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Aporema Edizioni

Un editor deve conoscere bene l'Italiano?

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Chiariamolo fin dal principio: la domanda è volutamente provocatoria, perché almeno da parte nostra la risposta non può che essere affermativa. Eppure abbiamo deciso di porla lo stesso, allo scopo di suscitare un dibattito e soprattutto di mettere in guardia tutti quegli autori che, spinti dall'entusiasmo o dalla scarsa conoscenza del mondo editoriale, finiscono per mettersi nelle mani sbagliate.
Chi ci segue con una certa assiduità sa che abbiamo già accennato alla questione in altre occasioni, ma, dopo ulteriori esperienze "curiose" (chiamiamole così)  abbiamo ritenuto opportuno dedicarle una specifica discussione.

Accade infatti spesso che, essendo tutti i nostri editor occupati in testi di prossima pubblicazione, suggeriamo a chi ci scrive, e magari non vuole aspettare i nostri tempi, di inviarci opere già editate in modo professionale. Ebbene, insieme alla garanzia che il manoscritto è già stato editato, a volte anche con nome e cognome del responsabile, ci arriva di tutto. Non ci riferiamo tanto a prolisse e inutili prefazioni o a indigeribili spiegoni, che annoiano a morte il lettore fin dalle prime righe, quanto a grossolani errori di sintassi e di punteggiatura.

L'uso della virgola, lo sappiamo, a volte è solo una questione di gusto, di stile. Ci sono tuttavia virgole che sono assolutamente indispensabili e il metterle o il non metterle cambia del tutto il senso di una frase: basti pensare al famoso esempio del "vado a mangiare, nonna" o "vado a mangiare nonna",  in cui la mancanza di una virgola trasforma un nipotino ben educato in un cannibale.

La punteggiatura sparata a casaccio sovente non è che l'antipasto. Il piatto forte è servito con i tempi verbali, quando il disinvolto e del tutto fortuito passaggio dal passato remoto al trapassato prossimo, e viceversa, disorienta chi legge, che non riesce più a collocare nel tempo un determinato evento. Il dessert arriva con i dialoghi, a volte banali, a volte poco credibili, dove quasi sempre, dopo un paio di battute, non si capisce più chi stia parlando, chi faccia le domanda e chi dia le risposte.

Tutto ciò, lo ripetiamo, è contenuto in testi che dovrebbero essere già stati sottoposti a un editing professionale.

A questo punto, oltre alla provocatoria domanda contenuta nel titolo della discussione, ce ne vengono in mente altre. 

La prima, la più logica: non è che gli autori che affermano che il loro romanzo è già stato editato ci stanno raccontando frottole? Ma, in tal caso, perché fornirci addirittura il nome del "malfattore"? Altra domanda: quanti editor ci sono in circolazione che, pur avendo una certa conoscenza delle regole della scrittura creativa, ne hanno una assai scarsa di quelle sintattiche? E soprattutto: come può uno scrittore alle prime armi valutare se ha di fronte un professionista al posto di qualcuno che si spaccia come tale?

 

Modificato da Aporema Edizioni
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Uhm... Hai fatto un elenco degli incubi più strazianti che capitano a me, e immagino anche ai miei colleghi.  Credo manchino soltanto le ripetizioni infinite e la povertà del lessico, per cui – ad esempio – gli occhi possono soltanto "vedere" e non distinguono, scorgono, osservano, sbirciano, guardano, notano, contemplano, ammirano... mai.

Certo, carenze gravi come quelle che evidenzi non sono tollerabili in un lavoro che abbia già avuto una revisione di un professionista.

E tuttavia i miracoli non si fanno.

Capitano a volte testi di quattrocento cartelle in cui il protagonista, o i protagonisti, non hanno spessore.  Fanno cose e basta.  A quel punto è dura: non si tratta più di sforbiciare un dialogo, far riscrivere una scena, suggerire un approfondimento.  Lì si dovrebbe dire all'autore di prendere il manoscritto, depositarlo nel cestino e ricominciare da capo.  Se accetti un incarico del genere ti corre l'obbligo di avvertirlo che, per quanto lo sforzo comune possa essere intenso, quel romanzo non diventerà mai un capolavoro e probabilmente nemmeno un buon romanzo.   Ciò detto, poi si fa il possibile con il massimo impegno, per renderlo almeno presentabile.

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Argomento interessante e domande non banali. 
Nel mio caso mi sono sempre basata su feedback di altre persone, rispetto a questo o a quel professionista, e al feeling che scatta (o non scatta) ai primi scambi di e-mail. Questo secondo aspetto, per quanto mi riguarda, conta quanto la competenza. 
@Marcello per esempio è un editor con cui mi piacerebbe lavorare perché lo leggo spesso qui e mi sembra una persona preparata e molto "amabile". Il termine amabile sarebbe in effetti da editare, ma spero ci si sia capiti. 

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8 ore fa, Aporema Edizioni ha detto:

La prima, la più logica: non è che gli autori che affermano che il loro romanzo è già stato editato ci stanno raccontando frottole? Ma, in tal caso, perché fornirci addirittura il nome del "malfattore"? Altra domanda: quanti editor ci sono in circolazione che, pur avendo una certa conoscenza delle regole della scrittura creativa, ne hanno una assai scarsa di quelle sintattiche? E soprattutto: come può uno scrittore alle prime armi valutare se ha di fronte un professionista al posto di qualcuno che si spaccia come tale?

 

In effetti, la prima domanda è quella che sgorga da dentro come un riflesso immediato: l'autore dice la verità?

