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Ragno

Case editrici parallele alle principali

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Che ne pensate del fatto che alcune case editrici si stanno dotando di una sorta di "B-side", cioè marchi collegati al principale, con struttura e distribuzione "cheap", che più che altro pubblicano esordienti?

Mi vengono in mente L'Erudita di Giulio Perrone e Il seme bianco di Castelvecchi.

Uno invia alla CE principali e viene rimbalzato e re-indirizzato verso il "piano B". A me è successo con entrambe quelle citate.

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3 minuti fa, Ragno ha detto:

Magari mi correggete il titolo (maledetti cellulari) O_-

Fatto :) 

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Il problema c'è. Il mercato degli aspiranti scrittori sembra essere per certi versi più appetibile di quello dei lettori.

Non ne sono esenti nemmeno le Big, come la Feltrinelli che offre un servizio di autopubblicazione.

 

Penso che ognuno può fare quello che crede e autodefinirsi scrittori è un diritto di chiunque. Così come per definirsi un chitarrista non devi per forza suonare nei palazzetti, basta un falò sulla spiaggia e qualche amico.

 

Il punto della questione è la consapevolezza dello scrittore su quello che sta facendo.

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Sì credo che il punto sia proprio il gran

26 minuti fa, taxidriver ha detto:

Il problema c'è. Il mercato degli aspiranti scrittori sembra essere per certi versi più appetibile di quello dei lettori.

 

Credo che il punto sia proprio questo. È una strategia di mercato ben precisa dunque, ma di corto raggio. Perché insomma si tratta di una sostenibilità economica basata sul vendiamo poco di tanto.

Non si tratta solo di svilimento del libro, che diventa una merce assimilabile alla cancelleria, ma anche a una rinuncia "a priori" a scoprire, anche a scoprire qualcosa che funziona dal punto di vista commerciale.

Allora a questo punto, meglio quello che fanno le case editrici grandi, quando pescano il fenomeno nato sul web e lo portano in libreria.

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11 minuti fa, Ragno ha detto:

Allora a questo punto, meglio quello che fanno le case editrici grandi, quando pescano il fenomeno nato sul web e lo portano in libreria.

Non sono d'accordo. Per me a più dignità un esordiente che si autopubblica che la grossa CE che fa cassa con la Vanity Press di qualche VIP. Quello è svilire il libro, secondo me.

 

Difficile fare previsioni, è un tema a cui penso spesso... La situazione è fluida. Le librerie non hanno più il peso di una volta e continuano a chiedere. Online si trova un po' di tutto, senza distinguere tra l'eccellenza e il dozzinale.

Questa situazione può essere salvata solo dai librai indipendenti e dalle case editrici che puntano alla qualità. E naturalmente dai lettori e il loro passaparola.

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5 minuti fa, taxidriver ha detto:

Questa situazione può essere salvata solo dai librai indipendenti e dalle case editrici che puntano alla qualità. E naturalmente dai lettori e il loro passaparola

 

Son d'accordo con te. Questa è la soluzione che salva anche la cultura. Io pensavo più che altro alla questione di far quadrare i conti.

A Torino c'è un'iniziativa interessante. Una casa editrice i cui soci sono autori. Credo si chiami Autori Indipendenti.

Un'altra soluzione, in realtà antica, potrebbe essere l'editore libraio,  Laterza reload.

 

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2 minuti fa, Ragno ha detto:

Un'altra soluzione, in realtà antica, potrebbe essere l'editore libraio,  Laterza reload.

 

Preciso il mio pensiero: un soggetto che punti molto sull'identità, che lo faccia distinguere davvero dal mare magnum.

Un difetto che trovo spesso negli editori indipendenti è che si assomigliano tutti nella "mission". In "Chi siamo" c'è sempre libertà, scoperta, nuove voci, anticonformista. Paradossalmente se qualcuno si proponesse, che so, di riscoprire lo spirito liberale di Benedetto Croce sarebbe più originale.

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Poi c'è sempre il problema che come editore, se non hai un catalogo corposo anche numericamente, difficilmente reggi dal punto di vista economico.

