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Ivana Librici

La nonnina

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Uno scossone più violento degli altri mi fece aprire gli occhi. Un vuoto d’aria? L’ennesimo di quella turbolenta traversata. La paura mi faceva cercare con la mano la fibbia della cintura di sicurezza. Non ero più in aereo, ero già sul pullman scassato che sobbalzava per le buche. Un sollievo.
Istintivamente portai la mano sulla testa della bambina appoggiata sulle mie gambe. Dormiva. Dal finestrino entrava la luce incerta della notte. Metà del viaggio era fatto: passata la notte in aereo – quella che più mi spaventava – la notte in pullman era una passeggiata, scomoda sì ma rassicurante sapendo che le ruote arrancavano al suolo e non per aria. Questa certezza era sufficiente a farmi assopire di nuovo. Essere a terra, la bimba accanto a me, la borsa al collo.
Allo scossone successivo diedi un’occhiata ai sedili accanto. Anche mia moglie e sua madre erano al loro posto.
Le ore scivolavano via tra scossoni e risvegli. Fino a una stasi che il corpo ormai abituato a sobbalzare sentì innaturale. Era la sosta notturna per andare in bagno e mangiare qualcosa.
Con mia moglie concordammo: prima sarei sceso io e poi loro, così qualcuno sarebbe rimasto nel pullman a sorvegliare bambina e bagagli.
Il ristorantino era diverso da come me lo ricordavo, feci la stessa sosta nello stesso paesino, quattro case, esattamente dieci anni prima. Avevano ammattonato il pavimento e la disposizione dei tavoli era diversa. Il gabinetto, invece, era proprio uguale. Un casottino con dentro una stanza dal suolo in terra battuta. Il cesso era un buco al centro della stanza. Questa volta c’era anche un maialino nero legato a una corda. Trovai divertente fare pipì vicino a lui.
Tornai al pullman e scesero loro. Questa volta il sonno non fu netto. Cessarono gli strattoni che mi cullavano. Dormicchiavo, questo sì. Intravidi l’autista che andava al posto di guida dopo aver gettato un’occhiata distratta ai passeggeri. Sentii semicosciente il motore che si rimetteva in moto. Il pullman era abbastanza pieno, si poteva partire. D’altronde era una compagnia di trasporti a buon prezzo, il biglietto l’avevamo pagato poco quindi il pullman era scassato né l’autista si prese la briga di contare i passeggeri, che si arrangiassero loro.
In quel momento guardai i sedili accanto. Erano vuoti. Avrei dovuto gridare: fermati! Manca qualcuno! Stop! Ma non sapevo come dirlo e mi sembrava brutto mettermi a urlare. Quelle erano occasioni in cui prevaleva in me una specie di timidezza. Ma non era solo quello. Avevo la bimba con me, colei a cui più tenevo, il mio affetto familiare incarnato in un essere umano. L’unico essere umano che volevo davvero accanto a me. Abbandonare mia moglie e mia suocera da qualche parte, lontano da me, in fondo non mi importava. Era una cattiveria, è vero, cosa avrebbero pensato non vedendo il pullman da nessuna parte? Che dormivo e non mi ero accorto di niente. Allora perché preoccuparmi?
Intanto il pullman viaggiava e macinava metri di distanza tra me e loro. La tentazione era di appisolarmi, dopo avrei pensato a cosa dire. Cosa dire a loro e soprattutto cosa dire all’autista e agli altri passeggeri. E anche come dirlo. La lingua non avevo mai voluto impararla. Per pigrizia, dicevo e mi dicevo. In realtà perché in cuor mio sapevo che quel matrimonio non sarebbe durato a lungo, che io non volevo farlo durare. Mi ero sposato con una donna che veniva dall’altro capo del mondo, dall’altro lato dell’oceano e che aveva poco in comune con me. E poi che qualità aveva? La trovavo bella agli inizi ma ora preferivo vedere la sua bellezza, gli occhi neri e allungati, gli zigomi sporgenti, riformulati nel volto della mia bambina. I bei tratti della madre erano ancora più belli stemperati nel viso ancora arrotondato dall’infanzia di mia figlia. Se avevo nostalgia della bellezza di Nélida bastava guardare nostra figlia. 
