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Niko

I piccoli editori sono ignoranti (?)

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Il 24/1/2019 alle 12:09, Ippolita2018 ha detto:

Un piccolo editore dovrebbe curare innanzitutto la leggibilità di un testo. Dovrebbe proporre al lettore un prodotto che faccia felici gli occhi. E invece non succede, perché i piccoli editori non sanno quanto deve essere lunga una riga per essere leggibile, non sanno cosa sono le saccadi, non studiano la microtipografia, la differenza tra righe corte e righe lunghe, perché si giustifica, perché oggi, dopo 500 anni, stampiamo tutti ancora col carattere Garamond. Lo stesso usato dai grandi editori. 500 anni senza innovazione. La gente questo vuole e questo gli diamo.

Libri senza pagine di guardia, occhielli, frontespizi, senza aria intorno al blocco testo. Impaginazioni sterili, asettiche, senza nessun senso.

 

Per una volta parlo da addetto ai lavori, anche se in piccoli, perché impaginare libri è stato per diversi anni il mio lavoro (part-time e sottopagato, va da sé).

 

La qualità dell'oggetto libro è troppo spesso pessima, che sia di carta o digitale. Ed è pessima non perché si stampa in digitale, ma perché il font è illeggibile, le spaziature fanno a pugni con la lunghezza della riga, non si capisce dove cominciano i paragrafi, e altre belle amenità (vogliamo parlare di vedove e orfani?).

 

E la cosa triste è che qui l'economia, la crisi, i lettori pitocchi e gli autori esosi non c'entrano nulla. Perché cose come giustificare il testo, mettere i rientri ai paragrafi, proporzionare le righe (*) e dare un certo equilibrio al testo sono gratis. Il software per farlo in modo eccellente è gratis, ma in realtà non serve neanche (il primo libro l'ho impaginato con WinWord 2.0 per DOS), basta un qualsiasi pacchetto office. Tanto per essere chiari, persino l'editor del forum giustifica se uno gli chiede di farlo.

 

Che non mi si venga a dire che i libri si stampano in Arial 12, senza giustificazione né rientri e righe tutte impacchettate per questioni economiche. Lo si fa per sciatteria (giustificato, Garamond 11, paragrafi rientrati e giusta spaziatura tra le righe costa uguale, giuro).

 

(*) Le righe devono essere proporzionate per far sì che l'occhio riesca ad abbracciarne una e solo una alla volta (all'incirca). Questo significa che più sono i caratteri di una riga, maggiore dev'essere la spaziatura tra le righe. Questo è il motivo per cui i quotidiani si stampano su colonne, così ci entra più testo perché si possono compattare le righe. Stessa cosa per articoli scientifici (rigorosamente su due colonne) e le edizioni economiche da edicola (Urania, Gialli Mondadori).

 

 

 

 

 

 

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24 minuti fa, Fraudolente ha detto:

 

Marquis @Alexmusic, bonsoir! :yahoo::rolleyes:

Dunque... Ammesso e non concesso che una piccola CE trovi un autore di valore, rimane comunque il problema: come pubblicizzare il prodotto? Per intenderci: quanti sono i libri validi che solo pochissimi "fortunati" per caso leggeranno?

I soldi degli altri... Che investimento comporta far conoscere al grande pubblico il libro di uno sconosciuto? Quanti editorini potrebbero permetterselo?

Ergo e per cui, una fetecchia, nelle mani di un noto editore, potrebbe diventare un bestseller, mentre un capolavoro, scoperto ed edito da un pincopallino qualsiasi, ha buone probabilità di finire al macero.

 

A parte queste considerazioni (ovvie!), esistono editori "ignoranti" di qualsiasi dimensione e categoria. Idem per quelli bravi e preparati...

 

 

 

Ma perché di finire al macero? Un libro non va a male, sta all'autore continuare a scrivere e ricercare sempre pubblico nuovo. Poi un libro vecchio può essere tranquillamente recuperato e diventare un bestsellers anche a distanza di anni.

 

Io capisco che abbiamo sotto gli occhi i grandi successi che vendono centinaia di migliaia, o milioni, di copie in pochi mesi. Ma ci sono anche tanti esempi di libri che all'uscita non se li è filati nessuno, e poi sono diventati bestellers e anche film di hollywood.

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1 minuto fa, JPK Dike ha detto:

Ma perché di finire al macero?

 

Finiscono al macero perché invenduti, e il magazzino costa!

Tutto ciò, per fortuna, riguarda di meno gli editori free, mentre è molto frequente tra le pubblicazioni a pagamento.

Un esempio: una biblioteca pubblica è stata contattata da una banca che vorrebbe "donare" alcune centinaia di copie di un pregiatissimo (carta lucida pesante, foto e copertina rigida) saggio di storia locale. E nessuno, ma proprio nessuno, vuole accettare il regalo. Non è che il libro sia un capolavoro... e neppure l'autore uno storico preparato!

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Secondo me la stragrande maggioranza di piccoli editori free vivono di "usa e getta". Mi spiego: prendo un autore alle prime armi (magari alla prima pubblicazione), investo per editing, correzione, copertina, stampa ecc. nella migliore delle ipotesi, gli do una miseria in termini di royalties e scontistica (non per cattiveria ma perché è "inevitabile"), faccio un po' di pubblicità. Si aprono quindi due scenari: o il volume tira sin da subito e mi permette di investire ulteriormente sia sull'autore che sull'opera, o incasso ciò che posso dall'autore stesso e dal suo circolo + copie vendute alle fiere, ai saldi eccetera. Risultato: un autore su dieci, tanto per sparare una cifra, mi permette di tirare avanti mentre l'altro riesco più o meno a ri-assorbirlo.

 

Il problema di questa visione è ovvio: un libro può tirare all'inizio per i motivi più disparati e scomparire già a medio termine. Per esempio, il libro potrebbe riscuotere successo per una copertina particolarmente attraente; per una premessa super-stuzzicante; perché l'autore ha una cerchia estesa di conoscenze o è, addirittura, un nome nel suo campo. Quasi mai, a mio parere, un libro tira sin da subito per la sua "qualità" o, in altri termini, perché piace ai lettori. Per quel tipo di riscontro ci vuole tempo!

 

Ed ecco che il serpente si mangia la coda, perché l'editore si ritrova con le sue perle che iniziano ad andare meno bene, vecchi autori che, nella maggioranza dei casi, smettono di dedicarsi alla scrittura (che non paga), sfornano scritti meno fortunati al primo impatto o cambiano casa editrice (per una che offre di più) e così via. Dunque, servono nuovi volumi che tirano subito per mandare avanti la baracca. In tutto questo, il fatto che l'editore "creda" o meno nei libri che pubblica va a farsi benedire, perché conta soltanto la capacità si smuovere un determinato numero di copie nel minor tempo possibile...

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Non entro nel merito dell'articolo che ha dato spunto alla discussione soprattutto perché non si può generalizzare sulla categoria dei piccoli editori sparando alla cieca nel mucchio. I piccoli editori, così come molte altre categorie, è fatta di poche aziende ottime e discrete, molte che lavorano approssimativamente e abbastanza che sono come descritte dall'autore del pezzo che campano "sull'usa e getta", su poche copie da vendere ad amici e parenti dell'autore e così via...

Fondamentalmente mi trovo d'accordo con l'intervento di @Alexmusic ma ci sono alcune cose dette da che proprio non riesco a capire.

Si continua a parlare di piccole case editrici che investono poco, che non hanno il coraggio di rischiare i propri soldi come una vera impresa. Una piccola ce non è una vera e propria impresa, una piccola ce difficilmente troverà un banca disposta a finanziarla; una piccola ce è paragonabile più a una impresa artigiana che deve ritagliarsi a fatica con tempo e pazienza la sua fetta di clienti, la sua nicchia di lettori costruendosi una linea editoriale quanto mai personale con qualità di contenuti, affidabilità, serietà e coerenza.