L'unico riscontro possibile, in tali casi, è verificare se il nome indicato da costui corrisponde a tutti gli effetti a un professionista o meno. In determinati casi, però, per sapere se realmente la persona indicata è un editor bisognerebbe essere degli investigatori privati. ;) Nel senso che non tutti gli editor, pur ottimi professionisti, hanno un sito internet, né questo può essere un punto di demerito o un elemento a sfavore nella valutazione della loro bravura.

 

La seconda domanda è altrettanto giuso porsela: quanti editor, tra quelli che si propongono come tali, o ai quali lo scrittore si rivolge, lo sono sul serio?

A volte, alcuni aspiranti scrittori, per motivi economici, tendono a rivolgersi a persone che, per categoria, potrebbero essere assimilabili a degli editor. È il caso dei docenti. Non è detto che un ottimo docente possa anche essere un buon editor. Dovrebbe, però, avere almeno un'ottima conoscenza della lingua italiana (specie se questa è la sua materia), ma ciò non significa che in automatico sappia anche quali passaggi eliminare o approfondire nell'economia di un testo, o come dare rilievo e spessore ai personaggi. Rimane sempre la questione "lingua italiana", ma, ahimé, per sfortuna esistono anche docenti che commettono enormi svarioni. Senza generalizzare, è chiaro, ma ce ne sono.

Così come esistono editor improvvisati. Magari "scrittori" che sono poco più che aspiranti, eppure si considerano arrivati solo per aver pubblicato un singolo libro (anche se con una casa editrice X e neanche di rilievo) e in quanto autoproclamatisi "autori" si ritengono anche legittimati a insegnare qualcosa ad altri. E in questa categoria, purtroppo, rientrano anche persone che conosco in via diretta; molti di essi hanno la velleità di definirsi esperti o proporsi come editor, benché abbiano essi stessi bisogno di editing (sia formale sia sostanziale) quando scrivono.

 

La terza domanda scaturisce in maniera logica dalle prime due e... bella domanda: come fa uno scrittore alle prime armi a valutare? Basta esaminare un sito Internet e tener conto delle referenze (non sempre presenti, tra l'altro)? E per quegli editor bravi che non hanno un sito o non elencano delle referenze?

Gli aspiranti scrittori potrebbero affidarsi al passaparola di amici, ma neanche questo è del tutto attendibile, potrebbe essere solo un parere soggettivo.

Sarebbe forse auspicabile che le case editrici più "illuminate", magari @Aporema Edizioni in primis, visto che ha anche sollevato la questione ;) , formulassero un elenco di collaboratori esterni o professionisti conosciuti e fidati, ai quali gli autori potrebbero rivolgersi. Sarebbe facoltativo, è ovvio, nessuno può essere costretto a scegliere da quell'elenco, ma già sarebbe un primo passo per assicurarsi la qualità. E in questo, credo che il forum possa essere un bel bacino cui attingere.

Poi, come diceva @Marcello , dovrebbero esserci editor professionali e talmente sinceri da assumersi la responsabilità di dire all'aspirante scrittore se ha davvero la stoffa o meno, anche se in molti casi ciò non servirà ugualmente a fermare la determinazione e la caparbietà di alcuni. :)

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8 ore fa, Aporema Edizioni ha detto:

E soprattutto: come può uno scrittore alle prime armi valutare se ha di fronte un professionista al posto di qualcuno che si spaccia come tale?

Mi accorgo che avevo tralasciato di rispondere a questa domanda.

@ElleryQ ha già proposto molteplici possibilità...  

Io credo che lo scrittore alle prime armi, che non ha conoscenze nel mondo editoriale, si trovi più o meno nella mia stessa situazione quando mi si spegne misteriosamente l'auto.  Il misteriosamente vale per me, che non capisco un accidente di meccanica; un altro automobilista più esperto si precipiterebbe a sollevare il cofano, per me equivarrebbe soltanto a una perdita di tempo.

Che fare dunque a quel punto, se non ho un meccanico di fiducia?

Mi rimangono due soluzioni: rivolgermi all'assistenza della casa madre – dove, con buone probabilità ma nessuna certezza, otterrò un intervento efficiente che mi costerà un patrimonio – oppure seguire il consiglio dell'amico Luigino e chiamare il meccanico che ha quella vecchia officina  in fondo al paese, un tipo alla mano che traffica nei motori fin da quando era ragazzino e di certo non mi spennerà.

Spero che la metafora non sia troppo oscura :D.

@ophelia03 :rosa:, grazie di cuore.

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36 minuti fa, Marcello ha detto:

Mi rimangono due soluzioni: rivolgermi all'assistenza della casa madre – dove, con buone probabilità ma nessuna certezza, otterrò un intervento efficiente che mi costerà un patrimonio – oppure seguire il consiglio dell'amico Luigino e chiamare il meccanico che ha quella vecchia officina  in fondo al paese, un tipo alla mano che traffica nei motori fin da quando era ragazzino e di certo non mi spennerà.

 

Secondo me, queste opzioni del dilemma se la giocano a pari merito. :D

L'amico di Luigino potrebbe essere un ottimo ed economico smanettone che traffica sui motori sin da ragazzino e si è formato "sul campo" (classico esempio di learning by doing :lol:), ma al contempo potrebbe non essere affatto specializzato su quel determinato tipo di motore, che solo un tecnico della casa madre potrebbe conoscere. Quindi, di fatto, anche lui non dà alcuna certezza.

Il tecnico specializzato, di contro, offrirà "con ogni probabilità" un intervento mirato e professionale (che però potrebbe "non dare certezza") a un costo di certo più elevato. Però ha dalla sua il fatto di essere specializzato su quel determinato motore e quindi potrebbe (anche se non è detto) risolvere il problema in breve tempo e con una maggiore probabilità di riuscita.

