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Per quanto provasse a risolversi, nulla valse a spegnere un timido, sottile rossore sulle sue gote; nulla impedì ad un sorriso languido ed ebete di poggiarsi tanto sulle sue labbra, quanto nei suoi occhi.

Si sorprese immobile, in piedi, tenendosi le dita di una mano nell’altra, volta estatica verso quella che credeva essere una visione perfetta. No: non era guardata a sua volta. L’oggetto della sua attenzione era intento a portare un grande scatolone. Camminava sull’erba, ammantata di sole; nonostante l’ingombro, si muoveva in fretta, agilmente; come un’ape, con ancestrale sicurezza, badava al proprio lavoro. Non si guardava intorno. Avrebbe tanto desiderato, Serena, che quella creatura, anche solo per un istante, si volgesse in sua direzione, e si scioglieva in un grumo di lacrime ipotetiche al pensiero che forse mai lo avrebbe fatto. In effetti, alla luce delle condizioni contingenti, le probabilità di uno sguardo di tenerezza erano minime, ma, si diceva, non nulle, e continuò a sperare.

Dopo un breve istante, in cui la sua figura fu nascosta nel ventre di una casa, Alida riapparve. Un sottilissimo umore ne imperlava la fronte. Nuovamente rimase carpita - e se ne accorse - nella rete gentile di uno sguardo - un pensiero sospeso ed incerto tra amore e stupore.

- Che hai da guardare? - un agile sorriso divertito le balenò negl’occhi.

- N…niente. - le gote le si fecero vermiglie, ed un breve tremito le attraversò le labbra per morirle in gola.

- Stai male? - un’accenno di premura, pronto; ora le sue mani le cingevano il braccio, le spalle delle due si sfioravano.

- No. Tutto bene… è… è solo il sole.

- Dai… Facciamo una pausa.

La menò per il prato e la fece sedere nell’ombra gentile di un ulivo lì accanto - le fronde sinuose abbandonate nel vento.

- Ti porto qualcosa da bere. Aspettami. - un accento materno, un occhio simpaticamente ammiccante.

- Ma no… lascia…

- Non fare i capricci. Hai bisogno di bere.

Nuovamente s’allontanò e scomparve nel ventre della casa - una piccola villetta dai muri gialli, quasi bianchi. Nuovamente riapparve e fu raccolta dal suo sguardo. Teneva in mano due bicchieri di vetro. Un liquido vagamente opaco accoglieva qualche cubetto di ghiaccio. Due cannucce, una verde una arancio, pendevano dall’orlo della culla di vetro, agitandosi avanti ed in dietro, a ritmo del  passo di Alida; rincorrendosi, i due bastoncini colorati, di tanto in tanto sembravano baciarsi, fugacemente, per poi allontanarsi e ricominciare la caccia.

- A lei.

- G… grazie… - abbassò il capo, sprofondandolo in un muto bruciore. Guardava il ristoro, e, per qualche ragione, se ne sentiva già sazia. Mai avrebbe voluto bere, per non sciupare l’aspetto di dono che il tocco del soccorso aveva impresso in un’impronta di dita.

- Non ti piace il limone? - aggrottò la fronte, iniziando ad inciampare in qualche forse vago, forse errato sospetto.

- Eh? - di nuovo il rossore le giunse al volto, ed un’espressione colpevole che pareva smorfia di debolezza.

- Sere, tu non stai bene!

In effetti, non stava per niente bene. Le forze l’abbandonavano, poco a poco, istante per istante, dalle gambe al capo. Un peso l’opprimeva ed il petto sembrava incapace di contrarsi nella normale attività del respiro. Un fuoco sottile le percorreva le membra ed un brusio profondo l’inghiottiva. Il buio scendeva, e l’ultima immagine che vide fu il volto di Alida commosso da qualche moto energico. Lo sgomento allora fu irresistibile e calarono intere le tenebre.