La piccola ce è inutile che stampi 500 copie tutte assieme perché le venderà in almeno due/tre anni (se non più) quindi perché immobilizzare capitale e pagare un magazzino se la tecnologia di oggi ci permette di stamparne 100/200 per volta e appena stanno per finire in una settimana ne può avere altrettante? Tanto una piccola ce non andrà mai nel circuito delle librerie "che contano" perchè le librerie "che contano" espongono solo marchi grossi e "prestigiosi". Le piccole ce, se non sono snobbate, sono degnate di interesse solo se un cliente ordina un loro testo appositamente e nemmeno tutte perché a molte librerie non interessa fare servizio prenotazioni. Non sia mai poi che una piccola ce si faccia distribuire da un grosso distributore perché allora la sua sorte, a meno di qualche "botta di fortuna"  è segnata. Perché nelle librerie "che contano" non ci finisce lo stesso, le mani sono legate per cui non potrà costruirsi una sua rete di vendita e il "grosso distributore" non si spenderà più di tanto per promuoverti essendo un pesce troppo piccolo nella sua rete. 

Qualcuno allora dirà nessuno ti obbliga a fare questo mestiere e uno potrebbe rispondere di farsi gli affari suoi, ma i motivi potrebbero anche essere molteplici e tutti degni di importanza. Tra i tanti che mi vengono in mente c'è quello di poter dare voce a molti degnissimi scrittori che sono stati snobbati per incompetenza, superficialità , fretta o perché non in sintonia con la linea editoriale e invece in una piccola ce possono trovare lo spazio che meritano anche se non avranno la diffusione che avrebbero potuto avere con una ce più grande e ricca. Conosco autori che invece delle 500/1000 copie vendute con una piccola ce ne avrebbero vendute dieci volte tanto ma hanno trovato le porte chiuse. Buon per noi, peggio per loro...

L'ultima cosa (per ora), si parla di qualità scadente dei volumi delle piccole ce, sicuramente ce ne sono e per tanti motivi, tra cui quelli citati anche nell'articolo, ma quanti ne ho trovati (anzi comprati) di importanti e ricche ce con copertine che si rovinano appena iniziati a leggere, refusi leggeri e anche pesanti, qualità della carta così e così... e mi fermo qui.

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39 minuti fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

Conosco autori che invece delle 500/1000 copie vendute con una piccola ce ne avrebbero vendute dieci volte tanto ma hanno trovato le porte chiuse. Buon per noi, peggio per loro...

Le porte chiuse, caro @Riccardo-Spartaco,  all'inizio fanno male.  Quando capisci come funziona, un po' ti rassegni: non si tratta di un giudizio, ma solo di una porta chiusa e basta. Poi, dopo avere pubblicato con un piccolo editore, se e quando riceverai commenti e recensioni di qualcuno che non sia parente, amico o conoscente, saprai se il tuo lavoro sia piaciuto o se avresti fatto meglio a lasciar perdere e dedicare il tempo libero ad altro, magari a qualche giro in mtb.  Ci vuole pazienza...

Il denaro e il successo non sono le uniche soddisfazioni della vita.

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10 ore fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

Si continua a parlare di piccole case editrici che investono poco, che non hanno il coraggio di rischiare i propri soldi come una vera impresa.

 

Io resto perplessa leggendo i vostri commenti... Possibile che tutti si fermano alla provocazione, di stampo prettamente giornalistico, e non si riesca a notare il contenuto dell'articolo.

Lo riporto nuovamente:

"Le idee non sono fatte di banconote. Come vogliamo aumentare il nostro fatturato se non promuoviamo cose nuove, se copiamo i cataloghi dei grandi, i modi di proporre, distribuire, raccontare, stampare, dei grandi. Oggi il più grande mezzo pubblicitario di un grande editore è il piccolo. Perché porta avanti le poche mode editoriali che i grandi marchi lanciano. Gli editori non studiano più, non fanno comparto, non sono nemmeno capaci di opporsi ai prezzi esorbitanti delle fiere".

 

Dove sono le idee delle piccole CE? Certo, basta scrivere piccole CE e si rischia di generalizzare... Ma si "punge" tutti con questo articolo, naturalmente, perchè non sarebbe possibile fare nomi e cognomi, lo scopo è "svegliare" un settore che produce davvero poco. Non si tratta di chi ha più o meno soldi (che per carità svolgono anche loro un ruolo importante), ma di iniziative, di idee, come viene contrasto il potere dei grandi? Copiando quello che fanno loro? Cercando di vendere nei posti dove loro hanno il predominio?

Tanto per dirne una, esistono anche i concorsi letterari e delle piccole CE sono riuscite a piazzare bene i propri libri. Ora, alcune piccole CE (si deve sempre generalizzare, capirete che impossibile fare una lista e dividere i "buoni" dai "cattivi") che non fanno promozione (esistono anche le radio, i giornali. Sì, se non hai questi contatti o non li cerchi, vuol dire che il tuo mestiere non è proprio quello dell'editore...), non si confrontano con altri editori, non scoprono talenti... Non sono nemmeno delle case editrici.

Sì, bisogna studiare e fare un po' di autocritica.

 

11 ore fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

L'ultima cosa (per ora), si parla di qualità scadente dei volumi delle piccole ce, sicuramente ce ne sono e per tanti motivi, tra cui quelli citati anche nell'articolo, ma quanti ne ho trovati (anzi comprati) di importanti e ricche ce con copertine che si rovinano appena iniziati a leggere, refusi leggeri e anche pesanti, qualità della carta così e così..

 

Evitiamo poi questo rimbalzo delle "colpe". Se non è possibile il paragone con le grandi, questo non lo si deve fare mai (anzi, devono essere un esempio da superare). Pesa molto di più un libro stampato male di una piccola CE (che ne venderà sempre meno). Quindi, bisogna proporre un prodotto diverso da quello messo in commercio dai grandi editori (magari producendo delle proprie cover, senza pescare dove comprano tutti) e non "giustificarsi" puntando il dito anche sulle mancanze degli altri.

Io penso che questo sia un discorso costruttivo per superare le difficoltà.

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Ospite

Caro @Niko, hai perfettamente ragione: questo sdoppiamento della personalità tra il mio essere autore ed editore al tempo stesso comincia a crearmi seri problemi e, se avessi soldi e tempo da buttare, forse sarei già in cura da un buon psicanalista :). Non rispondo punto su punto alle tue obiezioni, perché lascio agli utenti la facoltà di valutare bene e con calma le ragioni di entrambi. In questo momento mi limito a dire che a una "provocazione", come tu per primo l'hai definita, si può rispondere a sciabolate o in punta di fioretto. Ho preferito rispondere a sciabolate, o "con la pancia" se preferisci, perché è la prima cosa che mi son sentito di fare.

Per rispondere con la testa, magari dopo averci riflettuto ancora un po', mi rimetterò il vestitino da editore, promesso.;) 

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@Alexmusic ho letto e ragionato sul tuo intervento, anche in virtù del fatto che mi mostra il punto di vista di un addetto ai lavori.

Fra l'altro è proprio grazie alla chiacchierata che ci siamo fatti in quel di Somma Lombardo che ho avuto modo di chiarirmi un po' di idee. Secondo me però non è giusto difendere a spada tratta la categoria, perché ti assicuro di aver acquistato volumi di micro/piccoli editori che lasciano davvero a desiderare. Su tutti i fronti, eh. In aggiunta, nessuno di costoro, interrogato direttamente (e da un curioso, non da un poliziotto o un giornalista), mi ha saputo/voluto dare spiegazioni in merito. Non sono tutti scrupolosi come te, e parlo di soggetti che hanno anche qualche anno in più di anzianità sul mercato.

Per quanto riguarda quello che nell'articolo è chiamata "biodiversità", che tu giustamente consideri un termine un po' ilare nel contesto, mi autocito:

Il 24/1/2019 alle 12:14, AdStr ha detto:

Trovo che i piccoli editori che fanno le cose nella maniera migliore sono quelli che impongono una loro linea molto personale, e di qualità. Che non cercano di imitare i grandi, insomma, ma di essere complementari nel loro piccolo, nell'area da loro selezionata.

Questo, ribadisco, è ciò che possono giudicare i miei occhi di semplice lettore e potenziale acquirente dei libri.

Mi dirai che un meccanismo simile si può instaurare dopo un certo numero di anni di attività, probabilmente, un po' come una band musicale che "capisce" e incanala il suo genere in un filone, se non ne crea addirittura uno tutto nuovo. E sì, posso capire il discorso.

