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AndC

Il cimitero delle idee

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Spoiler

Questo racconto è dedicato a @Rica e ai suoi racconti-stella.

 

Il cimitero delle idee

 

A stare fermi ci si può annoiare. Forse fu per questo che Adalbert Hasten decise di festeggiare il suo novantesimo compleanno accomodandosi in bilico su due gambe di una sedia al bordo di una cascata.

Alla sua sinistra il fiumiciattolo scorreva impetuoso, dalla parte opposta s'infittiva il boschetto, mentre di fronte a sé il burrone calamitava verso il baratro menti e corpi troppo pesanti. Se la rideva, Adalbert, dondolando sulla seggiola, mentre con l'immaginazione spaziava fra l'orizzonte e i presenti. Ah, come se la rideva!

Tanto che, nell'inquadrarlo di profilo, non mettevo a fuoco i baffi arricciati all'insù né la capigliatura rada e scomposta come se non si pettinasse da anni. Piuttosto specchiavo nel suo viso l'immagine proiettata del mio, al contrario solcato dall'abitudine all'introspezione, che mi portava spesso a riflessioni cupe.

Confinato nel mio corpo, vedevo i capelli grassi scendermi davanti agli occhi quali rami di castagno, per sfumare nel giubbotto nero, consunto in pelle, che andai a chiudere sul petto reagendo istintivamente al brivido di quella scena.

Quella mattina l'aria era fresca e buona, da poterla rinchiudere in una bottiglia e venderla al miglior offerente. Cercai di sorridere anch'io, senza troppo esito, quando Lena mi scosse con la giovialità dei suoi ventisei anni, sbattuti in faccia al mio malumore come due tette al vento, che in fin dei conti non c'era nulla di cui vergognarsi a essere figli di un dio d'amore.

«Pronto in tavola» disse, cercando di non mangiarsi troppo l'inglese.

«Ist das nicht gefährlich?*» mi preoccupai indicando il vecchio equilibrista e facendole intendere che potevamo dialogare in qualsiasi lingua preferisse.

«Pericolo maggiore è vivere senza gioia» rispose al volo nonna Ada, una donna bassa e corpulenta.

Aggiunse che insieme ad Adalbert avevano da poco superato le nozze di ferro. Ci dividemmo in due file sulla coppia di panche di legno, intorno a un tavolo imbandito di semplici quanto sostanziose prelibatezze. Alzammo i calici.

 

La famiglia Hasten era nel mondo del circo sin dal bisnonno di Adalbert, e nessuno sembrava mai esserne scampato, optando per un percorso regolare. Almeno a me non raccontarono diversamente: ero un cronista, uno sconosciuto, uno del mondo di fuori, venuto a intervistare il decano. Quasi un gagé, avrebbero potuto dire, se fossi stato accolto dai Rom.

Ci trovavamo a pochi chilometri da Weimar, circa otto, ma l'ospitalità fu altrettanto deliziosa, al pari di quella che provai nel Maramuresh da ragazzo.

«Tu mangia» mi spronò con una sonora pacca sulla spalla Abo, primo figlio di Ada e record del mondo per il lancio di quattordici cerchi.

Preferii accendermi una sigaretta, in attesa che il cibo si raffreddasse un poco. Posai il registratore premuto sul “rec” vicino alla forchetta d'argento.

«Qui, i miei parenti furono uccisi. La famiglia Hasten decimata. Sedici persone, donne, vecchi, bambini...» continuò Abo.

Aveva denti neri, sporchi o cariati, alcune fessure a separarli. Era in carne e dimostrava molti più anni di quelli che vantò. Annuii triste.

«Si salvò solo Adalbert» continuai per dimostrargli che avevo studiato. «Era in America al seguito del Ringling B. Circus. Furono i nazisti».

«Ja».

Fra le mascelle mantenni serrato quel nome, come un orco potrebbe stritolare la coda di una lucertola, e non accennai a Buchenwald né ai suoi orrori. Non andai nemmeno a rivangare le origini del Ringling con il discutibile nome di Barnum. L'occasione era allegra e non volevo rovinarla. Ritenevo poi che fosse assai poco scontato leggere la storia di un'epoca con la prospettiva di un'altra. Bisognava invece calarsi dentro al tempo, viverlo, per tentare di comprendere.