Poco dopo si riebbe. Si trovò distesa come su un letto. La svegliarono la sensazione del suo braccio che scorreva su di un qualche tessuto che imparò essere delle lenzuola celesti. Una mano le teneva la mano, stretta, salda, risoluta. La mano di Alida, calda d’estate. Ahi che sensazione, che morso, che abbraccio: sentire la morte sopraggiungere tenera e innocua, violenta ed impietosa la vita, entrambe accorse a contendersi il cuore, raccolto come un pulcino nell’incontro delle due anime in quella stretta. Non fu clemente, ma, spietata, la commozione, da sonno, subito si sciolse in pianto. Ancora calde le gote, turbata, Serena nuovamente si perse, e più non seppe come respirare, per impedire ai singhiozzi di squassarle il petto, di soffocarle la voce.

A nulla valse la stolida volontà, non seppe che piangere e guardare con la gola cucita il pietoso volto di lei, che s’affannava a comprendere le ragioni di tanto soffrire. Nulla potè fare, allora, nulla, se non accogliere Serena tra le sue braccia, quel corpo, quelle convulse emozioni.

Allora, celata da una maglietta sottile, la forma di due seni discreti; un petto ossuto; un ventre ampio e scarno. E ancora, ma nudo, un collo di seta, una spalla ben levigata. Due mani leggere lungo tutta la schiena. Per qualche istante si perse, Serena, a contare a sua volta le vertebre. Ed il cuore, come un folle, sembrava voler collassare, gridava ferito: basta, basta, basta; basta, io muoio.

Ed in fine una sensazione più fresca, gentile, delicatissima. Il sapore del limone. Uno sfiorarsi di labbra.

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Ciao @Arianna Sofia Ferrari. Un racconto particolare, il tuo. Si delinea poco a poco, i personaggi rimangono misteriosi, come se fossero avvolti in un'atmosfera ovattata, nebulosa. Non so se è un mio limite o se è voluto, ma non sono riuscita a capire bene quale rapporto intercorre tra le due protagoniste. 

Bella l'attenzione ad alcuni dettagli.

21 ore fa, Arianna Sofia Ferrari ha detto:

Teneva in mano due bicchieri di vetro. Un liquido vagamente opaco accoglieva qualche cubetto di ghiaccio. Due cannucce, una verde una arancio, pendevano dall’orlo della culla di vetro, agitandosi avanti ed in dietro, a ritmo del  passo di Alida; rincorrendosi, i due bastoncini colorati, di tanto in tanto sembravano baciarsi, fugacemente, per poi allontanarsi e ricominciare la caccia

Mi piace questa parte. Una descrizione delicata e metaforica del rapporto tra le due. Un'immagine che, in maniera efficace, a mio parere, riappare alla fine del racconto.

Il tuo modo di scrivere, anche, è particolare. 

21 ore fa, Arianna Sofia Ferrari ha detto:

Nulla potè fare, allora, nulla, se non accogliere Serena tra le sue braccia, quel corpo, quelle convulse emozioni

Mi piace il ritmo sincopato di questa frase.

Mi chiedo, però, come mai tu abbia usato un linguaggio così aulico nel racconto (aggettivi che precedono i sostantivi, termini desueti). Questa scelta rende il testo un po' "antico" ma l'ambientazione è moderna, o almeno così mi è parsa.

Se hai voglia mi piacerebbe sapere qualcosa in più sulle due protagoniste, soprattutto su Alida (che è anche il titolo del racconto).

A presto. 

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@Arianna Sofia Ferrari

 

Ciao!

Il racconto mi è piaciuto, in questo suo stile un po' all'antica, un po' da poesia, gettato nella frenesia del quotidiano e della vita più moderna.

