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swetty

Il cocomero

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Immaginatevi una cocomeraia nell'estate del 1945. C'è un uomo nella cocomeraia, si chiama Luigi e fa il contadino da sempre. E' settembre, ma fa caldo e il terreno è arido e secco. E' il settembre del 1945, Luigi passa da una pianta all'altra ed è molto orgoglioso dei suoi cocomeri. Una volta, ne ha fatto crescere uno da venti chili, grosso e tondo e con la buccia quasi nera. Passa da una pianta all'altra e batte le nocche su ogni cocomero. Trova finalmente il cocomero giusto, lo prende, si alza e lo mette in spalla.

Si incammina verso casa. Luigi abita in uno di quei casolari toscani appoggiati su un colle, con l'aia e la pompa per l'acqua fuori dalla porta. Sale i tre gradini davanti alla porta, entra e posa il cocomero sul tavolo. Si siede e rimane a pensare. Ha visto passare soldati di tutti i tipi, in quell'estate. Americani, francesi, inglesi, turchi, ma soprattutto italiani sbandati, soli, senza scarpe, di ritorno da chissà che fronte con chissà che nave. Qualcuno in paese si è fermato, era arrivato, altri sono solo passati, un esercito sconfitto e abbandonato che torna a casa a piedi. A una casa che spesso non è quello che si aspetta, perché la guerra ha fucilato le famiglie, incendiato i paesi, costretto le donne a diventare prostitute, dei tedeschi prima e degli americani dopo. La guerra, questa guerra, è stata combattuta in patria prima che fuori e la patria ne porta i segni, come e più dei suoi soldati.

Luigi pensa a suo figlio. Lui ancora non è tornato, è ancora su chissà che nave. Carezza il suo cocomero. Hanno detto che tanti soldati sono bloccati, che non arriveranno prima di Natale. A Italo, a suo figlio, piacciono i cocomeri. E quel cocomero, quello lo ha colto per lui. Le donne di casa lo guardano scettico. Non ci sono notizie di Italo da due anni, da prima che arrivassero gli americani.

- O icché ci volete fare, con codesto cocomero?

- Lo voglio mette da parte, che quando Italo 'gli arriva a casa, e' lo trova.

- Ma se 'un vu sapete nemmeno se 'gli è vivo o morto.

- E'un importa, se e'un lo fo ora, e'un lo fo più.

- E se e'un torna?

- E se e'un torna, vorrà di' che si mangerà cocomero pe' Natale.

Così, Luigi scava una buca, la riempie di paglia e ci mette il cocomero per Italo. Ricopre con altra paglia e terra.

Passano i mesi, è quasi Natale ed è notte. Un uomo entra nel podere, percorre una lunga strada sterrata e arriva in cima al poggio. Non entra nell'aia, si ferma a sedere su un muretto di pietra e mattoni. Non sente più le mani. Non sente più i piedi. Ha indosso qualcosa che deve essere un cappotto e le sue scarpe sono legate con lo spago. Si siede e aspetta.

All'alba, una delle donne di casa esce con un catino per prendere acqua e lo vede.

- Chi c'è? O icché vu ci fate voi lì?

Si avvicina. L'uomo alza la testa. E' ancora buio, ma c'è la luna. E lei lo riconosce, sotto tonnellate di stracci, di fango, di croste e con la barba di mesi. Lui non parla. Il catino cade di mano alla donna, che si porta le mani alla bocca e rientra dentro urlando. L'uomo si alza.

- 'Gli è tornato! Gigi, i' vostro figliolo, 'gli è tornato!

Luigi esce di corsa, ancora in pantaloni e senza camicia. Italo, l'uomo fuori, è sulla soglia e non ha coraggio di entrare. I due si abbracciano, poi Luigi lo fa entrare. Italo non vorrebbe, sa di puzzare, di avere i pidocchi. Guarda le scarpe, ormai non c'è più differenza tra la suola e il fango. Le lacrime gli scendono sul viso, ma non parla. Preparano l'acqua calda, lo spogliano e lui lascia fare, è bella la sensazione della sporcizia che se ne va.

Luigi prende la vanga e esce. Fa freddo, ma non importa. Il terreno è duro, nero come sa essere solo a dicembre. Scava, trova la paglia, scosta la paglia, e il suo cocomero è lì, sodo, scuro e verde come il giorno che l'ha sotterrato. Lì, nella buca, è ancora settembre. Lo prende, lo porta dentro e lo appoggia sul tavolo, nel preciso punto dove lo aveva messo mesi addietro.

