipiente e cerca di "vedere" oltre, ma in un percorso inverso che lo porta, seppur lacero nella carezza siderale del Tempo e della comprensione (del Se e dell'infinitamente piccolo), a immaginare la fonte luminosa della Vita. O, per restare nei termini dell'infinitamente piccolo, quel breve alito dell'Infinito.

Perlomeno questo è quanto mi è scaturito ma, come sempre mi accade in queste suggestioni, mi ci soffermo giusto cinque minuti.

Riguardo alla forma non saprei cosa dire, l'essere assorbito dai versi in queste mie elucubrazioni mi porterebbe a dire che ne ho subito un certo fascino. A caldo, per esempio, non avevo dato peso alla parsimonia nella punteggiatura, imprimendole un mio ritmo. A freddo ho pensato che questa parsimonia sia voluta per dare quest'arbitrio al lettore. Se fosse così, io toglierei anche quelle due virgole presenti.

 

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

dall’occhio, labbro del seno

qui si potrebbe sostituire col trattino

 

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

E risplende,

al graffio di una carezza

qui la virgola richiederebbe una sorella per l'inciso. Questo in particolare mi porta a dirti di una loro completa abolizione

 

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

dall’occhio, labbro del seno

annichilito dalla parola

questo è il passo che ho trovato più criptico e dove sono rimasto incagliato

 

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@Vincenzo Iennaco  ciao,

Ti sei avvicinato a diverse suggestioni che mi hanno accompagnato nella scrittura. Il carattere di innesco del testo, ricerca poi, dei possibili giri a vuoto nella lettura. Soprattutto il passo che avverti più criptico, ha sia una funzione di scacco che di azione sincronica e agisce nelle due direzioni durante la lettura. In questo modo l'effetto si intuisce ma non si afferra: ecco il famoso primato dell'immaginazione.

Sulla punteggiatura forse hai ragione, temevo di eccedere troppo.

Grazie per la tua lettura.

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Ciao @Anglares ho appena letto la tua poesia una volta e poi altre e altre ancora. Probabilmente è il fascino che esercita la poesia ermetica, che si chiude in se stessa e ti costringe a cercare un significato, ad avermi ipnotizzato così. Amo lo stile che rinuncia alla forma, o alla facile "comprensività" per diventare ritratto di un'emozione o di un'ispirazione istantanea. In questi casi succede sempre che l'impatto del componimento arrivi al lettore quasi prima della sua avvenuta comprensione. E così è stato per me; ho avvertito dalle tue parole un grido di frustrazione e libertà, il bisogno di staccare l'ispirazione del momento dai significati e dagli schemi. E poi ho interpretato, a mio modo, e il messaggio è arrivato molto bene.

 

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

Apro la foglia del divenire

ne sfilo i capelli bianchi

dall’occhio, labbro del seno

 

Questo sfilare i capelli bianchi rievoca innumerevoli significati. Separarsi dai modelli, separarsi dai ricordi, dal passato, da tutto ciò che ormai è "bianco", è "vecchio". L'occhio che è lo strumento della tua arte, del tuo osservare il mondo e che è quindi anche il labbro dalla quale fai uscire le parole di questa poesia (ho pensato all'ispirazione poetica e in generale alla bellezza nell'immagine che tu proponi del seno); è la guida, l'intuizione che ti spinge a cercare la parola pura, che nasce dal profondo, nella libertà del sentimento immediato.

Il 5/3/2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

annichilito dalla parola

avvolta in se stessa

intimorita dal gelido soffio

della comprensione.

 

Ed eccola, intimorita da quel bisogno di dover significare. Come dici tu: avvolta in se stessa, chiusa, ermetica, silente. La parola come sinonimo di arte, libertà di espressione, vita interiore. Una parola che nasce dal profondo, quasi senza significare niente, solo come un bisogno e che tu sembri volere prendere così, senza costringerla in trame artificiali, fasulle. E infatti da questa dolorosa introspezione - "il graffio della carezza" -nasce la parola, imperfetta ma sincera, profonda, densa di entusiasmo che con il suo respiro flebile forma la tua poesia.

 

L'unica cosa che mi lascia perplessa è la foglia che si apre. Come mai una foglia e non un fiore? Domanda forse stupida ma l'immagine dell'aprirsi nella mia mente si scontra con quella della foglia.

 

Scusa se ho riportato la mia interpretazione per intero (sicuramente personale e poco corretta). Non voglio provare a interpretare il tuo testo senza il tuo aiuto, ma questo messaggio che mi è sembrato di scorgere nella poesia mi ha entusiasmato.

 

Complimenti, un saluto:)

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@Exairesi  ciao, ma che bella lettura! :)

 

41 minuti fa, Exairesi ha detto:

Scusa se ho riportato la mia interpretazione per intero (sicuramente personale e poco corretta).