Avrei messo fine a tutto ciò, sicuramente. Il problema era stabilire quando. Adesso non era il momento giusto. Stavamo andando al suo paese per il funerale di suo padre e anche per firmare i documenti dei lasciti della casa paterna. Sapevamo che il padre l’avrebbe lasciata a lei e non alla madre per evitare che i parenti materni se ne appropriassero. Lì bastava pagare un notaio per falsificare i documenti. Noi invece l’avremmo venduta o almeno così speravo. 
Pensai allora al nostro arrivo in paese. Saremmo scesi a cercare la casa dei parenti, ci avrebbero accolto con calore e qualcuno sarebbe andato a cercare Nélida e sua madre. A quel punto realizzai che non sapevo l’indirizzo né mi ricordavo la strada per arrivarci. Nemmeno avevo il numero di telefono di nessuno, anzi il mio cellulare non prendeva nessuna rete come se anch’esso si rifiutasse di comunicare nella lingua del posto. Non solo: con me avevo appena qualche euro. La valuta locale la teneva mia moglie secondo una consuetudine che ricalcava l’esperienza di dieci anni prima: quando viaggiavamo nel suo paese era lei a doversi occupare di tutte le questioni pratiche. Le dicevo: la lingua la sai tu, che li tengo a fare io i soldi? Pensaci tu a ordinare al ristorante, a parlare al tassista, a pagare il conto. All’apparenza sempre per pigrizia. In realtà perché provavo uno strano piacere nell’abbandonarmi a lei, nel lasciare a lei tutte le incombenze del viaggio. Era come quando da bambino andavo in vacanza con i miei genitori e non dovevo pensare a nulla.
Fu un grosso scossone a svegliarmi da tutti quei pensieri. Si sentì un tonfo e il pullman si inclinò pericolosamente da una parte. Tutti si destarono. La piccola, senza aprire gli occhi, disse:
- Siamo già arrivati?
Un signore seduto davanti a me si mise a urlare. Non capii tutto ma compresi che si accorse della mancanza di mia suocera. Manca una velhinha, una vovozinha. Era lì, stava seduta lì, dov’è?
Mi alzai in piedi e cominciai a pronunciare alcune parole, quelle che, secondo me, potevano spiegare la situazione. Usai le parole che conoscevo, scandii ad alta voce: - Sogra! Mulher!  Mie Sogra e mulher! Casa de banho!
Ci fu un parapiglia. I passeggeri si ribellarono all’autista: - Non siamo animali! Ci state trattando come bestie! Rivogliamo i soldi del biglietto! Non si abbandona una nonnina da sola di notte!
L’autista fermò il pullman. La luce del giorno si spandeva ormai con prepotenza. Era una di quelle aurore come ne ho viste solo lì, col sole enorme appeso in basso nel cielo e striature viola così intense attorno come mai avevo visto in Europa.
Scendemmo tutti per capire cosa fare. L’autista si stiracchiò svogliato. Scesi con la bimba in braccio ancora appisolata. L’aria frizzante del mattino mi strappò definitivamente dal dormiveglia e senza il paravento della notte provai vergogna per quello che avevo fatto, o meglio, per quello che non avevo detto. L’autista concordò con ostentata indifferenza che saremmo tornati indietro a riprenderle.
L’aria fresca intanto svegliava anche mia figlia. Disse solo: - Dov’è la mamma?
Risposi: - È andata in bagno. Torna subito.