Italo lo guarda. Gli hanno dato un pezzo di pane, una tazza di latte caldo, fa freddo, è inverno, le cose calde sono buone. Ma suo padre prende il coltello, affetta quel pezzo d'estate. Tutti si fermano, è un miracolo, cocomero per Natale non l'aveva mai visto nessuno. Il profumo dolce si spande tutto attorno. Italo ne prende una fetta, la morde. Sono sei anni che sogna una fetta di cocomero, di quelli di suo padre, che una volta glien'è venuto uno di venti chili. Sente il sapore e alza la testa, vede il fuoco, la sua gente. Le lacrime sono ancora lì, ma lui è a casa e in mano ha una fetta di cocomero. Adesso, la guerra può finire anche per lui.

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Se vogliamo può apparire consolatorio, non per tutti la guerra è finita col Settembre del '45 e, di solito, la letteratura preferisce occuparsi di questi. Il lieto fine può persino sconcertare, ma credo sia sempre una buona cosa andare contro i luoghi comuni, così lo accetto volentieri. Per questo particolare microcosmo la guerra è teminata e la vita riprende da dove, la partenza del figlio, l'aveva come sospesa. Niente lascia pensare che sarà, da lì in poi, tutto rose e fiori, ma almeno questo problema sembra risolto.

Mi piace molto la scrittura, l'inizio secco ed essenziale, un fatto, apparentemente da nulla, come la conservazione di un cocomero fino all'inverno -a proposito: funziona davvero?- diventa la struttura portante dell'intero racconto. In qualche modo simbolo della sospensione di cui parlavo più sopra: quando è necessario ci si nasconde sotto terra per tornare, come nuovi e appena raccolti, nel momento in cui le circostanze lo permettono. Anche se si è ormai fuori stagione. La struttura generale del racconto è molto equilibrata, con due parti simmetriche separate dal breve dialogo in vernacolo.

Insomma, ho apprezzato. Non ho trovato errori o imprecisioni, per quanto abbia letto attentamente, ma non vuol dire. Immagino che qualcun altro riuscirà a trovarne. Resta la voglia non di approfondire questo singolo racconto, ma di leggere altri episodi che utilizzino la stessa ambientazione.

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Nanni, mi piace molto che tu abbia colto un aspetto simbolico nella sepoltura del cocomero.

Questa storia fa parte di un retaggio di leggende familiari, Italo è il fratello di mia nonna. In questi casi non si capisce perché certe storie vengano conservate e altre no, ma credo che inconsciamente sia proprio il parallelo simbolico che hai individuato che ne ha fatto la fortuna. E sì, la conservazione del cocomero sembra che abbia funzionato.

Sotto la linea gotica la guerra è terminata nell'estate del '44, con l'arrivo degli americani. Ma i soldati hanno continuato a tornare fino al '47, come nelle altre parti d'Italia, e qualcuno anche oltre. Non so di preciso quando il mio prozio sia rientrato, ma la storia dice per Natale, e ho immaginato che fosse quello del '45.

Resta la voglia non di approfondire questo singolo racconto, ma di leggere altri episodi che utilizzino la stessa ambientazione.

Ci posso provare, è che a parte questa non me ne viene in mente neanche una allegra di quel periodo... :)

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nanni ti ha già detto tutto, mi è piaciuto il ritorno a casa, sa di qualcosa di buono che fa sempre bene di questi tempi, come il cocomero.

Swetty, tu sei quella che corregge meglio tutti i miei svarioni verbali che sto commettendo di là, però mi chiedo perché questo racconto nel tempo è narrato sempre al presente? non era meglio adoperare l'imperfetto?

Anche la frase iniziale, immaginate(vi) una cocomeria... va bene, ma porti il lettore a pensare al passato per poi usare il presente. delucidami che imparo.

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però mi chiedo perché questo racconto nel tempo è narrato sempre al presente? non era meglio adoperare l'imperfetto?

Anche la frase iniziale, immaginate(vi) una cocomeria... va bene, ma porti il lettore a pensare al passato per poi usare il presente. delucidami che imparo.

Non lo so, mi piaceva di più al presente, è più immediato e porta il lettore direttamente nella scena. Poi non c'è un vero svolgersi di eventi, ci sono solo due episodi, quindi non diventa faticoso. Il presente è il tempo dei sogni e del teatro, quindi qui va bene. Certo non ci scriverei un romanzo, ma d'altro canto mettere questa storia al passato non sarebbe facile.

thanks.gif a tutti

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Il racconto mi è piaciuto molto, in particolare modo il lieto fine rassicurante, che personalmente prediligo.