Rimane però il fatto, secondo me, che la qualità della presentazione sia un fattore imprescindibile. Magari tutti i piccoli editori avessero la consapevolezza che tu metti al servizio della casa editrice, e credo che tu stesso – come ci siamo detti nella chiacchierata – ancora non abbia raggiunto il livello minimo di qualità omogenea nelle copertine, ossia che ce ne sono di ben confezionate e altre al di sotto degli standard. Ma in una fase di rodaggio ci può stare, e come vedi molti qui hanno apprezzato la vostra propensione al miglioramento.

Credo che il professionista migliore sia quello che ascolta, impara, agisce e – quando possibile – rischia qualcosa nei termini che gli sono possibili. L'intento della discussione non era, a mio avviso, lo screditare chi come te si fa in quattro in una realtà complessa, quanto piuttosto chi unisce inesperienza a superficialità. Un'accoppiata contro cui si è costretti a lottare giorno per giorno, nel mondo del lavoro, anche più che con la disonestà.

Modificato da AdStr
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3 ore fa, TuSìCheVale ha detto:

 

Io resto perplessa leggendo i vostri commenti... Possibile che tutti si fermano alla provocazione, di stampo prettamente giornalistico, e non si riesca a notare il contenuto dell'articolo.

Lo riporto nuovamente:

"Le idee non sono fatte di banconote. Come vogliamo aumentare il nostro fatturato se non promuoviamo cose nuove, se copiamo i cataloghi dei grandi, i modi di proporre, distribuire, raccontare, stampare, dei grandi. Oggi il più grande mezzo pubblicitario di un grande editore è il piccolo. Perché porta avanti le poche mode editoriali che i grandi marchi lanciano. Gli editori non studiano più, non fanno comparto, non sono nemmeno capaci di opporsi ai prezzi esorbitanti delle fiere".

 

Dove sono le idee delle piccole CE? Certo, basta scrivere piccole CE e si rischia di generalizzare... Ma si "punge" tutti con questo articolo, naturalmente, perchè non sarebbe possibile fare nomi e cognomi, lo scopo è "svegliare" un settore che produce davvero poco. Non si tratta di chi ha più o meno soldi (che per carità svolgono anche loro un ruolo importante), ma di iniziative, di idee, come viene contrasto il potere dei grandi? Copiando quello che fanno loro? Cercando di vendere nei posti dove loro hanno il predominio?

Tanto per dirne una, esistono anche i concorsi letterari e delle piccole CE sono riuscite a piazzare bene i propri libri. Ora, alcune piccole CE (si deve sempre generalizzare, capirete che impossibile fare una lista e dividere i "buoni" dai "cattivi") che non fanno promozione (esistono anche le radio, i giornali. Sì, se non hai questi contatti o non li cerchi, vuol dire che il tuo mestiere non è proprio quello dell'editore...), non si confrontano con altri editori, non scoprono talenti... Non sono nemmeno delle case editrici.

Sì, bisogna studiare e fare un po' di autocritica.

 

 

Evitiamo poi questo rimbalzo delle "colpe". Se non è possibile il paragone con le grandi, questo non lo si deve fare mai (anzi, devono essere un esempio da superare). Pesa molto di più un libro stampato male di una piccola CE (che ne venderà sempre meno). Quindi, bisogna proporre un prodotto diverso da quello messo in commercio dai grandi editori (magari producendo delle proprie cover, senza pescare dove comprano tutti) e non "giustificarsi" puntando il dito anche sulle mancanze degli altri.

Io penso che questo sia un discorso costruttivo per superare le difficoltà.

 

Ma vedi, tutti questi discorsi sono anche giusti, ma si trasformano in parole al vento quando manca la materia prima. E la materia prima sono gli autori e i loro prodotti. Leggevo ieri la vincitrice di un premio letterario di una CE prestigiosa... e mi sono cascate le braccia. Una cosa vergognosa. Sia chiaro, formalmente corretto, me dè, chiamarla buona letteratura ci vuole fantasia.

 

E se lei ha vinto, mi immagino quelli che non lo hanno fatto: e se le grandi CE arrivano a rilasciare questi lavori che definirei senza arte ne parte, che speranza c'è per le piccole CE?

 

Gli italiani non sanno più scrivere. E ancora peggio, non hanno più la minima idea di cosa voglia dire storytelling. E si rifiutano in ogni modo di imparare. E l'industria va avanti solo perché bene o male un lettore legge tutto, spesso non ha filtri, basta che il libro sia leggibile. E grazie alla letteratura straniera.

 

Da qui l'inutilità dell'articolo.

 

E se un lettore può permettersi di chiudere un occhio, spesso anche due, a noi che vogliamo scrivere non è concesso farlo. Perché se facciamo passare questa mediocrità per normale e buona letteratura, allora davvero non c'è speranza per il futuro. Invece è tutto un autolodarsi e fare finta di nulla.

 

E non è un caso che l'ultimo successo editoriale italiano nel mondo viene da una scrittrice (la Ferrante) che fa di tutto per non scrivere "all'italiana". E con questo intendo alla maniera degli ultimi 20 anni, perché davvero prima lo sapevamo bene come scrivere. Il mio caro Moravia dava pappa e ciccia a buona parte dei grandi moderni inglesi e americani. Periodi brevi, concisi e precisi. Dialoghi ben strutturati e mai complessi e soprattutto descrizioni appena accennate per lasciare al lettore la possibilità di immaginarsi personaggie e scene. Tanto per dire qualche elemento.

 

E son tutti così. Anche Eco era così: poi lui sulla prosa di base, si dilungava in descrizioni accurate e ampie, e giocava con la lingua e attraverso la sua mastodontica cultura impolpava i suoi lavori con tutto e di più. Ma se si legge con questo occhio "La misteriosa fiamma della regina Loana" si nota, come di fianco al suo essere prolisso, c'è anche velocità, ritmo e capacità di passare veloce tra le scene quando la narrazione deve andare avanti. C'è dinamismo.

 

Cosa che non posso dire per la maggior parte degli scrittori italiani attuali. I loro libri sono immobili, fissi e hanno la cuoriosa capacità di ristagnare. Anche nelle scene che dovrebbero essere d'azione.

 

Quindi, che possibilità hanno le piccole CE se gli autori non hanno più idea di come si scrive? E come può un autore imparare se non esiste diffusione del sapere? Io l'ho già detto e lo ripeto, la letteratura ha regole ferree e precise dentro cui ci si deve muovere, poi viene lo stile personale. Show and tell, periodi brevi e coordinati, o pieni di subordinate e così via.

 

Ma si nota, basta il primo paragrafo di un libro, per capire se l'autore sa quel che sta facendo, oppure scrive a caso tanto perché la "letteratura non ha regole".

 

Poi una volta che si sa come funziona la letteratura, e si è dato un'impronta personale alla nostra prosa, si può anche cominciare a parlare di impaginazione, numero di caratteri per riga e copertine. Parlarne a priori, ignorando o volendo ignorare il problema principale, è e resta abbastanza inutile.

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Il 24/1/2019 alle 11:31, Niko ha detto:

Oggi i piccoli editori si lamentano sempre: poche vendite, poco spazio in libreria, cattiva distribuzione, sconti continui da parte dei grandi marchi, poco spazio sulla stampa, scrittori lanciati che subito scappano con editori blasonati e tanto altro. La verità è che non avverto mai autocritica."

Hmmm, strano. Una recente indagine dice il contrario.

https://www.illibraio.it/crescono-vendite-libri-narrativa-italiana-937593/

 

Cito:

"Più di una copia su tre di quelle vendute nel 2018 (il dato si ferma alla prima settimana di novembre) è di un piccolo o medio editore. E ben il 41,8% del fatturato complessivo del mercato del libro di quest’anno (era il 39,8%) proviene da questo comparto. Sono questi i numeri che meglio rappresentano la vivacità del segmento.

Cresce il loro fatturato (in librerie, store online escluso Amazon e senza considerare la Grande distribuzione in cui sono poco rappresentati) del +2,2% (in parte dovuto anche al prezzo di copertina del venduto, che è del 20-21% più alto rispetto a quello degli altri editori), ma cresce anche il dato a copie (+1,2%)."

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@JPK Dike

 

1 ora fa, JPK Dike ha detto:

Quindi, che possibilità hanno le piccole CE se gli autori non hanno più idea di come si scrive?