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Ciao @Ivana Libricii:)

mi piace la tua scrittura e questa storia. Ti sei messa nei panni di un uomo, di un inetto a mio avviso, di quelli che si lasciano scivolare le cose addosso e che si prendono quello che gli capita, gli va bene tutto, l'importante è non fare, non decidere, non assumersi responsabilità. Per una omissione stava per stravolgere la sua vita. Meglio ritornare alle abitudini da infelice, piuttosto che reinventarsi da solo. Abbandonate non sono la moglie e la suocera, ma lui e la sua inezia. Non aveva pensato neanche al dispiacere della bambina senza la madre. Un uomo di paglia.

Mi è piaciuto, ciao 

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Ciao @Lauram, grazie di essere passata a leggere!

Sì, il personaggio che ho immaginato è un inetto, incapace di prendere in mano la sua vita, che preferisce lasciarsi trasportare dagli eventi. Non intervenire a volte è agire, anche se per pura inerzia. Non è cattiveria vera e propria ma forse le conseguenze sono le stesse...

Grazie ancora per il commento e a presto!

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@Ivana Librici Ciao! Mi piace parecchio la struttura del racconto: il fatto che sia breve e tratti di solo qualche ora. Mi piace la sensazione che rende di qualcuno che, come il protagonista, guarda il mondo in dormiveglia, ovvero alternando paragrafi più lunghi e dettagliati e che idealmente comprendono poco tempo, ad altri, più brevi ma che comprendono un tempo assai più lungo. Una nota positiva è anche la scelta della narrazione in prima persona, che si sposa bene con la prospettiva soggettiva dalla quale l'uomo guarda il proprio operato senza condannarlo in toto, ma giustificandolo con motivazioni emotive (l'insoddisfazione del matrimonio). La scelta del narratore esterno onnisciente avrebbe forse comportato, ma inevitabilmente, che il lettore immaginasse un tono più giudicante. 

 

Un paio di domande: l'uso di frasi quali "Il biglietto l'avevamo pagato poco" e "La lingua non avevo mai voluto impararla", che presentano un pleonastico doppio complemento oggetto (un errore, secondo la grammatica formale) è una scelta stilistica - come immagino - atta ad intensificare la dimensione prosaica e molto colloquiale dello stile? L'inserimento della descrizione dell'aurora asiatica, tanto diversa da quella Europea, immagine molto suggestiva, sta a sottintendere qualcosa (come un, se pur debole e sepolto, attaccamento resiliente nei confronti della moglie), oppure è un inserimento decorativo, o ancora serve a dilatare la narrazione nella parte conclusiva, sottolineando la sospensione del protagonista?

 

Un saluto!

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@Ivana Librici ciao è la prima volta che ti leggo e il tuo pezzo mi è piaciuto molto. Scrittura scorrevole, soggetto delizioso. Sulla personalità del tuo perdonaggio hanno già detto tutto. Bello collocare il racconto durante un traballante viaggio notturno con quel dormiveglia che può trascinarti dentro un "sogno": magari quello di liberarsi di moglie e suocera. Ben fatto, alla prossima.

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Ciao @Arianna Sofia Ferrari grazie per il tuo commento e le tue osservazioni precise e puntuali. 

Con le frasi da te evidenziate volevo riprodurre in parte un uso parlato della lingua, in modo da seguire il flusso di pensieri del protagonista  (non so se ci sono riuscita!).

Invece con la descrizione dell'alba volevo suggerire che il protagonista prova ancora una forma d'amore verso la moglie, anche se sente che quest'ultimo è ormai svanito come spesso succede dopo tanti anni di matrimonio. Quel vecchio sentimento allora si rivolge a ciò che ha a che fare con la moglie, la figlia che le assomiglia, la bellezza del paesaggio del suo paese, ma non a lei direttamente. 

Grazie ancora!

Ciao @Adelaide J. Pellitteri. Grazie per la tua lettura e il tuo commento. Durante il dormiveglia, tra sogno e realtà, forse si riesce a far materializzare i propri desideri, senza troppa vergogna.

Grazie e a presto!

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29 minuti fa, Ivana Librici ha detto:

Ciao @Arianna Sofia Ferrari grazie per il tuo commento e le tue osservazioni precise e puntuali. 

Con le frasi da te evidenziate volevo riprodurre in parte un uso parlato della lingua, in modo da seguire il flusso di pensieri del protagonista  (non so se ci sono riuscita!).

Invece con la descrizione dell'alba volevo suggerire che il protagonista prova ancora una forma d'amore verso la moglie, anche se sente che quest'ultimo è ormai svanito come spesso succede dopo tanti anni di matrimonio. Quel vecchio sentimento allora si rivolge a ciò che ha a che fare con la moglie, la figlia che le assomiglia, la bellezza del paesaggio del suo paese, ma non a lei direttamente. 

Grazie ancora!

Direi allora che entrambe le scelte funzionano molto bene!

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2 ore fa, Arianna Sofia Ferrari ha detto:

Direi allora che entrambe le scelte funzionano molto bene!

Meno male! Si ha sempre il dubbio se quello che ha in testa chi scrive arriva poi a chi legge! A presto

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Non so dove andavate voi, ma mi hai portato in Bolivia.

