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Niko

I piccoli editori sono ignoranti (?)

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Il titolo (chiaramente provocatorio) riprende il titolo di un articolo che ho letto oggi e su cui invito a riflettere.

Il link all'articolo completo è questo: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/22/i-piccoli-editori-sono-ignoranti/4912040/

 

Un articolo scritto proprio da un piccolo editore:

 

"I piccoli editori sono ignoranti. Editorialmente e tipograficamente parlando. Dopo “Più Libri Più Liberi”, la fiera della piccola e media editoria di Roma credo sia necessaria questa riflessione che rivolgo  prima a me stesso, piccolo editore della periferia napoletana. Oggi i piccoli editori si lamentano sempre: poche vendite, poco spazio in libreria, cattiva distribuzione, sconti continui da parte dei grandi marchi, poco spazio sulla stampa, scrittori lanciati che subito scappano con editori blasonati e tanto altro. La verità è che non avverto mai autocritica."

 

"Basta passeggiare per le vie delle fiere italiane, quello che viene fuori è l’approssimazione. Piccoli editori che scimmiottano i grandi (male), emulano (male), parlano continuamente di numeri. Ma qual è il compito di un piccolo editore se non tutelare la bibliodiversità. Produrre libri diversi, con altri semi, fuori dalle logiche dei grandi numeri, libri che il colosso di turno non potrebbe mai pubblicare. I piccoli editori dovrebbero osare, in tutto, dai contenuti alla forma. Nelle fiere dovrebbero annientate i grandi per la cura, la dedizione e la particolarità dei volumi. È invece nella piccola editoria italiana c’è un analfabetismo di ritorno. Oggi chiunque si sente editore perché appone ad un libro un codice Isbn.

[...] Copertine tutte in bianco e nero (per risparmiare) senza nessun progetto grafico. Non c’è bisogno di un visual designer per creare un progetto grafico in linea con quello che vogliamo raccontare. Carte tutte uguali, gente che non conosce la grammatura dei propri libri, la differenza tra carta spessorate, patinate, con lignina, cotone, carte FSC, il grado di bianco. Libri stampati ormai solo ed esclusivamente in on demand (per risparmiare). Dopo tre settimane sono tutti ondulati perché la carta utilizzata fa schifo."

 

Dopo l'attacco alle pubblicazioni alla sanfrasò (che, invero, riempiono i cataloghi di tantissimi piccoli editori, che così facendo danneggiando il lavoro di chi, invece, fa le cose per bene) l'autore dell'articolo propone anche una sorta di utopia:

 

"[...] forse una scuola dove si parli poco di numeri e tanto di inchiostro, carta, formati, impaginazione, alta leggibilità, ci vorrebbe. Non una scuola per omologare, ma per educare all’editoria. Educare, dal latino ex ducecere, tirare fuori il meglio. Perché i libri prima li dobbiamo fare e poi li dobbiamo vendere. Prima di dobbiamo fare delle domande: che carta uso e perché? Che font? Che formato? Come si legge un libro? Come si costruisce il prezzo di un libro? A chi mi rivolgo? Come arrivo a quel lettore? Bisogna darsi delle risposte lontane dal “a me piace così”. Spero che questo magico mondo degli editori possa liberarsi dai software che pensano e giustificano per noi, dai numeri che mangiano la qualità."

 

Voi che ne pensate? Fare di tutta l'erba un fascio è ingiusto, beninteso, e qui nessuno pensa che la piccola editoria sia ignorante e che lavori tutta male (il titolo fa parte della politica "click bait" degli articoli odierni).

Però un fondo di verità in questo attacco c'è, o non sarebbe così furioso. Mi ha colpito molto la frase: "Bisogna darsi delle risposte lontane dal “a me piace così”."

Voi cosa ne pensate?

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Mah! Non sono d'accordo: è come dire che il piccolo commerciante se cura bene i suoi prodotti può crescere o addirittura far concorrenza ai centri commerciali.

Considero piuttosto obsoleto tale articolo dove da padrone la fa la vendita online, dettata ovviamente dalla pubblicità, che i colossi possono fare e che partono con una rete a scaffale fisica già affermata.

E' giusto che il piccolo editore provi a differenziarsi, ma solo per sopravvivere. e penso che nessuno, conti alla mano diventi ignorante.

Abbiamo parlato spesso su questo portale dei margini, e se il 45% se lo prendono i signori Amazon & co.  - 10% l'autore, - 15% costi di stampa - 10% altro,  chi s'intende un pochino di imprenditoria sa benissimo che con il poco margine rimasto la crescita è impossibile.

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Io trovo l'articolo condivisibile sotto molti aspetti. Più che ignoranza (termine provocatorio e offensivo) trovo che ci sia molta approssimazione. Spesso i piccoli editori si accontentano di pubblicare titoli in gran quantità  e a prezzi di copertina alti, senza avere le risorse per curarli e promuoverli in maniera adeguata, puntando così solo sul micro-mercato di parenti e amici dell'autore.

A chi tirerà fuori i soliti costi di produzione, la filiera, le librerie, ecc. faccio un esempio concreto: qualche anno fa Tunuè (piccolo editore) ha aperto alla narrativa con una linea ben precisa, una grafica curata, un professionista come Vanni Santoni a scegliere e curare i testi. Il risultato è che già il primo libro è stato un successo, arrivando in finale allo Strega, vendendo numerose copie (peraltro con un prezzo di copertina sotto i 10 euro) e ottenendo un sacco di recensioni.

Il che mi lascia pensare che chi investe e ha competenze può sperare di emergere. 

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Sì, ho letto l'articolo anch'io quando è uscito e me lo sono salvato tra i preferiti. Ha colpito molto anche me per la schiettezza e le verità che sono venute fuori; in particolar modo è deprimente l'"approssimazione" che pare sia generale, e il fatto che si sia persa "completamente la parte artigiana". Quello che infastidisce è lo stato di ignoranza del mestiere in cui pare che versino i piccoli editori: 

 

"(...) Un piccolo editore dovrebbe curare innanzitutto la leggibilità di un testo. Dovrebbe proporre al lettore un prodotto che faccia felici gli occhi. E invece non succede, perché i piccoli editori non sanno quanto deve essere lunga una riga per essere leggibile, non sanno cosa sono le saccadi, non studiano la microtipografia, la differenza tra righe corte e righe lunghe, perché si giustifica, perché oggi, dopo 500 anni, stampiamo tutti ancora col carattere Garamond. Lo stesso usato dai grandi editori. 500 anni senza innovazione. La gente questo vuole e questo gli diamo.