Lascia un po' nell'impasse. :grat:Io finirei per restare in panne per delle ore fino a passare tutta la notte in macchina. :asd:

 

 

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11 minuti fa, ElleryQ ha detto:

Lascia un po' nell'impasse. :grat:Io finirei per restare in panne per delle ore fino a passare tutta la notte in macchina. :asd:

 

Io ho passato un sacco di notti in macchina... e così ho perso molti giorni di lavoro, ho accumulato un sacco di calzini sporchi nel cesto della biancheria e lasciato marcire la verdura in frigorifero. Senza contare tutte le persone che avrei voluto incontrare e che non ho incontrato perché ero ferma sulla statale con l'auto in panne :asd:

La mia modesta opinione è che provare un meccanico è la scelta migliore. A maggior ragione se di macchine non se capisce nulla...

A qualcuno toccherà pure il meccanico sbagliato, ma per fortuna nella vita si può fallire e tentare di nuovo imparando dai propri errori.

 

1 ora fa, ElleryQ ha detto:

Sarebbe forse auspicabile che le case editrici più "illuminate", magari @Aporema Edizioni in primis, visto che ha anche sollevato la questione ;) , formulassero un elenco di collaboratori esterni o professionisti conosciuti e fidati, ai quali gli autori potrebbero rivolgersi

Ottima idea, oltre alle liste nel WD (ovviamente!)

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Per me occorre ben altro che sapere l'italiano. Bisogna saper valutare l'armonia delle frasi nel testo. Avere sensibilita' per le dissonanze.

Memoria di elefante per le cose già dette.

Distinguere ovvietà e ingenuità. Dire chiaro cosa non funziona. Magari tutto.

Saper ristrutturare al meglio l'organizzazione del lavoro.

Eccheccavolo 

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1 ora fa, ElleryQ ha detto:

Secondo me, queste opzioni del dilemma se la giocano a pari merito.

E infatti non avevo la pretesa di fornire la "ricetta" perfetta, che fa anche la rima :D.

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1 ora fa, mercy ha detto:

La mia modesta opinione è che provare un meccanico è la scelta migliore.

 

Certo, ma quale dei due: lo smanettone più economico formatosi sul campo, competente ma non specializzato, o quello specializzato esperto su quel tipo d'auto, ma meno economico? :grat:

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@ElleryQ, si fa quel che si può. 

Io, oltre che ignorante, sono povera :asd:

Ma mi sembra esistano dei buoni compromessi. Nel cercare un editor serve (come in tutto) attenzione e buon senso:

Titoli di studio? Meglio sì che no.

Referenze? Meglio sì che no.

Esperienza? Meglio sì che no.

Disponibilità al dialogo? Meglio sì che no.

Sincerità nelle valutazioni? Assolutamente sì.

[...]

Una bella bilancia vecchio stile, e pesare i "pro" da una parte e i "contro" dall'altra. E sempre incrociare le dita. 

 

Al massimo, come dice @Marcello, abbandonata una macchina, si chiede un finanziamento per comprarne una nuova...

 

 

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11 ore fa, Aporema Edizioni ha detto:

E soprattutto: come può uno scrittore alle prime armi valutare se ha di fronte un professionista al posto di qualcuno che si spaccia come tale?

Può richiedere una prova gratuita sul testo. Due o tre cartelle, non di più, così da farsi un'idea di chi ha di fronte.

Intanto, si potrebbe già capire se l'Editor in questione usa in modo professionale i supporti tecnologici in nostro possesso (revisioni di Word oppure di Office, ad esempio), il controllo ortografico automatico e catalogazione degli errori più comuni.

Perché, mi dispiace dirlo, ci sono Editor improvvisati che ancora colorano "a mano" il testo stile arlecchino per correggerlo, senza sapere che le funzioni di Revisione lo fanno in automatico, in maniera veloce e molto più facile da gestire (in tutti i sensi, sia estetico che pratico!).

 

Messo da parte l'aspetto tecnico-informatico della questione (si sta parlando comunque di competenze basilari, non pensate a cose così difficili...) si passa a quello della competenza riguardo alla grammatica, alla sintassi e alla lingua in generale. Un Editor che commenta a lato nel file senza mai proporre riformulazioni o dire nero su bianco cosa non va e perché non va, e anche come correggere, fa il suo lavoro solo per metà.

Un Editor non deve solo individuare l'errore, ma anche spiegare all'autore che tipo di errore è (grammaticale, sintattico, di scrittura creativa, tecnica narrativa e via discorrendo) e le varie opzioni disponibili che ha per eliminarlo. E perché no, metterci mano in prima persona, fornendo degli spunti su cui l'autore potrà lavorare, rimaneggiare, riflettere.

 

Quindi il mio consiglio per gli scrittori che avessero dubbi su data figura professionale è questo:

  1. Chiedete una prova di editing gratuita di 2/3 cartelle (non di più, perché è comunque lavoro non pagato);
  2. Assicuratevi, una volta ricevuta la prova, che l'Editor sappia usare i programmi di scrittura come si deve;
  3. Assicuratevi che non si limiti a commentare a lato il testo, senza essere molto chiaro su cosa si dovrebbe o non dovrebbe fare in quella situazione;
  4. Assicuratevi che vi proponga riformulazioni quando una semplice correzione non è una strada praticabile (senza aspettarvi che lo faccia per interi paragrafi!);
  5. Assicuratevi che vi spieghi come poter risolvere il problema o cosa poter fare per cominciare a percorrere la strada per risolverlo (che siano problemi di lingua o di scrittura creativa).