Con una schicchera, scagliai il mozzicone poco distante e non feci molto caso alla piccola Swana che si alzò da tavola. Fui però attirato dal baluginare dei suoi orecchini, fra i capelli rossi e i lobi minuti: avrei scommesso fossero stati di Ada, quand'era giovane. Pensai che la bambina, avendo già terminato il pranzo, desiderasse ritornare a pedalare sul monociclo.

Gitte, la moglie di Abo, mi riportò al presente con una frase che non afferrai, ma cui assentii per educazione. Anche lei era un'abile equilibrista come Adalbert e il suo miglior numero era quello sulla giraffa, in stile cinese, con un ombrello in mano e dei piattini che col piede lanciava fino a impilarli in testa.

C'erano poi Emil, trampoliere e acrobata sul filo, o Walda la clownessa, due occhi così azzurri e trasparenti che si sarebbe creduto di intravedere le conchiglie sotto la loro superficie. Erano tutti lì, ridevano e scherzavano, mentre io, sempre più triste, ragionavo su un mondo senza arte o privo di amore.

«Tu ora mangia» insistette ancora una volta Abo, e tutto era uguale al minuto precedente.

Il suo sguardo, i suoi denti. Adagiai il registratore vicino al coltello, ma prima che potessi immergere la forchetta nel piatto, Swana era lì, in piedi, fra me e Lena. Con due dita, sistemò sopra le patate, accovacciate fra i crauti e le salcicce, il mozzicone che avevo lanciato a terra, quasi fosse prezzemolo. Strizzò l'occhio, poi tornò a giocare.

Rimasi interdetto, sempre più scuro nelle mie considerazioni, mentre tutti ridevano. Ah, se ridevano di gusto! Mezzo lato del mio labbro si alzò appena in una smorfia di disgusto.

«Ci nutriamo dei frutti delle nostre azioni» sentì la necessità di spiegarmi Lena e quel tatuaggio che aveva sul polso, numero di una storia marchiata a lutto, sotto il bracciale ametista, non lo scorderò mai.

Mai dimenticare, numeri, fatti, persone. Mai scordare.

Abo mi diede un'altra batosta sulle spalle. Pensai che da sempre cercavo modi diversi per dire le stesse cose. Quando ero piccolo, invece, avevo questa strana capacità, o almeno io la definivo tale, di cambiare sogno a piacimento. Se la visione m'infastidiva, bastava desiderarlo e passavo alla successiva.

Ora, l'alito di Abo sapeva di vino ed era davvero troppo vicino al mio naso, il suo volto.

«Niente preoccupare, mangio io. Tu prendi il mio».

Scambiò i piatti, scostò la cicca, ingoiò con la foga di chi doveva aver conosciuto la fame.

Parlammo a lungo. Mi raccontarono del circo, di amori sbocciati sotto la luna, di altri fuggiti in groppa agli asini, di questo o di quell'altro premio, in giro per il mondo riscaldati dai tendoni. E il circo era appena nato che già fu battezzato con il suo epitaffio.

 

Eravamo ormai quasi giunti al dolce, quando il festeggiato decise di lasciare la sedia e finalmente si unì a noi. Abo gli cedette il posto accanto il mio, rassettandosi in su le braghe nel mettersi in piedi.

Adalbert incuteva timore, oltre che rispetto, tanto che faticavo a sostenerne l'espressione, quasi che mi spogliasse l'anima con gli occhi. Ansia e battito accelerato, avrei presto fumato, a scanso di ogni consiglio medico. Ma prima che potessi rollarmi un po' di tabacco, Lena mi favorì un impasto di hashish che accettai senza complimenti.

«Noi chiamiamo questo posto “il cimitero delle idee”» premise Adalbert.

Cercai nuovamente di sorridere, ma tutto mi pareva così distante, dal finale scontato: nuovamente mi sarei sperso senza conoscere più la via di casa. Nuovamente avevo perso ogni oggettività, lucidità di pensiero, incapace d'intendere la vita come mestiere, ma solo come un cuscino in cui sprofondare.

«Come quello degli elefanti?» urlò la piccola Swana, che stava imbastendo una piramide umana insieme al fratellino Benjamin.

«Di più» ingigantì Adalbert allargando le braccia.

«Come quello delle balene» ci provò nonna Ada mentre sparecchiava.

Adalbert continuava a ridersela, sembrava non sapesse fare altro nella vita, oltre che mantenere sempre all'erta il suo punto d'equilibrio interiore. Il suo centro nel mondo, avrebbero affermato in qualche dojo di budo giapponese.