 

Non tergiversiamo…

In questo caso, sono gli editori che scelgono quali autori pubblicare, quindi, se viene pubblicata spazzatura e perché questi signori hanno scelto in questo senso. L’editing, che potrebbe essere una “scuola” per certi autori, alcune volte non viene praticato e addirittura confuso con una “correzione di bozze”. Qualcuno potrebbe obiettare che un bravo autore non ha bisogno di editing…. Menzogne.

L’editore ha una grossa responsabilità, l’autore non può far altro che proporsi (questa può essere invece una delle sue colpe maggiori), quando poi viene pubblicato, vuol dire che è stato giudicato idoneo.

L’autore che si autopubblica, invece, è il solo e unico responsabile del libro messo in commercio, in quanto controlla tutti i processi di stampa.

Per concludere, ecco gli esordienti italiani del 2018, non mi sembrano poca roba:

Le scrittrici e gli scrittori esordienti italiani che leggeremo nel 2018

Riguardo ai concorsi, cito ad esempio il Premio Strega, che da poco si è aperto anche verso i piccoli editori:

Premio Strega 2018, i 12 semifinalisti e un’editoria che cambia

Ma ci sono anche altri concorsi, meno blasonati, che alcune CE nemmeno iscrivono i loro libri e non potranno mai vincere.

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4 minuti fa, TuSìCheVale ha detto:

@JPK Dike

 

 

Non tergiversiamo…

In questo caso, sono gli editori che scelgono quali autori pubblicare, quindi, se viene pubblicata spazzatura e perché questi signori hanno scelto in questo senso. L’editing, che potrebbe essere una “scuola” per certi autori, alcune volte non viene praticato e addirittura confuso con una “correzione di bozze”. Qualcuno potrebbe obiettare che un bravo autore non ha bisogno di editing…. Menzogne.

L’editore ha una grossa responsabilità, l’autore non può far altro che proporsi (questa può essere invece una delle sue colpe maggiori), quando poi viene pubblicato, vuol dire che è stato giudicato idoneo.

L’autore che si autopubblica, invece, è il solo e unico responsabile del libro messo in commercio, in quanto controlla tutti i processi di stampa.

Per concludere, ecco gli esordienti italiani del 2018, non mi sembrano poca roba:

Le scrittrici e gli scrittori esordienti italiani che leggeremo nel 2018

Riguardo ai concorsi, cito ad esempio il Premio Strega, che da poco si è aperto anche verso i piccoli editori:

Premio Strega 2018, i 12 semifinalisti e un’editoria che cambia

Ma ci sono anche altri concorsi, meno blasonati, che alcune CE nemmeno iscrivono i loro libri e non potranno mai vincere.

 

Questi autori hanno la curiosa abitudine di riempire i loro scritti di spazi bianchi e stacchetti tattici per passare da scena a scena XD Sono libri fatti di sole scene. Come tante belle fotografie. O se non lo fanno, è perché hanno capitoli che nemmeno arrivano a 10.000 caratteri. Mancano proprio le basi. Poi oh, qualcuno può anche scrivere benino, ma si vede che è robetta.

 

E mi si potrebbe dire che un capitolo non ha lunghezza prestabilita. Sì, giusto. Ma li devi scrivere in ogni caso con cognizione di causa, e non corti striminziti perché non sai usare il sommario e le transizioni.

 

Io non sto dicendo che nel mucchio non ce n'è sia uno capace, ma trovarlo è dura. E infatti poi è tutta gente che sparisce e accumula appena una manciata di commenti su amazon. Vendono bene perché sono pompati dal settore, e poi ciao ciao. I loro libri non si autosostengono in vita.

 

Quindi per questo non credo alla malafede delle CE. Loro pubblicano il meglio che gli arriva, e non ne hanno colpa. 

 

Il capitolo editor è lungo e complesso. Se mi dici che un autore non può pubblicare senza errori e refusi allora sì. Un editor è necessario e non si scappa. Ma da un punto di vista di fabula e intreccio e prosa, l'editor ci può fare poco. Quello è compito dell'autore.

 

Se non sai gestire il ritmo, il foreshadowing, i colpi di scena, i climax o costruire personaggi e dialoghi, sei abbastanza fregato.

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2 ore fa, JPK Dike ha detto:

Se mi dici che un autore non può pubblicare senza errori e refusi allora sì. Un editor è necessario e non si scappa. Ma da un punto di vista di fabula e intreccio e prosa, l'editor ci può fare poco. Quello è compito dell'autore.

 

Dagli esempi che riporti mi sembra ci sia confusione tra editing (fabula, inteccio, ritmo e cc.) e correzione di bozze (refusi e ecc.).

Cito @Niko con un suo articolo a riguardo, poi consiglio di tornare a discutere di piccola editoria.

*Editato dallo Staff*

Naturalmente i testi che non è possibile editare, migliorare, non dovrebbero essere pubblicati e qui tornano in ballo gli editori ;-)

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15 ore fa, TuSìCheVale ha detto:

 

Dagli esempi che riporti mi sembra ci sia confusione tra editing (fabula, inteccio, ritmo e cc.) e correzione di bozze (refusi e ecc.).

Cito @Niko con un suo articolo a riguardo, poi consiglio di tornare a discutere di piccola editoria.

**editato dallo staff**

Naturalmente i testi che non è possibile editare, migliorare, non dovrebbero essere pubblicati e qui tornano in ballo gli editori ;-)

 

L'editing si divide in developmental editing, line edit e copy editing. 

 

Il primo è buona parte del secondo sono compito dell'autore. L'editor non dovrebbe metterci bocca, a meno di grandi carenze narrative e di tecnica. Può al massimo consigliare dove migliorare la forma in alcune parti, magari se troppo tell o troppo poco. 

 

Ma è il copy editing quello in assoluto di cui dovrebbe occuparsi. E quello senza cui un libro non raggiungerà mai la perfezione. 

 

Ripeto. Se un editor deve mettere le mani su fabula, intreccio e prosa, e varie tecniche come l'anisocronia e il foreshadowing, allora l'autore ha toppato alla grande nel fare il suo lavoro. 

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7 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Se un editor deve mettere le mani su fabula, intreccio e prosa, e varie tecniche come l'anisocronia e il foreshadowing, allora l'autore ha toppato alla grande nel fare il suo lavoro. 

 

Su questo sono d'accordo, ma quell'autore può essere fermato... L'editore, che conosce il suo di lavoro, non lo pubblica.

Ripeto, l'editore può decidere quali libri pubblicare e quindi gli autori non meritevoli vanno esclusi. Fine della storia. (y)

Il problema è che alcuni editori non sono più un valido filtro e perciò possiamo avere anche dei brutti testi.

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A proposito di scarsa qualità "tecnica" o "contenutistica": mi sono reso conto, per esperienza personale, che una fetta importante di libri pubblicati sono un miscuglio di frasi a effetto, prosa altisonante, trip introspettivi e, in generale, storie (se così si può chiamarle) autoreferenziali. Queste velleità pseudo-letterarie sono più comuni di quanto non si pensi nella nostra produzione e, cosa peggiore, sono considerate "norma".

 

Che significa? Che il lettore appassionato si farà coraggio e leggerà romanzi del genere, perché ci è abituato. Magari riuscirà a finirne qualcuno; condividerà qualche frase fica su Facebook; resterà colpito da alcuni messaggi; potrebbe perfino ritrovarsi nei contenuti e, pertanto, apprezzarli particolarmente. Proprio per tale natura personale e spontanea, però, se non ci si ritrova nelle suddette riflessioni o situazioni, il libro non può piacere. Ed è ciò che succederà alla maggioranza dei lettori.

 

Ma, ripeto, stiamo parlando di lettori appassionati. La verità è che i suddetti romanzi risulteranno illegibili dal 95% delle persone che non appartengono alla categoria.

 

Detto questo, la colpa è anche degli editori che pubblicano queste opere. È vero che sono la maggioranza degli invii, ma non la totalità. Spesso, per ignoranza e impreparazione, si predilige il libro che piace a titolo personale rispetto a quello che risponde meno alla soggettività (fermo restando il punto prioritario: smuovere più copie possibili nel minor tempo possibile). 