Ci sarebbe anche una lista enorme al contrario, però (cosa dovrebbe fare uno scrittore per non essere mandato a quel paese dell'Editor), perché io ne ho viste di tutti i colori :D 

 

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Adesso, mercy ha detto:

Una bella bilancia vecchio stile, e pesare i "pro" da una parte e i "contro" dall'altra. E sempre incrociare le dita. 

 

Sono d'accordissimo. <3

Anche se ci sono dei parametri che non sempre sono riscontrabili, né attendibili.

Non è detto, per esempio, che un editor laureato sia più bravo di uno solo diplomato, così come non è detto che un editor scrittore (quindi formatosi sul campo) sia più bravo di un editor non scrittore ma che ha frequentato un master in editoria specializzandosi.

Vale anche l'esatto contrario di quanto detto. Le variabili sono tante, certo, e le referenze possono fare la differenza, ma, al giorno d'oggi, chi può dire se siano reali o formulate ad hoc?

Per fare un esempio analogo, ci sono case editrici con testimonial importantissimi che alla prova dei fatti si rivelano poco professionali o a pagamento.

Insomma, la scelta non è delle più semplici. Intuito? Fortuna? Analisi?

Questo, poi, nei panni dello scrittore che deve scegliere; ma supponiamo che faccia la scelta per sé migliore valutati tutti i suoi pro e contro (anche quelli economici) e che trovi l'editor ideale, che però non lascia soddisfatta la casa editrice (cosa ampiamente probabile perché ogni editore ha poi delle proprie prassi e regole editoriali). In tal caso, la cosa più logica sarebbe che quest'ultima suggerisse una serie di nomi, dal proprio punto di vista (e secondo le proprie prassi editoriali) affidabili.

Magari non è neanche questa la soluzione, dipende dalle case editrici. Non è escluso che qualcuna possa favorire determinati editor a svantaggio di altri magari migliori.

Non credo che possa esserci una visione univoca, purtroppo. L'unica, forse, sarebbe aumentare il numero di editor interni o esterni per casa editrice (logico ma per alcuni meno economico) in maniera tale da avere maggiori certezze di avvicinare il manoscritto giunto alle proprie esigenze editoriali.

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1 ora fa, camparino ha detto:

Per me occorre ben altro che sapere l'italiano. Bisogna saper valutare l'armonia delle frasi nel testo. Avere sensibilita' per le dissonanze.

Memoria di elefante per le cose già dette.

Distinguere ovvietà e ingenuità. Dire chiaro cosa non funziona. Magari tutto.

Saper ristrutturare al meglio l'organizzazione del lavoro.

Eccheccavolo 

 

Sottoscrivo tutto, compreso eccheccavolo.

Aggiungo solo che un editor dovrebbe conoscere anche gli italiani (meglio per lui e per la sua salute).

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30 minuti fa, ElleryQ ha detto:

Intuito? Fortuna? Analisi?

Per arrivare da qualche parte servono necessariamente tutti e tre.

Del resto, come diceva una vecchia (e secondo me pure brutta) canzone "uno su mille ce la fa"... e non è sempre detto che quello che ce la fa sia il migliore!

 

34 minuti fa, ElleryQ ha detto:

ma supponiamo che faccia la scelta per sé migliore valutati tutti i suoi pro e contro (anche quelli economici) e che trovi l'editor ideale, che però non lascia soddisfatta la casa editrice (cosa ampiamente probabile perché ogni editore ha poi delle proprie prassi e regole editoriali)

Su questo non posso esprimermi perché di case editrici non so quasi nulla. Ma se ho scelto l'editor con attenzione e buon senso, al massimo la CE potrà rifiutarmi perché il mio lavoro non rientra nelle sue prassi e regole editoriali. Avrò almeno scongiurato il rischio di presentare alla CE

12 ore fa, Aporema Edizioni ha detto:

prolisse e inutili prefazioni o a indigeribili spiegoni, che annoiano a morte il lettore fin dalle prime righe, quanto a grossolani errori di sintassi e di punteggiatura.

 e anche

12 ore fa, Aporema Edizioni ha detto:

punteggiatura sparata a casaccio sovente non è che l'antipasto. Il piatto forte è servito con i tempi verbali, quando il disinvolto e del tutto fortuito passaggio dal passato remoto al trapassato prossimo, e viceversa, disorienta chi legge, che non riesce più a collocare nel tempo un determinato evento. Il dessert arriva con i dialoghi, a volte banali, a volte poco credibili, dove quasi sempre, dopo un paio di battute, non si capisce più chi stia parlando, chi faccia le domanda e chi dia le risposte.

 

Per la soddisfazione di @Aporema Edizioni e per il vantaggio di tutti gli altri scribacchini (dato che, avendo la CE perso meno tempo con gli irrecuperabili, avrà più tempo per valutare i papabili). :sss:

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3 ore fa, massimopud ha detto:

Aggiungo solo che un editor dovrebbe conoscere anche gli italiani (meglio per lui e per la sua salute).

 

Sì, ma in particolare gli aspiranti scrittori, che sono una sottospecie (absit iniuria verbis :D) di italiani eccezionalmente tignosa.

 

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Come scrittore (si fa per dire...) ritengo che la miglior soluzione sia scegliere un editor che scriva (leggi un suo libro!), oppure uno che abbia già editato un lavoro che ti sia piaciuto.

E poi fare una prova.

 

Per ora, io sono stato pubblicato free, ma di editing "vero" non ho visto neppure l'ombra...