Libri senza pagine di guardia, occhielli, frontespizi, senza aria intorno al blocco testo. Impaginazioni sterili, asettiche, senza nessun senso. Perché oggi gli editori non fanno gli editori, commissionano a studi grafici l’impaginazione e le copertine e poi mandano in stampa. Non c’è più ricerca. I numeri ci hanno fregato, ci siamo piegati al marketing. Perché tra i corridoi delle fiere sento solo parole come budget, business plan, break even point, fatturato, trimestre. I soldi usati come scusa per non far ricerca, per non promuovere cose nuove. Le idee non sono fatte di banconote. Come vogliamo aumentare il nostro fatturato se non promuoviamo cose nuove, se copiamo i cataloghi dei grandi, i modi di proporre, distribuire, raccontare, stampare, dei grandi. Oggi il più grande mezzo pubblicitario di un grande editore è il piccolo. Perché porta avanti le poche mode editoriali che i grandi marchi lanciano. Gli editori non studiano più, non fanno comparto, non sono nemmeno capaci di opporsi ai prezzi esorbitanti delle fiere".

 

Grazie, @Niko

 

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Allora anche fra gli ingegneri, i pizzaioli, i professori dappertutto c'è ignoranza... cosa facciamo, li mettiamo al muro? Ci sono piccoli editori molto colti, raffinati e intelligenti, che annaspano per rimanere a galla o chiudono. In effetti circola questa idea che i piccoli editori non siano sempre di qualità, in alcuni casi non si può negare. Ma ci sono anche professori che non conoscono il congiuntivo, ingegneri che non sanno chi sia Joyce... eppure hanno il permesso di circolare anche di esercitare la loro professione. Se ci sono piccoli editori che non sembrano di qualità, l'unico modo per difendersi è evitarli.

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Guarda, io parlo da spettatore del mondo editoriale, e non da addetto ai lavori. Quindi, come spettatore, magari mi perdo per strada qualche pezzo che è fondamentale per comprendere a dovere tutto il meccanismo.

Comunque, ho letto questo articolo qualche giorno fa. Durante la lettura mi sono chiesto più volte come interpretare alcuni passaggi, in particolare dove si focalizza così tanto su aspetti tecnici dell'impaginazione e più in generare del libro stampato in quanto oggetto "di design". A prescindere dal contenuto, insomma. Sono tornato a pensare a un'esperienza che ho avuto personalmente, durante un'edizione della fiera Più libri più liberi (mi pare fosse nel 2017). Iscritto da poco al WD, avevo visto alcuni micro editori attivi sul forum e sono andato a curiosare nei loro stand; ecco, la prima cosa che ho notato in effetti è stata la scarsissima (se non nulla) cura grafica del testo. Copertine dalla resa pericolante in primis, ma sono stato colpito soprattutto da ciò che ho trovato nel testo stampato all'interno: per dirne alcune, mancanza di rientri a inizio capoverso, font sciatti, uso disomogeneo di norme editoriali e quant'altro che possa emergere da una scorsa rapida alle pagine. Ah, i famigerati "sì" affermativi privi di accento il pole position fra i refusi reiterati.

Devo dire che la perplessità mi ha spinto a domandare il perché ai rappresentanti delle case editrici, i quali hanno reagito in due maniere, principalmente: chi ha detto di non saperne nulla, chi mi ha invitato – con più o meno stizza – a non mortificare il lavoro di chi si fa in quattro per restare a galla in un mondo difficile. Al che, devo ammettere, ci ho rinunciato e ho anche capito che la mia curiosità poteva essere letta come una provocazione. Ma il punto è che davvero non me ne capacitavo e mi sarebbe piaciuto ricevere una spiegazione logica.

Mettiamo anche che il contenuto di un libro curato male dal punto di vista estetico meriti d'essere letto: ma allora perché mortificarlo così? Forse c'è davvero di mezzo "l'ignoranza" di cui si fa provocatoriamente riferimento nell'articolo? Che si guardi solo al contenuto e si tralasci il vestito nell'inconsapevolezza della buona fede?

Nell'articolo, però, ho percepito che si punti troppo il dito sul come si pubblichi a discapito della questione di cosa si pubblichi, ed è questo che ho gradito di meno. O meglio, l'avrei posta diversamente. Avrei preferito un discorso tipo quello che ho fatto su, ossia "sarebbe opportuno che almeno certe cose siano curate, perché si tratta delle basi". Invece pare così che gli editori non sappiano fare il loro mestiere solo perché il prodotto finale "libro stampato" non rispetta dei canoni estetici. Posta così, la questione è davvero superficiale, a mio avviso.

Insomma, io credo che l'abito un po' il monaco lo faccia, nel senso che il monaco deve avere un abito cucito a dovere per risultare credibile, per attrarre pubblico. Soprattutto perché i pochi lettori che ci sono in Italia sono soprattutto lettori forti, che sanno distinguere un prodotto curato con la dovuta attenzione da uno in cui è stato tralasciato questo o quello.

Un'ultima considerazione. Faccio sempre riferimento alla premessa, ossia che ragiono da esterno. Trovo che i piccoli editori che fanno le cose nella maniera migliore sono quelli che impongono una loro linea molto personale, e di qualità. Che non cercano di imitare i grandi, insomma, ma di essere complementari nel loro piccolo, nell'area da loro selezionata. In fondo, non è così che sono nati i grandi? Un Einaudi non ha ragionato così prima di diventare grande e permettersi quindi di ampliare gli orizzonti di pubblicazione?

Concludendo, giusti e condivisibili i punti toccati nell'articolo, ma non penso che sia questo il modo corretto di fare giornalismo. Troppo approssimativo, troppo votato allo slogan. Così facendo, sono costretto a prendere con le pinze le informazioni e rimetterle in fila dopo un maggior grado di approfondimento.

 

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17 minuti fa, Niko ha detto:

una scuola dove si parli poco di numeri e tanto di inchiostro, carta, formati, impaginazione, alta leggibilità, ci vorrebbe. Non una scuola per omologare, ma per educare all’editoria. Educare, dal latino ex ducecere, tirare fuori il meglio. Perché i libri prima li dobbiamo fare e poi li dobbiamo vendere. Prima di dobbiamo fare delle domande: che carta uso e perché? Che font? Che formato?