Un po', ogni tanto, ci s'inceppa nel leggere, o meglio si rallenta il ritmo... uno stile dunque buono per descrivere le emozioni della protagonista, ma forse un po' tutto spigoloso (in qualche modo "duro") al suono, almeno secondo me... in questo più di tutto e per quanto lo dica con rammarico di mio personale e antico rimpianto, credo che non giochino troppo a favore le varie "d" eufoniche che, nonostante possano sposarsi con lo stile generale del tutto, comunque rallentano un po' e induriscono la lettura; tanto che - ma qui azzardo una mia personale sensazione - mi sembrano quasi forzatamente volute proprio per enfatizzare il senso complessivo e po' arcaico della scrittura... insomma, se non tutte, un po' le sfoltirei, a mio avviso.

 

Per il resto poche altre e veramente quasi frivole annotazioni di forma che quoto di seguito.

 

In generale: c'è una storia, con un buon ritmo di svolgimento e ottima immaginazione, nel senso che s'immagina il tutto assai bene e ambientazione e personaggi appaiono vividi nella mente di chi legge (o almeno, così è stato per me). Si entra nel mondo dei due personaggi con molta carica empatica.

 

In finale, bello sopratutto perché lascia una sensazione di "bella scrittura" e lettura!

 

I miei complimenti!

 

23 ore fa, Arianna Sofia Ferrari ha detto:

L’oggetto della sua attenzione era intento a portare un grande scatolone.

Questa è un'annotazione del tutto personale: non mi fa mai troppo impazzire leggere la parola "oggetto" riferita a una persona...

 

23 ore fa, Arianna Sofia Ferrari ha detto:

- N…niente. - le gote le si

- Attenzione allo spazio dopo i tre puntini... anche se ti servono per "spezzare la parola", credo comunque ci vada.

- Attenzione poi al fatto che se metti un punto fermo all'interno del dialogo, dovrebbe poi andarci la maiuscola dopo ("niente. - Le gote...."), oppure togli il punto.

 

23 ore fa, Arianna Sofia Ferrari ha detto:

un’accenno di premura,

Un apostrofo di troppo! 

 

Il 12/2/2019 alle 21:32, Arianna Sofia Ferrari ha detto:

spettami. - un acc

Stessa annotazione per il punto nel dialogo di cui sopra.

 

Ciao!

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@Ivana Librici

Ciao! Grazie infinite del feedback!

Il fatto che il rapporto tra le due non sia chiaro è voluto. Tuttavia, dalle tue parole, deduco che lo sia fin troppo. Nella mia mente Serena dovrebbe essere innamorata di Alida, ma di un amore confuso, sfocato, che deve ancora conoscersi. Alida, dall'altra parte, dovrebbe essere inizialmente in un rapporto di sola amicizia, spontanea e vagamente materna, sentimento che in seguito avrei voluto che sembrasse cambiato, sebbene, per come ho immaginato io il tutto, non lo sia affatto. Tutta l'immagine finale vorrei che risultasse ambigua, in modo che non si capiscano gli intenti di Alida nei confronti di Serena. 

Per quanto riguardo "lo stile", sì, è aulico. Mi piace, lo ammetto, rendere tutto molto complicato, e mi piace, e tu l'hai notato molto bene, che questo stile risulti in contrasto con le ambientazioni, indefinitamente moderne. A questo punto mi chiedo e ti chiedo: trovi sia eccessivamente arcaizzante, tanto da risultare sgradevole o noioso?

A presto!

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@AndC

Ehi! Ti ringrazio infinitamente per le puntuali correzioni (mi vergogno per quell'apostrofo di troppo...).

Mi è molto utile questa osservazione: 

14 minuti fa, AndC ha detto:

questo suo stile un po' all'antica, un po' da poesia, gettato nella frenesia del quotidiano e della vita più modern

Un po', ogni tanto, ci s'inceppa nel leggere, o meglio si rallenta il ritmo... uno stile dunque buono per descrivere le emozioni della protagonista, ma forse un po' tutto spigoloso (in qualche modo "duro") al suono, almeno secondo me... in questo più di tutto e per quanto lo dica con rammarico di mio personale e antico rimpianto, credo che non giochino troppo a favore le varie "d" eufoniche che, nonostante possano sposarsi con lo stile generale del tutto, comunque rallentano un po' e induriscono la lettura; tanto che - ma qui azzardo una mia personale sensazione - mi sembrano quasi forzatamente volute proprio per enfatizzare il senso complessivo e po' arcaico della scrittura... insomma, se non tutte, un po' le sfoltirei, a mio avviso.