 

Come diceva il mio amico ristoratore e palpeggiatore, facciamo una supposta: se, una volta trovato un editor con le palle, non c'è verso di sfondare, la colpa sarà solo dell'autore?

Meditate, gente, meditate! 

Triste considerazione finale: se tutto andrà per il meglio, avrete confezionato un buon libro, ma nulla garantirà fama e successo! Forse soddisfazione sì...

 

Ah, sono senza occhiali, e chiedo scusa per gli eventuali e probabili refusi.

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Cara @Aporema Edizioni, mi vien da dire -e che nessuno si offenda- senti tu da che pulpito viene la predica (pulpito inteso come mondo editoriale italiano contemporaneo)! 

In un momento storico dove il rapporto Autore/Editore sta cambiando pelle, in peggio; in un'epoca di forte crisi culturale e linguistica, e sintattico-concettuale; in un contesto editoriale e commerciale governato dalle traduzioni -che nessun supervisore editoriale interno alla CE controlla più; in una nazione dove nessuno legge e dove ci sono CE con redattori editoriali laureati grazie ai punti Miralanza (qualcuno si ricorderà cos'erano)... ecco che vien fuori una CE che anziché fare un'approfondito ed auto-critico esame di coscienza sul  proprio contributo alla decadenza della cultura editoriale italiana generale (di cui essa fa parte), ritiene più opportuno puntare l'indice sulla presunta malafede/ignoranza/superficialità/non attendibilità degli editor professionisti o meno, a contratto o free-lance che secondo la suddetta CE sarebbero (insieme agli Autori ingenui e creduloni)  in qualche modo responsabili della cattiva qualità degli inediti che mediamente le CE ricevono -e che per mancanza di tempo e per personale interno già abbastanza occupato, essa, la CE,  non è e non sarà in grado di editare direttamente. Ohibò!

Resto senza parole.

E allora mi chiedo, dove sarebbero le risposte della CE ai curriculum inviati dagli editor desiderosi di imparare con voi a mettere le virgole? Con quali criteri di selezione sono stati assunti gli editor che lavorano in pianta stabile dentro la vostra CE? Dove sono gli editor vostri (e per Vostri intendo quelli vostri a rappresentanza della "grande"(!) fiducia che le CE italiane riservano agli editor non a contratto ma in cerca di lavoro a contratto) capaci di spiegare agli Autori come si costruisce sintatticamente un dialogo tra A e B?  Dove sono gli editor interni professionisti vostri capace di apprezzare un'idea mal espressa e di trasformarla in un testo godibile per il lettore, anche al di là del contenuto? Dove sono le vostre articolate lettere di rifiuto che fanno ben comprendere all'Autore e al suo Editor amico i limiti e i pregi di una scrittura da migliorare anche commercialmente?

 

A noi editor degli Autori sfortunati -che forse mai saranno pubblicati e che probabilmente mai godranno degli acclarati benefici dei vostri virtuosi correttori di bozze stipendiati- tocca ogni giorno la gran fatica di stabile un rapporto di fiducia, prima ancora del rapporto economico-professionale, tra l'Autore e la sua parola,  tra la sua parola e la sua visione del mondo,  e non sta a noi censurare o cestinare "visioni"  o operare per far arrivare a voi CE inediti già supervisionati e  già  impaginati per le vostre tipografie.

Da una Ce attiva qui su WD mi aspetto, ci aspettiamo, gli editor e gli Autori si aspettano un dialogo/confronto tra distinte e differenti competenze e dove ogni attore del dramma o della commedia impari dai propri errori a come meglio recitare/leggere e scrivere in virtù e in funzione del pubblico. A partire dall'unicità della singola funzione/ruolo: il vostro editor interno stipendiato è altro rispetto a me o agli altri editor free-lance Amici degli Autori. Al vostro editor che deve mettere a punto un testo già licenziato per la stampa si chiede un lavoro e un'attenzione distinta da quella che io devo profondere per far sì che l'Autore sia sempre più consapevole delle tecniche narrative e della sua competenza linguistica in quanto regista del testo.

 

Prometto che mi comprerò presto un libro col marchio Aporema Edizioni, con la precisa finalità di imparare dalla lettura di un vostro testo pubblicato le regole grammaticali, sintattiche e costruttive delle trama, quelle in grado di fare la differenza tra un "nostro" testo raffazzonato o editato alla buona e quello ben concepito e organizzato di una seria CE.

 

Un cordialissimo saluto.

P.S. Per la foga sarà sicuramente saltato qualche nesso logico, come spesso mi capita, segno che ogni editor che si rispetti ha /avrebbe sempre bisogno della supervisione di un altro editor amico (a trovarlo!).                                        

Modificato da Renato Bruno
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22 ore fa, camparino ha detto:

Per me occorre ben altro che sapere l'italiano. Bisogna saper valutare l'armonia delle frasi nel testo. Avere sensibilita' per le dissonanze. Memoria di elefante per le cose già dette. Distinguere ovvietà e ingenuità. Dire chiaro cosa non funziona. Magari tutto.Saper ristrutturare al meglio l'organizzazione del lavoro. 

Forse non ci siamo spiegati, @camparino.
Questa non è una discussione su cosa deve saper fare un editor di quello si è già parlato ampiamente altrove qui nel forum, e ci permettiamo di farlo presente a te, così come a quegli utenti che nei loro interventi sono andati fuori argomento. Questa discussione riguarda piuttosto le cose che alcuni (e sottolineiamo alcuni) editor non sanno fare.