"Luigi abita in uno di quei casolari toscani appoggiati su un colle, con l'aia e la pompa per l'acqua fuori dalla porta"

Qui avrei messo "in un casolare appoggiato su un colle" . Usare "uno dei casolari" mi ha fatto pensare a qualcosa di distante e forse non veritiero. Uno dei tanti, non quello dove si svolge la storia. Richiama una cartolina della Val d'Orcia, non un luogo reale.

"Le donne di casa lo guardano scettico. Non ci sono notizie di Italo da due anni, da prima che arrivassero gli americani"

Anche questo mi sembra generico: chi sono le donne di casa?Sono la madre, la nonna, la sorella di Italo? in questa parte non sembrano interessate al dramma dell'attesa come Luigi, invece presumibilmente lo sono .

"Il catino cade di mano alla donna, che si porta le mani alla bocca e rientra dentro urlando. L'uomo si alza.

- 'Gli è tornato! Gigi, i' vostro figliolo, 'gli è tornato!"

Qui sembra appunto che la donna sia un'estranea, porta la buona novella ma non è attrice principale della scena. Nell'incertezza, non l'avrei usata senza darle un ruolo o perlomeno un'emozione.

"Lì, nella buca, è ancora settembre"

Questa per me è la frase più bella e toccante di tutto il racconto. Se non si fosse trattato di un cocomero, e fosse pertanto inverosimile, avrei fatto in modo che l'oggetto dissotterrato sostasse sottoterra da tanto tempo quanto Luigi ha aspettato il ritorno del figlio. Il cocomero è la metafora della speranza che è rimasta intatta per tutto il tempo, incrollabile come l'amore. Che duri solo da settembre è poetico ma riduttivo.

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Icatoie, intanto grazie per aver letto con attenzione. Credo che tu abbia preso tutti i punti "oscuri" di questa storia. Sia il casolare, che le donne, ho dovuto metterli per esigenze narrative, mi serviva una casa e un coro che facesse da contrappunto al protagonista. Ma in realtà non so come fossero, la leggenda tramanda solo padre, figlio e cocomero.

Credo sia un retaggio di una società patriarcale, dove le gesta che contano sono quelle degli uomini e le donne sono solo sullo sfondo.

"Lì, nella buca, è ancora settembre"

Questa per me è la frase più bella e toccante di tutto il racconto. Se non si fosse trattato di un cocomero, e fosse pertanto inverosimile, avrei fatto in modo che l'oggetto dissotterrato sostasse sottoterra da tanto tempo quanto Luigi ha aspettato il ritorno del figlio. Il cocomero è la metafora della speranza che è rimasta intatta per tutto il tempo, incrollabile come l'amore. Che duri solo da settembre è poetico ma riduttivo.

Anche qui hai ragione, ma credo ci sia anche altro. In Toscana, almeno nei racconti dei miei, il primissimo dopoguerra fu anche più duro della guerra stessa (nell'autunno del '44 ci fu l'alluvione, poi l'occupazione degli americani, i soldati che nonostante tutto non tornavano a casa, ecc.). Quindi è facile che le attese si siano fatte più insistenti e disperate dalla primavera del '45.

Ripeto, questa è una leggenda familiare, anch'io sono qui a capire qual è il fascino che la fa ancora raccontare dopo sessantacinque anni.

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Ripeto, questa è una leggenda familiare, anch'io sono qui a capire qual è il fascino che la fa ancora raccontare dopo sessantacinque anni.

Il fascino che esercita su ognuno di noi non è altro che il desiderio di non perdere mai i nostri cari . Un desiderio che va oltre il periodo storico, il sesso, l'età, le tradizioni. Per questo motivo, il mio consiglio è quello di prendere a cuore questa leggenda familiare e trasformarla in qualcosa di grande. Quello che non sai della casa, delle donne, di quello che Luigi ha fatto prima e dopo il ritorno del figlio, inventalo, crealo, rendilo come tu lo vorresti. Se ti lasci guidare dal sentimento che suscita in te questo racconto, sarai in grado di trasmetterlo anche al lettore in maniera totale. Lo stile è snello, scorrevole, invita a proseguire nella lettura. Non fermare questo fiume, ma costruisci per lui dighe ed argini.

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