Almeno per questo pezzettino (solo questo che ho citato, riguardo i restanti punti per ora non saprei esprimermi), posso dire che una scuola apposta c'è, quella di Design del Politecnico di Milano, piazzata al quarto posto a livello mondiale per valore e qualità degli insegnamenti, quindi almeno per questi fattori non è utopico per niente pensare che la qualità delle pubblicazioni italiane attuali, anche della piccola editoria, possa raggiungere un livello ottimale. Nell'ipotetico, l'editoria italiana avrebbe a disposizione tante risorse, ma dovrebbe investirci. Peccato che gli stessi professori, del corso di laurea apposito, siano i primi a dire che l'Italia ha una storia editoriale mirabile, ma se adesso uno di noi studenti volesse lavorare in questo campo, una volta terminati gli studi, è meglio che si metta nell'ottica di andarsene in Francia, Olanda o Regno Unito, che sono i Paesi che investono di più nel visual design e nel design tipografico, e che quindi non solo danno lavoro, ma pagano pure.

 

Ciò non toglie, comunque, che ci siano in commercio, qui in Italia, prodotti molto curati dal punto di vista estetico e progettuale. Concordo sul non fare di tutta l'erba un fascio, sarebbe oltremodo scorretto.

 

Forse il problema della piccola editoria, nel campo del design del libro, può essere dettato da due fattori: la prima possibilità è che non possano effettivamente permettersi di investirci, perché il lavoro progettuale, studiato per comunicare al meglio il singolo romanzo, per strutturare collane ecc..., ha un costo che non è poco; se questo è il problema, però, secondo me non è impossibile trovare accordi con i professionisti del settore. La seconda, invece, penso che sia proprio il non sapere che esistono figure professionali del genere e che effettivamente il libro come entità fisica va progettato, e non è banale farlo per avere un risultato quantomeno gradevole.

Queste le mie opinioni.

 

 

Riguardo l'articolo in sé, condivido appieno questo:

12 minuti fa, AdStr ha detto:

Concludendo, giusti e condivisibili i punti toccati nell'articolo, ma non penso che sia questo il modo corretto di fare giornalismo. Troppo approssimativo, troppo votato allo slogan. Così facendo, sono costretto a prendere con le pinze le informazioni e rimetterle in fila dopo un maggior grado di approfondimento.

 

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Sono concorde a non fare di tutta un'erba un fascio, ci sono piccole case editrici di grande qualità, che perseguono la propria strada e i propri obiettivi e non per una questione di gusto, non per un "a me piace così", ma per un accurato studio iniziale; si nota bene quando c'è una progettazione attenta alle spalle e un'evoluzione costante nel tempo, che tende a puntare sulla qualità e non sui numeri.

Ci sono anche, è inutile negarlo, gli editori improvvisati, o quelli che da autori credono di sapere come funziona una casa editrice e compiono il salto dall'altro lato della barricata, molte volte finendo pure per dimenticarsi di essere stati "semplici" autori (e magari anche bistrattati).

Ecco, in diverse (... e ripeto, non vuol dire tutte per fortuna) piccole case editrici si nota poca attenzione allo scrittore; non che nelle big vi sia, anche in tal caso vi è spesso una discriminazione tra il personaggio noto e il "semplice" autore e il più delle volte la differenza di trattamento è dettata dall'investimento iniziale, al quale sarà poi commisurato l'impegno (economico e di energie) nella promozione.

Fatte salve le dovute eccezioni, quindi, credo anch'io che vi sia, non ignoranza, né sempre approssimazione, ma forse poca sensibilità e scarsa voglia di differenziarsi sì.

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Io sono un avvoltoio delle bancarelle e delle (ormai poche) librerie dell'usato, sia perché vi si trovano libri che non si trovano da nessun'altra parte, sia perché consentono di leggere per un mese spendendo 10 euro.

Se mi fermassi alla qualità della copertina, della carta o dell'impaginazione, mi perderei molte letture piacevoli.

Tolti i refusi (che non sopporto - ma tanto ne vedo sì e no uno ogni tre), quando lo stile e i contenuti di un libro mi piacciono ne dimentico in fretta la veste grafica.

 Quindi non posso che concordare con @AdStr

1 ora fa, AdStr ha detto:

Nell'articolo, però, ho percepito che si punti troppo il dito sul come si pubblichi a discapito della questione di cosa si pubblichi, ed è questo che ho gradito di meno

 

Certo, anch'io preferisco un libro bello (da guardare) a un libro brutto, ma il contenuto - quello che conta è il contenuto!

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Dando ovviamente per scontato, come scriveva anche Flaiano, che "la bellezza di un libro come oggetto non può prescindere dal suo contenuto. Non c'è infatti sopruso maggiore di un libro stupido rilegato lussuosamente", potremmo anche fare lo sforzo di non dimenticare che il medioevo ci ha inondato di libri dal contenuto esaltante e dalle vesti grafiche preziose come opere d'arte.

Con tutte le dovute e sacrosante differenze - di epoca, di alfabetizzazione, di globalizzazione e così via all'infinito -, sarebbe di buon auspicio tenere per l'appunto presente che c'è chi otteneva il massimo del risultato lavorando solo con le mani (e senza luce elettrica).

Questo solo per sottolineare che l'editore dell'articolo in questione può aver senza dubbio drammatizzato, ma lo trovo comprensibile se il problema di fondo consiste nell'impresa titanica di "liberarsi dai numeri che mangiano la qualità". 

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Non pensiamo a come è scritto l'articolo, né a chi (non a caso non ho fatto nomi) se in modo secondario.

Il mio intento era intavolare un dibattito partendo da quelle forti (e sì, troppo provocatorie e a volte superficiali) sentenze.

A me non interessa molto di come sia scritto l'articolo, con che taglio e se costui sia un bravo giornalista o meno, sinceramente.

 

Vorrei invece concentrarmi sui contenuti e su questo "sfogo" (io l'ho visto come tale) che, secondo me, un grande fondo di verità ce l'ha.

In Italia ci sono migliaia e migliaia di Case Editrici piccole. Migliaia, ragazzi. Di queste io personalmente ne salverei al massimo un 10%. Il problema è questo. Perché? Tanto dilettantismo, troppo; la maggior parte di questi piccoli editori (non solo a causa loro, ma anche del sistema, ok; ebbene, tant'è) sono editori solo per hobby. Fanno tutto in casa, come i biscotti (i biscotti della nonna sono buoni, ma se aprisse una pasticceria...?).

Non ci campano, non ci investono davvero, gli importa ancor meno di farsi un nome, girare per le fiere, proporre qualità, nuovi autori con del talento, nuove idee alternative, che vada a differenziarsi dal flusso delle big che si piegano ad esigenze di mercato (sbagliando, ma lo fanno).