E questo in una realtà piccola crea una dicotomia insanabile: qualità=pochi titoli=rischio fallimento vs. quantità=compromessi (meno lavoro sul testo)=sostenibilità. 

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Forse però io stesso mi sto allontanando dal tema principale che io stesso ho proposto.

Rilancio con una provocazione: il marchio piccolo collegato al principale è una forma mascherata di doppio binario? Un doppio binario che chiede un "contributo" di tipo diverso? 

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1 minuto fa, Ragno ha detto:

il marchio piccolo collegato al principale è una forma mascherata di doppio binario? Un doppio binario che chiede un "contributo" di tipo diverso? 

Secondo me la partnership tra due case editrici serve alla sopravvivenza economica-editoriale della principale.

Per quale altro motivo la principale dovrebbe dirottare gli inediti alla seconda casa editrice?

La principale lavora con autori già pubblicati, progetti già concordati, traduzioni, agenzie letterarie, ecc. Mentre la seconda casa editrice, in cui si pubblicano unicamente scrittori esordienti oppure emergenti potrebbe servire per due motivi: evitare la selezione (risparmio di tempo per il personale della principale, il quale potrà dedicarsi ad altri lavori più redditizi); risparmiare molti soldi (zero anticipi, zero pubblicità, niente editing, stampa print on demand, ecc.).

 

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@Mister Frank a questo mi riferivo. Però quello che non mi corrisponde è l'utilizzo del personale.

Nel caso di Giulio Perrone sono sicuro: il responsabile già lavora nella CE principale, quindi il secondo marchio "sottrae" tempo. È questo che non capisco: perché non usare direttamente l'effetto trascinamento del marchio principale (tra autori intendo, non tra marchi). Tanto il giochetto dopo due o tre volte si capisce.

Oppure fai 2 marchi entrambi validi come Honor Huawei :)

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5 ore fa, Ragno ha detto:

 

Che ne pensate del fatto che alcune case editrici si stanno dotando di una sorta di "B-side", cioè marchi collegati al principale, con struttura e distribuzione "cheap", che più che altro pubblicano esordienti?

 

Si cavalca l’onda del momento (pubblicare n libri al mese con s euro di spesa, aspettandosi un ritorno di x copie vendute) senza danneggiare il prestigio del marchio principale.

 

dove:

n tende all’infinito;

s tende a zero;

x = 200 +\- 50.

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25 minuti fa, unacasanellospazio ha detto:

dove:

n tende all’infinito;

s tende a zero;

x = 200 +\- 50.

Era quello che intendevo con l'espressione meno raffinata "vendere poche copie di tanta roba".

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Purtroppo l'editoria "falsamente free" o peggio a pagamento sta diventando un business, un affare per chi ha qualche soldino iniziale da investire.

A quel punto basta pubblicare a ruota una cinquantina di libri al mese senza mai fermarsi: nessun rischio di resi o perdite perché si stampano giusto le copie richieste dall'autore e dal suo circolo di amici (o poco più, tramite POD), et voilà.

 

Se vogliamo semplificare molto, giusto per dare un'idea, riprendendo la formula interessante di @unacasanellospazio :asd:

Poniamo come limite per una CE che pubblica a raffica 500 libri l'anno (ma si può fare di più, beninteso) in 100 copie l'uno (in media), e mettiamo che il margine per copia sia di 5 euro (niente distributori: vendita dell'autore ai parenti, oppure POD diretto dalla CE; anche il margine l'ho tenuto basso; senza promozione o distribuzione, sale moltissimo!).

100 x 500 = 50.000

5 x 50.000 = 250.000 euro l'anno

 

Da cui ovviamente vanno tolte le tasse e costi collaterali (sito internet, collaboratori - ci sarà bisogno di qualcuno che carichi i libri sugli store!, eccetera).

Che dite, apriamo una piccola CE e andiamo a caccia di polli? :asd: 

La questione è triste, ma sono terribilmente serio...

 

Nota bene:

Il mio intervento non è riferito a nessuna realtà in particolare.

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Ospite Andrea.Dee

Il mercato dello scrittore rende di più del mercato del lettore. Il lettore compra il solito autore conosciuto o quei pochi che vengono spinti, e i satelliti dei gruppi editoriali o le piccole case editrici si procurano uno stipendio, o fondi da investire, pubblicando l'esordiente bravino ma mediocre.