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@TuSìCheVale Ho editato il tuo messaggio perché anche se è un link a terzi (non al tuo blog, insomma) e quindi non spam, io sono direttamente coinvolto nella discussione e a qualcuno potrebbe dar fastidio, o peggio pensare che quando conviene allo Staff i link si tengano in chiaro. Per questo preferisco toglierlo (chi vuole comunque cercare l'articolo, basta vada al sito indicato nella mia firma, come da regolamento, e cercare "editing").

 

Fatta questa premessa, sinceramente non capisco come sia possibile che ogni volta che interviene @JPK Dike si finisca a parlare di editing, oltretutto con le sue idee strampalate ed estremamente confuse. I termini inglesi con cui gli piace affrontare questi argomenti (esistono in italiano, mio caro JPK; e se non esistono traducili) delimitano l'editing in compartimenti stagni, un po' come funziona per l'italiano "editing strutturale", "editing contenutistico", "editing stilistico"; e ancora altre categorie come "editing leggero", "pesante" oppure di "editing di stacippa" (scusate, non mi sono riuscito a trattenere :asd: ).

Chi fa queste distinzioni prendendole per categoriche e/o oro colato, non è del mestiere oppure è un professionista o agenzia che per motivi economici e di tempo deve fare distinzioni che nella pratica hanno poi poco senso.

 

Siamo estremamente Off topic, e per questo preferisco chiudere in questa sede questo discorso: a breve posterò nella discussione L'Editing è davvero utile? approfondimenti più corposi, così da giustificare il mio pensiero, riportando al contempo quanto detto qui. Vi prego di non rispondere in questa discussione a questo messaggio riguardo l'Editing, che siamo Off-topic (prometto di riportarlo di là: datemi un po' di tempo).

 

Tonando invece al discorso principale, non stiamo parlando degli autori ma delle CE; non si sta parlando di sola impaginazione o copertine o estetica, ma anche di quello.

Ovviamente un libro ha bisogno di contenuti per essere un buon libro, ma anche l'occhio vuole la sua parte (banale, ma verissimo). Inoltre una buona impaginazione rende più agevole la lettura proprio nella pratica, e questo aspetto non va assolutamente sottovalutato.

 

8 ore fa, Alexmusic ha detto:

Per rispondere con la testa, magari dopo averci riflettuto ancora un po', mi rimetterò il vestitino da editore, promesso.;) 

Questo è lo spirito giusto: rispondere, magari a freddo, tenendo un'attimino da parte lo stomaco :P e facendo una riflessione generale sullo stato della piccole editoria odierna. Ti aspetto :D 

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Ospite Andrea.Dee

Alcuni piccoli editori ti versano 120 euro di diritti e ne guadagnano 1200 lordi da cui si sottraggono le spese. Anche se si impegnano è una cosa che francamente fa passare la voglia di scrivere e fa passare in secondo piano l'importante problema della zigrinatura.

 

Modificato da Andrea.Dee

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11 ore fa, TuSìCheVale ha detto:

 Non si tratta di chi ha più o meno soldi (che per carità svolgono anche loro un ruolo importante), ma di iniziative, di idee, come viene contrasto il potere dei grandi? Copiando quello che fanno loro? Cercando di vendere nei posti dove loro hanno il predominio?

Tanto per dirne una, esistono anche i concorsi letterari e delle piccole CE sono riuscite a piazzare bene i propri libri. Ora, alcune piccole CE (si deve sempre generalizzare, capirete che impossibile fare una lista e dividere i "buoni" dai "cattivi") che non fanno promozione (esistono anche le radio, i giornali. Sì, se non hai questi contatti o non li cerchi, vuol dire che il tuo mestiere non è proprio quello dell'editore...), non si confrontano con altri editori, non scoprono talenti... Non sono nemmeno delle case editrici.

Sì, bisogna studiare e fare un po' di autocritica.

 

Fermo restando che tante case editrici sono "zavorra", te ne potrei citare decine che fanno quello che dice l'articolo. Ma se continuiamo a fare queste discussioni, a generalizzare, a parlare solo di quelle che non vanno senza mai citare le tante che fanno un buon lavoro che si sono faticosamente create un loro pubblico che combattono quotidianamente con i perversi meccanismi del mercato non gli facciamo un buon servizio.

Ancora la promozione: giornali. radio, blog... ma ti sei mai chiesto se funzionano? Hai mai pensato che le CE che "sembra" non facciano promozione la facciano mirata per non sprecare risorse e magari ha fatto una selezione sulla base di numerose prove ed esperimenti?

 

 

5 ore fa, TuSìCheVale ha detto:

Premio Strega 2018, i 12 semifinalisti e un’editoria che cambia

Ma ci sono anche altri concorsi, meno blasonati, che alcune CE nemmeno iscrivono i loro libri e non potranno mai vincere.

Pensi che, a parte i più blasonati, dove è difficilissimo entrare, gli altri possano far vendere qualche copia in più? Poi ad alcuni si partecipa lo stesso ma più per "fregiare" qualche titolo con una fascetta e soddisfare il proprio ego e quello dell'autore ma niente di più...

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Qui di seguito una risposta di Lorenzo Fazio (Chiarelettere) al post di Rosario Esposito La Rossa (Marotta & Cafiero):

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/26/editoria-e-vero-ce-un-problema-di-cura-dei-libri-ma-cosi-rischiamo-di-perderci/4921579/

 

Il post di Rosario Esposito La Rossa dal titolo I piccoli editori sono ignoranti contiene una dura critica alla piccola editoria accusata di essere lamentosa e approssimativa, ma chiama in causa  tutti gli editori e un certo modo di pubblicare i libri: sempre meno curato anche nella impaginazione, nella grafica, non solo nella selezione dei contenuti. Ha ragione: a prevalere è l’urgenza di arrivare in libreria, pur sapendo che la partita sarà durissima perché sempre meno persone considerano il libro un oggetto necessarioe sempre più potenziali acquirenti preferiscono andare sulla rete e lì viaggiare tra mille sollecitazioni oppure seguire serie tv anche sofisticate e ben fatte, quindi in sintonia con i gusti e le attese di un lettore forte e ben attrezzato.

 

L’unico modo che noi editori abbiamo per contrastare la perdita di lettori è la qualità, qualità dei contenuti e della confezione, dell’oggetto libro, in quanto unico, da secoli uguale a se stesso. Le cose da dire importanti sono ancora oggi depositate nei libri, mentre in rete e sui social tutto è volatile, superabile, provvisorio, come se le parole prendessero un’altra velocità e non fossero le stesse di quelle della carta stampata. “Ho scritto un libro” è ancora diverso da dire “ho scritto un post”. Un libro, su carta o digitale non importa, è costruito grazie a una combinazione di parole che presuppone un disegno, un’impalcatura logica capace di reggere per molte pagine. E che, come sottolinea Esposito, si appoggia a regole formali e stilistiche che vengono da molto lontano, e che sono sempre le stesse.

 

Il libro rappresenta l’ordine della mente, è innanzitutto un atto formale che risponde a un impianto di norme codificate. Tutto il mondo sta lì dentro, in una gabbia con una giustezza definita, una spaziatura regolata, un’interlinea, un’altezza pagina… Se vogliamo, autore ed editore insieme ogni volta che pubblicano un libro pensano di mettere ordine nel disordine del mondo e lo fanno spinti da una vena di temerarietà e presunzione, come se fosse un atto stravagante, quasi una magia e ogni autore avesse la formula segreta per raccontare in quel modo, cioè in quel numero di righe, in quelle pagine, con quelle parole, il senso o il non senso del mondo.

 

Fino ad oggi il libro apparteneva al nostro immaginario, oggetto tra gli altri oggetti, seppure particolare, ora la rivoluzione digitale ne ha rivelato tutta la sua intrinseca originalità, fino a farne un oggetto a parte, in più.

Se le cose stanno così, se trascuriamo la “bellezza” del libro cominciando a togliere dall’impalcatura quegli elementi che ne fanno un unicum, è possibile che esso diventerà sempre più uguale ad altri contenitori di parole, con il rischio, non calcolato, che ci perderemo in un mare disordinato di parole (i 140 caratteri di Twitter non bastano a regolare il pensiero, se mai lo disarticolano).  La nostra storia e la nostra identità si appoggiano sui libri, sono lo specchio di noi stessi, di quello che siamo, senza di loro, senza quella misura, quell’ordine, siamo niente.

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10 ore fa, JPK Dike ha detto:

Gli italiani non sanno più scrivere. E ancora peggio, non hanno più la minima idea di cosa voglia dire storytelling.