E così anche loro si piegano al sistema. "Eh, vorrei ma non posso... devo tirare avanti!". Vi dirò una cosa che nessuno sa (sono ironico): non è vero una cippa. Un piccolo editore non è "costretto" ad andare avanti. Se non ce la fa a far quello che vorrebbe, può chiudere, fare altro; non c'è bisogno che ci racconti la rava e la fava per tirare acqua al suo mulino. Il "vorrei ma non posso" non lo sopporto in nessun campo della vita, tanto meno questo.

E ancora, ci sono le piccole realtà che tentano di infinocchiare gli aspiranti (pubblicando 100 libri al mese, un mucchio di roba indecente di "scrittori" altrettanto indecenti giusto per far cassa con le poche decine di copie vendute ai parenti; perché tanto l'autore è già contento di vedere il suo libro tra le mani col nome stampato in copertina, dei diritti d'autore che gli frega? Sì, funziona proprio così) o peggio ancora.

 

E poi ci sono quei fari nella notte, le persone che investono, in termini di tempo, denaro (sì, non è una brutta parola: investire denaro, soldi, banconote) e soprattutto passione. Che curano allo sfinimento ogni libro, ne pubblicano pochi all'anno e ognuno di essi vale, perché è l'Editore che ci punta per primo. Che seleziona bene, che scova il talento e lo mette sul piedistallo.

Di questo vorrei parlare, non di come l'ha messa Tizio nel dire questo o quello. Ha parlato troppo di impaginazione e non di contenuti, va bene. Parliamone noi, allora.

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Io concordo con l'articolo, anche se è provocatorio, sono poche quelle piccole case editrici che si impegnano. Diciamo che se una casa editrice volesse creare dei libri di qualità in primis assumerebbe dei buoni editor e grafici per le copertine. Spesso ci sono poche persone che fanno tutto, anche quello che non sanno fare, ma lo fanno. Risparmiano sulla carta, sulla grafica, sulla qualità. Però se ci fate caso queste Ce non falliscono mai e vanno sempre avanti. Chissà come fanno... questo è la vera domanda da porsi. Ce li hanno i soldi o no? Sì, ma se li tengono per sé. Infatti come è stato detto prima, se l'autore vende 10 libri ai parenti e già un bel guadagno. Ipotizziamo 15€ a copertina x 10 parenti sono 150€. All'autore danno il 5%, 0.75 € a copia, e 0€ di anticipo. Moltiplicate 142,5 x 100 autori sono 14.250€ a fronte di minimi pagamenti per l'autore, e di minimi costi di stampa e di spedizione. E' un esempio, non lo prendete alla lettera. Ma credo che il messaggio sia chiaro.

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@Niko per carità, hai perfettamente ragione, ma credo sia normale che se proponi come base di partenza un articolo traballante, proprio in virtù del fatto che ti diamo retta, noi lo si prende in considerazione. :D 

16 minuti fa, Niko ha detto:

Tanto dilettantismo, troppo; la maggior parte di questi piccoli editori (non solo a causa loro, ma anche del sistema, ok; ebbene, tant'è) sono editori solo per hobby.

Sono d'accordo per metà.

Fare le cose come hobby non pregiudica la qualità professionale di ciò che produci, a priori. Il dilettantismo invece sì, come giustamente sottolinei. La "faciloneria". Che poi, ribadisco, non so se c'entri di più un disinteresse di fondo o una mancanza di sensibilità di fronte a certi dettagli.

Come mette in luce l'articolo, questa sensibilità potrebbe essere stimolata da una maggiore consapevolezza (ossia meno "ignoranza"), ma nel concreto tu cosa faresti?

Credo che il meccanismo non sia molto diverso da quello che induce gli aspiranti scrittori a presentare manoscritti malconci agli editori, e non riuscirei così su due piedi a immaginarmi una possibile soluzione per sanare il problema.

Se non quella di parlarne, come si sta facendo e come si fa spesso qui sul WD. Chissà che davvero non cambi qualcosa, a lungo andare. :D 

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28 minuti fa, Niko ha detto:

Un piccolo editore non è "costretto" ad andare avanti. Se non ce la fa a far quello che vorrebbe, può chiudere, fare altro; non c'è bisogno che ci racconti la rava e la fava per tirare acqua al suo mulino. Il "vorrei ma non posso" non lo sopporto in nessun campo della vita, tanto meno questo.

E ancora, ci sono le piccole realtà che tentano di infinocchiare gli aspiranti (pubblicando 100 libri al mese, un mucchio di roba indecente di "scrittori" altrettanto indecenti giusto per far cassa con le poche decine di copie vendute ai parenti; perché tanto l'autore è già contento di vedere il suo libro tra le mani col nome stampato in copertina, dei diritti d'autore che gli frega? Sì, funziona proprio così) o peggio ancora.

E poi ci sono quei fari nella notte, le persone che investono, in termini di tempo, denaro (sì, non è una brutta parola: investire denaro, soldi, banconote) e soprattutto passione. Che curano allo sfinimento ogni libro, ne pubblicano pochi all'anno e ognuno di essi vale, perché è l'Editore che ci punta per primo. Che seleziona bene, che scova il talento e lo mette sul piedistallo.

 

 

Non potrei leggere parole con cui essere più d'accordo. La situazione purtroppo è esattamente questa.

Editori che si improvvisano per un vastissimo mercato di autori che si improvvisano. Con il risultato che in giro c'è una quantità di prodotti pessimi sia per l'aspetto grafico di cui parla l'articolo di giornale, sia per il contenuto di quei fogli dalla grammatura errata.

 

Modificato da LuckyLuccs
inviato post troppo frettolosamente.
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1 ora fa, AdStr ha detto:

Fare le cose come hobby non pregiudica la qualità professionale di ciò che produci, a priori.

Se fai una cosa per hobby non è per professione, per definizione. E non si può fare editoria solo perché ci piace. Anche perché se mi metto a fare giardinaggio per hobby, se arriva un professionista a dirmi che il mio giardino fa schifo per questo e quello poi non posso prendermela. Posso rispondere "a me piace così" (cito l'articolo) perché è un hobby.

Forse stai confondendo l'hobby con la passione, che peraltro io ho citato (in favore della questione, e non contro). L'hobby è un passatempo, la passione è ben altro.

 

1 ora fa, LuckyLuccs ha detto:

Editori che si improvvisano per un vastissimo mercato di autori che si improvvisano.

Vero, sono d'accordo. Ma per una volta tanto non spariamo sulla Croce Rossa :asd: e cioè sugli aspiranti che non sanno mettere in fila una frase di senso compiuto.