 

Ci sarebbe veramente da pensare di assumere qualche editor freelance, arruolare dei lettori che lavorano per la causa, qualche professionista del settore e aprire una nuova realtà del mercato editoriale - Ecco qui come inviare il manoscritto -

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1 ora fa, Niko ha detto:

Poniamo come limite per una CE che pubblica a raffica 500 libri l'anno (ma si può fare di più, beninteso) in 100 copie l'uno (in media), e mettiamo che il margine per copia sia di 5 euro (niente distributori: vendita dell'autore ai parenti, oppure POD diretto dalla CE; anche il margine l'ho tenuto basso; senza promozione o distribuzione, sale moltissimo!).

100 x 500 = 50.000

5 x 50.000 = 250.000 euro l'anno

 

Sono numeri che non mi convincono.  Se trasformiamo in giorni lavorativi (50 romanzi al mese) stiamo parlando di due libri finiti/ quasi tre al giorno. Sicuramente servono parecchie persone per la realizzazione, impaginazione, correzione bozze ecc, le quali vanno stipendiate e suppongo si parli sempre di gente assunta in regola.  Inoltre parlando di margini, (5 Euro a libro), ipotizzando la copertina di 15 euro, è il 30%  di margine, sempre poco. Nel commercio rende il raddoppio, quindi a parere mio non sono tanti soldoni.

Ci credo di più se la CE è a pagamento, e quindi percepisce anche bei soldini a contratto, allora si che abbinate le due soluzioni si avrebbe dei guadagni nobili.

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13 ore fa, Niko ha detto:

Purtroppo l'editoria "falsamente free" o peggio a pagamento sta diventando un business, un affare per chi ha qualche soldino iniziale da investire.

A quel punto basta pubblicare a ruota una cinquantina di libri al mese senza mai fermarsi: nessun rischio di resi o perdite perché si stampano giusto le copie richieste dall'autore e dal suo circolo di amici (o poco più, tramite POD), et voilà.

 

Se vogliamo semplificare molto, giusto per dare un'idea, riprendendo la formula interessante di @unacasanellospazio :asd:

Poniamo come limite per una CE che pubblica a raffica 500 libri l'anno (ma si può fare di più, beninteso) in 100 copie l'uno (in media), e mettiamo che il margine per copia sia di 5 euro (niente distributori: vendita dell'autore ai parenti, oppure POD diretto dalla CE; anche il margine l'ho tenuto basso; senza promozione o distribuzione, sale moltissimo!).

100 x 500 = 50.000

5 x 50.000 = 250.000 euro l'anno

 

Da cui ovviamente vanno tolte le tasse e costi collaterali (sito internet, collaboratori - ci sarà bisogno di qualcuno che carichi i libri sugli store!, eccetera).

Che dite, apriamo una piccola CE e andiamo a caccia di polli? :asd: 

La questione è triste, ma sono terribilmente serio...

 

Nota bene:

Il mio intervento non è riferito a nessuna realtà in particolare.

 

Quando ho iniziato a leggere la discussione ho pensato la stessa identica cosa.

La realtà è che il mercato degli aspiranti scrittori per un imprenditore che si affaccia sul mercato è più appetibile di quello dei lettori. I lettori scelgono, invece l'editore viene "scelto" dalle decine di migliaia di esordienti pronti a tutto pur di vedere il proprio titolo pubblicato. Anche a pagare. Anche a pagare parecchio.

A quel punto domanda e offerta si incontrano con una facilità disarmante. Chiunque soddisfa il suo ego vendendo le copie agli amici e facendo il porta a porta ovunque (perché l'autore esordiente è social ed è ovunque, oggigiorno). 200 copie vendute sono un obiettivo credibile per un autore che sappia muoversi bene: non a caso l'EAP 2.0, quella che adesso si fa chiamare crowfunding perché fa più figo, usa quel termine di riferimento: "200 copie vendute a scatola chiusa e ti pubblichiamo. 150 copie vendute e hai scritto un capolavoro? ciccia. non sei abbastanza bravo a trovare compratori". 