 

10 ore fa, JPK Dike ha detto:

 

E non è un caso che l'ultimo successo editoriale italiano nel mondo viene da una scrittrice (la Ferrante) che fa di tutto per non scrivere "all'italiana".

 

8 ore fa, JPK Dike ha detto:

Se non sai gestire il ritmo, il foreshadowing, i colpi di scena, i climax

 

7 ore fa, JPK Dike ha detto:

L'editing si divide in developmental editing, line edit e copy editing. 

 

 

Ok, @JPK Dike, lo ripeto: la tua esterofilia è imbarazzante. Non sono gli editori a essere ignoranti (ammesso e tutt'altro che concesso che sia così!), ma la colpa sarebbe degli scrittori italiani non abbastanza anglofili...

Nella realtà, il mercato è saturo: troppi scrittori e  pochi lettori. Agli editori arrivano un mare di fetecchie e pochi  manoscritti di esordienti di talento. E, per creare un successo editoriale, servono case editrici con le palanche!

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"I piccoli editori sono ignoranti?" No, i piccoli editori, proprio perché "piccoli", sono poveri e i poveri, almeno una volta, spesso erano giocoforza ignoranti. Oggi per fortuna non è più così: l'accesso alla cultura e all'informazione è quasi sempre gratuito. Quasi, abbiamo scritto, ed è opportuno sottolinearlo. Sì, perché se, a titolo di esempio, la nostra CE volesse commissionare una specifica indagine di mercato sulla possibile penetrazione di un determinato libro in un determinato contesto, dovrebbe impegnare il fatturato di parecchi mesi, forse di un intero anno, per quella che, alla fin fine, resterebbe comunque una previsione, senza alcuna garanzia di risultati certi.

Già, il mercato... Il tanto vituperato, soprattutto da parte di artisti e intellettuali, mercato resta comunque il fulcro di tutta la discussione e nelle righe che seguono proveremo a chiarire il perché. Scrive nel suo articolo, il nostro geniale scopritore di acqua calda:

Il 24/1/2019 alle 11:31, Niko ha detto:

Piccoli editori che scimmiottano i grandi (male), emulano (male), parlano continuamente di numeri...

E aggiunge

Il 24/1/2019 alle 11:31, Niko ha detto:

forse una scuola dove si parli poco di numeri e tanto di inchiostro, carta, formati, impaginazione, alta leggibilità, ci vorrebbe. Non una scuola per omologare, ma per educare all’editoria. Educare, dal latino ex ducecere, tirare fuori il meglio. Perché i libri prima li dobbiamo fare e poi li dobbiamo vendere. Prima di dobbiamo fare delle domande: che carta uso e perché? Che font? Che formato? Come si legge un libro? Come si costruisce il prezzo di un libro? A chi mi rivolgo? Come arrivo a quel lettore?

Attenzione, perché è proprio su queste ultime righe che si concentra il senso, o il non senso, di tutto il pezzo. Quelli tra voi che nella vita, per una ragione o per l'altra, si occupano di vendite o di marketing forse avranno già capito dove sta l'inghippo; a tutti gli altri, con la massima umiltà, ci sforzeremo di spiegarlo.

All'inizio l'articolista si concentra sulla qualità, su come insomma bisogna muoversi per creare un libro fatto come si deve; le ultime tre domande riguardano invece la vendita e, appunto, il mercato. Il tutto con lo scopo di far accettare, in modo quasi subliminale,  l'equazione "prodotto buono=vendita sicura", valida forse fino alla prima parte del secolo scorso, ma oggi del tutto superata per ogni genere di prodotto, figuriamoci per quelli di tipo culturale, come appunto sono i libri. Un tempo insomma per un'azienda, o anche per il singolo artigiano, era sufficiente costruire un bella sedia, da vendere a un prezzo accettabile, per essere certi che prima o poi quella sedia l'avrebbero venduta. Poi si è cominciato a parlare di sovrapproduzione e di contrazione della domanda, che sovente risulta inferiore all'offerta. 

Riassumendo: siamo così sicuri che un libro confezionato a regola d'arte (carta, inchiostro, impaginazione, copertina ecc.), con un contenuto valido (editing, correzione di bozze ecc.) avrà comunque successo? Già sentiamo le vostre voci: "Eh no! Ci vuole anche la promozione, con tanto di presentazioni, interviste, partecipazione a fiere..." Ma allora, cari signori, di cosa stiamo parlando? Se un piccolo editore avesse le risorse per fare tutte queste cose insieme, e sopratutto per farle tutte allo stesso livello, non sarebbe più un piccolo editore, non credete? Sarebbe perlomeno un editore medio, magari più "ignorante" del primo, ma di certo con più soldi a disposizione!
Perché, che piaccia o meno, ha ragione @Fraudolente: tutto alla fine gira intorno alle palanche. Senza quelle, o con poche di quelle nelle tasche, è impossibile impostare delle strategie davvero degne di questo nome e bisogna fermarsi alla tattica, decidendo di volta in volta se, con la coperta corta che si ha disposizione, sarà meglio coprirsi i piedi o la testa. E in questo ci sentiamo vicini al ragionamento di @Riccardo e Tempesta Edit., che assimila un piccolo editore a un'impresa artigiana, costretta a costruirsi a fatica, nel corso degli anni, la propria fetta di mercato.
P.S. Tanto per esser chiari: scuole 
dove si parli poco di numeri e tanto di inchiostro, carta, formati, impaginazione, alta leggibilità, esistono già e noi le abbiamo pure frequentate: ma alla fine ciò che ci serve l'abbiamo imparato, e tuttora lo impariamo, sul campo, discutendo quotidianamente con le tipografie, facendo tesoro dei loro consigli e andando a visitare le loro sedi.
P.P.S. Prima di ipotizzare che altri siano ignoranti, ognuno dovrebbe guardare in casa propria e quando, giusto per fare il figo, costui tira fuori una frase in latino, che perlomeno la tiri fuori giusta: il verbo ducecere non esiste; caso mai esiste ducere.

 

Modificato da Aporema Edizioni
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4 ore fa, Aporema Edizioni ha detto:

costui tira fuori una frase in latino, che perlomeno la tiri fuori giusta: Educare, dal latino ex ducecere, tirare fuori il meglio.

 

Dai, quanta puntigliosità, è chiaro che l'autore dell'articolo si è un po' confuso, intendeva dire: Educare, dal latino ex ducecere, cavar fuori almeno due ceci. :D

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I piccoli editori sono ignoranti (?)

 

Provo a rispondere come lettrice.

 

Sì, molti piccoli editori ignorano come fare una copertina accattivante, come presentare un libro ben impaginato, come scrivere una quarta di copertina che stimoli l’acquisto del libro.

Molti piccoli editori pubblicano libri pieni di refusi, con errori sintattici imbarazzanti, con trame inconsistenti.

Non sempre i libri delle grosse CE valgono il prezzo di copertina, ma la qualità del prodotto libro di norma è buona; purtroppo non posso dire altrettanto dei libri pubblicati da piccole CE.

Dopo diverse delusioni, valuto molto attentamente prima di acquistare il libro di un esordiente edito da una piccola CE che non conosco perché, in qualità di consumatrice, cercherò sempre di acquistare il prodotto migliore al prezzo più basso ;) 

 

 

Provo adesso a rispondere in base alle mie conoscenze in ambito economico (basiche) e alla mia esperienza del mondo imprenditoriale in generale (ampia).

 

La regola aurea del mondo imprenditoriale è che gli imprenditori improvvisati non hanno futuro: non si apre un ristorante senza un buon cuoco, non si avvia un calzaturificio senza sapere come si confeziona una scarpa, non si costruisce un ponte senza un progetto.

Continuo con l’esempio del ristorante perché trovo che scrittura ed editoria abbiano molti aspetti in comune con la ristorazione.

Il nostro ipotetico imprenditore dovrà decidere quale tipo di ristorante vuole aprire. Elegante e raffinato? Casalingo? A tema? Self service? Fast food? Slow food? Periferia o centro città? Un locale grande o uno piccolo? Meglio aprire in zona turistica/commerciale o in zona uffici? Quanto e quale personale assumere (in un fast food non serve il sommelier ma in un ristorante raffinato forse si ;)). Quale arredamento scegliere (niente bicchieri di cristallo se apri un self service). 