Una volta tanto parliamo dell'editoria "facilona", per usare le parole di @AdStr, dell'editoria malaticcia, viscida, quella che non fa bene a nessuno: non vive solo ai vertici, dai "potenti Big senza cuore", come piace dire a tanti. C'è tanto fango anche in basso...

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@Niko penso che tutto parta dalla passione, passione che diventa hobby e hobby che attraverso lo studio e l'approfondimento diventa professione, come uno che sin da bambino ama disegnare e col tempo ti tira fuori un capolavoro come può essere un Neon Genesis Evangelion (un esempio tanto per dire).

A me, più di tutto, spaventa l'incapacità di saperle accettare le critiche, processo che poi porta all'autocritica, la "spocchia" di non poter essere criticati ed è un atteggiamento che vedo un po' in tutti i campi della nostra società. Mai un ammissione di colpa, mai "eh sai forse ho sbagliato, forse questo è fatto male", solo stizza e vedere tutto come un "come ti permetti di criticarmi? Chi sei?", come appunto citava @AdStr alla fiera dell'editoria (mi ricordo bene quel giorno, @AdStr stai sempre a fà polemica! :P).

Sembra che tutto debba essere approssimativo, malfunzionante, fallace e quando lo fai notare sei una brutta persona perché lo stai facendo notare; sono uscito dal seminato e dall'articolo, lo so, ma vedi è un po' quello che vedo nella società in generale, e l'editoria non ne è immune. Il giornalismo poi non ne parliamo, è fatto solo di slogan e di esagerazioni per cercare di prendere un pubblico sempre più indifferente che senza un po' di dramma non riesce a leggere. (in questo caso si capisce chiaramente uno sfogo, una rabbia per poter cogliere l'attenzione).

Tutto è posto in un'unica ottica, guadagnare, ma guadagnare vendendo un prodotto pessimo perché devi risparmiare su tutto fa sì che nessuno te lo compri, una carbonara fatta con la panna a 5€ non te la mangerò mai e preferirò sempre quella a 10€ fatta a mestiere, ma ci sarà qualche idiota che la prenderà e passerà la notte al cesso.

Avidità è la parola che più si addice a tutto questo scenario, risparmio sulla qualità tanto il cliente, appunto come qualcuno ha citato, non se ne accorge. (considera che un cliente una volta disse che il tiramisù che gli avevo venduto sapeva di burro:facepalm:) Perché è anche questo il problema, in un mondo dove abbiamo accesso a ogni genere d'informazione siamo così ignoranti che la cosa fa spavento. Io, da profano e da ignorante, avrei difficoltà ad accorgermi dell'impaginazione e magari noterei un refuso su venti però sul discorso tra forma e contenuto penso si debba avere un minimo di elasticità. Se il libro, la storia, ti sa prendere, chi se ne frega se c'è qualche refuso o l'impaginazione non è delle migliori (si ritorna magari al discorso di sopra, avidità e guadagno, un buon prodotto venduto male per qualche idea bacata campata per aria di far soldi).

In conclusione secondo me, nella vita, è difficile eccellere e anche trovarla l'eccellenza è un compito assai gravoso, il tutto sta nell'evitare appunto gli editori che fanno editoria come i biscotti della nonna; infine quei pochi che sperimentano hanno la mia stima perché ogni volta che esci dalla strada maestra ti trovi stormi e stormi di corvi che ti dicono che sicuramente fallirai e che devi seguire il percorso che altri hanno fatto prima di te, inserendoti in un canale già atrofizzato e congestionato da milioni di altre persone. (Garamond appunto :lol:)

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3 ore fa, Niko ha detto:

Ha parlato troppo di impaginazione e non di contenuti, va bene. Parliamone noi, allora.

 

Credo fermamente che proprio il contenuto sia il problema.

Dal libro di un piccolo editore non mi aspetto copertine rigide, sovracoperte, bandelle. Non mi aspetto neanche carta di grande grammatura né impaginazioni innovative. 

Se le piccole CE hanno pochi soldi, li investano in scouting e in editing: trovino (pochi) autori veramente bravi - particolari, innovativi, fuori dalla logica della narrativa facile per il grande pubblico (Volo, per intenderci) - e investano su quelli.

Spendano infine qualcosa per la promozione, in concerto con gli autori che rappresentano.

Facciano cultura, facciano avanguardia, facciano la differenza. 

Si tratterebbe di investimenti rischiosi, ben inteso, infinitamente più rischiosi che stampare on demand per i parenti e gli amici di un centinaio di autori che venderanno un centinaio di copie - ma sarebbe un investimento ammirevole. L'arte dovrebbe funzionare così - per tentativi e rischi.

 

Certo, rimane il problema di capire cosa sia davvero particolare o innovativo in letteratura oggi. Su questo aspetto suggerimenti! :)

 

 

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Pur essendo editore, intervengo qui a titolo personale, per non esporre la piccola casa editrice di cui faccio parte al solito martirio di San Sebastiano di freccette rosse, scoccate quasi sempre, temo, da autori ai quali abbiamo rifiutato la pubblicazione. Ci tengo pertanto a precisare, fin dall'inizio, che mi assumo da solo e in toto la piena responsabilità di quanto scrivo.

Io credo che qui il vero ignorante sia l'autore dell'articolo citato da @Niko... Ignorante nel senso che ignora (come direbbe Giovanni, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo), ma anche imbecille nel senso che imbelle (come gli risponderebbe Aldo, sempre membro del suddetto trio).

Cito, a titolo di esempio,  una delle tante inesattezze, ma mi verrebbe da dire scemenze, presenti nell'articolo:

14 ore fa, Niko ha detto:

Carte tutte uguali, gente che non conosce la grammatura dei propri libri, la differenza tra carta spessorate, patinate, con lignina, cotone, carte FSC, il grado di bianco. Libri stampati ormai solo ed esclusivamente in on demand (per risparmiare). Dopo tre settimane sono tutti ondulati perché la carta utilizzata fa schifo."

 Falso. La carta, a prescindere dalla grammatura, a volte diventa ondulata, perché nella stampa in digitale viene sottoposta a temperature molto più alte, rispetto alla stampa in offset. "Perché allora non stampare direttamente in offset?" , chiederete voi. Semplice, perché, affinché la stampa in offset diventi conveniente, bisogna tirare subito almeno 500 copie. E in questo caso la domanda la poniamo noi a voi: quanti autori esordienti conoscete che hanno raggiunto tale risultato di vendita sul cartaceo?