Temo ci sia poco da fare.

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Il 3/2/2019 alle 14:44, taxidriver ha detto:

Non sono d'accordo. Per me a più dignità un esordiente che si autopubblica che la grossa CE che fa cassa con la Vanity Press di qualche VIP. Quello è svilire il libro, secondo me.

Quando l'editore ti viene  a cercare per chiederti di pubblicare un libro sapendo che (avendo tu un sacco di ammiratori  pronti a trasformarsi in lettori del tuo libro) venderà un botto di copie non è vanity press. Magari il prodotto che ne esce sarà poco più di un gadget, ma l'editore fa il lavoro dell'editore: paga l'autore (o chi nominalmente è l'autore, e eventuale ghost writer) in modo da avere tra le mani un prodotto vendibile al pubblico di riferimento, si fa carico di editing, marketing, promozione, distribuzione, insomma tutte le mosse affinché il libro sia ben presente in libreria e venga acquistato, in modo da rientrare dell'investimento fatto e guadagnare. 

Vanity press, per definizione, è quando tu paghi per farti pubblicare.

E per me lo è anche, in spirito, quando (magari dopo essere stato rifiutato da tante case editrici) pur di vederti pubblicato ti affidi a editori simili a quelli di cui si parla in questo topic, così che non solo fai il lavoro dell'autore, ma anche, e sempre non pagato, il lavoro che di solito fa l'editore, sobbarcandoti il grosso di editing, promozione, ricerca del mercato di riferimento (=i tuoi amici e parenti), vendita e quant'altro. 

 

 

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@franka

Sì, so cos'è la Vanity Press.

Non ne sono esenti i VIP, anche se non pagano e ne ricavano una bella entrata extra alle loro attività.

Liberi di farlo, sia loro, che gli editori. Così come gli autori esordienti sono liberi di farsi stampare 50 copie.

Come dicevo prima, non si nega a nessuno il diritto di autodefinirsi scrittori. Ma tra le due categorie, se posso esprimere un'opinione, secondo me quella dei VIP svilisce di più il libro. Guarda chi c'è nella top ten questa settimana in classifica...

Pensa ora a quegli autori di qualità che gli stanno dietro, o ad ottimi autori di nicchia.

Comunque siamo OT.

 

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Il 3/2/2019 alle 15:39, Ragno ha detto:

Rilancio con una provocazione: il marchio piccolo collegato al principale è una forma mascherata di doppio binario? Un doppio binario che chiede un "contributo" di tipo diverso? 

Io la vedo abbastanza così.

Una casa editrice medio-piccola oggi ha pochi margini di guadagno. Ma qual è la cosa che di certo non le manca, che anzi riceve di continuo, gratuitamente? Contatti di persone che anelano tremendamente a pubblicare un libro. Per la casa editrice interessata a pubblicare buoni libri, libri che i lettori vogliano leggere e comprare, la stragrande maggioranza di questi nominativi non ha valore, sono il mucchio di ghiaia da setacciare in cerca della pepita. Ma lo scarto di qualcuno è la materia prima di qualcun altro. 

Perché non sdoppiarsi e diventare anche il qualcun altro, per riciclare questi aspiranti fornitori, che vengono a bussarti alla porta da soli, in potenziali clienti?

In realtà ho una certa ammirazione per chi ci ha pensato. 

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40 minuti fa, franka ha detto:

Io la vedo abbastanza così.

Una casa editrice medio-piccola oggi ha pochi margini di guadagno. Ma qual è la cosa che di certo non le manca, che anzi riceve di continuo, gratuitamente? Contatti di persone che anelano tremendamente a pubblicare un libro. Per la casa editrice interessata a pubblicare buoni libri, libri che i lettori vogliano leggere e comprare, la stragrande maggioranza di questi nominativi non ha valore, sono il mucchio di ghiaia da setacciare in cerca della pepita. Ma lo scarto di qualcuno è la materia prima di qualcun altro. 

Perché non sdoppiarsi e diventare anche il qualcun altro, per riciclare questi aspiranti fornitori, che vengono a bussarti alla porta da soli, in potenziali clienti?