Mettiamo il caso limite, ma neanche tanto "limite", che qualcuno sia padrone di tutti gli accorgimenti da te citati, ma poi si impantani in congiuntivi e consecutio temporum:  cosa facciamo? Lo consideriamo comunque un buon editor, o ci rivolgiamo ad altri? Oppure ancora ci affidiamo a due editor, il primo maestro nella scrittura creativa, il secondo nella lingua italiana?

Ti assicuriamo, caro @camparino, che tale eventualità non è affatto rara e si presenta abbastanza spesso; altrimenti non avremmo affrontato e proposto questo argomento agli utenti del W.D. Se non fossimo tenuti a una doverosa e sacrosanta riservatezza nei confronti di chi ci invia i propri manoscritti, potremmo proporne qui alcuni stralci, che chiarirebbero in mondo inequivocabile ciò che stiamo dicendo.

Ringraziamo tutti coloro che ci hanno fornito dei consigli pratici per affrontare la situazione, alcuni dei quali li stavamo già mettendo in atto da tempo: aver avuto la conferma che possono funzionare, ci spinge a continuare sulla strada che avevamo intrapreso. Per quanto riguarda i consigli "inediti" , ci mettiamo al lavoro fin da subito.

Modificato da Aporema Edizioni
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@Aporema Edizioni Si, sono andato fuori tema. Anche perché penso che la creatività venga prima dell'italiano. 

Per me uno scritto si valuta nei contenuti. Poi, certo, si sistemano virgole e vongole. Ma se non c'è il contenuto, inutile mettere mano al resto.😊

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1 ora fa, camparino ha detto:

si sistemano virgole e vongole

Le virgole te le puoi tenere, ma se avanzassero un po' di vongole... :sorrisoidiota:

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1 ora fa, camparino ha detto:

Poi, certo, si sistemano virgole e vongole.

Sì, ma se l'editor non è in grado di farlo e scambia le prime per le seconde? :)

Scherzi a parte, anche la questione "forma e contenuto", ovvero se sia più importante la prima rispetto al secondo, o viceversa, è già stata oggetto di grandi dibattiti. Noi crediamo che debbano viaggiare di pari passo e che un ottimo contenuto sarebbe svilito da una forma approssimativa, così come la forma migliore non sarebbe mai in grado di far "decollare" un contenuto povero.
Tutto ciò premesso, facciamo notare che ancora non è stata data una risposta chiara e univoca alla domanda principale, ovvero: può un editor permettersi di non padroneggiare a dovere la lingua italiana, sintassi e consecutio in primis?

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8 minuti fa, Aporema Edizioni ha detto:

Tutto ciò premesso, facciamo notare che ancora non è stata data una risposta chiara e univoca alla domanda principale, ovvero: può un editor permettersi di non padroneggiare a dovere la lingua italiana, sintassi e consecutio in primis?

Non abbiamo risposto perché la domanda è retorica.

Certo che no, altrimenti parliamo di un falegname che non sa lavorare il legno. Se vuoi una risposta tanto scontata...

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15 minuti fa, Niko ha detto:

Non abbiamo risposto perché la domanda è retorica.

 

Infatti, la penso anch'io così. Ho creduto che la domanda del titolo fosse retorica, invece le domande nel post quelle effettive.

Se lo scrittore può permettersi di dare più rilievo al contenuto che alla forma e l'editor non conosce neppure l'italiano, siamo al paradosso.

Se, però, partiamo dal logico presupposto che un editor debba necessariamente conoscere la grammatica e la sintassi, allora è normale che sorga il primo dubbio del post, per cui, o l'autore si è rivolto a un altro scrittore che predilige il contenuto alla forma, o anziché un editor ha interpellato un beta reder e neanche uno che sappia farlo, ma un beta reader qualsiasi (tipo suo cugino o il vicino di casa, o proprio un "analfa-beta reader" :asd:).

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1 ora fa, Aporema Edizioni ha detto:

Tutto ciò premesso, facciamo notare che ancora non è stata data una risposta chiara e univoca alla domanda principale, ovvero: può un editor permettersi di non padroneggiare a dovere la lingua italiana, sintassi e consecutio in primis?

 

Se rispondessi di sì? Un giorno, quando i computer saranno in grado di arrangiarsi per cose del genere, un editor potrebbe concentrarsi su cose meno meccaniche che sapere che "credere" regge il congiuntivo o che i participi in alcuni casi vanno al femminile.

 

La domanda vera a questo punto però sarebbe: ma un editor potrà arrivare a diventare un editor senza sapere queste cose o quantomeno senza assorbirle per osmosi da tutti i libri che dovrà comunque leggere? A cui segue a ruota: ma se i lettori cercano il "contenuto", gli scrittori non si degnano di preoccuparsi della grammatica e gli editor non la conoscono, ma perché dobbiamo preoccuparcene proprio noi? Giusto per fare i fighi e programmare un computer che sappia usarla (e che resterà l'unico a cui ne importerà qualcosa)?

 

 

 

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Se posso dire la mia - e non vorrei con ciò però mancare il punto centrale della discussione andando troppo O.T. - penso che prima ancora di porsi-rispondere alla domanda (in questo caso retorica o significativa d'altro) "un editor deve conoscere bene l'italiano?", credo che sarebbe maggiormente giusto "puntare il dito" sulla domanda "uno scrittore deve conoscere bene l'italiano?".

Perché letta così, la discussione sembra giustamente mettere in guardia gli aspiranti scrittori da eventuali editor "profittatori", nonché e al solito vorrebbe (almeno mi pare) anche provare a prevenire l'ormai diffusissima prassi d'invio sconsiderato di manoscritti illeggibili alle varie case editrici...