Oltretutto la temuta ondulazione si presenta solo in determinate condizioni di forte umidità ed è quasi sempre un difetto temporaneo. Anche tipografie molto prestigiose, a livello europeo non solo italiano, che abbiamo avuto modo di testare e che utilizzano macchinari costosissimi e all'avanguardia, non riescono a eliminare del tutto questo problema.

14 ore fa, Niko ha detto:

Ma qual è il compito di un piccolo editore se non tutelare la bibliodiversità. Produrre libri diversi, con altri semi, fuori dalle logiche dei grandi numeri, libri che il colosso di turno non potrebbe mai pubblicare. I piccoli editori dovrebbero osare, in tutto, dai contenuti alla forma. Nelle fiere dovrebbero annientate i grandi per la cura, la dedizione e la particolarità dei volumi.

Bibliodiversità??? Ma mi volete dire quale cristiano, musulmano, buddista, ateo o agnostico si esprime in codesta maniera? 

Belle parole, comunque, davvero belle parole! E con che soldi i piccoli editori dovrebbero "tutelare, osare e annientare" le grandi case editrici? Di certo non con quelli derivanti dalle vendite dei propri libri, visto che, avendo "osato" molto nella forma, e avendo speso più del doppio della concorrenza per stampare in modo sublime, partiranno già con un enorme svantaggio economico. In compenso però, avendo "osato" molto anche per quanto riguarda i contenuti, di sicuro avranno allargato a dismisura la nicchia di pubblico disposta comprare le loro opere! 

Un intervento che invece di "sublimare", rimane piantato coi piedi per terra è quello di @delon :

13 ore fa, delon ha detto:

Abbiamo parlato spesso su questo portale dei margini, e se il 45% se lo prendono i signori Amazon & co.

Dobbiamo però, dati alla mano, documentabili e a disposizione di tutti, correggerlo per quanto riguarda le cifre.

Il circuito di distribuzione Fastbook, facente capo a Messaggerie, assorbe il 55% del prezzo di copertina.
Il circuito Amazon, invece, assorbe il 51% del prezzo di copertina, solo che mentre il primo accetta spedizioni anche tramite il piego di libri, il secondo pretende che anche un singolo volume gli sia inviato tramite corriere espresso.
Orbene, con il restante 45% l'editore dovrebbe pagare i costi di tipografia, la spedizione, i sacrosanti diritti d'autore, l'editing, la correzione di bozze,la grafica di copertina, l'impaginazione, l'eventuale promozione, incluse presentazioni e partecipazioni a fiere e rassegne, senza contare gli abnormi costi di gestione contabile e finanziaria che qualsiasi impresa italica deve affrontare... ma soprattutto un bel paio di scarponi anti infortunio, di quelli con la punta rinforzata al titanio, con i quali prendere a calci nel sedere gli insensati autori di articoli che, più che utopici, risultano offensivi nei confronti di chi nel mondo editoriale profonde ogni giorno sudore ed energie, sapendo che per realizzare i sogni, più che parlare e scrivere a vanvera, è necessario impegnarsi e lavorare duramente.

Modificato da Alexmusic
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32 minuti fa, LuckyLuccs ha detto:

una triste ma giustissima analisi di quello che è il mondo reale

Già, @LuckyLuccs , leggendo l'articolo incriminato, mi è venuto in mente il motto di Enrique Bolbontin, il comico savonese: "Son tutti finocchi, col culo degli altri".

Se volessimo evitare il francesismo, potremmo dire, in maniera forse più elegante ma di certo meno efficace, che "Son tutti idealisti, coi soldi degli altri".
Chissà perché, ma ho il sospetto che l'autore dell'articolo in questione, non abbia la minima idea di cosa significhi fare impresa in Italia, dove la parola "impresa" è da intendersi nel più eroico dei suoi significati. Sì, son quasi certo, che costui, ammesso che davvero operi nel mondo editoriale, lo faccia con la tranquillità dello stipendio fisso a fine mese: buon per lui, finché dura...

A tutti gli altri utenti del forum che, seppure in modi e toni diversi, nei loro interventi lo hanno seguito sulla via dell'idealismo astratto, che è cosa ben diversa dall'idealismo concreto, voglio dire una sola cosa. Se in Italia i lettori sono circa un quarto di quelli presenti negli altri Paesi, per un piccolo editore sopravvivere sfornando prodotti decenti, non dico di qualità, non è difficile: basta avere la capacità di compiere miracoli.

 

Modificato da Alexmusic
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1 ora fa, Alexmusic ha detto:

Se in Italia i lettori sono circa un quarto di quelli presenti negli altri Paesi

 

Statistica che rattrista.

Sarebbe curioso vedere il numero di libri pubblicati e autopubblicati in Italia rispetto agli altri Paesi, giusto per fare una proporzione.

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@Alexmusic ti rispondo cercando di intavolare un dibattito proficuo per tutti.

9 ore fa, Alexmusic ha detto:

Pur essendo editore, intervengo qui a titolo personale, per non esporre la piccola casa editrice di cui faccio parte al solito martirio di San Sebastiano di freccette rosse, scoccate quasi sempre, temo, da autori ai quali abbiamo rifiutato la pubblicazione. Ci tengo pertanto a precisare, fin dall'inizio, che mi assumo da solo e in toto la piena responsabilità di quanto scrivo.

Lo precisi ogni volta, Alex :asd: 

Sono contrario alla scelta (se la tua CE si becca qualche freccia rossa non muore nessuno), ma rimarcarla ogni volta non è il massimo; rispondi a tuo nome e bon :P 

9 ore fa, Alexmusic ha detto:

Io credo che qui il vero ignorante sia l'autore dell'articolo citato da @Niko... Ignorante nel senso che ignora (come direbbe Giovanni, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo), ma anche imbecille nel senso che imbelle (come gli risponderebbe Aldo, sempre membro del suddetto trio).

Invece di bollarlo come ignorante e imbecille (io stesso ho riportato il suo titolo sottolineando la natura provocatoria della questione; e io stesso ho rimarcato quanto in alcuni passaggi egli sia superficiale e fin troppo aggressivo: ripagarlo con la stessa medaglia non mi sembra la tattica giusta...), cerchiamo di capire perché ha detto tutto questo, a dispetto della sua "ignoranza" (non conoscendo il signore in questione, non posso metterci la mano sul fuoco né che ne sappia tanto, né poco: sappiamo solo che è direttore di una piccola CE).

9 ore fa, Alexmusic ha detto:

Semplice, perché, affinché la stampa in offset diventi conveniente, bisogna tirare subito almeno 500 copie. E in questo caso la domanda la poniamo noi a voi: quanti autori esordienti conoscete che hanno raggiunto tale risultato di vendita sul cartaceo?