In realtà ho una certa ammirazione per chi ci ha pensato. 

 

Sì in effetti è l'uovo di Colombo... E per gli autori è l'ennesima dose di depressione da mandar giù.

Certo mi chiedo, se la sostenibilità dei costi è diventata così alla portata di tutti, allora perché nessuno (magari con le spalle coperte economicamente) sfrutta questo meccanismo per provare un progetto di qualità con 20 titoli all'anno per dire. Mi piacerebbe sentire il parere di @Niko

  • Confuso 1

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11 ore fa, franka ha detto:

Io la vedo abbastanza così.

Una casa editrice medio-piccola oggi ha pochi margini di guadagno. Ma qual è la cosa che di certo non le manca, che anzi riceve di continuo, gratuitamente? Contatti di persone che anelano tremendamente a pubblicare un libro. Per la casa editrice interessata a pubblicare buoni libri, libri che i lettori vogliano leggere e comprare, la stragrande maggioranza di questi nominativi non ha valore, sono il mucchio di ghiaia da setacciare in cerca della pepita. Ma lo scarto di qualcuno è la materia prima di qualcun altro. 

Perché non sdoppiarsi e diventare anche il qualcun altro, per riciclare questi aspiranti fornitori, che vengono a bussarti alla porta da soli, in potenziali clienti?

In realtà ho una certa ammirazione per chi ci ha pensato. 

 

È quello che fanno con le presentazioni. Attirano gente spargendo la speranza che andandoci, e magari comprando il libro di pincopalino, ci si faccia notare e magari conoscere da qualcuno che conta nella CE.

 

 

  • Confuso 1

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18 ore fa, Ragno ha detto:

Certo mi chiedo, se la sostenibilità dei costi è diventata così alla portata di tutti, allora perché nessuno (magari con le spalle coperte economicamente) sfrutta questo meccanismo per provare un progetto di qualità con 20 titoli all'anno per dire. Mi piacerebbe sentire il parere di @Niko

Io penso che fare l'Editore oggi sia al contrario molto difficile: pochi lettori, molte nicchie, i Big che fagocitano tutto, pochi spazi per l'innovazione e soprattutto un sistema, quello editoriale, che sta andando sempre più alla malora (economicamente, soprattutto: se vuoi qualche dato, cerca "editore" sul mio sito e leggi l'articolo sui costi dell'editoria).

Quest'affermazione vale per chi vuol fare editoria seria (piccola o media che sia); per chi vuole impegnarsi e cambiare le cose.

 

Vale invece la tua (alla "portata" di tutti) per tutta quella piccola editoria che non ha alcun interesse nel portare sul mercato la qualità, non ha alcun interesse verso l'autore, non ha alcun interesse verso la cultura o l'intrattenimento di qualità e vuole solo guadagnare. Che non promuove, non investe, non rischia, non fa niente di niente se non gettare online la spazzatura che pubblica. Fare soldi sulle spalle degli aspiranti (ignari e ingenui o, peggio, accecati da un ego ingiustificato), ecco.

Ad oggi, la piccola editoria seria è una nicchia, una rarità da scovare e, se trovata, da cercare di conservare con tutte le nostre forze. Un esempio è Tunué, e lo faccio perché è il primo che mi sovviene. Ce ne sono altri, seppur pochi.

 

Se ti interessa l'argomento, visto anche con occhi provocatori per intavolare il dibattito, leggi questa discussione: I piccoli editori sono ignoranti (?)

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21 minuti fa, Niko ha detto:

Io penso che fare l'Editore oggi sia al contrario molto difficile: pochi lettori, molte nicchie, i Big che fagocitano tutto, pochi spazi per l'innovazione e soprattutto un sistema, quello editoriale, che sta andando sempre più alla malora (economicamente, soprattutto: se vuoi qualche dato, cerca "editore" sul mio sito e leggi l'articolo sui costi dell'editoria).

Quest'affermazione vale per chi vuol fare editoria seria (piccola o media che sia); per chi vuole impegnarsi e cambiare le cose.