«Di più» ribadì Adalbert.

«Come per i dinosauri» strillò Benjamin, che ormai non riusciva più a mantenere i polsi della sorella, rigirata in verticale sulla sua posizione supina.

Adalbert si fece serio e ci ragionò un poco sopra:

«Tu conosci i kraken?»

Quasi mi andò di traverso il vino e tossii. Passai il fumo ad Adalbert che scosse la testa in senso di diniego e Lena riprese il filtro fra i polpastrelli.

«La mitologica creatura? Il mostro degli oceani?»

«Sì – confermò serio Adalbert – ma le idee sono creature ancora più grandi, non di terra, non di mare, ma dello spazio. Il cimitero delle idee si trova nel cosmo, nell'universo profondo. È qui che vengono a morire. È qui che noi oggi festeggiamo il funerale di un sogno, la messa in atto di un incubo».

Non replicai nulla. Ma se anche tutto questo avrebbe potuto in maniera assai bislacca spiegare il dove, non mi era però ancora chiaro il come le idee potessero perire. Mi voltai verso Lena e le domandai:

«È così anche per te?»

Ah, mi sarei sbarazzato della promessa di scoprire qualsiasi fantomatico forziere, pur di poterla abbracciare in quel preciso frangente e così uniti rimanere all'infinito!

«No, per me le idee sono come i petali di un nera rosa che svolazzano liggiù, a mezz'aria fra il vento e le gocce d'acqua che la cascata solleva prima di calare a picco. Mentre le spine... quelle restano dentro e se mi tocchi pungicano».

Le idee, ragionai, erano come dei generali che da sempre si davano battaglia, schierando in campo milioni di uomini che morivano al posto loro. E se gli esseri umani crepavano in coro, gli ideali scomparivano isolati nell'oblio dei buchi neri.

 

«Ora della torta» interruppe nonna Ada poggiando una grossa haselnusstorte al centro della tovaglia, ricamata e bianca come la sua lunga gonna.

Swana corse più veloce di Benjamin, io la feci accomodare vicino al nonno.

«Sai, – mi rivelò la piccola in tedesco – da grande sarò la prima circense che andrà a far spettacolo su Marte. Ma non dovrò insegnargli niente: i marziani già lo sanno che non devono inquinare».

Tutti, tranne me, scoppiarono a ridere.

«Zum geburtstag viel glück, zum geburtstag lieber Adalbert, zum geburtstag viel glück!*» – intonarono poi all'unisono.

Continuammo a parlare, del più e del meno, delle stelle, delle roulotte, della famiglia Hasten. Sostituii la cassetta nel registratore e sembrava che la giornata non dovesse mai terminare.

Poi, mentre il sole volgeva ai chiarori della luna, scendevamo tutti per il sentiero. Lena mi prese sottobraccio:

«Usciamo insieme, stasera?»

Poggiai la testa sulla sua spalla, come se per un istante fossimo da sempre stati amanti, rassegnato al non volermi più far coinvolgere in niente e con nessuno. Ah, quante cose credevamo essere vere da giovani, così come in tante altre ancora ci saremmo identificati da vecchi!

Meditai che eravamo tutti come cocci di vetro, frammenti che si specchiavano fra loro per riconoscersi. Da solo, nessuno di noi avrebbe mai potuto riflettere l'intero disegno divino. Persi nei nostri ego, necessitavamo l'un dell'altro per poterci percepire in qualche modo vivi. Ed io volevo essere te, te me, lui e lei al contempo uniti. Nessuno voleva mai recitare la parte del carnefice né quella della vittima, ma eravamo sempre un po' l'uno e un po' l'altro, nostro malgrado.

«Avremo un'altra occasione» me ne uscii mogio.

Ma la sua risposta assomigliò ancor più a un terremoto:

«Tranquillo, meine liebe*, dura solo un attimo, poi tutto svanisce».

Chiusi gli occhi. Un battito di ciglia, un frammento di eternità scomparso in un punto indefinito dell'universo. Vidi un kraken salutarmi, poi voleva divorarmi. Lo scacciai, ma non sapevo fosse una visione di quattrocento anni addietro; mi visualizzai con i galloni di ammiraglio della VOC che scintillavano fra l'uniforme e la sciabola puntata alla bandiera, al timone di un vascello che tuonava cannonate contro i pirati. Credevo fossimo noi, i buoni. Desiderai allora tornare avanti, dov'ero, ma non era più come prima.