Pur sinceramente apprezzando la spiegazione tecnica relativamente alla carta (che personalmente ignoravo), vorrei soffermarmi su questa domanda che è l'essenza del problema. Te la ribalto. Quanti piccoli editori stampano subito 500 copie credendo fermamente nell'autore e promuovendolo come si deve?

9 ore fa, Alexmusic ha detto:

Bibliodiversità??? Ma mi volete dire quale cristiano, musulmano, buddista, ateo o agnostico si esprime in codesta maniera? 

Tu però hai usato tre punti interrogativi :P 

9 ore fa, Alexmusic ha detto:

Dobbiamo però, dati alla mano, documentabili e a disposizione di tutti, correggerlo per quanto riguarda le cifre.

Con l'arringa finale (che io sposo, lo sai bene: ho anche scritto un articolo su quanto sia difficile essere un editore, oggi... ricordi?) hai praticamente confermato quanto dice lui nell'articolo.

"...ma forse una scuola dove si parli poco di numeri e tanto di inchiostro, carta, formati, impaginazione, alta leggibilità, ci vorrebbe."

 

I numeri li conosciamo; almeno chi bazzica il WD dovrebbe essere informato su queste cose, ci sono rimandi ovunque. Sappiamo che è difficile ed è una grande verità, sono d'accordo con te. Allo stesso modo, la verità che questo signore in modo aggressivo (come hai fatto anche tu, d'altronde) mette sul piatto è però una verità che corre in parallelo alla tua. Non si annullano a vicenda. Vuoi forse negare che esistano piccole CE che pubblicano solo ciofeche? Vuoi dire questo? Suvvia!

Vuoi forse dire, mostrando tutta l'onestà intellettuale di cui sei capace, che la tua CE ha pubblicato sempre e comunque libri di alto valore, con impaginazioni perfette, copertine accattivanti e professionali e contenuti di alto livello (stilistico o di originalità di trama)? O forse forse anche tu ti sei piegato alle esigenze di mercato? Ti ricordo che all'apertura della CE mostravi disprezzo per le pubblicazioni digitali; adesso pubblicate ebook (io sono felice che abbiate cambiato idea). Solo un esempio.

Un po' di autocritica sarebbe auspicabile, invece di alzare subito gli scudi e urlare improperi al nemico. O no?

 

Qui non stiamo dicendo (almeno io, l'autore dell'articolo non so e non mi interessa) che tutti i piccoli editori sono poco professionali (o pressappochisti, o altri aggettivi simili).

Mi cito da solo:

19 ore fa, Niko ha detto:

E poi ci sono quei fari nella notte, le persone che investono, in termini di tempo, denaro (sì, non è una brutta parola: investire denaro, soldi, banconote) e soprattutto passione. Che curano allo sfinimento ogni libro, ne pubblicano pochi all'anno e ognuno di essi vale, perché è l'Editore che ci punta per primo. Che seleziona bene, che scova il talento e lo mette sul piedistallo.

Quanti ce ne sono di questi fari?

Te lo dico io: pochi. Ci sono, ma pochi.

Sono pochi gli aspiranti con vero talento, con quel qualcosa in più che potrebbe farli arrivare lontano; altrettanto pochi sono gli Editori col talento e la voglia e le risorse economiche necessarie per far bene. Lamentiamoci pure dei numeri e del sistema malato, benissimo, lo faccio anch'io. Ma lamentiamoci anche di tutto quelli che il sistema lo accettano e non fanno niente per cambiarlo, o anzi lo alimentano (vedi il costo di lettura delle agenzie, un'onta ovunque in europa tranne che in Italia; vedi i mancati anticipi agli autori, una chimera in Italia e una normalità altrove; vedi la mancanza di palle per fare impresa - sì, ho detto palle, pardon - e investire i propri soldi su un autore).

Questa è verità tanto quanto la tua.

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Difficile dare un giudizio su queste cose. O ci si lavora, oppure ogni nostra idea è buona solo per le chiacchiere da bar. 

 

A me, la sola cosa che fa arricciare il naso della piccola editoria è la completa mancanza di cura per le versioni digitali. O non le hanno, oppure sono fatte con i piedi. 

 

E anche quelle delle grandi CE non scherzano come mediocrità. 

 

Ecco. Il digitale si sta mangiando buona parte del mercato, e ancora viene ignorato e snobbato. 

 

Questo non lo capisco. 

 

Mentre tutto il pippone sul proporre qualcosa di differente credo siano tutte parole al vento. Come quello che vuole svuotare il mare col secchiello. 

 

In Italia non c'è cultura di innovazione, cambiamento o investimento. Per osare sarebbe necessario prima di tutto avere una cultura di ciò che è lo storytelling in generale. 

 

Invece siamo troppo innamorati della letteratura e non esiste altro. Figuriamoci poi informarsi su quel che avviene fuori dall'Italia. 

 

Ma questo vale anche per gli autori, quindi è un male comune. 

 

Ecco, se c'è una cosa che le piccole CE non dovrebbero fare, per quanto assurdo possa sembrare, è non pubblicare esordienti. Mai, a meno di non trovare una perla. Risparmiare e investire su qualcuno con già esperienza e seguito per aggiudicarsi un suo libro. 

 

Lasciare che gli esordienti si facciano le ossa in self, e puntate solo a chi canticchia di già. 

 

Il mercato scremerebbe da solo chi può e chi no. E una volta fatto, allora fare un'offerta. Certo per fare questo servirebbero anni e anni, e una totale inversione di metodo lavorativo. 

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50 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Mentre tutto il pippone sul proporre qualcosa di differente credo siano tutte parole al vento. Come quello che vuole svuotare il mare col secchiello. 

 

Senza ombra di polemica @JPK Dike - giuro. :bandiera:

Parole al vento - forse sì.

Ma io (come molti altri, qui) sono un cliente di tutto rispetto per l'editoria, credo di aver diritto di parola. Sono una lettrice, dico cosa mi piacerebbe leggere.

Cosa mi piacerebbe, mica cosa mi aspetto che tutti i piccoli editori facciano. 