 

Ti lascio alcune note nel testo, tra una riga e l'altra. Leggendoti ho notato una scrittura fresca e pulita, ma ridondante a tratti e spesso quasi rinchiusa in descrizioni diluite, come se non ti fidassi di come lo hai fato e ci tornassi nella riga dopo e in quella ancora. Ecco, cercherei maggiore sicurezza e immagini più "secche", invece è come se tu dessi loro la parola per ri-descriverle subito dopo. Non so se mi sono spiegata.

Forse in qualche esempio nel testo, se lo scorri, risulto più chiara. Limerei anche ripetizioni di vocaboli, qualche possessivo e qualche articolo.

Capisco che vuoi usare una lingua colloquiale e parlata in un flusso tra la veglia e il sonno, ma a volte i pensieri risultano ampollosi in forma, non i contenuto, e questo crea una contrapposizione strana. Inoltre, se dovessi riprenderlo e revisionarlo, io ti consiglierei di dare più spazio alla dimensione del dormiveglia che lui vive... 

La storia mi è piaciuta, l'ho commentata in diretta e pensavo di essere in Bolivia, poi ho visto che mi hai portato in... Brasile.

 

Grazie per la lettura. Alla prossima. :) 

 

@Arianna Sofia Ferrari ho letto alcune cose tue. Intanto, complimenti per il commento puntuale.

A presto. :) 

 

 

 

 

Uno scossone più violento degli altri mi fece aprire gli occhi. Un vuoto d’aria? L’ennesimo di quella turbolenta traversata. La paura mi faceva cercare con la mano la fibbia della cintura di sicurezza. Non ero più in aereo, ero già sul pullman scassato che sobbalzava per le buche. Un sollievo.

– Per paura cercai la fibbia... (la renderi più veloce)


Istintivamente portai la mano sulla testa della bambina appoggiata sulle mie gambe. Dormiva. Dal finestrino entrava la luce incerta della notte. Metà del viaggio era fatto: passata la notte in aereo – quella che più mi spaventava – la notte in pullman era una passeggiata, scomoda sì ma rassicurante sapendo che le ruote arrancavano al suolo e non per aria. Questa certezza era sufficiente a farmi assopire di nuovo. Essere a terra, la bimba accanto a me, la borsa al collo.
Allo scossone successivo diedi un’occhiata ai sedili accanto. Anche mia moglie e sua madre erano al loro posto.

– Questa frase mi stona, nel senso: dove avrebbero dovuto essere visto che si trovano su un autobus? Diverso se dici: anche loro dormivano. :) 


 Avevano ammattonato il pavimento e la disposizione dei tavoli era diversa. Il gabinetto, invece, era proprio uguale. Un casottino con dentro una stanza dal suolo in terra battuta. Il cesso era un buco al centro della stanza. Questa volta c’era anche un maialino nero legato a una corda. Trovai divertente fare pipì vicino a lui.
– metterei due punti dopo uguale: un casottino con dentro (se lo togli ti cambia troppo l'immagine?) una stanza dal suolo in terra battuta con un buco al centro che era il cesso.

Qui stai in Bolivia, secondo me. Anche se il maialino nero... Mmm...

 

Tornai al pullman e scesero loro. Questa volta il sonno non fu netto. Cessarono gli strattoni che mi cullavano. Dormicchiavo, questo sì. Intravidi l’autista che andava al posto di guida dopo aver gettato un’occhiata distratta ai passeggeri. Sentii semicosciente il motore che si rimetteva in moto. Il pullman era abbastanza pieno, si poteva partire. D’altronde era una compagnia di trasporti a buon prezzo, il biglietto l’avevamo pagato poco quindi il pullman era scassato né l’autista si prese la briga di contare i passeggeri, che si arrangiassero loro.

– qui sembra che le molla e se ne va! :) Forse dovresti creare un passaggio, un ritorno, o dire: Tornai al pullman, attesi che mia moglie e la madre tornassero e ci rimettemmo in viaggio (esempio proprio bruttino, ma per farmi capire)  Errata corrige: le lascia proprio lì! :asd:

– Però credo non puoi farlo addormetare e parlare di strattoni se vede solo dopo l'autista andare al posto di guida. Dovrebbe essere il contrario. :) 


In quel momento guardai i sedili accanto. Erano vuoti. Avrei dovuto gridare: fermati! Manca qualcuno! Stop! Ma non sapevo come dirlo e mi sembrava brutto mettermi a urlare. xD Quelle erano occasioni in cui prevaleva in me una specie di timidezza. Ma non era solo quello. Avevo la bimba con me, colei a cui più tenevo, il mio affetto familiare incarnato in un essere umano. L’unico essere umano che volevo davvero accanto a me. Abbandonare mia moglie e mia suocera da qualche parte, lontano da me, in fondo non mi importava. Era una cattiveria, è vero, cosa avrebbero pensato non vedendo il pullman da nessuna parte? Che dormivo e non mi ero accorto di niente. Allora perché preoccuparmi?