Hai ragione, spesso è voluto; tuttavia anch'io spesso trovo degli inceppi nella lettura - in effetti, è l'aspetto che sto cercando di smussare di più. Provo un certo gusto nell'adottare una forma tanto complessa, ma temo che questo potesse andare ad intaccare il ritmo della narrazione. Un'ennesima conferma esterna mi ha aiutato - e non poco. 

Grazie!

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Ciao @Arianna Sofia Ferrari.

In effetti avevo avuto la sensazione che il rapporto tra le due fosse d'amore, per lo meno da parte di Serena. Poi, un po' sviata dal fatto che si tratta di due donne e dal sentimento materno di Alida, ho pensato ad altro. Comunque se il tuo intento è che il rapporto rimanga ambiguo allora hai centrato il bersaglio.

Lo stile antico e il linguaggio aulico, secondo me, è qualcosa che dovresti continuare a sperimentare, sia perché ti piace e sia perché è piuttosto inconsueto, in particolare tra gli esordienti. Come ti ho già detto a me è piaciuto in particolare il ritmo spezzato delle frasi ma trovo interessante il contrasto tra linguaggio antico e ambientazione moderna. Forse potresti accentuare di più quest'ultima in modo che il contrasto sia più chiaro. In ogni caso non ho trovato lo stile sgradevole o noioso. Mi ha ricordato la prima raccolta di racconti di Anna Maria Ortese, "Angelici dolori". La conosci?

A rileggerti!

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1 ora fa, Ivana Librici ha detto:

In ogni caso non ho trovato lo stile sgradevole o noioso. Mi ha ricordato la prima raccolta di racconti di Anna Maria Ortese, "Angelici dolori". La conosci?

No, non la conosco. Ma, decisamente, la recupero. 

Grazie mille!

A prestissimo!

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Dopo aver letto questo racconto ho capito una cosa: Io e te partiamo da presupposti opposti, in scrittura. Ciò che bene o male a me non piace, a te piace moltissimo e viceversa. Io stringo, tu espandi. Possibilmente le due tendenze hanno punti forza e magagne a non finire. Ma siamo qui per confrontarci e quindi ecco che cosa penso.

Il tema del tuo racconto è chiarissimo. Ma tu rovesci troppo il tuo personaggio verso l'interno e l'esterno, che descrivi "all'antica", è una cornice più interessante del monologo interiore all'ottocentesca della protagonista. La lettura si inceppa più volte e all'inizio l'atmosfera è vaga, confusa. Un torrido agosto o la rappresentazione fedele della percesione fisica di una ragazza in procinto di avere un colpo di calore? Non lo so. Ma la parte iniziale è lenta e onestamente un po' noiosa.
Buono lo scambio di battute tra le due protagoniste, molto credibile ed essenziale. Contrasta con tutto il resto e "la menò per il prato" è un esempio di quello che intendo.
Descrizioni minuziose di tutto, ogni cosa: l'albero è un ulivo. Il colore delle cannucce è specificato e poco ci manca che tu ci dica pure la loro inclinazione. Ci fai presente delle condizioni del liquido nel bicchiere. In questa scena c'è tutto: ogni filo d'erba, ogni nuvola in cielo...
Devi essere una persona che scrive imponendosi un grande controllo su tutto, che deve apparire esattamente come lo pensi. Nei minimi particolari.
Le tue letture poi, escono prepotentemente in cose tipo:
 

Il 12/2/2019 alle 21:32, Arianna Sofia Ferrari ha detto:

Ahi che sensazione, che morso, che abbraccio: sentire la morte sopraggiungere tenera e innocua, violenta ed impietosa la vita, entrambe accorse a contendersi il cuore, raccolto come un pulcino nell’incontro delle due anime in quella stretta. Non fu clemente, ma, spietata, la commozione, da sonno, subito si sciolse in pianto. Ancora calde le gote, turbata, Serena nuovamente si perse, e più non seppe come respirare, per impedire ai singhiozzi di squassarle il petto, di soffocarle la voce.