 

Il 25/2/2019 alle 01:19, Aporema Edizioni ha detto:

i sono tuttavia virgole che sono assolutamente indispensabili e il metterle o il non metterle cambia del tutto il senso di una frase: basti pensare al famoso esempio del "vado a mangiare, nonna" o "vado a mangiare nonna",  in cui la mancanza di una virgola trasforma un nipotino ben educato in un cannibale.

Non so... queste differenze, ad esempio, a me le insegnavano a scuola, quando imparavo la grammatica... non so oggi come o cosa si insegni ancora riguardo la lingua italiana (tanto che quasi verrebbe da chiedersi: “ma un insegnante di italiano deve conoscere bene l'italiano?”).

 

Quello che vorrei dire non va contro il pensiero espresso da Aporema Edizioni né da tutti gli altri interventi di questa discussione, ma vorrebbe solo ampliarlo.

Trovo infatti giusto che ancor prima - o al massimo in contemporanea, se vogliamo - a una “campagna” di sensibilizzazione sull'argomento “gli editor sono professionali o meno?”, sarebbe secondo me importante sensibilizzare (ulteriormente - non dico che non si faccia per niente) su qualcosa che potrebbe risuonare come “gli aspiranti esordienti sono professionali o meno?”.

Tutti qui dentro, conosciamo altrettanto bene la risposta alla mia ugualmente retorica domanda: presi a campione su vasta scala, non lo sono per nulla.

 

Da ciò le mie domande:

- Quanto un editor dovrebbe lavorare-consigliare, insomma e per l'appunto “editare” in senso di correzioni e miglioramento un testo e quanto, invece, lo dovrebbe completamente scrivere-riscrivere (dall'inizio alla fine, ossia svolgere il lavoro base che dovrebbe aver svolto l'autore stesso) almeno in corretto italiano, sin quasi - per assurdo - a divenirne più autore dell'autore stesso?

- Quanto e perché una casa editrice (non segue molto le CE, dunque non lo so) nella sua modalità di “invio manoscritti” non comunica espressamente agli esordienti la sua volontà di non ricevere testi “illeggibili” come gli esempi di cui sopra?

- Quanto un autore-scrittore, esordiente o meno, dovrebbe essere conscio che scrivere per una pubblicazione preveda tutto un lavoro e una buona dote di professionalità da parte sua (e di eventuali professionisti del settore come editor o agenzie letterarie o anche corsi di scrittura) e non basti “il genio” o “l'ispirazione” a giustificare l'invio di un manoscritto a una CE?

- Quanto un lettore medio dovrebbe sapere ed essere in grado di (ossia avere i mezzi per) comprendere e apprezzare il valore letterario e linguistico di un'opera?

 

Credo dunque che il principale punto, come un po' anche si discorreva sopra, sia quello dall'autocritica da parte di tutte le parti facenti parte del gioco (e perdonatemi il gioco ripetitivo di parole!); altrimenti si rischia, sempre a mio avviso, solamente una sorta di scarica-barile in cui le cose continueranno a procedere alla stessa maniera, se non addirittura a peggiorare ulteriormente.

 

Dunque, secondo me, quello che io consiglio per un “mondo utopico di scrittura”:

- Agli scrittori: prima di inviare i vostri manoscritti a chicchessia, editor, agenzie letterarie e case editrici... lavorateci sopra il più possibile e in maniera più professionale possibile. Leggete e rileggete, correggete, editate, rieditatevi, chiedete pareri e consigli agli amici o sui social o blog... possono passare anche anni prima che un romanzo sia pronto per essere inviato, non sei mesi (o simili) perché magari ritenete che scrivere “poesie” sin dalle medie o dal liceo sia stato un sufficiente percorso di formazione fino alla vostra appena raggiunta maggiore età...

- Agli editor e ai vari “intermediari” fra l'autore e le case editrici: siate onesti il più possibile ed ugualmente formatevi il più possibile nel vostro campo di specializzazione.

- Alle case editrici: siate ugualmente oneste, nonché chiare il più possibile, sopratutto per quanto riguarda le vostre reali intenzioni e interessi (vendere copie o contribuire alla formazione-miglioramento-incremento del livello culturale generale?).

- Ai lettori, ugualmente: dimostrate anche voi il vostro impegno a volere libri scritti e confezionati con una determinata professionalità. Date spazio anche agli esordienti nelle vostre compere e letture, ma prima ancora riabituatevi a leggere e a comprare libri, se volete che vi siano offerti prodotti di qualità.

 

Insomma, tutti facciamo parte del sistema “scrittura-pubblicazione-lettura”, ognuno con il suo ruolo, ognuno con le sue precise responsabilità.

Se ognuno, al contrario, agisce ritenendo sia “colpa” o “dovere” di qualcun altro fare la propria parte, allora il gioco è quello che ormai ci affligge tutti: tutti siamo scontenti, il degrado culturale è ormai sempre più ampio.

 

Chi deve conoscere l'italiano, applicarlo, preservarlo, amarlo, nobilitarlo sono dunque un po' tutti: scrittori, editor, case editrici, lettori, insegnanti... basta che uno di questi soggetti viene meno e l'ingranaggio s'inceppa... quando poi gli “inadempienti” non si limitano al singolo caso ma divengono la norma sparsa per centinaia di migliaia se non addirittura milioni di persone, eccoci dunque qui, in Italia, il paese dove il il termine “cultura” è ormai alla deriva.