– Cancello le frasi per ridondanza. Ma in realtà io cancello spesso e a volte troppo. Quindi decidi tu cosa tagliare. :) 


Intanto il pullman viaggiava e macinava metri di distanza tra me e loro. La tentazione era di appisolarmi, dopo avrei pensato a cosa dire. Cosa dire a loro e soprattutto cosa dire all’autista e agli altri passeggeri. E anche come dirlo. La lingua non avevo mai voluto impararla. Per pigrizia, dicevo e mi dicevo. In realtà perché in cuor mio sapevo che quel matrimonio non sarebbe durato, a lungo, che io non volevo farlo durare. Mi ero sposato con una donna che veniva dall’altro capo del mondo, dall’altro lato dell’oceano e che aveva poco in comune con me. E poi che qualità aveva? La trovavo bella agli inizi ma ora preferivo vedere la sua bellezza, gli occhi neri e allungati, gli zigomi sporgenti, riformulati nel volto della mia bambina. I bei tratti della madre erano ancora più belli stemperati nel viso ancora arrotondato dall’infanzia di mia figlia. Se avevo nostalgia della bellezza di Nélida bastava guardare nostra figlia. 

– Nooooo! Il disincrontro. Anche tu parli delle differenze che non creano ponti (anche se resti un esempio di quanto non sia una regola)

– Io credo tu possa snellire per non ripetere immagini e concetti. Ti consiglierei di essere più sintetica nelle descrizioni, e non trascinartele dietro diluite. 

 


Avrei messo fine a tutto ciò, sicuramente. Il problema era stabilire quando. Adesso non era il momento giusto. Stavamo andando al suo paese per il funerale di suo padre e anche per firmare i documenti dei lasciti della casa paterna. Sapevamo che il padre lui l’avrebbe lasciata a lei e non alla moglie  madre per evitare che i parenti materni se ne appropriassero. Lì bastava pagare un notaio per falsificare i documenti. Noi invece l’avremmo venduta o almeno così speravo. 
Pensai allora al nostro arrivo in paese. Saremmo scesi a cercare la casa dei parenti, ci avrebbero accolto con calore e qualcuno sarebbe andato a cercare Nélida e sua madre. A quel punto realizzai che non sapevo l’indirizzo né mi ricordavo la strada per arrivarci. Nemmeno avevo il numero di telefono di nessuno, anzi il mio cellulare non prendeva nessuna rete come se anch’esso si rifiutasse di comunicare nella lingua del posto. Non solo: con me avevo appena qualche euro. La valuta locale la teneva mia moglie secondo una consuetudine che ricalcava l’esperienza di dieci anni prima: quando viaggiavamo nel suo paese era lei a doversi occupare di tutte le questioni pratiche. Le dicevo: la lingua la sai tu, che li tengo a fare io i soldi? Pensaci tu a ordinare al ristorante, a parlare al tassista, a pagare il conto. All’apparenza sempre per pigrizia. In realtà perché provavo uno strano piacere nell’abbandonarmi a lei, nel lasciare a lei tutte le incombenze del viaggio. Era come quando da bambino andavo in vacanza con i miei genitori e non dovevo pensare a nulla.