 

Vale invece la tua (alla "portata" di tutti) per tutta quella piccola editoria che non ha alcun interesse nel portare sul mercato la qualità, non ha alcun interesse verso l'autore, non ha alcun interesse verso la cultura o l'intrattenimento di qualità e vuole solo guadagnare. Che non promuove, non investe, non rischia, non fa niente di niente se non gettare online la spazzatura che pubblica. Fare soldi sulle spalle degli aspiranti (ignari e ingenui o, peggio, accecati da un ego ingiustificato), ecco.

Ad oggi, la piccola editoria seria è una nicchia, una rarità da scovare e, se trovata, da cercare di conservare con tutte le nostre forze. Un esempio è Tunué, e lo faccio perché è il primo che mi sovviene. Ce ne sono altri, seppur pochi.

 

Quoto pienamente il pensiero di @Niko. Gli editori che rischiano del loro e puntano sulla qualità sono pochi e soffocati da una parte dai Big acchiappatutto, dall'altra dalla pletora di dilettanti allo sbaraglio da cui cercare di distinguersi.

Il problema purtroppo è che è come cercare di fermare una valanga con le mani.

Da una parte i lettori che sono troppo pochi e bombardati da un'offerta troppo ampia dove identificare le proposte di qualità è sempre più difficile.

Dall'altra i lettori da una botta e via che leggono un libro all'anno, e magari decidono di scriverne uno anche loro, perché dai, "se c'è riuscito Fabrizio Corona, guarda come scrive e di cosa parla, perché non dovrei riuscirci io con la trasposizione della mia bellissima campagna di giochi di ruolo? o con la mia fanfiction di Twilight a cui ho cambiato i nomi ma in fondo dai è molto diversa?"

Infine gli scrittori allo sbaraglio ("Ignari, ingenui, accecati dall'ego" - cit -) che pur di pubblicare alimentano il mercato di pseudoeditori squali e di editori di buona volontà ma allo sbaraglio a loro volta.

Per me davvero siamo senza speranza.

 

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E` molto semplice: le case editrici "parallele" servono ad acchiappare le allodole, magari del tutto incapaci a scrivere, ma comunque dotate di parenti e amici pronti ad acquistare il loro libretto. Ora, come fai ad attirare le allodole? Anche questo e` molto semplice: usi il nome di una casa editrice piu` o meno conosciuta come specchietto. E si sa, le allodole vanno matte per gli specchietti.

  • Divertente 2

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3 ore fa, Vincenzo Valenti ha detto:

E` molto semplice: le case editrici "parallele" servono ad acchiappare le allodole, magari del tutto incapaci a scrivere, ma comunque dotate di parenti e amici pronti ad acquistare il loro libretto. Ora, come fai ad attirare le allodole? Anche questo e` molto semplice: usi il nome di una casa editrice piu` o meno conosciuta come specchietto. E si sa, le allodole vanno matte per gli specchietti.

 

Triste ma temo molto vicino al vero.

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Il ‎13‎/‎02‎/‎2019 alle 17:09, LuckyLuccs ha detto:

 

Triste ma temo molto vicino al vero.

Più che vicino al vero, verissimo. Per quello che mi è capitato di toccare con mano, penso che non sia neanche necessario che la CE parallela sia regolarmente collegata a quella maggiore.

Regolarmente vorrebbe dire che, essendo entrambe società di capitale a responsabilità limitata, l'una detenga ufficialmente quote dell'altra. Basta un generico accordo commerciale, poi gli utili saranno divisi in separata sede, e gli utili ci saranno senz'altro, vista la produzione - tutta, di fatto, on demand - a costi tendenti a zero, di un'enorme accozzaglia di titoli di opere per la massima parte illeggibili, dalle quali le poche decenti saranno soffocate in culla. Non molto tempo fa ho denunciato nel forum una situazione del genere facendo nome e cognome della CE di turno: dopo essere stato attaccato con un maldestro tentativo intimidatorio non andato in porto, la CE in questione ha chiesto ed ottenuto l'oscuramento della discussione. Unica strategia difensiva da parte di un autore che aspiri ad essere scrittore è quella di informarsi bene prima (non dopo, come purtroppo ho fatto io) di firmare un contratto con una CE che non sia Mondadori, Feltrinelli e simili.

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