A nulla valse la stolida volontà, non seppe che piangere e guardare con la gola cucita il pietoso volto di lei, che s’affannava a comprendere le ragioni di tanto soffrire. Nulla potè fare, allora, nulla, se non accogliere Serena tra le sue braccia, quel corpo, quelle convulse emozioni.

Allora, celata da una maglietta sottile, la forma di due seni discreti; un petto ossuto; un ventre ampio e scarno. E ancora, ma nudo, un collo di seta, una spalla ben levigata. Due mani leggere lungo tutta la schiena. Per qualche istante si perse, Serena, a contare a sua volta le vertebre. Ed il cuore, come un folle, sembrava voler collassare, gridava ferito: basta, basta, basta; basta, io muoio.


Qualcosa che mi ha lasciato... un po'... come dire...  perplesso (e dopo "Ahi"... un bel punto esclamativo alla fine della frase?).
Di positivo c'è da dire che riesci a rendere l'indecisione, l'inesperienza e il malessere della ragazzina, turbata da sé stessa e dall'attrazione per una donna più grande. Il tema è trattato in modo romanticismo ed il dato fisico sfuma, vaga...
Tremola come l'aria d'agosto, quando c'è troppo caldo.
Alla fine il tuo racconto non è male, ma non è nello stile che trovo particolarmente interessante. Meno complicazioni e una lingua più puntuale in senso diverso da quello descrittivo, avrebbero reso tutto più moderno e fresco. Ma probabilmente non è quello che vuoi e sono scelte personali.
 

A rileggerti!

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Benvenuta, @Arianna Sofia Ferrari
 

Dal punto di vista linguistico e stilistico, questo racconto è una prova di bravura, un pezzo à la manière de. Nessun dubbio al riguardo. Ti faccio i miei complimenti per saper tenere il tono con tanta maestria.
Rientra tutto in un certo canone, in particolare le descrizioni dettagliate delle sensazioni emotive e fisiche della protagonista, in un crescendo parossistico culminante nel canonico, appunto, svenimento. Delicato, del resto, nonostante il profondo turbamento di Alida, è il momento che hai scelto di narrare. La frase finale, sospesa in toccata e fuga, ha tutta la pungente freschezza di quel bacio rubato.
Tuttavia, è un quadretto troppo delizioso, prezioso e dettagliato. L'eccesso descrittivo non aiuta ad apprezzare - eventualmente - il dato linguistico, che è ciò che salta subito agli occhi, né, tantomeno, la vicenda della protagonista. Per me, ha avuto l'effetto di farmi sentire in presenza di una prova di bravura, appunto. Di un tentativo manieristico. La lettura ne risulta un po' appesantita, specie nella parte finale, dove qualcosa stona.
Sono gusti personali, è chiaro! Ritengo che in scrittura si possa e si debba fare della lingua un altro uso, più personale - senza nulla togliere alla correttezza e a un suo utilizzo sorvegliato. Altrimenti, il rischio che si corre è di veder affondare in un linguaggio costruito ad hoc ciò che di originale la narrazione può trasmettere.

Comunque, non posso dire di non aver gradito come hai reso -  con delicatezza e la giusta vaghezza - il turbamento inziale di Alida, la sua indecisione, il disorientamento emotivo.
Mi farà piacere rileggerti.
A presto!

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@Vittoria Ribolova

Apprezzo molto questo commento. 

Sospettavo purtroppo che il mio stile fosse soffocante... Ahimè, devo farci i conti. 