– Non ho capito. Stavamo andando, sapevamo, il nostro arrivo, saremmo scesi... Ma quando le ha recuperate? sarebbe andato a cercare Nélida e sua madre. nel senso che "avrebbero chiesto di loro?" Se sì, riformulerei la frase. :) 


Fu un grosso scossone a svegliarmi da tutti quei pensieri. Si sentì un tonfo e il pullman si inclinò pericolosamente da una parte. Tutti si destarono. La piccola, senza aprire gli occhi, disse:
- Siamo già arrivati?
Un signore seduto davanti a me si mise a urlare. Non capii tutto ma compresi che si accorse della mancanza di mia suocera. Manca una velhinha, una vovozinha. Era lì, stava seduta lì, dov’è?
Mi alzai in piedi e cominciai a pronunciare alcune parole, quelle che, secondo me, potevano spiegare la situazione. Usai le parole che conoscevo, scandii ad alta voce: - Sogra! Mulher!  Mie Sogra e mulher! Casa de banho!
Ci fu un parapiglia. I passeggeri si ribellarono all’autista: - Non siamo animali! Ci state trattando come bestie! Rivogliamo i soldi del biglietto! Non si abbandona una nonnina da sola di notte!
L’autista fermò il pullman. La luce del giorno si spandeva ormai con prepotenza. Era una di quelle aurore come ne ho viste solo lì, col sole enorme appeso in basso nel cielo e striature viola così intense attorno come mai avevo visto in Europa. :love3:
Scendemmo tutti per capire cosa fare. L’autista si stiracchiò svogliato. Scesi con la bimba in braccio ancora appisolata. L’aria frizzante del mattino mi strappò definitivamente dal dormiveglia e senza il paravento della notte provai vergogna per quello che avevo fatto, o meglio, per quello che non avevo detto. L’autista concordò con ostentata indifferenza che saremmo tornati indietro a riprenderle.
L’aria fresca intanto svegliava anche mia figlia. Disse solo: - Dov’è la mamma?
Risposi: - È andata in bagno. Torna subito.

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Grazie @Rica

1 ora fa, Rica ha detto:

Qui stai in Bolivia, secondo me. Anche se il maialino nero... Mmm...

Ebbene sì, mi hai smascherata 😀per la precisione in viaggio da San Ignacio a Santa Cruz! E il maialino nero c'era eccome! L'ho trasformato in Brasile perché mi piace trasfigurare le cose viste o vissute. Anche la scenetta in parte è vera, una abuelita dimanticata giù da un autista frettoloso e recuperata grazie alle urla dei passeggeri.

 

2 ore fa, Rica ha detto:

Nooooo! Il disincrontro. Anche tu parli delle differenze che non creano ponti

Ebbene sì, di nuovo. D'altra parte l'incontro è anche un po' un disincontro (in questo sono d'accordo con te!)

 

2 ore fa, Rica ha detto:

Non ho capito. Stavamo andando, sapevamo, il nostro arrivo, saremmo scesi... Ma quando le ha recuperate?

Qui il soggetto sono lui e sua figlia. Ma se non si capisce è colpa mia: il lettore ha sempre ragione!

 

2 ore fa, Rica ha detto:

Io credo tu possa snellire per non ripetere immagini e concetti. Ti consiglierei di essere più sintetica nelle descrizioni, e non trascinartele dietro diluite. 

 

Sicuramente. Tieni conto che questo è il mio primissimo racconto, il primo testo con cui ho rotto il ghiaccio con la scrittura  (non è da tanto che scrivo, eh), non so se sono migliorata nel frattempo, se è cambiato il mio modo di scrivere (difficile autogiudicarsi)...

Grazie per il tuo commento e i preziosi consigli.

Presto passerò a commentare i tuoi racconti.

Ciao!

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Premetto che non parlo da esperto, ma il racconto mi è piaciuto tantissimo. Io ci ho visto una crudele verità, cioè quanto siano effimeri e volatili i rapporti umani. Un matrimonio, a quanto pare, finito, almeno nel cuore del marito, a cui basta avere la figlia per rivivere la bellezza della sua donna, che come persona non conta più molto. Una storia, nella sua semplicità, molto efficace. Le descrizioni le ho trovate molto efficaci, il racconto era molto visivo. Forse, poteva essere reso appena più lungo con qualche ricordo inerente alla moglie o alla suo era, per fissare meglio i personaggi. Complimenti, comunque 

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Ciao @Valerio Boffardi

Grazie per essere passato a leggere e a commentare. Ogni parere è davvero prezioso. Sono contenta che ti sia piaciuto il racconto e che tu abbia colto anche il punto di vista di lui. Nei commenti precedenti ho visto che hanno evidenziato la sua inerzia e inettitudine ma c'è anche nelle mie intenzioni di mostrare come spesso nei rapporti sentimentali il sentimento si esaurisca. Grazie anche per il tuo suggerimento di cui terrò senz'altro conto. Alla prossima!

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