E perché mai poco corretta?

 

42 minuti fa, Exairesi ha detto:

Non voglio provare a interpretare il tuo testo senza il tuo aiuto, ma questo messaggio che mi è sembrato di scorgere nella poesia mi ha entusiasmato.

Perché non dovresti? Potrei raccontarti le impressioni che hanno guidato la scelta delle parole ma cosa cambierebbe? Non cerco di esporre un pensiero definito, ma la nebulosa che lo contiene e lo produce. Così esiste contemporaneamente la mia intuizione e quella di chi legge, entrambe equidistanti dal testo. Se cercassi di imporre il mio punto di vista a chi legge, negherei il senso della mia scrittura e il testo diverrebbe fatalmente inadeguato (nonché inesatto).

 

Se vuoi aggiungere qualche considerazione fai pure, sicura che "serve il mio aiuto"?

 

Grazie ancora, dopo passo a lasciarti le mie impressioni sulla tua poesia.

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@Anglares completamente d'accordo con quello che dici. Ma c'è come questa impressione di entrare nell'intimità di un altro quando si interpreta un testo che mi spinge a mettere le mani avanti.

 

Ad ogni modo felice di avere avuto modo di darti la mia opinione.

 

A presto🤗

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Ciao Anglares, eccomi tra i tuoi versi, vediamo, dubito di essere brava a commentare come te, ma esporrò volentieri le mie impressioni.

 

Voglio iniziare dalla partenza, bellissima l'immagine di aprire una foglia, negli aspetti più piccini si possono nascondere immensità tanto complesse quanto affascinanti, talvolta forse non è un male esser sassolini trasportati dalla corrente, perché facendoci parte possiam comprender al meglio del fiume le acque o quanto in profondità la luce riesca a toccare e come uno sfilar di capelli bianchi dall'occhio non si vede, non si sente, forse diventeremmo pagliuzze con troppe ondate sensoriali sulla pelle oppure una matassa grigia senza il battere delle ciglia, il voltar del capo a soffermarsi proprio in quel punto d'origine. Mi sono sempre chiesta se la parola una volta scritta muoia o viva, se essa non risulti che un deturpare in cerca di una comprensione, spesso stimolo che mette a tacerne tanti, come un forzar di direzione o ancora paura di illuminare gli angoli delle vie e precluderci le varianti delle alternative. E io, concludendo la parte delirante del mio commento, ho immaginato tanti occhi sul mondo, ma pochi respiri.

 

Il componimento è dinamismo, sebbene di sottofondo io percepisca la stabilità di un volto, il volto del divenire che ho collocato sulla foglia -associazione che peraltro ho molto apprezzato-, capelli bianchi che mi fan pensare alla saggezza, alla vecchiaia, eppure, non so bene perché, soprattutto ai rami secchi. La vista diviene il labbro del seno annichilito dalla parola che allo stesso tempo rimane avvolta temendo la comprensione, sembra una catena di condanne e limitazioni e catene. 

 

Il ‎05‎/‎03‎/‎2019 alle 17:42, Anglares ha detto:

E risplende,

al graffio di una carezza

la luce convulsa

         del suo respiro.

 

Questa, l'unica luce tra le rughe, mi vien da dire, forse per il senso malinconico che avverto, come se tra le mani avessi lo scorrere del tempo, delle possibilità, ma anche del non sapere bene dove andare, smarriti nel divenire, aggiungerei, fino al risplendere. Al graffio di una carezza contiene un contrasto splendido, dona sia un conforto che un'agitazione apparentemente lieve, nella luce convulsa del respiro, che personalmente mi suggerisce la contraddizione intrinseca dell'equilibrio.

 

Inoltre, tale componimento associato alla pura creazione diviene interessante, indice di una ricerca di qualcosa che permanga il più libera possibile tra i versi, sebbene graffiata dal significato, forse, tanti occhi potranno accudirla di una luce diversa ogni volta restituendo alla parola la sua possibilità. D'altro canto, in minima parte ci vedo anche quella leggera insicurezza dannata del poeta che sfocia nella tenacia e nel porre il cuore verso il senso, per catturarne la parola e renderla lucente.  

 

Probabilmente non ne avrò azzeccata nemmeno mezza, tuttavia mi piace questo vagare e spero che ti sia in qualche modo utile o perlomeno di piacevole lettura. A presto :) 

 

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@Dark Smile  ciao, :)

 

Hai uno sguardo naturalmente portato a cogliere gli aspetti meravigliosi delle cose, un'innata creatività che rende sempre piacevole leggerti. Anche in un commento.

Grazie per come ridai vitalità alle parole che ho scritto.

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