Comunque no: non hai tutti i torti. Capita fin troppo di frequente che mentre scrivo mi faccia prendere dalla voglia irrefrenabile e megalomane di dare sfoggio di quanto ho imparato attraverso esercizi linguistici e stilistici "alti": la "maestria, che dici tu, non è che consuetudine. Quindi hai buon occhio, davvero. 

Credo che il prossimo racconto che pubblicherò sarò stato scritto alla luce di questa critica, mossa nei miei confronti anche da altri. Sarò contenta se decidessi di dare un'occhiata, quando sarà. 

Ultima cosa: il personaggio che prova turbamento e smarrimento non è Alida, ma Serena. 

A presto!

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1 ora fa, Mattia Alari ha detto:

La lettura si inceppa più volte e all'inizio l'atmosfera è vaga, confusa. (...) Ma la parte iniziale è lenta e onestamente un po' noiosa.

 

La critica riguardante l'incepparsi della lettura mi è già stata mossa. Ringrazio anche te di avermi dato un ulteriore riscontro. 

La vaghezza è voluta, anzi, speravo che così risultasse. La confusione no: in che senso? Non si capisce?

Lenta... ma davvero così noiosa? Prendi questa domanda con la franchezza e umiltà con la quale è scritta: mi interessa il tuo parere, proprio perché siamo così diversi. 

 

1 ora fa, Mattia Alari ha detto:

Buono lo scambio di battute tra le due protagoniste, molto credibile ed essenziale. Contrasta con tutto il resto e "la menò per il prato" è un esempio di quello che intendo.

 

Grazie! La notazione sui dialoghi mi è utile. 

Il contrasto è voluto: troppo sgradevole?

A presto. 

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@Arianna Sofia Ferrari assolutamente no. I dialoghi sono buoni, spontanei e credibili e non è un contrasto sgradevole con il resto solo... poco "fisiologico". Il tuo registro è un po' squilibrato, da un certo punto di vista. Per questo ho detto che risulta essere un po' noioso ma forse è più esatto dire... lento. Procedi al rallentatore e mostri molto fuori. Potresti mostrare molto dentro, senza per questo ripiegare quasi su un monologo interiore.

Azzardo due ipotesi: sei (come me) una figlia del classico e sei molto giovane. Perché vedo una gestione della lingua... ancora molto rigida. I giovanissimi finiscono per essere, contrariamente a ciò che si pensa, dei fierissimi accademici. E fa parte del periodo di formazione di una persona, "provarsi" in un certo senso. Capisco di più, sebbene tu non me l'abbia ancora spiegato, perché il mio uso della lingua ti sembra monotono. O meglio... "monotono" non mi è ancora chiaro, ma capisco pure di non avere (molto volontariamente) quella ricercatezza che ti piace, ti intriga e ricerchi. Che magari riuscirai anche a fare tua, ossia gestire con più naturalezza. Perché il problema del tuo registro, dal mio punto di vista di lettore, è proprio l'artificiosità. Scrivi... fuori dal tuo mondo. E' una scelta volontaria ma per essere perseguita ha bisogno di più misura.
Dici già di volere un contrasto tra linguaggio arcaico e ambientazioni vagamente moderne. Bene. E' un ottimo inizio. Qualche particolare in meno, su quello che parli, rende la lettura più piacevole. Se dici tutto, cosa si deve immaginare? Credo che la scrittura sia un rapporto che necessità di un certo grado di reciprocità. Il lettore deve dare qualcosa a ciò che legge.
Per questo è giusto "negargli" ciò di cui non ha bisogno.

Sempre mio limitato punto di vista, sia chiaro.
 

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@Mattia Alari

Figlia del classico e molto giovane, hai fatto centro. 

Che faccia parte del percorso, lo immagino; ma nel mio caso c'è di più. Spero di scrollarmi di dosso la materia in eccesso. 

Ho pubblicato qualcosa sulla sezione Frammenti. Mi farebbe piacere avere un parere. Credo che quel dialogo non sia buono. Ma non capisco come migliorarlo. Un tuo parere potrebbe essere prezioso. 

 

(Ti ho risposto!)

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