 

Dunque e appunto alla domanda retorica se un editor deve conoscere bene l'italiano, come diceva Niko, la banale risposta è ovviamente sì. Così come lo devono o lo dovrebbero conoscere tutte le altre parti in gioco, dagli scrittori ai lettori passando per il vario personale addetto nelle case editrici.

 

Ma il punto allo stato dei fatti, per quanto mi riguarda e per quanto triste possa essere, rimane sempre un altro: quanto conoscere l'italiano è ormai importante per vendere un libro?

La risposta, purtroppo è “zero”, poiché ciò che ormai conta nel “mercato-libro” non è certo la conoscenza o meno dell'italiano, quanto la conoscenza delle adatte strategie di marketing che infine giustificano per tutti l'adozione di comportamenti volti esclusivamente alla vendibilità di un prodotto (il suo valore commerciale) e non al suo valore culturale.

Dunque e in questo senso, non è più ormai necessario che nessuno dei vari soggetti in campo, dei vari partecipanti al gioco, conosca l'italiano, poiché l'elemento lingua italiana non è più un fattore inserito nell'equazione “vendibilità”...

 

Ciò detto, vi saluto e un buon proseguimento a tutti...

 

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L'editor perfetto non esiste. Chiunque sia un forte lettore si imbatte di continuo in refusi e svarioni di ogni genere in libri editi da qualsivoglia CE. Svarioni e refusi sia a livelli di forma che di contenuto. Quindi, volare bassi, farebbe bene un po' a tutti. A me però, @Aporema Edizioni, quello che mi rende perplesso del tuo post è quando dici:

Il 25/2/2019 alle 01:19, Aporema Edizioni ha detto:

suggeriamo a chi ci scrive, e magari non vuole aspettare i nostri tempi, di inviarci opere già editate in modo professionale

Così facendo, la mia opinione è che contribuiate a diffondere un modello sbagliato, viziato. Un autore carente, bene fa a rivolgersi a un editor se vuole migliorare e crescere. Ma non con il fine di presentare un lavoro già editato e rendersi così appetibile agli occhi di una CE. Avete gli editor? Bene, allora saranno loro a editare un lavoro, se meritevole, dandogli il senso identitario proprio della vostra CE. Sempre che ce l'abbia. Che senso ha, inoltre, spingere gli autori a trovarsi un editor sul quale poi avete tutto da sindacare? Per voi è grasso che cola. E se invece così non fosse, se non è grasso quello che cola -- come sembra trasparire da quanto scrivi -- allora perché lo fate? Ti offro un'ulteriore suggestione: visto che, la tua opinione è che in giro ci siano tanti editor incompetenti [e su questo può darsi che io la pensi esattamente come te], faccio proprio fatica a capire perché continuiate a spingere gli autori a cercarsene uno per proprio conto; e mi spiego; un editor incapace, o non in sintonia con il testo, o impreparato ad affrontare un testo di quel tipo o genere, potrebbe fare più danni della grandine. L'editor non è mai per tutte le stagioni. Un editor che edita thriller, per farti un esempio, non sarà in grado di farlo al meglio se non si è letto perlomeno i maggiori successi di genere degli ultimi trent'anni. Se edita thriller e non ha mai editato romance, non potrà fare un buon lavoro sul romance. Se non ha mai letto Davide Foster Wallace e un autore scrive alla Wallace, lui non sarà in condizione né di editarlo, né di capire di cosa diavolo stia scrivendo: tradotto: potrebbe addirittura spingere l'autore a tagliare parte del romanzo che, invece, un editor bravo e preparato gli avrebbe consigliato di coltivare e farne il fulcro centrale del plot. Stando così le cose, perché una CE dovrebbe spingere gli autori ad andarsi a cercare un editor per proprio conto? Dove sono nato io, si dice: così si fa casino e basta.

 

Inoltre dici:

Il 25/2/2019 alle 01:19, Aporema Edizioni ha detto:

suscitare un dibattito e soprattutto mettere in guardia tutti quegli autori che, spinti dall'entusiasmo o dalla scarsa conoscenza del mondo editoriale, finiscono per mettersi nelle mani sbagliate.

 

Questa mi pare la parte più interessante del tuo post, perché il dibattito potrebbe servire a un autore che per la prima volta in vita sua si mette a cercare l'editor giusto per lui. Come si fa a trovarlo? A trovarne uno bravo, in sintonia, capace, onesto? Inizia a contattarli, vedi come si pongono, come si comportano. Se sono preparati sul genere che scrivi. Vaglia le domande che ti fanno riguardo il tuo lavoro e non solo -- le domande, nell'editing, sono tutto. Sono disponibili o sembrano freddi e distaccati? La seconda cosa che ti dicono è quanto prendono a cartella? Se la risposta a queste domande è no-sì-sì, scartali. Con l'editor devi trovare un buon feeling. Inoltre; dove hai reperito il suo nominativo? Conosci qualcuno editato da lui? Ha delle referenze? Io prima di trovare un editor per il mio primo romanzo ne ho scartati una dozzina, prima di lui. Avere informazioni su di lui è importante, ma altrettanto -- anzi, molto di più -- lo è il tuo intuito. Le paginette di prova: qui vado controcorrente; siamo onesti: a che servono? Sono del tutto insufficienti per valutare le capacità di un editor. Avrebbero senso solo se l'editor fosse un incapace totale. Allora sì, lo capisci pure da due pagine di prova. Ma sul macro, come la mettiamo? Sullo stile, il tono, l'ambientazione, i personaggi, gli equilibri, lo storytelling, i dettagli? Ecc. L'editing te lo giochi soprattutto lì, e con due pagine di prova non si può minimamente -- ovvio -- analizzare questi elementi.

 

 

 

 

 

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