Ma prima di tutto e soprattutto dovrà fare attentamente i conti per capire di quanto capitale ha bisogno per cominciare e se il ristorante potrà produrre reddito sufficiente per remunerare il capitale di rischio e l’imprenditore stesso  ;) 

Il nostro imprenditore dovrà perciò investire del capitale nella propria impresa (ebbene sì, sono pochissime le imprese che si possono avviare senza investimento di capitali): se non lo ha, dovrà trovarsi un socio che lo abbia e sia disposto a investirlo e, se ancora non basta, dovrà andare in banca a chiedere un prestito.

Se il nostro imprenditore non sarà  in grado di illustrare il proprio progetto di impresa con i dettagli che ho elencato qui sopra, molto difficilmente otterrà un finanziamento perché avrà dimostrato di non sapere cosa sta facendo, di non avere professionalità e quindi di non essere affidabile ;)  

Dirò di più. Se il nostro aspirante imprenditore ha una laurea in filosofia, ha lavorato presso uno studio dentistico, non sa fare due uova sode, è vegano e vuole aprire un ristorante in cui si serve solo carne alla brace forse, malgrado metta tutto il suo impegno nell’impresa, avrà meno probabilità di riuscire di un cuoco che ha lavorato presso rinomati ristoranti ed ha costituito una società con il fratello commercialista e la sorella con laurea in marketing che lavora presso uno grosso studio pubblicitario.

Va bene, ho scomodato monsieur La Palice.. :asd:  ma una conoscenza di prima mano del mercato e del tipo di attività che si vuole avviare è essenziale per avere successo (sì, esistone le eccezioni ma sono, appunto, eccezioni). Insomma, se non mi posso permettere lo studio dell’esperto di marketing andrò a mangiare nei ristoranti di carne miei diretti concorrenti, se non sono vegana...

 

Il bell’intervento di @swetty mi ha chiarito perché a volte sento  la necessità di cambiare tipo carattere e interlinea negli e-book che acquisto :D ed è una prova di quanta “ignoranza” delle regole editoriali ci sia in giro ;) 

Un geometra con la passione per la scrittura che non legge mai e lavora come impiegato per uno studio di progettazione può provare ad aprire una CE ma avrà davanti a sè una strada tutta in salita perché non sa, come non lo sapevo io fino a oggi, che ci deve essere una correlazione fra lunghezza della riga e interlinea nè conosce le altre norme tipografiche; inoltre non ha nessuna esperienza imprenditoriale e non è un lettore perciò non saprà mai valutare il libro che ha stampato.

In breve, il nostro geometra non ha sufficiente professionalità per fondare una CE.

E dubito gli sarà sufficiente un corso di qualche giorno per impadronirsi di tutte le nozioni necessarie. In alternativa potrà assumere persone che sanno come funziona una CE, ma non saprà valutare la loro professionalità con il rischio di pagare degli incompetenti.

E veniamo al capitolo pagamenti.

Se non ha o non vuole investire del denaro nella propria impresa dovrà cercare qualcuno che lo faccia ma chi di noi sarebbe disponibile a investire dei soldi con queste premesse?

A mio avviso spesso le piccole CE hanno tanta buona volonà ma mancano di professionalità, ignorano cioè i fondamenti del loro lavoro.

 

Per restare sul mercato è necessario proporre un prodotto almeno analogo come qualità e prezzo a quello dei principali competitor: chi non ne è in grado uscirà dal mercato. Sarò brutale:  la coperta è corta ma la passione è tanta contano zero, se non sono soddisfatti i requisiti minimi per restare sul mercato.

 

Due parole sulla promozione. 

Il marketing è determinante per le vendite ma se una big può permettersi di vendere un libro mediocre grazie alla pubblicità, sapendo che la gente continuerà ad acquistare i suoi libri perché si tratta di un brand affermato, altrettanto non potrà fare una piccola CE perché deve ancora costruire il proprio brand. ;) 

L’invito a curare il prodotto libro sotto tutti gli aspetti non è quindi dettato solo da una visione poetica e fuori dalla realtà del mestiere di editore ma da precise regole di mercato.

 

Anche l’invito a trovare nuove strade e a pubblicare cose che le big non pubblicano non è una fantasia che si scontra con la ricerca del pareggio di bilancio.

Se fai come tutti gli altri, se va bene, avrai il risultato che hanno tutti gli altri (è una citazione di non ricordo chi, perdonatemi): l’editoria si barcamena alla meno peggio perciò chi voglia cercare di fare utile, acquisire quote di mercato e/o ampliare l’asfittico mercato dei lettori italiani dovrà inventarsi qualcosa di diverso. 

Forse una piccola CE non ha i mezzi per pubblicare il tipo di libro che ha descritto l’autore dell’articolo ma, questo è certo, se vuole emergere dalla marea di piccole CE che sopravvivono a stento nel panorama editoriale italiano dovrà cercare altre strade. E solo una piccola ne ha la convenienza economica perché non ha i mezzi per contrastare le big sul loro stesso piano.

Non è utopia, è economia ;) 

 

 

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8 ore fa, Aporema Edizioni ha detto:

ma alla fine ciò che ci serve l'abbiamo imparato, e tuttora lo impariamo, sul campo, discutendo quotidianamente con le tipografie, facendo tesoro dei loro consigli e andando a visitare le loro sedi.
P.P.S. Prima di ipotizzare che altri siano ignoranti, ognuno dovrebbe guardare in casa propria

Completamente d'accordo.

1 ora fa, wyjkz31 ha detto:

La regola aurea del mondo imprenditoriale è che gli imprenditori improvvisati non hanno futuro: non si apre un ristorante senza un buon cuoco, non si avvia un calzaturificio senza sapere come si confeziona una scarpa, non si costruisce un ponte senza un progetto.

Quindi secondo te (o meglio secondo "il mondo imprenditoriale") chi ha competenze nel campo ma non ha capitali non può provare a costruire un'azienda come si faceva una volta? Ovviamente con tanta fatica e sacrificio e anche tanto rischio.

Parli poi di finanziamenti ma lo sanno ormai tutti che le banche se non hai garanzie (soldi, proprietà...) non ti sgnaciano nemmeno una lira. Senza tenere conto poi che ci può essere qualcuno (così folle?) da non volere entrare nel meccanismo perverso e, spesso strangolaziende, dei prestiti. Mi sembra molto brutta come affermazione che equivale a: se hai soldi ne puoi fare di più, se sei un pezzente non hai nessuna possibilità. Per fortuna non è per forza così...

1 ora fa, wyjkz31 ha detto:

 

Per restare sul mercato è necessario proporre un prodotto almeno analogo come qualità e prezzo a quello dei principali competitor: chi non ne è in grado uscirà dal mercato. Sarò brutale:  la coperta è corta ma la passione è tanta contano zero, se non sono soddisfatti i requisiti minimi per restare sul mercato.

Se i competitori sono le grosse e/o ricche case editrici il problema non è avere una qualità simile ma a prezzo più basso, ma avere una qualità superiore a un prezzo che permetta alla piccola CE di sopravvivere. Certo se i pochi lettori non cercano di scoprire i prodotti delle piccole CE per sfiducia o pigrizia il nostro lavoro sarà ancora più difficile. E questo si vede nelle varie Fiere del libro quando la maggioranza del pubblico, invece di spulciare i testi di tante piccole CE, alla ricerca di libri che difficilmente si vedranno in libreria corrono ad affollare gli stand dei soliti marchi che puoi trovare anche nella cartolibreria sottocasa.

Modificato da Riccardo e Tempesta Edit.
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43 minuti fa, Riccardo e Tempesta Edit. ha detto:

Quindi secondo te (o meglio secondo "il mondo imprenditoriale") chi ha competenze nel campo ma non ha capitali non può provare a costruire un'azienda come si faceva una volta? Ovviamente con tanta fatica e sacrificio e anche tanto rischio.

 

Non capisco da dove tu abbia tratto la conclusione che secondo me chi non ha capitali non può costruire un’azienda. Ti consiglio di rileggere quello che ho scritto:

2 ore fa, wyjkz31 ha detto:

Il nostro imprenditore dovrà perciò investire del capitale nella propria impresa (ebbene sì, sono pochissime le imprese che si possono avviare senza investimento di capitali): se non lo ha, dovrà trovarsi un socio che lo abbia e sia disposto a investirlo e, se ancora non basta, dovrà andare in banca a chiedere un prestito

 

Ma se tu avessi poniamo 20.000 euro da parte, entreresti in società con il geometra del mio esempio, lasciando a lui la gestione dell’azienda? 