Se qualcuno volesse farlo avrebbe tutta la mia gratitudine e la mia ammirazione. Ha già detto benissimo @Niko

 

1 ora fa, Niko ha detto:

Sono pochi gli aspiranti con vero talento, con quel qualcosa in più che potrebbe farli arrivare lontano; altrettanto pochi sono gli Editori col talento e la voglia e le risorse economiche necessarie per far bene. Lamentiamoci pure dei numeri e del sistema malato, benissimo, lo faccio anch'io. Ma lamentiamoci anche di tutto quelli che il sistema lo accettano e non fanno niente per cambiarlo, o anzi lo alimentano (vedi il costo di lettura delle agenzie, un'onta ovunque in europa tranne che in Italia; vedi i mancati anticipi agli autori, una chimera in Italia e una normalità altrove; vedi la mancanza di palle per fare impresa - sì, ho detto palle, pardon - e investire i propri soldi su un autore).

 

Questa non la capisco:

1 ora fa, JPK Dike ha detto:

Invece siamo troppo innamorati della letteratura e non esiste altro. Figuriamoci poi informarsi su quel che avviene fuori dall'Italia. 

 

Dov'è il problema nell'essere innamorati della letteratura? Da quando la letteratura è un problema?

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"Basta passeggiare per le vie delle fiere italiane, quello che viene fuori è l’approssimazione."

Ah già le fiere del libro... Un grande parametro per gli addetti ai lavori ma per i lettori comuni che non ci sono mai andati?

Io scelgo i libri o in libreria oppure tramite il web.

L'articolista non si è mai posto il punto focale della questione: i libri dei piccoli editori non arrivano in libreria, o sono molto pochi, e quindi sono presenti solo sul web.

Ho dato una spulciata veloce ai siti di alcune piccole ce (tramite la lista qui sul wd) e sono arrivata a queste conclusioni:

- troppi libri;

- schede dei libri in vendita senza possibilità di sfogliare l'incipit;

- prezzi alti e spesso nessuna promozione;

- recensioni (se presenti) sempre positive e mai qualche piccola sbavatura (libro perfetto, emozionante e via discorrendo) e quindi qualche piccolo dubbio sulla loro veridicità mi sorge sempre.

Più che una "scuola" queste ce dovrebbero fare un corso intensivo di marketing online e, magari, trovare nuove idee innovative per farsi notare sul web.

Che poi ci siano ce che lavorano in modo approssimativo questo lo decidono i lettori: vada per un libro dal contenuto pessimo e impaginato peggio (ci può anche stare di beccarne uno) ma se son tutti così... la ce non campa.

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@mercy Di sicuro, e infatti anche le mie opinioni sulla questione piccole CE sono negative. Però... però devo riconosere che appunto sono soltanto opinioni, non supportate da esperienza diretta.

 

Quindi come lettore, critico, anche pesantemente. Come autore self, me ne resto zitto perché non conosco il mondo editoriale dal di dentro. Mi permetto solo di fare qualche appunto su cui ho esperienza, come la versione digitale dei libri.

 

 

 

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Sono rimasta un po’ ai margini per valutare che piega avrebbe preso la discussione… E la mia opinione non è positiva…

Non capisco perché si attacchi in questo modo il piccolo editore (conosco il nome della casa editrice presso cui opera). La sua analisi prende inizio dopo essersi confrontato con altri editori, presenti anch’essi alla fiera “Più Libri Più Liberi”, quindi, ha avuto sul “campo” il modo di confrontarsi. I suggerimenti dati mi sembrano buoni, infatti, consiglia di non “emulare” le grandi CE, ma invita ad avere la forza di crearsi una propria identità (riconoscibile anche dai lettori che si vuole raggiungere) e puntare il tutto e per tutto sulle opere nelle quali si crede (magari leggendo personalmente le opere che vengono indicate come pubblicabili dal suo staff, incontrando direttamente gli autori e riuscendo a vendere il libro ai lettori, perché lo conosce).

 

"Le idee non sono fatte di banconote. Come vogliamo aumentare il nostro fatturato se non promuoviamo cose nuove, se copiamo i cataloghi dei grandi, i modi di proporre, distribuire, raccontare, stampare, dei grandi. Oggi il più grande mezzo pubblicitario di un grande editore è il piccolo. Perché porta avanti le poche mode editoriali che i grandi marchi lanciano. Gli editori non studiano più, non fanno comparto, non sono nemmeno capaci di opporsi ai prezzi esorbitanti delle fiere".

 

C’è da aggiungere, inoltre, che, purtroppo, in questo campo permane una diffusa disinformazione. Ad esempio, non è possibile che ci siano autori che si rivolgano ancora a casa editrici definibili a pagamento, quando, con i mezzi attuali, tali soldi, magari, possono essere investi più proficuamente in un’autopubblicazione (sempre come un esempio tra i tanti) e che queste case editrici non siano in perdita o lasciate ai margini anche da certe fiere.

Un albo degli editori, magari composto solo dai piccoli editori, che ci credono e investono nella loro attività, potrebbe dare la possibilità di unire tutte queste piccole forze, riconoscendo questi spazi e diversità di proposte tanto agognati. Ultimamente, mi stavo occupando del fenomeno delle riviste letterarie e ho notato che una casa editrice (sempre di quelle piccole) è riuscita a stringere un patto di collaborazione con queste nuove realtà, riuscendo a pubblicare in cartaceo, con tanto di ISBN, i numeri della rivista. Finché, invece, si continuerà a litigare, senza riuscire a fare fronte comune, si farà sempre il gioco dei più forti e, chi ha saputo leggere l’articolo, avrà già notato che anche questo messaggio era già presente nel testo.  

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6 ore fa, Alexmusic ha detto:

Già, @LuckyLuccs , leggendo l'articolo incriminato, mi è venuto in mente il motto di Enrique Bolbontin, il comico savonese: "Son tutti finocchi, col culo degli altri".

Se volessimo evitare il francesismo, potremmo dire, in maniera forse più elegante ma di certo meno efficace, che "Son tutti idealisti, coi soldi degli altri".

 

Marquis @Alexmusic, bonsoir! :yahoo::rolleyes:

Dunque... Ammesso e non concesso che una piccola CE trovi un autore di valore, rimane comunque il problema: come pubblicizzare il prodotto? Per intenderci: quanti sono i libri validi che solo pochissimi "fortunati" per caso leggeranno?

I soldi degli altri... Che investimento comporta far conoscere al grande pubblico il libro di uno sconosciuto? Quanti editorini potrebbero permetterselo?

Ergo e per cui, una fetecchia, nelle mani di un noto editore, potrebbe diventare un bestseller, mentre un capolavoro, scoperto ed edito da un pincopallino qualsiasi, ha buone probabilità di finire al macero.

 

A parte queste considerazioni (ovvie!), esistono editori "ignoranti" di qualsiasi dimensione e categoria. Idem per quelli bravi e preparati...

 

 

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