 

Aprii nuovamente gli occhi. Lo sparo mi fece sobbalzare. Ero in ginocchio, il polso legato a un altro polso da cui sporgeva un tatuaggio, un numero, un marchio a fuoco. La collina era la stessa dove il giorno precedente avevamo festeggiato il trentottesimo compleanno di Adalbert, mentre lui era in America.

Il sole era notte, coltri di nubi non lasciavano presagire oltre. La pioggia aveva tramutato la terra in fango, il fango aveva scolorito l'acqua in sangue; ma i resti della brace nel boschetto, dieci metri alle mie spalle, erano ancora tiepidi e fumavano impercettibilmente. Potevo sentirne il calore fra tutto quel gelo, come udivo il cuore della lucertola senza coda battere all'impazzata mentre s'infilava nel buco di una corteccia.

I passi del soldato tedesco erano invece sordi e ciechi, come gli ordini che gli avevano impartito. Echeggiò un altro sparo, fra le decine di tremiti e l'orgia delle orazioni bisbigliate. Quanto rumore produceva quella fanteria di respiri messi assieme, quei petti ansimanti, su e giù, fuori e dentro.

«Tranquillo, amore mio, dura solo un attimo, poi tutto ricomincia» sussurrò la voce femminile al mio fianco, prima che il corpo s'afflosciasse al proiettile successivo.

La corda mi segò un poco l'ulna sporgente. La divisa era ora di fronte a me, la canna del fucile puntata all'altezza del mio sesto chakra, o terzo occhio, avrebbe detto qualche santone se fossimo stati in India. Fissai il giovane oltre la sua maschera di odio e minacce. Il dito, immobile sul grilletto. Ebbe un attimo di esitazione e ogni goccia di sudore rallentò, nella discesa da sotto l'elmetto agli occhi in fiamme, mischiandosi alle lacrime che scendevano dal cielo.

«Sereno, ragazzo, sbarazzarsi di un corpo è così semplice. Tanto, siamo già tutti morti per una ferita al costato, come le idee. Essere te o me, in questo momento, non fa differenza» lo rassicurai.

Lui affondò l'indice nel piccolo semicerchio metallico, ma io avevo già abbassato le palpebre per non udir più niente.

Mangiai una balena, quella sera a cena, poi fui calpestato dall'elefante e adottato dal dinosauro. Avevo una clava in mano e il mio primo gioco fu scheggiare selci per generare scintille. Tornai avanti di mille anni e indietro di un soffio.

 

Spalancai le palpebre ed ero solo due vispi bulbi fra la selva. Non possedevo corpo, che non fosse di rami e foglie delle piante. Ero fuori e dentro di me. Nascosto ai più, osservai a pochi metri di distanza due uomini incontrarsi vicino a un metroon.

Il primo stava ritto in piedi e si diceva che fosse il re del mondo conosciuto. Alessandro Magno si faceva chiamare e tutti lo veneravano. Il secondo, vestito con una botte, era seduto su una pietra, un lanternino acceso poggiato per terra, nonostante fosse pieno giorno. La statua di Atena si ergeva alle loro spalle.

Poi, un amante della scrittura avrebbe lasciato alla storia la testimonianza che l'imperatore del mondo tremò di fronte a Diogene; quand'egli gli rispose che se di qualcosa necessitava, era che lui si scostasse un po' fuori dal sole.

Ritornato al campo, il Grande spiegò ai suoi dignitari come un uomo che non temeva la morte valesse più di qualsiasi impero.

“Davvero, se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene.”

Risi e risi di gusto, nel comprendere quale fortuna mi fosse capitata di poter assistere a quella scena. Perché, in fin dei conti, fermo ero sempre stato, essendomi continuamente mosso.

 

 

* Traduzione delle frasi in tedesco:

Spoiler

* Ist das nicht gefährlich? / Non è pericoloso? 

 

* Zum geburtstag viel glück, zum geburtstag lieber Adalbert, zum geburtstag viel glück! / Tanti auguri a te, tanti auguri... 

 

* Meine liebe / Amore mio.

 

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@SeeEmilyPlay

 

Ciao e grazie per la lettura e per il commento... In effetti per la traduzione, diversi siti me la davano in maiuscolo, ma non capivo il senso e ho "diminuito" io ... Ora ho compreso che tutti i sostantivi vanno in maiuscolo... 

 

All'epoca ho provato a chiedere soccorso in chat ma...

 

Grazie ancora! :D

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