Penso (spero per te) proprio di no!

Se invece fosse il geometra ad avere 20.00 euro da parte forse potresti provare a chiedergli di entrare In società con te: il capitale si unisce alla competenza ;)  Senza capitale né competenza non si va da nessuna parte.

 

52 minuti fa, Riccardo e Tempesta Edit. ha detto:

Se i competitori sono le grosse e/o ricche case editrici il problema non è avere una qualità simile ma a prezzo più basso, ma avere una qualità superiore a un prezzo che permetta alla piccola CE di sopravvivere.

Infatti entrare in competizione con le big solo sul prezzo è perdente in partenza.

 

2 ore fa, wyjkz31 ha detto:

Per restare sul mercato è necessario proporre un prodotto almeno analogo come qualità e prezzo a quello dei principali competitor:

Se punti a proporre un libro di qualità superiore a un prezzo (presumo) superiore, stai aggredendo un altro segmento di mercato e il principio che ho esposto si applica solo nei confronti delle CE che hanno fatto la tua stessa scelta :) 

 

1 ora fa, Riccardo e Tempesta Edit. ha detto:

Certo se i pochi lettori non cercano di scoprire i prodotti delle piccole CE per sfiducia o pigrizia il nostro lavoro sarà ancora più difficile

Ecco, qui sì che si può applicare il principio di conquistare pian piano i lettori con costanza e sacrificio, come si faceva una volta, perché  una piccola CE non ha le potenzialità pubblicitarie di una big.

Questo però ci riporta al quesito di questa discussione. Le piccole CE ignoranti, e a volte pure arroganti, esistono e scoraggiano i lettori danneggiando tutta la categoria.

 

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Sia ben chiaro un concetto. Nessuno ha mai detto che, siccome le risorse sono scarse, le piccole CE devono per forza sfornare libri di bassa qualità, sia dal punto di vista dei contenuti, sia dal punto di vista della forma. Al contrario, siamo d'accordo sul fatto che, proprio come l'artigiano cura il proprio prodotto nei dettagli, per cercare di distinguersi dalla produzione di massa, anche il piccolo editore deve, o dovrebbe, cercare di fare la stessa cosa. L'unica cosa che ci teniamo a ribadire è che, per raggiungere tale obiettivo, considerata l'esiguità delle forze disponibili, bisogna sempre impegnarsi al massimo, lavorando come dannati, e che, nonostante ciò, è necessario essere consapevoli che non sempre si riuscirà a fare centro.

Vorremmo però ricordare agli utenti dalla memoria corta, o a quelli da poco presenti nel forum, che quando proprio noi aprimmo un'apposita specifica discussione, dove con estremo rammarico prendevamo atto di vedere pubblicizzati, proprio qui nel WD, dei libri scartati dalla nostra CE, perché inconsistenti nella trama e pieni di errori, fummo sommersi da una valanga di critiche, che si possono sintetizzare nella frase "fatevi i fatti i vostri e lasciate che gli altri pubblichino quello che gli pare!". Per la cronaca i libri erano stati messi in commercio da case editrici non a pagamento, o sedicenti tali, senza praticamente alcun tipo di editing.

Allora, chiariamoci una volta per tutte, per favore. Se noi accettiamo che altri ci facciano le pulci, a volte a ragione a volte no, ci sia concesso di farle a nostra volta a tutti quegli editori, "ignoranti" o "pressapochisti", che con il loro atteggiamento rovinano il mercato. Se però si decide che la filosofia imperante è quella del "vivi e lascia vivere", che tanto piace a chi vuol farsi pubblicare a tutti i costi, stiamocene zitti: ognuno prosegua sulla propria strada, chi consultando la propria coscienza, chi il proprio portafoglio, chi cercando di dar retta a entrambi.

A proposito di portafoglio, oltre alle parole, vediamo di dare qualche numero. Sì, mi spiace, ma proprio quegli odiosi numeretti tanto invisi al nostro articolista provocatore. Perché quando si discute di economia, oltre che di cultura, senza numeri non si va da nessuna parte: al massimo, nel nostro Paese, si può aspirare a fare il ministro
Supponiamo che esista un editore molto competente e anche molto professionale, con parecchi anni di esperienza alla spalle, e che costui trovi un facoltoso finanziatore disposto a rischiare un certo capitale. Sapete qual è il margine di guadagno al quale il secondo potrà aspirare nel mondo editoriale e, tra l'altro, solo dopo qualche anno? Ve lo diciamo noi: va dal 4 al 6%, nella migliore delle ipotesi. Tutto questo non immobilizzando, ma addirittura mettendo a rischio un capitale perlomeno a cinque zeri. Ebbene, conoscete qualcuno disposto a farlo?
A noi vengono in mente solo due nomi: Mecenate e Lorenzo il Magnifico.

Modificato da Aporema Edizioni
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8 ore fa, Aporema Edizioni ha detto:

Vorremmo però ricordare agli utenti dalla memoria corta, o a quelli da poco presenti nel forum, che quando proprio noi aprimmo un'apposita specifica discussione, dove con estremo rammarico prendevamo atto di vedere pubblicizzati, proprio qui nel WD, dei libri scartati dalla nostra CE, perché inconsistenti nella trama e pieni di errori, fummo sommersi da una valanga di critiche, che si possono sintetizzare nella frase "fatevi i fatti i vostri e lasciate che gli altri pubblichino quello che gli pare!". Per la cronaca i libri erano stati messi in commercio da case editrici non a pagamento, o sedicenti tali, senza praticamente alcun tipo di editing.

 

Questa discussione la leggerei volentieri, @Aporema Edizioni: non è che si può avere il link?

 

Per quanto riguarda il resto, purtroppo, temo che alcuni di noi ("temo", nel senso di "non sono sicura che sia così" e "molti di noi" nel senso di "è quello che rischio di essere io e che litigo con me stessa per non essere") siano lettori attenti e in cerca di qualità e scrittori disposti a vendere l'anima per essere pubblicati. Cerco di ragionare da lettore anche quando scrivo, ma non è facile - non è facile per nulla.

 

Quindi evviva il WD dove i lettori possono dire alle piccole CE cosa cercano, le piccole CE possono dire agli aspiranti scrittori cosa non cercano e tutti possiamo cercare di fare del nostro meglio.

:rosa:

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@Aporema Edizioni, io però vorrei capire un certo meccanismo mentale.

 

Faccio un paragone. Appartenendo io a una categoria professionale molto tecnica, l'accusa che ci viene fatta come categoria è "non vi si capisce quando parlate". Al che di solito mi viene da rispondere una cosa del tipo: "So che molti colleghi neanche fanno lo sforzo, ma io personalmente cerco di parlare in modo comprensibile, anche se è difficile e le persone non si rendono conto di quanto lo sia."

 

Quindi, di fronte a considerazioni come quelle che facciamo qui, io mi aspetterei una risposta del tipo: "So che molte CE neanche sanno che esistono in congiuntivi e stampano libri brutti, ma noi personalmente curiamo molto la grafica e l'impaginazione, nonché l'editing, anche se è difficile e le persone non si rendono conto di quanto lo sia."

 

Invece ogni volta c'è un'alzata di scudi a difesa della categoria in blocco, indicazione di capri espiatori vari e sempre, anche quando si parla di cose elementari come giustificare il testo o scegliere un font, bisogna finire a parlare del bilancio di una CE e di quanto siano risicati i guadagni, poveri gli editori e perfida tutta la filiera.

 

Un po' come se io rispondessi che l'italiano è una lingua insidiosa, ci vogliono anni per padroneggiare la materia, il sistema scolastico fa schifo perché non si dedica all'italiano settoriale e in fin dei conti la gente dovrebbe anche studiare un po' prima di parlare con gli altri e poi, soprattutto, non guadagno abbastanza per stare anche a spiegarmi in modo comprensibile, visto che comunque tra bollette, cibo, mutuo, vestiario, trasporti e tasse non è che a fine mese mi resta granché in tasca.

 

 

 

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